mercoledì 19 dicembre 2012

La Grecia sull'orlo della Guerra Civile.


DI WOLF RICHTER

testosteronepit.com

Mi chiedo quanto ancora potrà sopportare questa società prima di esplodere” ha detto Georg Pieper, uno psicoterapista tedesco specializzato nella cura dei disordini post-traumatici a seguito di catastrofi, grandi incidenti (incluso quello tremendo verificatosi in Germania), atti di violenza, sequestri di persona; questa volta, però, parlava della Grecia. 

Aveva trascorso diversi giorni ad Atene, dando gratis dei corsi in terapie post-traumatiche a psicologi, psichiatri e medici, essendo questo un paese in profonda crisi. Era accompagnato da Melanie Mühl, giornalista del quotidiano Frankfurter Allgemeine. E nel suo rapporto (1), la Muhl denuncia il modo in cui la crisi greca è stata descritta ai “consumatori di notizie” in Germania.



Non era che “una lontana minaccia che si profilava all’orizzonte”, definita in termini poco comprensibili, come stretta bancaria, taglio di spese, buchi di miliardi di euro, cattiva gestione, Troike, rifinanziamento di debiti… "Invece di riuscire a comprendere qual è il contesto generale, non vediamo altro che la faccia scura di Angela Merkel che sbuca dalle limousine nere a Berlino, Bruxelles ed altre città, avanti e indietro tra un summit e l’altro, dove si sta elaborando, pezzo dopo pezzo, la grande “manovra di salvataggio” della Grecia e dell’Europa". (Si legga anche: La Maledizione dell’Euro “Irreversibile”). (2)

Ma quello che succede veramente in Grecia viene completamente taciuto dai media. Pieper definisce questo fenomeno “Una gigantesca opera di repressione”.
E quindi riportano le notizie che non possono essere rivelate camuffandole con acronimi e gergo finanziario incomprensibile all’uomo comune.

Ci sono state donne in gravidanza che andavano da un ospedale all’altro, pregando di poter partorire lì, senza assistenza sanitaria e denaro, e nessuno che le aiutata. C’è stata gente, prima appartenuta alla classe media, che ora frugava tra i resti delle bancarelle della frutta e verdura a fine giornata. Ho visto queste attività persino a Parigi; se la Muhl ci facesse più caso, potrebbe vederle anche in Germania. Non succede solo in Grecia, dove la gente, distrutta per la disoccupazione e il taglio dei salari, tenta l’impossibile per sbarcare il lunario e mettere in tavola del cibo ogni giorno. E le maggiori aziende produttrici di beni di largo consumo stanno già reagendo: “L’impoverimento dell’Europa”. (3)

Spezza il cuore, la piaga della crisi in Grecia. C’era un anziano, che aveva lavorato per 40 anni, che si ritrovava con la pensione dimezzata e non poteva permettersi di comprare le medicine per il cuore. Per andare in ospedale doveva portarsi le proprie lenzuola e il proprio cibo. Poiché la società di pulizie se n’era andata perché non veniva più pagata da tempo, i bagni venivano puliti a turno dai medici e dagli infermieri. In ospedale scarseggiavano i medicinali e altri presidi come i guanti da chirurgo ed i cateteri. E la percentuale dei suicidi è raddoppiata nel corso degli ultimi tre anni – due terzi di questi sono uomini.

“Trauma Collettivo” è quello che Pieper vede in questa società a cui è stata strappata la terra da sotto i piedi. “I maschi in particolare sono i più colpiti dalla crisi” ha detto Pieper, poiché i loro salari sono stati decimati, o hanno perso completamente l’impiego. 

Guardano con profondo odio al sistema politico ultra-corrotto e ad un governo clepto-cratico che ha fatto così tanti danni al paese; e sono furiosi per le politiche internazionali di “salvataggio” che beneficiano solo le banche che le mettono in atto, non certo la gente. 

Questi uomini poi portano la loro rabbia nelle case, nelle loro famiglie, ed i loro figli portano poi questa rabbia in strada. Da qui il crescente numero di atti di violenza di gang di strada che attaccano le minoranze. “L’istinto di sopravvivenza negli umani è forte” – dice Pieper – “e quindi gli umani sono capaci di superare difficoltà anche gravissime. Ma per farlo, hanno bisogno di una società giusta che funzioni con reali strutture e “reti” di sicurezza. Ma in Grecia la società è stata per anni svuotata e depauperata fino al punto dell’attuale crollo definitivo”. 

In una situazione così drammatica come la vediamo in Grecia, l’essere umano diventa una sorta di predatore a cui interessa solo se stesso e la propria sopravvivenza” spiega Pieper. “Il puro bisogno lo spinge a gesti irrazionali e, nei casi più estremi, al crimine.” “In una società che ha raggiunto questo stadio, la solidarietà viene completamente sostituita dall’egoismo”

Pieper si chiede, quindi: “Quanto ancora potrà resistere una società in queste condizioni prima di esplodere?” La Grecia è sull’orlo della guerra civile, sembra soltanto una questione di tempo prima che la disperazione generale della gente si trasformi in violenza collettiva e si propaghi in tutto il paese. Tutto questo è il prodotto finale delle politiche europee di “aiuto”. 

Mentre l’Eurozona tenta ogni mezzo per rimanere in superficie mentre la valanga della crisi del debito travolge la Grecia ed gli altri paesi periferici, e mentre l’Europa cerca di restare in piedi legandosi con il nastro da pacchi, uno contro l’altro, continuando a sfornare norme emanate da eurocrati trans-nazionali non-eletti, la Svezia ci ripensa: non c’era mai stata prima così tanto avversione per l’Euro. Si legga: “Record di ostilità della Svezia per l’Euro.” (4) 


Fonte:  http://www.testosteronepit.com/home/2012/12/15/the-price-of-collective-trauma-greece-at-the-brink-of-civil.html
15.12.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

NOTE

1) http://www.faz.net/aktuell/feuilleton/debatten/krise-in-griechenland-eine-gesellschaft-stuerzt-ins-bodenlose-11992352.html
2) http://www.testosteronepit.com/home/2012/11/15/the-curse-of-the-irreversible-euro.html
3) http://www.testosteronepit.com/home/2012/8/29/the-pauperization-of-europe.html
4) http://www.testosteronepit.com/home/2012/12/12/swedens-euro-hostility-hits-a-record.html

martedì 18 dicembre 2012

L'Apocalisse è un dato certo - Un atto dovuto e ineluttabile.


di Gianni Tirelli
Ma crediamo davvero, che dopo avere contaminato le acque e l’aria, avvelenato la terra di scorie e rifiuti tossici, disintegrato e incenerito migliaia di milioni di ettari di foresta e costrette all’estinzione infinite specie animali e vegetali, tutto si possa riassorbire, possa rientrare e ricomporre, senza che l’uomo di questo secolo dissennato, paghi il prezzo della sua perversione e degenerazione?
Crediamo davvero, che dopo avere investigato, violato e profanato i misteri della vita, facendo carta straccia di ogni principio etico e valore morale, trasformando il tutto in merce insanguinata da consumare e dalla quale trarne mero profitto, tutto si possa riassorbire, possa rientrare e ricomporre, senza che l’uomo di questo secolo dissennato, paghi il prezzo delle sue aberrazioni.
Crediamo davvero che l’incommensurabile dolore prodotto dalle crudeltà inferte a centinaia di milioni di bambini nel mondo e alle loro madri – bambini senza pane e senza acqua e, di altri, affetti dalle più diverse patologie da denutrizione e di natura igienico-sanitarie, bambini sfruttati, abusati, espiantati dai loro organi, ridotti in schiavitù, indotti alla prostituzione, bambini soldato scaraventati a combattere guerre fratricide – crediamo davvero che tutto questo si possa dissolvere come fumo nel vento, senza che l’uomo di quest’epoca bastarda paghi il prezzo delle sue inenarrabili atrocità?
E cosa dire dei trentamila bambini che muoiono ogni tre secondi per malnutrizione, e altrettanti per mancanza d’acqua potabile? Di quelli dilaniati dalle bombe intelligenti, quelli affetti dall’Aids e dalla Lebbra, dei piccoli migranti finiti in fondo al mare, dei neonati affetti da patologie tumorali indotte dall’amianto, diossina e metalli pesanti, e di una moltitudine di adolescenti devastati dalle droghe, dall’alcol, dagli psicofarmaci e da un’infinita lista di malattie neurologiche – bambini anoressici, bulimici, celiaci, vittime di messaggi mediatici deliranti ed altri ancora, asserviti alle ingannevoli seduzioni e lusinghe di un benessere inanimato? Crediamo davvero che tutto si possa riassorbire, possa rientrare e ricomporre, senza che l’uomo di questo secolo dissennato, paghi con la vita, il prezzo delle sue immonde turpitudini?
Lo dovremmo chiedere a loro: a quel miliardo e cinquecento milioni di denutriti. Lo dovremmo chiedere all’acqua, all’aria, agli alberi e agli uccelli – al silenzio, alla compassione, alla felicità e alla bellezza – lo dovremmo chiedere alla speranza e alla solidarietà, al profumo dei fiori e alle profondità del mare. Dovremmo chiederlo a tutti i civili iracheni, libici, afgani e siriani e di tutte le guerre moderne, dilaniati dalle bombe intelligenti, dall’uranio impoverito, dal fosforo e armi batteriologiche.?Dovremmo chiederlo a tutte quelle persone sacrificate sull’altare del “progresso”, devastate dall’amianto, dalla diossina, dai pesticidi, diserbanti, metalli pesanti, pcb e affini, e da un inquinamento endemico, che miete sistematicamente sempre più nuove vittime.?Dovremmo chiederlo agli ebrei arsi dentro i forni crematori nazisti, alle vittime di Chernobyl,  ai giapponesi di Hiroschima e Nagasaki, e a tutte le vittime dell’industria bellica, dell’industria chimica, dell’industria della menzogna. Crediamo dunque davvero, che tutto si possa riassorbire, possa rientrare e ricomporre, senza che l’uomo di questo secolo maligno, paghi con la vita, il prezzo della sua disobbedienza?
Siamo già nel centro di un’apocalisse che, a breve, si mostrerà in tutta la sua straordinaria potenza distruttiva.
A nostri bambini lasciamo un mondo senza vita, una realtà senza sogni, una libertà senza regole -  e bugie, bugie, sempre e solo bugie!
E noi, cosa mostreremo a Dio, quando quel giorno dovrà giudicare le nostre azioni? Gli parleremo forse della crescita e dello sviluppo, del progresso e dell’innovazione, della ricerca e della tecnologica? Quando invece, Lui, vorrà guardare le nostre mani per contemplare i calli della nostra fatica!!
Proprio in ragione di tutto ciò, posso affermare, con la certezza e il disincanto di chi ancora sa interpretare i segnali del cielo, ascoltare il tormento straziante degli spiriti della terra e le loro promesse di vendetta, che la fine di questo mondo, è prossima e ineluttabile.

domenica 16 dicembre 2012

Il mondo dei vorrei.


di Francesco Salistrari.

Intorno.
Tutto intorno.
Ascolto notizie stanche. Simili a vecchi che si trascinano.
Sembra di rivivere ogni giorno la patetica ramanzina di un vecchio, su gambe malferme, Alhzeimer imperante, tristi presagi, ancor più tristi trascorsi.
Giro, leggo, ascolto.
E non cambia mai niente. Sempre la stessa musica. Odiosa, minacciosa, angosciosa. Come una cappa di nubi scure pronte a sputare pioggia sporca sui nostri visi smagriti.
E parole, parole che rintronano, che si ripetono, che perdon di senso a ripeterle sempre.
Economia, economia, economia, economia, economia.
Crisi, crisi, crisi, crisi, crisi, crisi.
Moneta, moneta, moneta, moneta, moneta.
Pezzi di sclerosi cerebrali trasformate in realtà. In verità. Religione secolare di un secolo già visto.
Cambiano i nomi, i posti, i paesaggi, ma gli occhi, quelli son sempre gli stessi. Vitrei, sconvolti, sviliti, spremuti. E sono a milioni. A milioni di milioni. Occhi a cui è stata tolta la capacità di guardare, di scoprire, di sorprendersi.
Di splendere.
Ed è un genocidio continuo. Completo. Senza soluzione di sosta. Senza pudore. Sotto altri occhi. Vigili e impietriti, privi di colore, se non quelli di un buio che si camuffa da luce.
Guardo intorno. Tutto intorno. E vedo. “Cose dell'altro mondo”, direbbe qualcuno. Purtroppo cose di questo mondo e di questo soltanto. Quello che abbiamo voluto. Quello che contribuiamo a tenere in piedi.
Il sistema.
Un'altra parola ricorrente.
Sistema, sistema, sistema, sistema.
Sistematico.
Sistemico.
Parole vuote di umanità. Ricolme di follia.
Non c'è afflato. Non c'è anima. Non c'è nulla di quello che dovremmo essere.
Ecco un altro concetto. “Il dover essere”. Eppure non esiste dovere. Se si perpetua questo crimine immondo senza battere ciglio. Un crimine contro ogni cosa, di cui perdiamo l'essenza, di cui non riconosciamo che il nome. Contenitore vuoto.
Un nome è una forma. E' una scatola dove riporre pezzi di anima, nel frattempo raccolti ad osservare e ad amare le cose a cui pretendiamo di dare quel nome. Senza di ciò, non resta altro che la disumanità di ergersi a immagine e somiglianza di un Dio che se anche esistesse ci guarderebbe schifato. Non abbiamo imparato. Non abbiamo voluto farlo, dagli errori, dagli orrori, dai delitti di cui ci siamo macchiati, dalla carne che abbiamo mangiato mai sazi, dalla bramosia di possedere mai paga, di recintare, serrare, dividere, emarginare, distinguere.
“Quell'uomo si distingue sicuramente per...”
Si distingue per una beata minchia.
Quell'uomo se non avesse incontrato altre persone, splendide, uniche, miracolose, o minacciose, cattive, puerili, folli, bestiali, non sarebbe nessuno. Nessuno. Si distinguerebbe solo per la sua piattezza robotica. Qualsiasi essere umano è SOLO gli altri esseri umani che ha incontrato nel proprio cammino, nel bene e nel male. Dovunque esso vada, è fatto di frammenti di loro, che si porta appresso, attaccati addosso come pezzi di pelle che non cadono più. Cicatrici di invisibili impianti, fusioni, condivisioni riuscite. Qualsiasi essere umano ha negli occhi ciò che ha visto, nelle orecchie ciò che ha sentito, nella bocca ciò che ha detto e sentito pronunciare, nel cuore ciò che ha provato e fatto provare e riprovato a sua volta. Non esiste un essere umano bastante a sé stesso. Non può esistere. Se esisterebbe, la donna non avrebbe funzione. E forse è per questo che è ancora da tanti, troppi, disumanizzata, inschiavita, picchiata, umiliata, denigrata, calunniata, ingiuriata, offesa, svilita.
Alienazione.
Un altro concetto.
Bravissimi a creare concetti. Ad appiccicare etichette. Mai a saperli leggere quando ci viene richiesto.
Giriamo la testa di lato ad una mano che cerca comprensione, conforto, coraggio con tanta di quella disinvoltura da sembrare normale. E ci infastidiscono i morti di fame per strada, gli zingari inquieti, gli stranieri venuti chissà da dove e per cosa, come fossero insetti, mosche moleste nella nostra stanza, chiusa, personale, nel nostro mondo individuale che non sa, non vede, non vuole vedere l'immane bellezza che esiste negli occhi di un uomo, chiunque esso sia.
L'immane bellezza di quella luce che risplende da sé, come un sole dinnanzi al sole, sole essa stessa. Quella luce, unica, capace di rischiarare il buio di un'esistenza a cui, ahimè, dopo millenni, migliaia e milioni di anni, non abbiamo dato ancora un perchè, una ragione, un senso, uno scopo, un valore.
Si è ucciso in nome di qualsiasi cosa, su questa Terra, purgatorio di anime inquiete e incapaci di riconoscersi a vicenda. Si è ucciso in nome del bene, per giunta. Del giusto. Della verità. Perfino di Dio.
Ancora contenitori vuoti che non significano un cazzo.
Negarsi la vista di quella luce, splendida, meravigliosa, miracolosa che alberga negli occhi di un uomo, in quelli di una mamma che accudisce il suo bambino, in quelli di un genio che vede, solo attraverso quella luce misteriosa, l'esistenza dello spazio e del tempo, ne intuisce la forma, ne ama i colori, ne ascolta le parole silenti; negarsi tutto questo, significa rinnegare sé stessi, ciò che siamo, ciò che dovremmo essere.
Invece siamo ricolmi di... vorrei.
Vorrei essere. Vorrei questo. Vorrei quello...quell'altro... e ancora.. e ancora... e ancora... (per quanto?).
Un vorrei immerso fin dalla notte dei tempi in mezzo a questa umanità, inferocita contro sé stessa.
Pronta sempre a farsi la guerra per un assurdo, inesplicabile, inconcepibile, eterno, vorrei.

sabato 15 dicembre 2012

Vaniloquio della Vanagloria.


Mettete in Play la musica del video e leggete... lentamente... un pezzo che vi trascinerà insieme a sè nella schizofrenia del mondo d'oggi.




di Lady Labyrinth 

Facciamocelo un giro su questa giostra scordata. C’è musica per le nostre orecchie! Ho detto scordata, non dimenticata.
Facciamocelo insieme. Che c’è? Tutto bene? Siete tutti al sicuro stipati nei vostri appartamenti? Appartati! Sezionati in parti, tagli da macello.
Cosa? Iniziate a sentire? Quel gemito come paura… Ma cosa credete?
Il mondo è ammantato da un groviglio di fili,
stretti,
avviluppati,
neuronali,
circuiti di leggera tensione scoppiettante … piccoli borbottii qua e la.

Ma va tutto bene. Va…, ma tutto bene. Se lo sentite, v a t u t t o b e n e.

E’ l’aggancio al mondo, il vostro posto nel circuito. Predisposto ma non scelto. Se questa adrenalina vi attraversa, questo leggerissimo solletico, non temete, è solo una danza etologica. Gli animali si preparano, in difesa della loro zona, in difesa del loro territorio spinato, della loro preda conquistata, decisa, auto referenziata. Ci si prepara, ognuno a suo modo, a questo tenue sottofondo di rumori, di piume che si gonfiano, di fauci che digrignano, di questo andare avanti e indietro pur restando allo stesso posto, in difesa della paura, nell’istante immediatamente precedente all’attacco. Qui è lì piccoli segnali, schieranti, navi che si danno appuntamento al largo di un profilo di terra, un missile più in là lanciato a riprova del nulla. Puff: fuoco di artificio. Ruggito. Soffio. Inarcamento di schiena. Animali.
Ed io che rido con la faccia del pazzo. Il riso sordo con gli occhi di vetro, sguardo che non riflette nulla, assente, in netta contraddizione con il ghigno della bocca. Occhi e bocca non si sono messi d’accordo. Allora, non temete, è il soliloquio del pazzo, del burattino di turno, dell’internato penoso, appestato, appestante, alienato. Eppure, eppure è irresistibile visione, bieco insulto, presa in giro del prossimo, vanagloria del demente.

Ho sentito il lupo ululare. Il segnale di richiamo, il raduno di carne e ferro. Nelle piazze urlano voci che si sovrappongono, si affollano, megafoni auto-diretti, dischi e ritornelli: dispiegamento di due batterie Patriot per la difesa antimissile, per la difesa antiaerea. Complesso, amplesso di 400 soldati (che gemiti)! Altre quattro batterie Patriot da nord ovest (fruste del piacere). Acquistati uccelli di ferro. Boati di ferro, freddo di acciaio, bisognerebbe bloccarla quell’acciaieria, bisognerebbe interpretarlo quell’uragano sopra le fabbriche. Presto, non c’è tempo: votAntonio, votAntonio, votAntonio. Daremo due soldi a quello là, o una assoluzione, too nano to fail! Fuochi di artificio dall’ est, o è solo il sole quando spunta in Corea? Ora, Ora, ORA: ” una risposta appropriata”, “una risposta appropriata”, “una risposta appropriata”, “una risposta appropriata”. SI INVOCA IL RADUNO- SI INVOCA IL RADUNO- SI INVITA A IL RADUNO!
Ed ancora al raduno: Soprassediamo! Soprassediamo! Signori, siamo distratti, abbiam perso una esse! Sopra sediamo! E’ caduta una esse! Sarà stato uno sbaglio???? No, una rivelazione: mettiamoci sopra il nostro pugno pesante! Sediamoci sopra! Ghiotto di bava il Banchetto, banchetto di Dio, all’altare del sacrificio dei Filistei, pronti all’ostia dell’estrema unzione. Qualcuno andrà pur sacrificato. I migliori sono sempre quelli che se ne vanno! I migliori sono i figli di Dio.
Eccolo, come si prepara! Lo vedete? E’ il girotondo mantrico attorno all’ ombelico, è il risucchio di Coriolis, scarico e spurgo di una crosta di pietre che poggia il culo su una pozza nera, viscida, un catino di resti di vita liquefatti, cadaveri storici. CADAVERISTORICI.
Perché?
Dio il settimo giorno si riposò, l’ottavo creò gli assiomi del “Free-the-man”. Ho sbagliato la pronuncia? Ancora una distrazione, Friedaman! Come fosse forza di gravità, scivolo involontario. Imperscrutabile volontà della natura. Maniacale delirio di presunzione.
Volontà divina! Ohhhhhhh: “oh” come stupore!
Oooooooo: “o”come congiunzione logica, pura, semplice, saccente, lapalissiana masturbazione mentale a cambio fisso, a interessi variabili, a valore nominale! (((Non posso farne a meno, perdonatemi, non resisto è il risolino isterico, impetuoso, impietoso, schizofrenico: Ahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahah. Ahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahah. Geniale! E’ un imbroglio! Totò sta vendendo la fontana di Trevi!! Davvero geniale!
Cosa? Cosa dite? Non è Totò?!?!?!? No, non è Totò. Accidenti, ancora una distrazione. Aladino la comprerà sul serio quella maledetta fontana. Esprimete pure i tre desideri!)))

Valore nominale: l’ottavo giorno è stato creato il nulla! Un idea più che altro, un pensiero, un arrangiamento venuto male, una stortura, il delirio del nulla! Bandiera dietro la quale correre, riunirsi, centrarsi, adunarsi, fosse seme della vita …, tutti a questa fonte opaca, nera senza riflesso! Fosse vita, fosse essere, fosse morte, ma non è niente. Eppure è vita e morte. Pasteggiamo con calici ricolmi di essa. Cincin, cincin,cin,cin, la salute è vostra, teatrino di ventriloqui, sorrisi immobili come maschere da teatro! Mangiate e bevetene tutti, questo è il NOSTRO sangue.
Cosa c’è? Un brivido? Una domanda? Una piccola ciarlatana paura? Ahahahahhahah, e ridete pure voi! Non c’è nulla da temere. Questo è solo il vaniloquio di un folle. Il soliloquio ottuso di quei fili a corrente alternata, di questa unica enorme ingarbugliata matassa di adenine, citosine, guanine, timine.
Ine,
ine,
ine,
ine, sono cose piccine,
cose da niente.
Come me.
Ineine!
Restate pure appartati, quant’è volgare questo accanimento, la puzza nauseabonda di questo fiato, rifuggite pure da questo blateramento biascicante. Il ragioniere sarà pur ragionevole e tutto tornerà a posto. Sono solo dei più (+) o meno (-) in questa dannata bramosia di conti. Il saldo avrà la chiusura ovvia del pari. E l’utile tornerà inutile. Sono solo numeri che cadono, come pioggia. Conta, conta, conta! Conta contare. Tu conti? O hai dimenticato la tabellina dell’uno? Tu conti? O non sei mai servito a nulla?
.
Resti muto, forse? Ingabbiato? Respinto e ricacciato? Ecco che sei! Sei il vomito e il rigurgito della vacca.
Questo sei. Questo siamo. Concertisti della compagnia dei dementi. Orchestra muta e grottesca delle vostre facce di cera.
Non credetemi. Rilassatevi, distendetevi, scioglietevi, dissolvetevi.
Sono solo il riso muto del demente: il vostro.

giovedì 13 dicembre 2012

Le cose non dette.



di Francesco Salistrari 
Non ho parole per questo foglio.

Quelle che vedete non lo sono.

Potreste non leggere e sapere lo stesso cosa dicono.
Evitate di farlo, se proprio non ne potete fare a meno.
Non ho voglia di parlare, non stasera.
Questo è il foglio delle cose non dette, dei pensieri non fatti. E' il foglio dei forse. Quello più grande, quello sempre pieno.
Ma non leggete. Non ne avete bisogno.
Le cose non dette se l'è prese il vento. Sono sparite. Sono il file che avete cancellato per sbaglio, sono il rammarico nel vostro caffè. Non ha senso volerle ascoltare. E' meglio non sapere ciò che non si è avuto il coraggio di dire.
Nella nostra vita le parole che non abbiamo mai pronunciato ma che avremmo voluto pronunciare, sono sempre di più di quelle che abbiamo poi effettivamente detto. Sono il nostro lato oscuro. I sentimenti nascosti. I pensieri non confessati.
Anche adesso, quelle che vedete sono parole non dette. Sono le cose che nessuno leggerebbe.
Odio la tua faccia, quella tua espressione di compiacenza che nasconde la pena. Come odio il tuo sorriso, si, il tuo. Quello finto, lascivo, schizofrenico. Non sai l'orrore che hai dentro e vorresti vedere il mio. E tu, che stai dietro l'angolo, quasi in disparte, fantasma bugiardo che mente solo a se stesso, dove credi di nasconderti? Tutti ti vedono, tutti sanno e tutti parlano male di te. Ti odio perchè ti odi e tu odi me perchè faccio altrettanto con me stesso. Stessa mela, parti diverse. Marce ugualmente.
Vedo tutti, lontani, indistinti, come vapore. Siete persone inutili, arroganti, saccenti, ignoranti. Vedete cose che non vedo e mi date del pazzo, vi guardo e vi considero come me. Pazzo. Chi non lo è, in fondo? Abbiamo tutti il tocco della follia. E' l'unica cosa che ci salva da noi stessi. E' il collare antipulci per le nostre cattive abitudini.
Cosa sono questi segni per strada? Non ci sono cavalli. Allora cosa sono quelle montagnucce scure per terra? Morbide, filamentose, consistenti, quasi fumanti. Umilianti per la vista.
Vorrei pestarle, ma mi sporcherei solo le scarpe.
Su su, il mio sguardo potrebbe andare anche più su. E l'opinione che ho, non sarebbe diversa. Vedrei cacca da cavallo comunque. A prescindere dalla latitudine. Considero questo spettacolo l'escrescenza purulenta di una brutta infezione virale. Non posso pensare diversamente. Perchè dovrei fare il contrario? Solo per rispetto verso me stesso come uomo? Sarebbe bello se fosse così semplice. Ma ciò che vedo, non può non farmi pensare ad una brutta malattia.
Avete letto fino a qui?
Un foglio bianco pieno di lettere nere.
Non vi manca certo la costanza.
Come esseri umani ne abbiamo scritto di libri. Fiumi di parole. Pensieri, emozioni. Nei libri c'è la scienza dell'uomo. Tutto il sapere. Tutte le parole dette. Ma mai quelle non dette. Non esiste un libro che racconta una storia che non è mai stata raccontata. O forse si. Forse in fondo, lo sono tutti i libri. Ogni libro è ciò che non è stato detto.
Il dubbio mi assale. Centra l'inconscio? Risposta ai nostri dubbi. Quando non capiamo una cosa, è sempre colpa dell'inconscio. Questo qualcosa che non si sa cos'è, com'è, se esista davvero, ma a cui si attribuiscono gli artifizi più sorprendenti, nelle cose dell'uomo. Un deus ex machina che risolve i problemi. Un Wolf per ogni stagione. Per ogni situazione. Ti suona la porta, ed il garage è pulito prima dell'arrivo di tua moglie.
Se i libri sono lo sfogo dell'umanità, i pensieri reconditi del genere umano, siamo nella merda. Ve lo dico col cuore. Senza infingimenti.
Perchè se anch'io in questo momento stessi rimpinguando in qualche modo il bottino delle cose mai dette dall'umanità, saremmo un popolo di pirati. Che si frega a vicenda da sempre.
E' meglio non leggere allora. E non sfiorare questo beccatello con dita fameliche.
Abbiamo tutti bisogno della gobba, con dentro i pensieri.
Chini e languidi camminiamo per le strade stringendoci le mani, in segno di pace. Siamo tutti un pozzo di inespressioni, di se, di ma, di forse. Di che? Siamo tutti così, come me, come te. Ladri. Impuniti. Spietati.
Rubiamo le parole e le mescoliamo tra di loro. Per dare un significato alle nostre domande. Per dare un senso alla nostra esistenza. In competizione solo col tempo, e non tra di noi. Ma è davvero così?
Non ne sono sicuro. Ancora il dubbio di prima.
Dovrei parlarne. Di questo dubbio. O forse l'ho già fatto, allora dovrei astenermi. Dovrei fare tesoro di ciò che ho detto e invece ho dimenticato. Perchè potrei ripetermi come un vecchio. E allora sarei patetico. Come mi capita spesso.
La tua faccia che ride, mi sta sul cazzo. Non la sopporto. Perchè mi guardi così?
Guardiamoci in giro, per favore. Cosa vediamo? Luci, strade, macchine che passano, persone, nessuno, polvere, nebbia, silenzio. Vediamo tutti la stessa cosa. Un gioco per bambini, dove si muore davvero.
Siamo tutti personaggi di un gioco. E l'armadio che vedi in realtà non esiste. E' lui che l'ha creato. E' lui che ci ha messo dentro certe emozioni. Siamo due calcoli matematici che hanno fatto sesso tra loro. Ma è Jimmy l'artefice di tutto.
Chiuderemo gli occhi, e non resterà nulla. Cavalli scalpitanti una vita, mortadella alla fine.
Vagoni, camion, di mortadelle. Grandi. Pesanti.
Vorreste trovarvi improvvisamente appesi a dei ganci? Trasportati chissà dove. Al freddo di una cella frigorifera. Pronti per essere tagliuzzati e serviti freddi? Sarebbe uno spettacolo fantastico. Un maiale seduto a tavola che vi aspetta guardando la tv. Caressa che esalta le gesta di Mourinho. Il vicino che sposta la macchina per far passare sua sorella. Povera donna, è troppo grassa. Come vitella.
State ancora leggendo? Non ci credo. Nessuno si sarà spinto così oltre. Eppure il trucco per leggere tutto fino alla fine, senza annoiarsi, esisterebbe. Ma non voglio dirvelo. Perchè se siete arrivati fino a qui, meritate una ricompensa migliore. Vi autorizzo io stesso a smettere. Non vi fate ingannare dalle altre parole che seguiranno. Fermatevi ora. Se non lo avete fatto prima, dovete farlo adesso.
E' così che anche le cose non scritte, non dette e mai confessate, rimangono tali.
Immergendole all'interno di un testo incomprensibile o camuffandole da paglia in un pagliaio. Come il classico ago, difficile, quasi impossibile, da trovare. Qualcuno direbbe che questo foglio dovrebbe essere “analizzato” da un esperto del settore. Delle malattie mentali, intendo. E forse è così. Chi lo sa dove sta la verità? Di solito sempre nel mezzo. Ma il mezzo di questa questione, quale sarebbe? Come si potrebbe distinguere un'opera letteraria, da un foglio coperto dalla schizofrenia di un individuo? O meglio chi lo fa? Chi è capace di comprendere un altro pazzo e a premiarlo con il nobel? Il mare dell'ego è sconfinato, come l'autostima. La prima forma di automasturbazione dell'individuo. Il primo orgasmo dell'esistenza ed anche l'ultimo. Ipoteticamente potrei sentirmi autorizzato a considerare questo foglio pieno di parole come qualcosa di inestimabile valore, espressione letteraria tra le più alte, tensione culturale tra le più sublimi. Ma esiste pur sempre una scala di valori, no? E allora il mio giudizio si risponde da solo. Perchè posso pensare qualsiasi cosa, rispetto a quello che dico e resterebbe solo il mio giudizio. Potrei farlo anche per un'altra persona? Se il giudizio è condiviso, però, embeh, embeh, embeh. Allora, il discorso cambierebbe. Se condividete il mio discorso, allora votate per me. Potrei essere eletto. E cambiare il vostro mondo. Potrei regalarvi un sorriso, senza televisioni. Senza mignotte e minorenni. Senza condanne. Se votate, significa che state ancora leggendo. E quindi il voto non andrà sprecato. Bene così, speravo peggio, sinceramente.
Inzuppiamo un po' di salsa. E ora capirete perchè. Semprechè abbiate ignorato il mio imperativo a fermarvi nella lettura e qualora non lo abbiate fatto da soli, il che è più probabile, significa che queste parole non dette, qualcosa la stanno dicendo . Su di me, su di voi. Chissà.
Ma ve lo ripeto. Questo è il foglio delle cose non dette. Parole.
Potreste non leggere e sapere lo stesso cosa dicono.
Quando il sole è sperso all’orizzonte e le nubi calme corrono via, quando il vento placido sussurra le parole del tempo che scorre ed i pensieri fuggono via insieme ad esso,proprio quando il giorno volge al termine e la notte bussa impaziente alla porta, è solo allora che potrete ascoltarla. Fate bene attenzione, volgete le vostre orecchie al calmo silenzio e ancora più in fondo, giù, nelle piaghe del suono, è lì che la troverete. La sentite? Flebile ed impercettibile, sussurrante e melodica come il canto di una sirena! E’ lei, la sola voce sincera, l’unica che non conosce ipocrisia. Se riuscite a sentirla chiudete gli occhi e lasciatevi cullare da essa. E’ l’onda lunga del suono dei pensieri del mondo, sono gli afflati delle voci sussurrate,dei desideri inespressi, dei pianti inconsolati. Ascoltate, non distogliete la vostra attenzione proprio ora! Riuscirete a parlare con l’anima immortale della vita, a carpirne i segreti, a rispettarne la grandezza, ed infine a lottare affinché quella voce sia udibile sempre, anche tra il frastuono assordante della vita di tutti i giorni.
Nessuno immagina. Perchè nessuno ci pensa. O se lo fa, se lo tiene per sé. Ma esiste davvero un qualcosa che aleggia su di noi, sulle nostre città, per le nostre strade, senza che la vediamo, senza rendercene conto. Esiste ed è là, ad emblema della nostra vigliaccheria. Della nostra apatia. I desideri dell'uomo restano appesi ai cartelli pubblicitari e si sfaldano al suono dei registratori di cassa. Entriamo in Chiesa per comprare il Dixan, senza confessare i nostri peccati. E' questo il bello dell'indulgenza. Paghi e sei a posto con la coscienza. Niente incubi quando vai a dormire. Niente pensieri quando ti svegli.
Inzuppando il pane nel latte si ottiene un alimento completo, per una sana colazione. Eppure c'è sempre qualcosa che non va. E quelle facce lì, lucide di pixel, mi dicono di no. Niente pane. Niente zucchero.
No Martini, no Clooney. Ed ecco che la Canalis avrebbe il mal di testa. Sarebbe disposta a fare la pubblicità dell'Aulin? O fa troppo male allo stomaco? Eppure la Vecchia Romagna viene osannata a passo di danza, da anni, con la stessa pubblicità fannullona. Quella non fa male. Non fa male. Non fa male.
Anche se ne vedi tre di quello lì, beccare quello di mezzo è più difficile di quanto credi, caro Rocky Balboa.
Mi sento pugile anch'io. Dopo mille battaglie. Dopo mille angherie. Sento la forza che sfila via, in sordina. Un giorno alla volta, un minuto alla volta. Ma non mi arrendo. La mia Adriana è lì, a bordo ring, che si gira di lato quando prendo un bel gancio alla faccia. Non grido il suo nome. Perchè dovrei farlo? Non c'è musica sopra di me. La vita non ha colonna sonora. Le emozioni sono più semplici, meno vergate. Sono pugile anch'io. Ma non me ne vanto.
Altre cose non dette. Forse solo pensate. Ascoltate altrove e travisate.
Parole. Semplici parole. Per riempire uno spazio.
In fondo è quello che facciamo tutti ogni giorno.
Parliamo per riempire lo spazio che ci separa.
Ma non sempre ci riusciamo, anzi quasi mai. Le distanze che ci separano appaiono ineliminabili. Lontani, ci vediamo diversi l'un l'altro, come provenienti da un mondo diverso. Ci guardiamo con sospetto solo perchè veneriamo un Dio che non ha lo stesso nome o non lo veneriamo affatto, perchè non vediamo il cielo popolato da angeli, ma solo da stelle e ci sentiamo diversi da chi non veste come noi, da chi cammina più chino, da chi alza la testa solo per chiedere scusa. Vediamo differenze dove non ce ne sono. Solo perchè non riusciamo a parlare. E le parole non dette diventano macigni, scarpate in cui cadiamo, burroni in cui precipita il nostro modo di essere, con noi e il nostro denaro. Scintillanti e tintinnanti. Cadiamo simili a monetine.
Potrei fermarmi qui. E non parlare più. Ed in realtà lo sto già facendo. Sto parlando senza aprire la bocca, scrivendo senza muovere le dita, pensando senza usare la testa. Vedo il foglio colorarsi di nero, come in una macabra danza e non ne comprendo la ragione. Queste sono parole per tutti e nessuno. Sono il senso senza senso. Sono il vetro senza trasparenza. Sono il mare senza sale. Parole lasciate ad asciugare come panni stesi al sole. Sono lì, ma nessuno ci fa caso. Perchè nessuno fa caso all'ovvio. L'ovvio è il torcicollo della mattina, è la minestra riscaldata, è il silenzio di una persona che parla. Nella vita di tutti i giorni ci guardiamo l'un l'altro senza notare qualcosa, sempre. C'è sempre qualcosa che ci sfugge e quel qualcosa non può che essere l'ovvio. Il dato per scontato. Il senso comune della normalità. Quello che c'è ma non vediamo, ciò che vediamo ma senza passione. L'ovvio non suscita emozioni e pertanto non lo amiamo, semplicemente lo ignoriamo, come la macchia sul pantalone da lavoro.
Esistiamo. Siamo qui. L'ovvio. E lo diamo per scontato. Come se fosse la più semplice delle cose. E non ci interroghiamo del motivo per il quale siamo qui. Ne prendiamo atto.
Eppure il mondo delle parole, almeno quelle scritte, sono proprio il canto dell'ovvio. Sono le domande che non ci poniamo, sono il desiderio di interrogarsi su ciò che non viene mai chiesto ad alta voce. Letteratura, la Bibbia dell'ovvio. Parole inforcate come pasta da mangiare. E vino buono, come sangue da assaggiare. Se facciamo qualcosa in memoria di qualcuno è solo perchè ci è stato spiegato quell'ovvio, che non abbiamo capito. Il sacrificio non è compreso, se non vissuto in prima persona. Ed erigiamo i nostri templi e le nostre cappelle all'ovvio. A quello che dovremmo sapere ma non capiamo. A quello che già sappiamo, ma facciamo finta di non capire. E quando l'ovvio diventa potere, le parole diventano fumo e la vita diventa noiosa. Diventa rincorsa, psoriasi della pelle, cancro alla mammella.
Perchè?
L'eterna domanda. L'eterna risposta galleggiante.
Non abbiamo una risposta perchè sbagliamo la domanda. Non dovremmo chiederci un perchè, ma un percome. Non dovremmo domandare al cielo di cose che stanno sulla terra, né sperare nella stella cadente di turno. Ma dovremmo essere tutti attratti dal sublime. Quello che sprizza dagli occhi di uomini che hanno dato risposta ai propri percome, senza perchè, senza scopi, nel disinteresse che diventa interesse, in quell'abbraccio così importante che si chiama comprensione.
Guadagnare perdendo.
In economia non potrà mai essere così. Ed è per questo che l'economia non sarà mai una risposta ai problemi dell'uomo. Il fruscio del denaro che offusca la mente è droga da mentecatti. Non capirlo, significa non vedere l'ovvio, appunto, come sempre e per sempre.
Parole non dette. Cumulo di neve sotto al quale siamo sepolti.
Fiumi di parole, nel quale affoghiamo le nostre illusioni.
Non sarà così semplice dire fare pensare, mentre il tempo scorre via e la morte si avvicina. Ed è ancora una volta l'ovvietà della morte che ci sconfigge, nella sua triste semplicità, con la sua atroce naturalezza. Forse ci crediamo immortali, ed è questo il nostro inganno, le nostre parole non dette, ogni giorno. Ci crediamo diversi ed unici, ed è questo il nostro frainteso, le nostre occasioni sprecate, nel tempo. Il nostro domani lasciato a marcire.
Il domani del mondo, che sarà anche senza di noi, per moltissimo tempo.
Se cadesse la pioggia su quelle scritte sui muri, potrebbe cancellarle. A che cosa lasciamo il compito di fare ciò che dovremmo fare noi stessi? Ha senso chiedersi un perchè e non darsi risposte? Ha senso credere in qualcosa, se non crediamo in noi stessi? Se sospettassimo di meno l'uno dell'altro, non ci sarebbe bisogno della pioggia. E nemmeno delle parole. Che sarebbero non dette, ma innocue, come la biscia con pupilla rotonda. Mai velenosa, eppur strisciante.
Siamo altari. A prescindere dalla croce. Siamo coppe e calici, a prescindere dal contenuto. Siamo campane, a prescindere dalla cadenza. Siamo frutta frullata, a prescindere dai gusti. Siamo soli, a prescindere dalla compagnia. Soli con i nostri dubbi e le nostre parole non dette. Cumulo di anni di silenzio nel borbottio della vita. Siamo sabbia di mare salata. Indistinguibili se osservati da lontano.
Siete arrivati fino a qui? E' assurdo. Trascino queste parole per il foglio senza uno scopo e non credevo che foste così perseveranti. Non c'è un perchè alle cose non dette. Sono solo le cose che abbiamo perso per strada. Non ha senso dar loro importanza. Quindi perchè state ancora leggendo? Cosa credete di trovare in questo stagno scuro di parole a mezza bocca? Non ha senso. Le parole non dette sono ciò che avete già letto senza aprire un libro, o un giornale, o una lettera, o un biglietto d'auguri. Senza leggerle, sono già vostre.
Con questo foglio non pretendo di regalarvi nulla di nuovo, così come credono tutti quelli che scrivono e criticano altri che fanno altrettanto pensando di essere speciali, superiori, migliori, di scoprire l'acqua calda e farla passare come l'invenzione del secolo. Non sono qui per insegnarvi alcunchè. Le parole non dette sono ciò che è celato. L'ovvio non può insegnare nulla, se non a ridere di sé. Se non a guardarsi intorno con poca meraviglia. Allora cosa sperate di trovare in questo foglio bianco? Su di esso non ci sono parole. Quelle che vedete non lo sono. Sono solo le macchie della mia verginità.
Sono solo l'alone lasciato da un bicchiere.
Smettete di leggere se potete. O finirete come me, drogati dall'ovvio, delusi da uno sballo fittizio che dura troppo poco. Smettete di leggere se vi va. Smettete di perdere tempo. Fate come me. Prendete un foglio e cominciate a scrivere le vostre cose non dette. Sarebbe più utile che starsene qui a leggere qualcosa che non c'è. Sarebbe più utile dormire mentre si sogna. Sarebbe più bello volare che restare appesi a un filo.
Adoro il giudizio e il pregiudizio, la critica fine a sé stessa. Ed è per questo che scrivo. Per dare giudizi, per criticare. Ed essere criticato. Se state leggendo per questo, potrei essere felice, ma lo sarei di più se foste capaci di guadare in voi stessi senza vergogna. Sarei più appagato se passaste il tempo a trovare le vostre parole non dette e non a leggere le mie. Adoro la massa che si confonde in sé stessa, senza trovare la strada. Adoro il cumulo di volti di una folla anonima. Adoro le mani alzate al cielo per una richiesta di aiuto. Odio la vostra remissione a non farvi domande, a non parlare di voi stessi se non per stereotipi. Giudico anch'io adesso. E' il mio tribunale. Non potete negarmi questo gioco. Se leggete siete soggetti al mio giudizio, come quello di qualunque altro di cui leggete le parole. Chi scrive lo fa per giudicare i suoi lettori, mai per esser giudicato. Scrivete anche voi. Parlate senza voce. In questa magica alchimia che chiamate lettura, iattura, povertà.
Sono qui per giudicare, attraverso quello che non ho mai detto, parlando del mondo, di me, di voi. Chissà.
Non lasciate che questo foglio si cancelli da solo. Cancellatelo voi stessi. Con un colpo di gomma. Non leggetelo.
Cose non dette. Appunto.
Cose non lette. Per sempre.
Parole senza senso che danno un senso a ciò che non ne ha. A me che non ne ho. A voi che credete di averlo. Parole che creano un mondo che non c'è, ma in cui viviamo. Parole che fuggono dalle gole di un'umanità sempre più stranita a sé stessa. Il mondo moderno è lo spettacolo televisivo di un passato che si ripete, è il documentario di un tempo passato che si modernizza e si tecnologizza, è il balletto di una sterminata marea di persone che inconsapevolmente, simili a miliardi di formiche, portano briciole di pane nella stessa tana e per la stessa Regina.
Torcicollo dell'anima.
Ne soffriamo tutti inconsapevolmente. Nell'inconscio. Nel mare buio dell'io. Sappiamo di essere schiavi di qualcosa, ma non vogliamo ribellarci. Avvertiamo la distorsione della nostra realtà, ma ci affanniamo ad accettarla. Formiche. In fila indiana, ad aspettare il proprio turno per morire.
Ho stampato questo file e l'ho bruciato insieme ad una sigaretta, senza leggerlo di nuovo. Ma sul computer è ancora qui. In un'altra dimensione. Potrei cancellarlo. Ma non lo farò. Che senso avrebbe cancellare qualcosa che nessuno leggerà? Ed anche cancellandolo, lo cancellerei davvero? Morendo, moriamo davvero?
Ho bruciato un foglio bianco, credendo di vedere un foglio pieno di parole. E continuo a scrivere lo stesso. Per annoiarvi, per annoiarmi. Per credere che esista qualcuno davvero tanto stupido da leggermi. Per provare a pensare a un modo di dire qualcosa che non è stato mai detto. Per trovare una forma ad un'idea. Un contenitore ad un liquido incolore.
Potrei essere scambiato per un fantasma, solitudine o nebbia. Ma non lo sono. Almeno tanto quanto non lo siete voi. E se fossimo tutti fantasmi? Moriremmo davvero? Chi premerebbe il tasto “canc” per cancellarci dal mondo? Ed esistono altri mondi? Quelli in cui vanno a dormire i nostri pensieri? I nostri desideri? Le nostre parole non dette? Se fossi sicuro che fosse così, cancellerei questo file e lo scriverei daccapo ogni volta solo per ricancellarlo. Fino a svuotare ogni cosa. Ogni liquido incolore. Ogni impronta indolore. Sarei il menestrello delle cose immusicali, delle note irriproducibili. Sarei un menestrello del silenzio. Senza paura di restare a mani vuote. Perchè avrei sempre qualcosa da cantare. E da dimenticare. Da cancellare e da invidiare.
Ma non cancello nulla. Per la stessa ragione per la quale non tutti decidono di uccidersi. Non sapendo, sopravviviamo.
Scrivere e cancellare. Che senso avrebbe?
Lo avrebbe se non fossi io a farlo, ma voi che leggete.
Allora vi invito a stampare questo file e a bruciarlo nel fuoco. Sarebbe più giusto. Sarebbe più bello. Sarei il primo a a scrivere qualcosa e a chiedere che venga bruciata. Sarei l'eccezione ad una regola che non c'è. Per delle parole non dette, ma che pur ci sono.
Fino a quando non decidiate di bruciarle.
Moriranno con me. Ed è questo ciò che fanno tutte le parole non dette di ognuno di noi.
Il trucco di cui parlavo prima era proprio questo.
Non leggere nulla. Ma solo bruciare. Cancellare.
Le mie parole non dette. Le cose che moriranno con me.
Se non aveste seguitato a leggere.
Se non foste arrivati fin qui.
Se non aveste cercato qualcosa, laddove non c'è nulla da trovare. Se non aveste pensato di capire, qualcosa che non può essere spiegato.
La vita, la morte, non hanno ragione. Per il semplice motivo che l'abbiamo cercata, sbagliando il presupposto.
Metto un punto e vado a capo.
Una virgola e mi riposo. Un punto esclamativo e mi commuovo. Due punti e pretendo di spiegare.
La vita, la morte, non hanno punteggiatura. Scriverne è vano. Ma non insensato. Leggerne è perdere tempo. Ma non avventato.
Punto.
Che non è un'auto che ci porta in qualche posto. Ma un addio.
Virgola. Che non è un ricciolo scomposto sulla fronte. Ma un saluto.
Vita. Che non è una parola. Ma un mistero.
Morte. Che non è un mistero. Ma una tetra realtà.
Le mie parole non dette. Che non sono un vaneggiamento. Ma una perdita di tempo.
Sono onesto con me stesso almeno quanto lo sono con voi. Almeno in ciò non posso essere biasimato, anche se mi dispiace. Perchè adoro essere biasimato. Mi rende più allegro. Mi restituisce un sorriso che i complimenti mi tolgono. Perchè i complimenti appiattiscono, cullano, illudono, inviliscono, fanno diventare vecchi. Il biasimo, mai. E' lo spillo che ti punge sulla guancia. E' la lacrima che hai versato al tuo battesimo.
Battezzati nel nome del Signore. Che vanagloria! Quale presunzione ci condanna a morire!
Ci biasimiamo a vicenda. E non sappiamo perchè. Battezzati con acqua e purificati col fuoco dell'inferno.
Non è così che si dovrebbe parlare. Se la fede ti accompagna. Ma la fede è qualcosa di non detto. Come queste parole. E' un vagito ovattato che riecheggia nella caverna dell'anima nostra. E' la reminiscenza di qualcosa che non cogliamo.
Sono altre parole non dette.
La fede è qualcosa che si ha, senza cercarla. E' qualcosa che si prova, senza assaggiarla. E' qualcosa che si sente, senza pronunciarla.
Mi biasimano anche per questo. Per non avere fede. E adoro quando lo fanno. Perchè mettono a nudo la mia solitudine interiore. Spingendomi a fare cose che non farei, per non restare più piccolo e corrotto.
Amo chi possiede la fede. E forse li invidio. Ma non li biasimo. Biasimo i loro anfitrioni, i loro pulpiti e i loro incensieri. La loro acqua santa e le coppe d'argento e d'oro massiccio. Il loro modo di vestire, pur sapendo che l'abito non fa il monaco. Pur sapendo che un risvolto d'oro filigranato è bello a vedersi ma inutile a dirsi. L'eucarestia potrebbe essere fatta con biscotti e latte di vacca, in bicchieri di carta. E avrebbe lo stesso valore. Perchè siamo noi a dare valore alle cose, non viceversa.
Diamo valore alla fede, perchè è qualcosa che ci appartiene e ne ha di per sè. Ma una chiesa damascata o un garage impolverato, non hanno valore se ad entrarvi non sono persone che hanno una fede.
La politica dei pulpiti è una condanna. Perchè non l'abbiamo ancora capito? Siamo altari. A prescindere dalla croce. Ognuno di noi. Anch'io, che fede non ne ho. Ma non dovremmo sopportare la reprimenda di persone che vivono nel peccato quanto chiunque altro, perchè uomini. La fede e la tonaca sono due cose diverse. Una corona non può essere simbolo di lealtà a prescindere dal resto. E' l'attribuire valore ad un simbolo che fa della veste talare qualcosa che non dovrebbe.
Guardo la croce e mi commuovo. Guardo le ferite di Cristo e piango per lui. Come farei per chiunque altro. Perseguitato, condannato, ucciso ingiustamente. Dal potere. Non dal un volere divino. Dall'uomo. Quello stesso uomo cattivo per cui il cambiare lottava. Per cui ha rinunciato a se stesso. Molti uomini hanno fatto così, prima e dopo di lui, ma di molti il ricordo si è perso nel tempo. Molti son morti con in mano le armi . Che siano state pietre, parole o fucili. Il loro grido di dolore per l'umanità ha scalfito le certezze di molti, ha ridato speranza a tutti, ha dato luce all'ombra che ci portiamo dietro.
Non è dunque questione di fede. La religione non è liturgia. Le gesta degli uomini non sono parole scritte su un libro. Sono un dito che indica un cammino. Se duemila anni dopo siamo qui, e un nuovo Cristo non c'è, non è colpa sua, né tanto meno di Dio. La tristezza sta nel rendersi conto che duemila anni dopo non dovrebbe esserci soltanto un Cristo, ma sei miliardi di Cristo. A popolare la terra. Solo così il sacrificio avrebbe redento il peccato del mondo. Ma non l'ha fatto. E non per colpa di chi è morto sulla croce.
Il sangue delle frustate e delle spine, avrebbero dovuto essere un'immagine fissa per ognuno di noi, nel corso del tempo. E invece per molti è stato solo un simbolo da sventolare come bandiera, come tifosi in uno stadio. Fedeli ai propri colori a prescindere dal loro significato.
Siamo campane. A prescindere da quale intonazione.
Ognuno suona la sua.
E non basta un morto ammazzato per cambiarci e redimerci. Per dare senso alla nostra esistenza. Il sangue si raggruma e svanisce. Il ricordo si offusca ed il racconto si muta di bocca in bocca. Il dolore si dimentica e lascia il posto all'apatia. Il pianto si asciuga e perde senso.
Quando piangiamo, un attimo dopo, non sappiamo più per cosa piangiamo e dobbiamo fare uno sforzo notevole per ricordarlo. O meglio per dare a quel pianto lo stesso significato iniziale. E' come se piangendo scaricassimo il dolore e ce ne dimenticassimo, come se ci astraessimo dal dolore lasciandolo vuoto, senza peso. Dopo tanto tempo, nemmeno ricordiamo di aver pianto. Perchè il dolore è così. E' un momento che va e che non si ricorda. E' una parola non detta. E lo laviamo col pianto, acqua dell'anima.
Siamo esseri pensanti o pensiamo di esserlo? Siamo capaci di amare o sappiamo solo odiare?
Laviamoci le mani insieme a questa tavola di parole. Prendete il vostro posto, la cena è in arrivo.
Se uno di noi è capace di morire per tutti, perchè non dovremmo emularlo?
E perchè speculare in suo nome?
Siamo speciali o solo un po' stupidi?
Cosa siamo in fondo?
Siamo effetti speciali. Non altro.
Siamo illusioni cullate. Passioni irrisolte e inconciliate.
Siamo tutti, dall'ultimo al primo, parole non dette.
Lasciate passare e dimenticate.


lunedì 10 dicembre 2012

La verità è che non vogliamo cambiare.


di Italo Romano
Siamo in balia dei mercati. Non c’era bisogno di conferma, ma per i duri e puri del politcally correct il problema principale è altrove. In questi giorni assisteremo ad una finta ondata di sdegno e ad un’orda antiberlusconiana, che sia chiaro,  fatta di parole e vuota demagogia.
E’ necessario che il dibattito politico venga sterilizzato da populismo e tendenze mediatiche, di modo da fondere e confondere la “Politica” con le chiacchiere da bar.
L’Italia non è più una democrazia, ma un potentato della mercatocrazia mondiale. Questo, a quanto pare, non interessa a nessuno.
E lo sapete perchè? Perchè nessuno vuole cambiare veramente lo stato delle cose. Siamo consapevolmente drogati dal vuoto farfugliare, siamo conniventi di tutto questo marcio putrido e vogliamo conservare con bramosia la nostra fetta di finto benessere.
Nessuno ha le capacità e/o la voglia di analizzare oggettivamente quello che sta accadendo. Nessuno ha la possibilità e/o la necessità di andare alla fonte del problema. Siamo su una giostra da cui nessuno vuole scendere. Il nostro è un moto relativo onirico. Giriamo intorno al perno portante del ludico marchingegno pensando di essere in cammino sul sentiero del progresso e della civiltà, facciamo “chilometri”, vomitiamo fiumi di parole e pappagalliamo riflessioni precotte che non ci appartengono, ma il realtà girovaghiamo baloccandoci sempre nel medesimo recinto.
Allora ci appare lecito scaricare la frustrazione, derivata da una vergognosa ignoranza e da una scarso utilizzo della materia grigia, sul “mostro” del momento, che sia esso Berlusconi, Monti, Prodi e compagnia danzante.
Nel coltivare il nostro egoistico utilitarismo abbiamo accettato di essere rinchiusi in una gabbia. Questa prigione ci rende sicuri, dipendendti e “liberi” da responsabilità. E’ la tirannia del sistema liberista relativista, che ci vede attori non protagonisti di una sceneggiatura agghicciante, messa in scena da una regia di tecnici specializzati.
Questa è una dittatura. Viviamo nell’epoca del totalitarismo mercatocratico e plutocratico e rifiutiamo di riconoscere questa verità oggettiva.
Nell’ultimo anno questo paese è stato spolpato vivo dai curatori fallimentari del mondialismo capitalista. Hanno devastato lo “stato sociale”: dal lavoro alle pensioni , dalla sanità all’istruzione; hanno messo ai saldi il paese e tutti i suoi abitanti; hanno ceduto quote di sovranità ad entità extraterritoriali, rendendo sempre più aleatorio e centralizzatori il potere sistemico; hanno fatto terra bruciata di tutto quello a cui è stato possibile metter mano.
E noi adesso che facciamo? Ricadiamo nella trappola dell’antiberlusconismo?
Non c’è che dire, questo è un paese che si può suddividere in due macrocategoria: gli idioti vantaggiosi, fieramente convinti del nulla e gli arrivisti senza scrupoli che cavalcano l’orda a proprio uso e consumo.
Quello che ci propongono è il gioco delle tre carte, c’è il trucco!
Il ritorno di Berlusconi, le dimissioni “indignate” del premier golpista Mario Monti e tutto il paese dei balocchi a far da cornice, sono manovre contigue per schiavizzare le folle e mandare in malora l’intera nazione.
Lotte élitarie tra ras del potere che ci vedono come tifosi esagitati, convulsi e non pensanti o al massimo come spettatori belanti, ma nulla più.
Lo scopo è la centralizzazione del potere e lo svilimento dell’autodeterminazione dei popoli. Lo stesso popolo le cui nuove generazioni, da 60-70 anni a questa parte, sono state educate all’obbedienza e alla cieca fede. Noi confondiamo il caos e l’individualismo sfrenato con la libertà. Siamo stati addestrati a non concepire la critica, quindi a non mettere in discussione lo status quo e il modus operandi di chi detieni le file del potere. Siamo stati formati nell’odio verso ogni forma di reale ribellione. Abbiamo abdicato la nostra coscienza e siamo stati avvelenati dalla cultura del consumismo e della spettacolarizzazione.
Oggi ciò che conta è non fare domande, ma dare risposte su tutto.
Appare palese che non abbiamo gli strumenti logici e pratici per uscire da questo intricato labirinto.
E ora, dinanzi l’abisso, è vitale capire che per cambiare questa quotidiana catastrofe dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare e concepire il mondo. E’ doverosa una evoluzione radicale del paradigma sociale esistente.
Cambiare si può, e si deve, perchè le nostre vita  valgono di più di qualsiasi mercato e profitto.
Finchè non ritorniamo ad affermare certi valori fondanti di una civiltà realmente democratica, rimarremo su questa giostra, convinti di muoverci nella direnzione da noi scelta, mentre battiamo eternamente la stessa strada prestabilità.

domenica 9 dicembre 2012

Macchè Cavaliere Oscuro.


di Lameduck
B., che era solo in standby e non se ne era mai andato, come quei dolci di sale della sinistra credevano, ritorna e pretende di tenere ancora in ostaggio questo paese, imponendo il suo corpaccione bolso e la sua faccia da Mao sfigurato e dettando le condizioni di un vero e proprio ricatto. Quando andrete in banca a pagare l’IMU, nei prossimi giorni, per associazione, pensate a quanto ci costerà ancora questo signore e se non valga la pena davvero di fargli un’offerta perché si levi dai coglioni una volta per tutte. Una roba tipo “ti cancelliamo i processi e tu torni puro come la vergine Maria ma il giorno dopo vendi le televisioni, prendi il ricavato e gli altri tuoi merdosi quattrini, la tua famiglia e kitammuort e te ne vai per sempre dall’Italia”. Offerta last minute prendere o lasciare. Altrimenti ci arrabbiamo sul serio. (Detto da quelli che contano veramente, s’intende, non da un pirla qualunque).
Se fosse un leader, come crede e purtroppo troppi italiani ancora credono, e se avesse un pelo a cuore questo paese, dato che Bersani non vede l’ora di interpretare il ruolo di Pétain nella prossima repubblica di Vichy commissariata dalla Troika – roba che rimpiangeremo Monti e la Fornero – giocherebbe la carta di un’alternativa al “ce lo chiede l’Europa”, alla dittatura imposta dalle banche e alla perdita totale della democrazia e della libertà stabilita dal Fiscal Compact dell’euronazismo. Tenterebbe di invertire la rotta verso il disastro annunciato dell’euro.

Ma io credo che non lo farà perché non ne ha la competenza, le palle – perché lo farebbero fuori nel senso letterale del ternine – perché è un incapace e soprattutto perché anche lui è parte del gioco. E’ in conflitto d’ interessi, e non è una battuta. E’ troppo invischiato nei nostri sfaceli, direbbe Gaber. Anche le sue aziende sono too big to fail ed è per questo che è ancora in grado purtroppo di condizionare la nostra vita. Ora sta solo negoziando con la Troika, come ha sempre fatto con tutti i poteri con i quali ha avuto a che fare, per salvarsi. Per l’ennesima volta. Forse sta già pensando di offrirci come merce di scambio.

B. è solo un cialtrone, il più grosso bluff imprenditoriale dopo il big bang, un fallito genetico, uno che, nonostante abbia avuto a disposizione il potere quasi assoluto per diciassette anni, è ancora qui a tentare di evitare di portare i libri in tribunale. E’ stato buono fino ad ora e viene da pensare: chissà se Renzi avesse vinto le primarie se non avrebbe contato su quella pezza d’appoggio e non avrebbe fatto tutto questo scarmazzo. Si fa per malignare, ovviamente.

E’ una vera maledizione che dobbiamo subire ancora il ricatto di quest’essere. Se solo gli italiani capissero una volta per tutte che a lui è sempre interessato solo il suo culo e nient’altro e lo bastonassero sonoramente alle elezioni, forse i numeri scarsi gli impedirebbero di condizionare la politica già precaria di questo paese. Ora lo può fare perché campa ancora della rendita dei voti che prese nel 2008.

Tenterà di proporsi come salvatore della patria ma, appunto perché sa che non glielo lascerebbero fare, ingannerà un’altra volta gli italiani usandoli come scudi per il suo tornaconto personale. Forse stavolta potrebbe veramente essere costretto a gettare la maschera definitivamente e a mostrare la sua vera faccia e ad imbastire la campagna elettorale sulla sua buonuscita, come un ricattatore da quattro soldi.

Sperando di levarcelo un giorno per sempre di torno. Magari perché avrà pestato i calli giusti una volta di troppo.




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