Non
ho voglia di parlare, non stasera.
Questo
è il foglio delle cose non dette, dei pensieri non fatti. E' il
foglio dei forse. Quello più grande, quello sempre pieno.
Ma
non leggete. Non ne avete bisogno.
Le
cose non dette se l'è prese il vento. Sono sparite. Sono il file che
avete cancellato per sbaglio, sono il rammarico nel vostro caffè.
Non ha senso volerle ascoltare. E' meglio non sapere ciò che non si
è avuto il coraggio di dire.
Nella
nostra vita le parole che non abbiamo mai pronunciato ma che avremmo
voluto pronunciare, sono sempre di più di quelle che abbiamo poi
effettivamente detto. Sono il nostro lato oscuro. I sentimenti
nascosti. I pensieri non confessati.
Anche
adesso, quelle che vedete sono parole non dette. Sono le cose che
nessuno leggerebbe.
Odio
la tua faccia, quella tua espressione di compiacenza che nasconde la
pena. Come odio il tuo sorriso, si, il tuo. Quello finto, lascivo,
schizofrenico. Non sai l'orrore che hai dentro e vorresti vedere il
mio. E tu, che stai dietro l'angolo, quasi in disparte, fantasma
bugiardo che mente solo a se stesso, dove credi di nasconderti? Tutti
ti vedono, tutti sanno e tutti parlano male di te. Ti odio perchè ti
odi e tu odi me perchè faccio altrettanto con me stesso. Stessa
mela, parti diverse. Marce ugualmente.
Vedo
tutti, lontani, indistinti, come vapore. Siete persone inutili,
arroganti, saccenti, ignoranti. Vedete cose che non vedo e mi date
del pazzo, vi guardo e vi considero come me. Pazzo. Chi non lo è, in
fondo? Abbiamo tutti il tocco della follia. E' l'unica cosa che ci
salva da noi stessi. E' il collare antipulci per le nostre cattive
abitudini.
Cosa
sono questi segni per strada? Non ci sono cavalli. Allora cosa sono
quelle montagnucce scure per terra? Morbide, filamentose,
consistenti, quasi fumanti. Umilianti per la vista.
Vorrei
pestarle, ma mi sporcherei solo le scarpe.
Su
su, il mio sguardo potrebbe andare anche più su. E l'opinione che
ho, non sarebbe diversa. Vedrei cacca da cavallo comunque. A
prescindere dalla latitudine. Considero questo spettacolo
l'escrescenza purulenta di una brutta infezione virale. Non posso
pensare diversamente. Perchè dovrei fare il contrario? Solo per
rispetto verso me stesso come uomo? Sarebbe bello se fosse così
semplice. Ma ciò che vedo, non può non farmi pensare ad una brutta
malattia.
Avete
letto fino a qui?
Un
foglio bianco pieno di lettere nere.
Non
vi manca certo la costanza.
Come
esseri umani ne abbiamo scritto di libri. Fiumi di parole. Pensieri,
emozioni. Nei libri c'è la scienza dell'uomo. Tutto il sapere. Tutte
le parole dette. Ma mai quelle non dette. Non esiste un libro che
racconta una storia che non è mai stata raccontata. O forse si.
Forse in fondo, lo sono tutti i libri. Ogni libro è ciò che non è
stato detto.
Il
dubbio mi assale. Centra l'inconscio? Risposta ai nostri dubbi.
Quando non capiamo una cosa, è sempre colpa dell'inconscio. Questo
qualcosa che non si sa cos'è, com'è, se esista davvero, ma a cui si
attribuiscono gli artifizi più sorprendenti, nelle cose dell'uomo.
Un deus ex machina che risolve i problemi. Un Wolf per ogni stagione.
Per ogni situazione. Ti suona la porta, ed il garage è pulito prima
dell'arrivo di tua moglie.
Se
i libri sono lo sfogo dell'umanità, i pensieri reconditi del genere
umano, siamo nella merda. Ve lo dico col cuore. Senza infingimenti.
Perchè
se anch'io in questo momento stessi rimpinguando in qualche modo il
bottino delle cose mai dette dall'umanità, saremmo un popolo di
pirati. Che si frega a vicenda da sempre.
E'
meglio non leggere allora. E non sfiorare questo beccatello con dita
fameliche.
Abbiamo
tutti bisogno della gobba, con dentro i pensieri.
Chini
e languidi camminiamo per le strade stringendoci le mani, in segno di
pace. Siamo tutti un pozzo di inespressioni, di se, di ma, di forse.
Di che? Siamo tutti così, come me, come te. Ladri. Impuniti.
Spietati.
Rubiamo
le parole e le mescoliamo tra di loro. Per dare un significato alle
nostre domande. Per dare un senso alla nostra esistenza. In
competizione solo col tempo, e non tra di noi. Ma è davvero così?
Non
ne sono sicuro. Ancora il dubbio di prima.
Dovrei
parlarne. Di questo dubbio. O forse l'ho già fatto, allora dovrei
astenermi. Dovrei fare tesoro di ciò che ho detto e invece ho
dimenticato. Perchè potrei ripetermi come un vecchio. E allora sarei
patetico. Come mi capita spesso.
La
tua faccia che ride, mi sta sul cazzo. Non la sopporto. Perchè mi
guardi così?
Guardiamoci
in giro, per favore. Cosa vediamo? Luci, strade, macchine che
passano, persone, nessuno, polvere, nebbia, silenzio. Vediamo tutti
la stessa cosa. Un gioco per bambini, dove si muore davvero.
Siamo
tutti personaggi di un gioco. E l'armadio che vedi in realtà non
esiste. E' lui che l'ha creato. E' lui che ci ha messo dentro certe
emozioni. Siamo due calcoli matematici che hanno fatto sesso tra
loro. Ma è Jimmy l'artefice di tutto.
Chiuderemo
gli occhi, e non resterà nulla. Cavalli scalpitanti una vita,
mortadella alla fine.
Vagoni,
camion, di mortadelle. Grandi. Pesanti.
Vorreste
trovarvi improvvisamente appesi a dei ganci? Trasportati chissà
dove. Al freddo di una cella frigorifera. Pronti per essere
tagliuzzati e serviti freddi? Sarebbe uno spettacolo fantastico. Un
maiale seduto a tavola che vi aspetta guardando la tv. Caressa che
esalta le gesta di Mourinho. Il vicino che sposta la macchina per far
passare sua sorella. Povera donna, è troppo grassa. Come vitella.
State
ancora leggendo? Non ci credo. Nessuno si sarà spinto così oltre.
Eppure il trucco per leggere tutto fino alla fine, senza annoiarsi,
esisterebbe. Ma non voglio dirvelo. Perchè se siete arrivati fino a
qui, meritate una ricompensa migliore. Vi autorizzo io stesso a
smettere. Non vi fate ingannare dalle altre parole che seguiranno.
Fermatevi ora. Se non lo avete fatto prima, dovete farlo adesso.
E'
così che anche le cose non scritte, non dette e mai confessate,
rimangono tali.
Immergendole
all'interno di un testo incomprensibile o camuffandole da paglia in
un pagliaio. Come il classico ago, difficile, quasi impossibile, da
trovare. Qualcuno direbbe che questo foglio dovrebbe essere
“analizzato” da un esperto del settore. Delle malattie mentali,
intendo. E forse è così. Chi lo sa dove sta la verità? Di solito
sempre nel mezzo. Ma il mezzo di questa questione, quale sarebbe?
Come si potrebbe distinguere un'opera letteraria, da un foglio
coperto dalla schizofrenia di un individuo? O meglio chi lo fa? Chi è
capace di comprendere un altro pazzo e a premiarlo con il nobel? Il
mare dell'ego è sconfinato, come l'autostima. La prima forma di
automasturbazione dell'individuo. Il primo orgasmo dell'esistenza ed
anche l'ultimo. Ipoteticamente potrei sentirmi autorizzato a
considerare questo foglio pieno di parole come qualcosa di
inestimabile valore, espressione letteraria tra le più alte,
tensione culturale tra le più sublimi. Ma esiste pur sempre una
scala di valori, no? E allora il mio giudizio si risponde da solo.
Perchè posso pensare qualsiasi cosa, rispetto a quello che dico e
resterebbe solo il mio giudizio. Potrei farlo anche per un'altra
persona? Se il giudizio è condiviso, però, embeh, embeh, embeh.
Allora, il discorso cambierebbe. Se condividete il mio discorso,
allora votate per me. Potrei essere eletto. E cambiare il vostro
mondo. Potrei regalarvi un sorriso, senza televisioni. Senza mignotte
e minorenni. Senza condanne. Se votate, significa che state ancora
leggendo. E quindi il voto non andrà sprecato. Bene così, speravo
peggio, sinceramente.
Inzuppiamo
un po' di salsa. E ora capirete perchè. Semprechè abbiate ignorato
il mio imperativo a fermarvi nella lettura e qualora non lo abbiate
fatto da soli, il che è più probabile, significa che queste parole
non dette, qualcosa la stanno dicendo . Su di me, su di voi. Chissà.
Ma
ve lo ripeto. Questo è il foglio delle cose non dette. Parole.
Potreste
non leggere e sapere lo stesso cosa dicono.
Quando
il sole è sperso all’orizzonte e le nubi calme corrono via, quando
il vento placido sussurra le parole del tempo che scorre ed i
pensieri fuggono via insieme ad esso,proprio quando il giorno volge
al termine e la notte bussa impaziente alla porta, è solo allora che
potrete ascoltarla. Fate bene attenzione, volgete le vostre orecchie
al calmo silenzio e ancora più in fondo, giù, nelle piaghe del
suono, è lì che la troverete. La sentite? Flebile ed
impercettibile, sussurrante e melodica come il canto di una sirena!
E’ lei, la sola voce sincera, l’unica che non conosce ipocrisia.
Se riuscite a sentirla chiudete gli occhi e lasciatevi cullare da
essa. E’ l’onda lunga del suono dei pensieri del mondo, sono gli
afflati delle voci sussurrate,dei desideri inespressi, dei pianti
inconsolati. Ascoltate, non distogliete la vostra attenzione proprio
ora! Riuscirete a parlare con l’anima immortale della vita, a
carpirne i segreti, a rispettarne la grandezza, ed infine a lottare
affinché quella voce sia udibile sempre, anche tra il frastuono
assordante della vita di tutti i giorni.
Nessuno
immagina. Perchè nessuno ci pensa. O se lo fa, se lo tiene per sé.
Ma esiste davvero un qualcosa che aleggia su di noi, sulle nostre
città, per le nostre strade, senza che la vediamo, senza rendercene
conto. Esiste ed è là, ad emblema della nostra vigliaccheria. Della
nostra apatia. I desideri dell'uomo restano appesi ai cartelli
pubblicitari e si sfaldano al suono dei registratori di cassa.
Entriamo in Chiesa per comprare il Dixan, senza confessare i nostri
peccati. E' questo il bello dell'indulgenza. Paghi e sei a posto con
la coscienza. Niente incubi quando vai a dormire. Niente pensieri
quando ti svegli.
Inzuppando
il pane nel latte si ottiene un alimento completo, per una sana
colazione. Eppure c'è sempre qualcosa che non va. E quelle facce lì,
lucide di pixel, mi dicono di no. Niente pane. Niente zucchero.
No
Martini, no Clooney. Ed ecco che la Canalis avrebbe il mal di testa.
Sarebbe disposta a fare la pubblicità dell'Aulin? O fa troppo male
allo stomaco? Eppure la Vecchia Romagna viene osannata a passo di
danza, da anni, con la stessa pubblicità fannullona. Quella non fa
male. Non fa male. Non fa male.
Anche
se ne vedi tre di quello lì, beccare quello di mezzo è più
difficile di quanto credi, caro Rocky Balboa.
Mi
sento pugile anch'io. Dopo mille battaglie. Dopo mille angherie.
Sento la forza che sfila via, in sordina. Un giorno alla volta, un
minuto alla volta. Ma non mi arrendo. La mia Adriana è lì, a bordo
ring, che si gira di lato quando prendo un bel gancio alla faccia.
Non grido il suo nome. Perchè dovrei farlo? Non c'è musica sopra di
me. La vita non ha colonna sonora. Le emozioni sono più semplici,
meno vergate. Sono pugile anch'io. Ma non me ne vanto.
Altre
cose non dette. Forse solo pensate. Ascoltate altrove e travisate.
Parole.
Semplici parole. Per riempire uno spazio.
In
fondo è quello che facciamo tutti ogni giorno.
Parliamo
per riempire lo spazio che ci separa.
Ma
non sempre ci riusciamo, anzi quasi mai. Le distanze che ci separano
appaiono ineliminabili. Lontani, ci vediamo diversi l'un l'altro,
come provenienti da un mondo diverso. Ci guardiamo con sospetto solo
perchè veneriamo un Dio che non ha lo stesso nome o non lo veneriamo
affatto, perchè non vediamo il cielo popolato da angeli, ma solo da
stelle e ci sentiamo diversi da chi non veste come noi, da chi
cammina più chino, da chi alza la testa solo per chiedere scusa.
Vediamo differenze dove non ce ne sono. Solo perchè non riusciamo a
parlare. E le parole non dette diventano macigni, scarpate in cui
cadiamo, burroni in cui precipita il nostro modo di essere, con noi e
il nostro denaro. Scintillanti e tintinnanti. Cadiamo simili a
monetine.
Potrei
fermarmi qui. E non parlare più. Ed in realtà lo sto già facendo.
Sto parlando senza aprire la bocca, scrivendo senza muovere le dita,
pensando senza usare la testa. Vedo il foglio colorarsi di nero, come
in una macabra danza e non ne comprendo la ragione. Queste sono
parole per tutti e nessuno. Sono il senso senza senso. Sono il vetro
senza trasparenza. Sono il mare senza sale. Parole lasciate ad
asciugare come panni stesi al sole. Sono lì, ma nessuno ci fa caso.
Perchè nessuno fa caso all'ovvio. L'ovvio è il torcicollo della
mattina, è la minestra riscaldata, è il silenzio di una persona che
parla. Nella vita di tutti i giorni ci guardiamo l'un l'altro senza
notare qualcosa, sempre. C'è sempre qualcosa che ci sfugge e quel
qualcosa non può che essere l'ovvio. Il dato per scontato. Il senso
comune della normalità. Quello che c'è ma non vediamo, ciò che
vediamo ma senza passione. L'ovvio non suscita emozioni e pertanto
non lo amiamo, semplicemente lo ignoriamo, come la macchia sul
pantalone da lavoro.
Esistiamo.
Siamo qui. L'ovvio. E lo diamo per scontato. Come se fosse la più
semplice delle cose. E non ci interroghiamo del motivo per il quale
siamo qui. Ne prendiamo atto.
Eppure
il mondo delle parole, almeno quelle scritte, sono proprio il canto
dell'ovvio. Sono le domande che non ci poniamo, sono il desiderio di
interrogarsi su ciò che non viene mai chiesto ad alta voce.
Letteratura, la Bibbia dell'ovvio. Parole inforcate come pasta da
mangiare. E vino buono, come sangue da assaggiare. Se facciamo
qualcosa in memoria di qualcuno è solo perchè ci è stato spiegato
quell'ovvio, che non abbiamo capito. Il sacrificio non è compreso,
se non vissuto in prima persona. Ed erigiamo i nostri templi e le
nostre cappelle all'ovvio. A quello che dovremmo sapere ma non
capiamo. A quello che già sappiamo, ma facciamo finta di non capire.
E quando l'ovvio diventa potere, le parole diventano fumo e la vita
diventa noiosa. Diventa rincorsa, psoriasi della pelle, cancro alla
mammella.
Perchè?
L'eterna
domanda. L'eterna risposta galleggiante.
Non
abbiamo una risposta perchè sbagliamo la domanda. Non dovremmo
chiederci un perchè, ma un percome. Non dovremmo domandare al cielo
di cose che stanno sulla terra, né sperare nella stella cadente di
turno. Ma dovremmo essere tutti attratti dal sublime. Quello che
sprizza dagli occhi di uomini che hanno dato risposta ai propri
percome, senza perchè, senza scopi, nel disinteresse che diventa
interesse, in quell'abbraccio così importante che si chiama
comprensione.
Guadagnare
perdendo.
In
economia non potrà mai essere così. Ed è per questo che l'economia
non sarà mai una risposta ai problemi dell'uomo. Il fruscio del
denaro che offusca la mente è droga da mentecatti. Non capirlo,
significa non vedere l'ovvio, appunto, come sempre e per sempre.
Parole
non dette. Cumulo di neve sotto al quale siamo sepolti.
Fiumi
di parole, nel quale affoghiamo le nostre illusioni.
Non
sarà così semplice dire fare pensare, mentre il tempo scorre via e
la morte si avvicina. Ed è ancora una volta l'ovvietà della morte
che ci sconfigge, nella sua triste semplicità, con la sua atroce
naturalezza. Forse ci crediamo immortali, ed è questo il nostro
inganno, le nostre parole non dette, ogni giorno. Ci crediamo diversi
ed unici, ed è questo il nostro frainteso, le nostre occasioni
sprecate, nel tempo. Il nostro domani lasciato a marcire.
Il
domani del mondo, che sarà anche senza di noi, per moltissimo tempo.
Se
cadesse la pioggia su quelle scritte sui muri, potrebbe cancellarle.
A che cosa lasciamo il compito di fare ciò che dovremmo fare noi
stessi? Ha senso chiedersi un perchè e non darsi risposte? Ha senso
credere in qualcosa, se non crediamo in noi stessi? Se sospettassimo
di meno l'uno dell'altro, non ci sarebbe bisogno della pioggia. E
nemmeno delle parole. Che sarebbero non dette, ma innocue, come la
biscia con pupilla rotonda. Mai velenosa, eppur strisciante.
Siamo
altari. A prescindere dalla croce. Siamo coppe e calici, a
prescindere dal contenuto. Siamo campane, a prescindere dalla
cadenza. Siamo frutta frullata, a prescindere dai gusti. Siamo soli,
a prescindere dalla compagnia. Soli con i nostri dubbi e le nostre
parole non dette. Cumulo di anni di silenzio nel borbottio della
vita. Siamo sabbia di mare salata. Indistinguibili se osservati da
lontano.
Siete
arrivati fino a qui? E' assurdo. Trascino queste parole per il foglio
senza uno scopo e non credevo che foste così perseveranti. Non c'è
un perchè alle cose non dette. Sono solo le cose che abbiamo perso
per strada. Non ha senso dar loro importanza. Quindi perchè state
ancora leggendo? Cosa credete di trovare in questo stagno scuro di
parole a mezza bocca? Non ha senso. Le parole non dette sono ciò che
avete già letto senza aprire un libro, o un giornale, o una lettera,
o un biglietto d'auguri. Senza leggerle, sono già vostre.
Con
questo foglio non pretendo di regalarvi nulla di nuovo, così come
credono tutti quelli che scrivono e criticano altri che fanno
altrettanto pensando di essere speciali, superiori, migliori, di
scoprire l'acqua calda e farla passare come l'invenzione del secolo.
Non sono qui per insegnarvi alcunchè. Le parole non dette sono ciò
che è celato. L'ovvio non può insegnare nulla, se non a ridere di
sé. Se non a guardarsi intorno con poca meraviglia. Allora cosa
sperate di trovare in questo foglio bianco? Su di esso non ci sono
parole. Quelle che vedete non lo sono. Sono solo le macchie della mia
verginità.
Sono
solo l'alone lasciato da un bicchiere.
Smettete
di leggere se potete. O finirete come me, drogati dall'ovvio, delusi
da uno sballo fittizio che dura troppo poco. Smettete di leggere se
vi va. Smettete di perdere tempo. Fate come me. Prendete un foglio e
cominciate a scrivere le vostre cose non dette. Sarebbe più utile
che starsene qui a leggere qualcosa che non c'è. Sarebbe più utile
dormire mentre si sogna. Sarebbe più bello volare che restare appesi
a un filo.
Adoro
il giudizio e il pregiudizio, la critica fine a sé stessa. Ed è per
questo che scrivo. Per dare giudizi, per criticare. Ed essere
criticato. Se state leggendo per questo, potrei essere felice, ma lo
sarei di più se foste capaci di guadare in voi stessi senza
vergogna. Sarei più appagato se passaste il tempo a trovare le
vostre parole non dette e non a leggere le mie. Adoro la massa che si
confonde in sé stessa, senza trovare la strada. Adoro il cumulo di
volti di una folla anonima. Adoro le mani alzate al cielo per una
richiesta di aiuto. Odio la vostra remissione a non farvi domande, a
non parlare di voi stessi se non per stereotipi. Giudico anch'io
adesso. E' il mio tribunale. Non potete negarmi questo gioco. Se
leggete siete soggetti al mio giudizio, come quello di qualunque
altro di cui leggete le parole. Chi scrive lo fa per giudicare i suoi
lettori, mai per esser giudicato. Scrivete anche voi. Parlate senza
voce. In questa magica alchimia che chiamate lettura, iattura,
povertà.
Sono
qui per giudicare, attraverso quello che non ho mai detto, parlando
del mondo, di me, di voi. Chissà.
Non
lasciate che questo foglio si cancelli da solo. Cancellatelo voi
stessi. Con un colpo di gomma. Non leggetelo.
Cose
non dette. Appunto.
Cose
non lette. Per sempre.
Parole
senza senso che danno un senso a ciò che non ne ha. A me che non ne
ho. A voi che credete di averlo. Parole che creano un mondo che non
c'è, ma in cui viviamo. Parole che fuggono dalle gole di un'umanità
sempre più stranita a sé stessa. Il mondo moderno è lo
spettacolo televisivo di un passato che si ripete, è il documentario
di un tempo passato che si modernizza e si tecnologizza, è il
balletto di una sterminata marea di persone che inconsapevolmente,
simili a miliardi di formiche, portano briciole di pane nella stessa
tana e per la stessa Regina.
Torcicollo
dell'anima.
Ne
soffriamo tutti inconsapevolmente. Nell'inconscio. Nel mare buio
dell'io. Sappiamo di essere schiavi di qualcosa, ma non vogliamo
ribellarci. Avvertiamo la distorsione della nostra realtà, ma ci
affanniamo ad accettarla. Formiche. In fila indiana, ad aspettare il
proprio turno per morire.
Ho
stampato questo file e l'ho bruciato insieme ad una sigaretta, senza
leggerlo di nuovo. Ma sul computer è ancora qui. In un'altra
dimensione. Potrei cancellarlo. Ma non lo farò. Che senso avrebbe
cancellare qualcosa che nessuno leggerà? Ed anche cancellandolo, lo
cancellerei davvero? Morendo, moriamo davvero?
Ho
bruciato un foglio bianco, credendo di vedere un foglio pieno di
parole. E continuo a scrivere lo stesso. Per annoiarvi, per
annoiarmi. Per credere che esista qualcuno davvero tanto stupido da
leggermi. Per provare a pensare a un modo di dire qualcosa che non è
stato mai detto. Per trovare una forma ad un'idea. Un contenitore ad
un liquido incolore.
Potrei
essere scambiato per un fantasma, solitudine o nebbia. Ma non lo
sono. Almeno tanto quanto non lo siete voi. E se fossimo tutti
fantasmi? Moriremmo davvero? Chi premerebbe il tasto “canc” per
cancellarci dal mondo? Ed esistono altri mondi? Quelli in cui vanno a
dormire i nostri pensieri? I nostri desideri? Le nostre parole non
dette? Se fossi sicuro che fosse così, cancellerei questo file e lo
scriverei daccapo ogni volta solo per ricancellarlo. Fino a svuotare
ogni cosa. Ogni liquido incolore. Ogni impronta indolore. Sarei il
menestrello delle cose immusicali, delle note irriproducibili. Sarei
un menestrello del silenzio. Senza paura di restare a mani vuote.
Perchè avrei sempre qualcosa da cantare. E da dimenticare. Da
cancellare e da invidiare.
Ma
non cancello nulla. Per la stessa ragione per la quale non tutti
decidono di uccidersi. Non sapendo, sopravviviamo.
Scrivere
e cancellare. Che senso avrebbe?
Lo
avrebbe se non fossi io a farlo, ma voi che leggete.
Allora
vi invito a stampare questo file e a bruciarlo nel fuoco. Sarebbe più
giusto. Sarebbe più bello. Sarei il primo a a scrivere qualcosa e a
chiedere che venga bruciata. Sarei l'eccezione ad una regola che non
c'è. Per delle parole non dette, ma che pur ci sono.
Fino
a quando non decidiate di bruciarle.
Moriranno
con me. Ed è questo ciò che fanno tutte le parole non dette di
ognuno di noi.
Il
trucco di cui parlavo prima era proprio questo.
Non
leggere nulla. Ma solo bruciare. Cancellare.
Le
mie parole non dette. Le cose che moriranno con me.
Se
non aveste seguitato a leggere.
Se
non foste arrivati fin qui.
Se
non aveste cercato qualcosa, laddove non c'è nulla da trovare. Se
non aveste pensato di capire, qualcosa che non può essere spiegato.
La
vita, la morte, non hanno ragione. Per il semplice motivo che
l'abbiamo cercata, sbagliando il presupposto.
Metto
un punto e vado a capo.
Una
virgola e mi riposo. Un punto esclamativo e mi commuovo. Due punti e
pretendo di spiegare.
La
vita, la morte, non hanno punteggiatura. Scriverne è vano. Ma non
insensato. Leggerne è perdere tempo. Ma non avventato.
Punto.
Che
non è un'auto che ci porta in qualche posto. Ma un addio.
Virgola.
Che non è un ricciolo scomposto sulla fronte. Ma un saluto.
Vita.
Che non è una parola. Ma un mistero.
Morte.
Che non è un mistero. Ma una tetra realtà.
Le
mie parole non dette. Che non sono un vaneggiamento. Ma una perdita
di tempo.
Sono
onesto con me stesso almeno quanto lo sono con voi. Almeno in ciò
non posso essere biasimato, anche se mi dispiace. Perchè adoro
essere biasimato. Mi rende più allegro. Mi restituisce un sorriso
che i complimenti mi tolgono. Perchè i complimenti appiattiscono,
cullano, illudono, inviliscono, fanno diventare vecchi. Il biasimo,
mai. E' lo spillo che ti punge sulla guancia. E' la lacrima che hai
versato al tuo battesimo.
Battezzati
nel nome del Signore. Che vanagloria! Quale presunzione ci condanna a
morire!
Ci
biasimiamo a vicenda. E non sappiamo perchè. Battezzati con acqua e
purificati col fuoco dell'inferno.
Non
è così che si dovrebbe parlare. Se la fede ti accompagna. Ma la
fede è qualcosa di non detto. Come queste parole. E' un vagito
ovattato che riecheggia nella caverna dell'anima nostra. E' la
reminiscenza di qualcosa che non cogliamo.
Sono
altre parole non dette.
La
fede è qualcosa che si ha, senza cercarla. E' qualcosa che si prova,
senza assaggiarla. E' qualcosa che si sente, senza pronunciarla.
Mi
biasimano anche per questo. Per non avere fede. E adoro quando lo
fanno. Perchè mettono a nudo la mia solitudine interiore.
Spingendomi a fare cose che non farei, per non restare più piccolo e
corrotto.
Amo
chi possiede la fede. E forse li invidio. Ma non li biasimo. Biasimo
i loro anfitrioni, i loro pulpiti e i loro incensieri. La loro acqua
santa e le coppe d'argento e d'oro massiccio. Il loro modo di
vestire, pur sapendo che l'abito non fa il monaco. Pur sapendo che un
risvolto d'oro filigranato è bello a vedersi ma inutile a dirsi.
L'eucarestia potrebbe essere fatta con biscotti e latte di vacca, in
bicchieri di carta. E avrebbe lo stesso valore. Perchè siamo noi a
dare valore alle cose, non viceversa.
Diamo
valore alla fede, perchè è qualcosa che ci appartiene e ne ha di
per sè. Ma una chiesa damascata o un garage impolverato, non hanno
valore se ad entrarvi non sono persone che hanno una fede.
La
politica dei pulpiti è una condanna. Perchè non l'abbiamo ancora
capito? Siamo altari. A prescindere dalla croce. Ognuno di noi.
Anch'io, che fede non ne ho. Ma non dovremmo sopportare la reprimenda
di persone che vivono nel peccato quanto chiunque altro, perchè
uomini. La fede e la tonaca sono due cose diverse. Una corona non può
essere simbolo di lealtà a prescindere dal resto. E' l'attribuire
valore ad un simbolo che fa della veste talare qualcosa che non
dovrebbe.
Guardo
la croce e mi commuovo. Guardo le ferite di Cristo e piango per lui.
Come farei per chiunque altro. Perseguitato, condannato, ucciso
ingiustamente. Dal potere. Non dal un volere divino. Dall'uomo.
Quello stesso uomo cattivo per cui il cambiare lottava. Per cui ha
rinunciato a se stesso. Molti uomini hanno fatto così, prima e dopo
di lui, ma di molti il ricordo si è perso nel tempo. Molti son morti
con in mano le armi . Che siano state pietre, parole o fucili. Il
loro grido di dolore per l'umanità ha scalfito le certezze di molti,
ha ridato speranza a tutti, ha dato luce all'ombra che ci portiamo
dietro.
Non
è dunque questione di fede. La religione non è liturgia. Le gesta
degli uomini non sono parole scritte su un libro. Sono un dito che
indica un cammino. Se duemila anni dopo siamo qui, e un nuovo Cristo
non c'è, non è colpa sua, né tanto meno di Dio. La tristezza sta
nel rendersi conto che duemila anni dopo non dovrebbe esserci
soltanto un Cristo, ma sei miliardi di Cristo. A popolare la terra.
Solo così il sacrificio avrebbe redento il peccato del mondo. Ma non
l'ha fatto. E non per colpa di chi è morto sulla croce.
Il
sangue delle frustate e delle spine, avrebbero dovuto essere
un'immagine fissa per ognuno di noi, nel corso del tempo. E invece
per molti è stato solo un simbolo da sventolare come bandiera, come
tifosi in uno stadio. Fedeli ai propri colori a prescindere dal loro
significato.
Siamo
campane. A prescindere da quale intonazione.
Ognuno
suona la sua.
E
non basta un morto ammazzato per cambiarci e redimerci. Per dare
senso alla nostra esistenza. Il sangue si raggruma e svanisce. Il
ricordo si offusca ed il racconto si muta di bocca in bocca. Il
dolore si dimentica e lascia il posto all'apatia. Il pianto si
asciuga e perde senso.
Quando
piangiamo, un attimo dopo, non sappiamo più per cosa piangiamo e
dobbiamo fare uno sforzo notevole per ricordarlo. O meglio per dare a
quel pianto lo stesso significato iniziale. E' come se piangendo
scaricassimo il dolore e ce ne dimenticassimo, come se ci astraessimo
dal dolore lasciandolo vuoto, senza peso. Dopo tanto tempo, nemmeno
ricordiamo di aver pianto. Perchè il dolore è così. E' un momento
che va e che non si ricorda. E' una parola non detta. E lo laviamo
col pianto, acqua dell'anima.
Siamo
esseri pensanti o pensiamo di esserlo? Siamo capaci di amare o
sappiamo solo odiare?
Laviamoci
le mani insieme a questa tavola di parole. Prendete il vostro posto,
la cena è in arrivo.
Se
uno di noi è capace di morire per tutti, perchè non dovremmo
emularlo?
E
perchè speculare in suo nome?
Siamo
speciali o solo un po' stupidi?
Cosa
siamo in fondo?
Siamo
effetti speciali. Non altro.
Siamo
illusioni cullate. Passioni irrisolte e inconciliate.
Siamo
tutti, dall'ultimo al primo, parole non dette.
Lasciate
passare e dimenticate.