venerdì 12 luglio 2013

Abbiamo davvero bisogno di un altro miliardario scalzo?

Una cosa su cui il potere può fare da sempre affidamento è la capacità delle persone di sforzarsi per ritenerlo buono nonostante ogni evidenza contraria.

È un principio di economia delle risorse: se ti accorgi che il potere non è buono allora devi fare qualcosa, protestare, compiere scelte di vita che ti esporranno all'ostracismo del corpo sociale, forse anche mettere a rischio la tua stessa incolumità, tutte cose che prendono un sacco di tempo e allora tanto valeva non fare l’abbonamento a SKY che già così lo guardi poco.

Il Vaticano, la multinazionale più antica del mondo, nota ai più per i suoi marchi registrati come Cristo™, Croce™ e Sudario™ e per essere stata la prima ONG globale in grado di competere e di essere necessaria al potere politico, queste cose le sa da sempre. Fanno parte del suo know how industriale da ben prima che la Nike inventasse lo sport o Mc Donald's i clown.

Allo stesso modo il Vaticano sa bene che quando le quote di mercato diminuiscono (vedi il comparto Sud America dove i biscotti Teologia della Liberazione rubano clienti ai Biscotti Sacra Romana Chiesa) e hai difficoltà a reperire nuovo personale (pare infatti che “Prendi i voti, non scoperai mai più” non funzioni granché come slogan), non puoi fare affidamento solo sulla propensione dell’essere umano alla schiavitù mentale e devi venire incontro al mercato, ripensare la comunicazione, dare al popolo i simboli che il popolo vuole.

In due parole il brand Chiesa Cattolica, impossibilitato dalla situazione geopolitica a riportare in voga la santa inquisizione per costringere gli stronzi ad amarlo, si è trovato suo malgrado nella scomoda posizione di doversi fare boccalone-friendly. Il buon vecchio “Sono uno di voi fratelli,” “Ehi Papa ma io ho l’herpes genitale,” “Ok, sono quasi come voi fratelli.”

Da qui la decisione di prepensionare Ratzinger, un Papa empatico come Charles Manson, e sostituirlo con Bergoglio, l’uomo del popolo, perché in Argentina era solito spostarsi in metropolitana, che come tutti sanno è una solida motivazione per diventare l’infallibile emissario di Cristo sul pianeta terra...


Una narrazione, la sua, costruita perfettamente sin dall’inizio, quando ai giornali raccontava: “Sono venuto a Roma—ha confessato Bergoglio divenuto Francesco—solo con pochi vestiti, li lavavo di notte, e all’improvviso questo… ma se io non avevo alcuna possibilità. Nelle scommesse di Londra stavo al quarantaquattresimo posto, immaginatevi. Chi ha scommesso su di me ha guadagnato moltissimo denaro...”

Come ogni leader che vuole caratterizzarsi come sovrumano Bergoglio la notte non dorme, ma al contrario di altri leader passati figli delle narrazioni di abbondanza non fa i festini. In omaggio all’austerity “lava i suoi pochi vestiti.”

Il capolavoro però è il rammaricarsi di come grazie alla sua vittoria qualche scommettitore abbia guadagnato “moltissimo denaro”. Sei appena stato messo a capo di una delle più grandi aziende del mondo, che secondo stime prudenziali ha solo in immobili un patrimonio di 2mila miliardi di euro, è davvero un disastro che qualcuno abbia guadagnato 100 sterline sulla tua nomina. Questa notte Gesù piangerà.

Sin dal suo insediamento Bergoglio non ha fatto altro che segnare gol a porta vuota di fronte alla fame di pauperismo dell’opinione pubblica.

È difficilissimo trovare report esaustivi sul patrimonio mondiale del Vaticano, ma i media sono inondati di articoli sulle dimostrazioni di povertà di Bergoglio. Fiumi di caratteri sono stati spesi sui giornali per lodare la sobrietà del nuovo Papa, informandoci dei suoi spostamenti in autobus con gli altri prelati, raggiungendo apici di orgasmo giornalistico come questo:


È fantastico sapere che il proprietario del 20 percento del patrimonio immobiliare italiano prende il caffè alla macchinetta, questo mi fa sentire più garantito e speranzoso mentre verso l’affitto alle suore carmelitane scalze della povertà appestata di Santa Maria della miseria gioiosa.

Millenni di civilizzazione, l’umanesimo, il rinascimento, l’illuminismo e il blog di Beppe Grillo hanno portato ad affrontare una crisi che sta impoverendo la società e distruggendo le conquiste sociali con una sola regola aurea: non importa cosa fate e quanto ricchi siete se in pubblico avete l’accortezza di indossare vestiti del mercato.

“È una questione di morale” è l’obiezione standard. Certo, ma chissà perché è sempre morale dell’apparenza.

Pochi giorni fa il Vaticano è finito nelle aperture dei giornali di tutto il mondo per l’ennesimo scandalo dello Ior. Questa volta si tratta delle vicende di monsignor Scarano (detto Mr 500 per il suo amore per le banconote viola), accusato assieme a un broker ed ex agente dei servizi italiani di aver portato in Italia con un aereo 20 milioni di euro dalla Svizzera. Le intercettazioni riportate dal Corriere della sera ricordano il fumetto di Andrea Pazienza in cui Pertini telefona a De Michelis per digli che gli serve del fumo:
"Scarano: Riesci a portare 20/25 libri?
Zito: Quelli sicuri.
Scarano: Già quello è un buon traguardo, hai capito? Perché ci consente di fare un sacco di cose per noi.
Zito: Quello mi ha chiesto di portarne il doppio, 40!"

Poco dopo, con straordinario tempismo, il Papa si ricorda del dramma degli immigrati e dice che gli piacerebbe fare un giretto a Lampedusa e lanciare una corona in acqua. Purtroppo non può fare di più. Vorrebbe proprio, ma non ha i mezzi.

Tutti i media italiani si eccitano e prenotano per i loro giornalisti voli per l’isola siciliana. Bergoglio ovviamente vorrebbe andare con un volo di linea, ma subito gli fanno sapere che non si può fare e deve usare per forza uno dei Falcon dello stato italiano. Quando si dice la sfiga.

Il Papa ha fatto la messa e la sua celebrazione, poi ha scorrazzato per l’isola a bordo di una vecchia Fiat campagnola. A un certo punto, durante la mattinata, come in un libro di Benni è spuntato in favore di telecamera un barcone con sopra 160 immigrati.

“Il Papa? Non ne sapevamo niente ma ci fa piacere,” avrebbe detto uno di loro. Si vede che avevano caricato a bordo dell’acqua al posto degli ipad per seguire la diretta della visita papale sul corriere.it. I soliti musulmani.

Ognuno di noi ha almeno un amico che va in solluchero di fronte alle dimostrazioni di povertà di Bergoglio. In genere è lo stesso che riteneva Monti “un tecnico sobrio”, Berlusconi un “bravo imprenditore” e D’alema “un abile statista”.

“Non ho seguito molto ma mi sembra simpatico,” è Il genere di commento che mi fa pensare a un futuro in cui le grandi aziende se fossero furbe potrebbero sostituire i leader politici con dei gattini tenerosi. Probabilmente ci stanno già pensando. Sarebbe la soluzione ideale perché i gatti sono già scalzi e non sopportano gli aspirapolveri, quindi difficilmente viaggerebbero in mezzi impopolari come gli elicotteri o gli hovercraft.

Al di là dei siparietti pubblicitari in stile Lampedusa, l’unico metro sensato per giudicare l’operato del Ceo della multinazionale la cui prima commodity è la Promessa di Salvezza Ultraterrena è osservare come si muoverà rispetto allo Ior, il cuore finanziario del suo business.

Lo scorso anno il Vaticano era entrato nel mirino del Dipartimento di Stato americano, che l’aveva inserito nella sua blacklist per il riciclaggio di denaro, vertenza che si è risolta di recente con un accordo bilaterale.

Sempre recentemente sono saltate due teste importanti all’interno dello Ior, quelle del direttore Paolo Cipriani e del vice-direttore Massimo Tulli, e alcuni retroscena parlano di una riforma in atto negli ambienti finanziari del Vaticano.

Al di là dei facili entusiasmi di cui parlavo in apertura l’opzione più realistica è che si tratti più di uno spoil system che di una rivoluzione. La Chiesa è un potere mondiale e come tale non non può permettersi di rinunciare al suo cuore finanziario; al tempo stesso è un'istituzione che esiste da due millenni e se sei sopravvissuto tutto questo tempo significa che un paio di cosette le hai imparate.

Tutti sanno che laddove ne ha avuto la possibilità la Chiesa Cattolica non ha mai fatto prigionieri (i due pesi e due misure cattolici: difesa della minoranza finché si è in minoranza, dittatura della maggioranza anche sanguinaria quando sei in maggioranza). Molti di meno però conoscono la sua abilità nell’esercitare i “sincretismi”, ovvero la capacità dimostrata storicamente di inglobare aspetti e riti di altri culti per avere la meglio su un territorio e su un popolo.

In questo senso la chiesa di Bergoglio è una Chiesa pienamente contemporanea, che durante l'era del dominio delle multinazionali e del libero mercato ha appreso in pieno l’importanza della comunicazione declinandola su messaggi di grande efficacia, riattualizzando così pienamente la lezione di Wojtyla.

Una strategia di marketing in grado di fornire quella credibilità necessaria a pararsi le spalle durante i tentativi di riforma interni.

Quello che sta accadendo quindi è un cambio all'interno delle stanze vaticane che punti a un riassetto di potere in grado di rendere la Chiesa più efficiente e potente di prima.
Se così non fosse e Bergoglio fosse arrivato fino lì per un bug del sistema ci sarà sempre una tazza di tè corretto ad aspettarlo, questo perché finché esisterà l’uomo esisterà la paura della morte, un business troppo grosso perché qualcuno non provi a usarla per dirvi cosa dovete fare della vostra vita.





fonte:  www.vice.com
letto e condiviso da La Crepa nel Muro

giovedì 11 luglio 2013

La Fondazione che ama l'Euro, ma ancora di più il Dollaro.

di Salvatore Tamburro.

La Bertelsmann Foundation è una di quelle fondazioni che da tempo professano i benefici di una moneta unica quale l’euro.

Ha fitti legami con la Rockfeller Foundation e la Bill & Melinda Gates Foundation, fondazioni con le quali si scambiano donazioni da milioni di dollari, anche allo scopo di evadare il fisco.

La Bertelsmann Stiftung è una fondazione operativa privata con sede a Gütersloh, in Germania. Da quando è stata fondata nel 1977 la Bertelsmann Stiftung ha investito oltre 800 milioni di euro in più di 700 progetti.

Oggi è una delle più grandi fondazioni in Germania e nel mondo. La Bertelsmann Stiftung è l’azionista di maggioranza della Bertelsmann AG, una società globale con oltre 100mila dipendenti in più di 50 paesi, una delle più importanti aziende mondiali nel settore dei media.

Il suo fondatore è Reinhard Mohn, ex-nazista, scomparso nel 2009 all’età di 88 anni e considerato anche da Forbes tra gli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio personale di oltre 2,5 miliardi di dollari.

Le ricerche commissionate e pubblicate dalla Bertelsmann hanno una sola priorità: promuovere l’ideologia secondo cui la moneta unica sia cosa buona e giusta e porterebbe solo a risultati positivi.
Proprio nel 2013 la Bertelsmann Foundation ha commissionato alla Prognos AG (società di ricerca economica) uno studio in cui si dimostrano i benefici dell’euro. “L’adesione della Germania nella unione monetaria riduce i costi per il commercio internazionale e lo protegge da forti fluttuazioni dei tassi di cambio,” sono le parole di Aart De Geus, presidente e amministratore delegato della Fondazione Bertelsmann, pronunciate durante la conferenza stampa annuale della fondazione in Gütersloh.

Ovviamente tale studio ignora totalmente gli effetti nefasti che ha portato l’euro nelle economie dei paesi aderenti: dalle politiche di austerità che hanno condotto al blocco dei consumi e della spesa pubblica, all’aumento dei debito pubblico, aumenti della disoccupazione e ai diversi diktat imposti dalla troika (Ue, BEC e FMI) ai governi degli Stati membri, ignorando di fatto il potere popolare.
Una Europa senza l’Euro sarebbe caduta a pezzi politicamente come bene e sarebbe come un giocatore perdente in una competizione internazionale“, ha detto Aart De Geus. “Per garantire la prosperità economica e la stabilità, abbiamo finalmente bisogno di rimuovere i deficit di efficienza e legittimazione, il che significa che l’attuale unione monetaria deve essere sviluppata ulteriormente in un’unione economica, sociale e politica. Solo allora la moneta comune potrà garantire la crescita, la ricchezza e l’occupazione in tutta Europa “.

Perchè una fondazione europea, finanziata da una fondazione americana si ostina a promuovere questi studi, nonostante la realtà economica sia del tutto differente da quella professata?

Con l’attuale scenario politico ed economico non è difficile intuire la risposta. L’Europa è una colonia degli Stati Uniti: l’obiettivo di elogiare l’unione monetaria europea viene perseguito allo scopo di realizzare al più presto un’unione politica, in cui il potere decisionale dei singoli governi verrebbe totalmente annullato, ancora più drasticamente di quanto non lo sia già. L’ormai irreversibile crisi dell’euro perdurerebbe nonostante l’Unione politica europea.

A questo punto le soluzioni da adottare sarebbero due:

1) un ritorno alle valute nazionali, piano scongiurato con ogni mezzo politico, mediatico ed economico dalla troika e dall’oligarchia bancaria;

2) l’adozione del dollaro come moneta unica europea. In tal modo il dollaro diverrebbe l’unica valuta circolante sia in Europa che negli USA, rimarcando definitivamente l’egemonia americana negli affari del vecchio continente.

Il “Progetto per un nuovo secolo americano” o PNAC (Project for the New American Century), istituto di ricerca con sede a Washington (tra i suoi fondatori ricordiamo Dick Cheney e Donald Rumsfeld) creato allo scopo di promuovere “La leadership globale americana” in tutto il mondo, già dal lontano 1997 ipotizzava un progetto del genere, in cui gli Stati Uniti avrebbero governato sul mondo intero attraverso l’adozione di una sola moneta, un solo esercito, un solo governo. In maniera inesorabile, passo dopo passo, con la complicità dei mass-media (che io definisco i cosiddetti “i guitti del sistema“) e sotto gli occhi di inermi cittadini, tutti i requisiti si stanno verificando affinché l’egemonia americana si manifesti sempre di più in Europa come nel resto del mondo.


mercoledì 10 luglio 2013

L'Italia è un gigante economico. Lo sapevate?


di Claudio Martini

Qualche giorno fa abbiamo denunciato lo spudorato terrorismo di due marescialli del PUDE, Eugenio Scalfari e Giovanni Floris. Costoro spaventavano il pubblico dicendo che fuori dall’euro l’Italia avrebbe perso qualsiasi peso economico.  Usarono espressioni come “finiremmo come il Marocco, o l’Egitto, quei posti lì”. Sorvoliamo sul retrogusto razzistoide di frasi del genere, e andiamo alla sostanza.

Questo genere di argomenti può fare presa solo su chi ha una totale ignoranza della realtà economica del nostro tempo, e in particolare sul peso specifico del nostro paese nel contesto internazionale. L’Italia è un paese molto importante, lo sappiamo. Ma è sopratutto un paese molto ricco. Tuttavia, nell’immaginario di tanti suoi cittadini l’Italia è una provincia piccola e marginale, che presto sarà scalzata dalla Thailandia (sentito con le mie orecchie), che comunque non può reggere il peso dell’avanzata dei paesi emergenti, e che perciò deve “fare gruppo” con i cugini europei per resistere alla preoccupante ascesa dei negri membri dell’ex “terzo mondo”. Corollario: se si esce dall’esclusivo club euro si finisce come il Nord Africa.

Qui non c’è di mezzo solo il classico auto-razzismo degli italiani. Qui gioca un ruolo la mancata consapevolezza dell’incredibile divario che separa i paesi ricchi da quelli poveri.

Prendiamo il Marocco. Utilizzando i dati del Fondo Monetario Internazionale aggiornati al 2012, si può affermare che il reddito nazionale lordo del Marocco è di 97 miliardi e mezzo di dollari, mentre quello italiano assomma a 2014 miliardi.

Avete letto bene. Il Pil marocchino è meno di un ventesimo di quello italiano. E non pesa qui il divario di popolazione, visto che i residenti in Marocco sono grosso modo i 3/5 di quelli in Italia (38 milioni contro 59).

E l’Egitto? Inserire questo paese nel novero di quelli “che crescono” sembra davvero improprio, visto che il caos politico seguito ai fatti del febbraio 2011, unitamente all’illuminata amministrazione dei Fratelli Musulmani, ha portato alla rovina l’economia egiziana, tanto che forse è il caso di parlare di “paese sprofondante” più che di “paese emergente”… In ogni caso, il Pil egiziano nel 2012 era di 256 miliardi di dollari. Grosso modo un decimo del Regno Unito, e un ottavo dell’Italia- con una popolazione che, secondo stime recenti, supera i 90 milioni.

Il divario tra le due sponde del mediterraneo rimane abissale. Ma il discorso si può generalizzare. Ora facciamo una serie di confronti “Paese europei VS Paesi emergenti”.

  • La Francia, con 65 milioni di abitanti, gode di un reddito pari a 2600 miliardi di dollari. L’intera area ex-sovietica, comprensiva di tutte le ex-repubbliche (incluse quelle del baltico), ha un pil complessivo attorno ai 2550, pur contando più di 270 milioni di abitanti.

  • Si parla molto, per ragioni diverse, di due rampantissimi paesi emergenti, Turchia e Iran (quest’ultimo potenza petrolifera, e presto nucleare). Ebbene, questi due paesi, la cui popolazione complessiva supera i 155 milioni, hanno in due un pil non superiore ai 1300 miliardi, non distante da quello dei paesi del Benelux (1270 e spiccioli; però questi di abitanti ne hanno 28 milioni).

  • I vituperati PIIGS (in cui possiamo includere anche Cipro e Malta) insieme fanno 130 milioni di residenti, e (nonostante tutto!) ancora oggi presentano un pil complessivo che supera i 4000 miliardi di dollari. Cifra di poco inferiore (4100) a quella di cui gode l’insieme dei paesi del continente sudamericano, dalla Colombia all’Uruguay. Sia tra i PIIGS sia tra i sudamericani metà della questa complessiva del reddito è detenuta da un singolo paese; da noi l’Italia, da loro il Brasile. Eppure il Sudamerica ha più di 360 milioni di abitanti…
E infine i due confronti più impressionanti.
  • Se si somma il totale dei redditi complessivi dei paesi dell’Africa nera (e quindi escludendo l’intera Africa araba) si arriva a poco più di 1000 miliardi di dollari (1030). Tale somma è equivalente dei Pil sommati di Norvegia e Svezia. I due paesi scandinavi contano 13 milioni di residenti; le stime degli abitanti dell’Africa nera variano tra i 700 e gli 800 milioni. E questo nonostante la “potenza emergente” rappresentata dal Sudafrica, o una potenza petrolifera come la Nigeria.

  • Gran finale: la somma dei redditi di Germania, Svizzera e Austria (totale popolazione 97,5 milioni) è SUPERIORE (anche se di poco) ai pil sommati di India, Indonesia, Thailandia, Malesia, Singapore, Filippine, Pakistan, Bangladesh, Nepal, Sri Lanka, Vietnam, Laos, Bhutan, e Cambogia. Cioè tutta l’Asia meridionale e Sud-orientale. 4620 miliardi contro una cifra compresa tra i 4550 e i 4600. Giova ricordare che i paesi sopra considerati rappresentano UN TERZO della popolazione mondiale (2400 milioni circa).
Non ci credete? Vi invito a verificare, calcolatrice alla mano. E non ho nemmeno contato il Regno Unito…

In buona sostanza, e se restiamo attaccati ai dati, Floris e Scalfari ci hanno detto che uscendo dall’euro perderemmo il 95% del nostro peso economico (finire come il Marocco) o tuttalpiù l’88% (finire come l’Egitto). Affermazioni enormi, paragonabili a quelle di un medico che asserisca che trascurare l’acne porta inevitabilmente al cancro alla pelle. Affermazioni che però possono essere riconosciute come assurde, e offensive dell’intelligenza di chi ascolta, solo da chi ha una minima cognizione di “geografia economica”. Chi ce l’ha sa che l’Italia, come del resto gli altri paesi europei di grandi dimensioni, è un vero gigante economico; un gigante che non ha avuto bisogno dell’euro per formarsi, e che non scomparirebbe tornando alla propria valuta.

Naturalmente si può comunque continuare ad affermare che fuori dall’euro conteremmo quanto le Tuvalu. Questa è una tipica profezia che si auto-avvera. Alla lunga, rimanendo nella moneta unica, potremmo davvero perdere quote di reddito e di ricchezza tali da farci escludere dal novero dei paesi ricchi…


Fonte: http://il-main-stream.blogspot.it/
Link: http://il-main-stream.blogspot.it/2013/07/litalia-e-un-gigante-economico-lo.html

lunedì 8 luglio 2013

Egitto, esercito spara sulla folla 42 morti e 2 militari in ostaggio .

Versioni contrastanti: per i militari si è trattata della risposta ad un attacco terroristico, per gli esponenti dei Fratelli Musulmani è stato "un atto criminale contro i manifestanti". Il partito Libertà e giustizia lancia un appello alla rivolta per evitare che il Paese diventi "una nuova Siria".




I manifestanti pro Morsi hanno attaccato una caserma dell’esercito, i militari hanno risposto sparando sulla gente. Risultato: una carneficina costata la vita a 42 persone, secondo le stime fornite dalla tv di Stato. 500 circa i feriti secondo il ministero della Salute. Sarebbe altissimo, quindi, il bilancio delle violenze che si sono registrate nelle prime ore della giornata di fronte a una caserma della Guardia repubblicana al Cairo. 

Nel frattempo, secondo un responsabile dell’esercito, due soldati sono stati catturati dai sostenitori di Morsi. Samir Abdallah e Azzam Hazem Ali, riferisce l’agenzia Mena, sono stati caricati su una macchina e costretti a fare con un altoparlante una dichiarazione in favore dell’ex presidente e contro l’esercito. Poco dopo sono riusciti a fuggire. La sede del partito dei Fratelli musulmani egiziani è stata chiusa per decisione delle autorità, dopo la scoperta al suo interno di armi. Lo ha riferito un alto responsabile della sicurezza alla France Presse. La polizia secondo la fonte ha trovato “liquidi infiammabili, coltelli e armi” nei locali del partito Libertà e Giustizia di Mohamed Morsi, espressione della Fratellanza.

All’alba, secondo la tv satellitare, che cita il parlamentare di Fratelli Musulmani Mohamed Ibrahim El-Beltagy, i militari hanno aperto il fuoco contro i manifestanti provocando un “massacro”. I militari sostengono di essere intervenuti per sedare l’attacco di un “gruppo terroristico” alla caserma, nel quale uno dei loro è rimasto ucciso e altri 40 sono rimasti feriti. Ma per Gehad el-Haddad, portavoce della Fratellanza, i militari e la polizia sono arrivati all’improvviso alle 3.30 in piazza e hanno cominciato a usare lacrimogeni e armi da fuoco per disperdere un sit-in “pacifico” di sostenitori del presidente Mohamed Morsi

 “E’ stato un atto criminale – ha detto ad al-Jazeera – contro i manifestanti”. El-Haddad, inoltre, su Twitter, ha successivamente rivolto un appello a “tutti gli egiziani patriottici e coraggiosi”, affinché si uniscano alla manifestazione del Cairo “per difendere il paese dai traditori cospiratori del golpe militare” che ha destituito il presidente. Il partito Libertà e Giustizia, espressione dei Fratelli musulmani, “sollecita la comunità internazionale, i gruppi internazionali e tutti gli uomini liberi del mondo a intervenire per impedire altri massacri… e l’apparizione di una nuova Siria nel mondo arabo”.

I militari egiziani, invece, hanno arrestato 200 persone che nelle prime ore della giornata cercavano di assaltare un edificio della Guardia Repubblicana al Cairo, armati di pistole, bombe artigianali e altre armi. Lo ha annunciato l’esercito, citato dalla tv di stato, smentendo la versione dei Fratelli Musulmani, che parla di 37 manifestanti uccisi e 500 feriti. I militari, al contrario, contano un morto e 40 feriti tra le loro file.

Nel frattempo, il partito salafita al-Nour ha annunciato il suo ritiro dai colloqui per la formazione di un nuovo governo in Egitto, dopo la destituzione del presidente islamico Mohamed Morsi. Lo riferisce sempre al-Jazeera, secondo la quale il ritiro è avvenuto in segno di protesta per le violenze dell’esercito. Nelle scorse ore il partito salafita aveva bocciato prima la nomina di Mohamed el Baradei e poi di Ziad Bahaa el-Din alla carica di primo ministro, perché figure troppo laiche. “Ci ritiriamo, ma non resteremo in silenzio, volevano evitare lo spargimento di sangue, ma ora ne scorre a fiumi”. E ad al-Jazeera il predicatore salafita Yaser Borhamy ha aggiunto:  ”Bisogna scegliere qualcuno che non provenga da un partito politico, un tecnocrate puro”. El Baradei e el-Din fanno entrambi parte del Fronte di salvezza nazionale, principale schieramento politico dell’opposizione liberale.

Nel frattempo il leader laico el Baradei, indicato come possibile vice presidente ad interim ha chiesto di far luce sull’episodio: “E’ necessaria un’indagine indipendente” sui fatti di questa mattina al Cairo. La violenza genera violenza e deve essere condannata formalmente – ha scritto su Twitter – E’ necessaria un’indagine indipendente. La transizione pacifica è l’unica via”.


sabato 6 luglio 2013

Il Nuovo Selvaggio West (la colonizzazione commerciale dell'Africa).

di GRAHAM PEEBLES
countercurrents.org

Assecondando il volere dei loro benefattori aziendali, i governi dei paesi dominanti del G8 stanno attuando complessi accordi agricoli, consegnando ampi tratti di terra africana di prima scelta ai portafogli delle loro amanti: le multinazionali.

Essendo alla disperata ricerca d’investimenti stranieri, i paesi africani sono in balia dei loro nuovi padroni coloniali; imprese agrochimiche nazionali e internazionali stanno competendo per la terra, l'acqua e il controllo delle forniture alimentari del mondo. Spinto in maniera schiacciante da interessi personali e dal profitto, l’attuale gruppo di 'investitori' differisce poco dai suoi antenati coloniali. I mezzi possono essere cambiati, ma l'obiettivo di stuprare e saccheggiare, non importa quanto la verità suoni retorica, rimane più o meno lo stesso.

Considerata dai suoi leader settentrionali come un’area a basso rendimento agricolo, l'Africa sub-Sahariana è vista, secondo African Centre for Bio-diversity [Centro africano per la Biodiversità; ACB], come una "nuova frontiera", un luogo per "fare profitti, con un occhio alla terra, al cibo e in particolare ai biocarburanti". L’Africa, quindi, è il nuovo selvaggio West; i piccoli agricoltori e le popolazioni indigene sono gli indiani nativi, le multinazionali e i loro rappresentanti democraticamente eletti, o venditori, sono i nuovi coloni.

Varie iniziative, che offrono quel che è, indiscutibilmente, molto richiesto cioè “sostegno” ed “investimento”, sono in corso da nord a sud. Tra queste ha un ruolo chiave The New Alliance for Food Security and Nutrition in Africa [Nuova Alleanza per la sicurezza alimentare e la nutrizione in Africa; NAFSNA], progettata dai governi delle otto economie più ricche, per alcuni dei paesi più poveri del mondo. La New Alliance è nata dal summit del G8 di maggio 2012 a Camp David e, secondo WoW, è stata modellata sulla 'nuova visione' degli investimenti privati nell’agricoltura. E’ stata sviluppata dal management consultants McKinsey in collaborazione con il gruppo ABCD formato dai principali commercianti di grano (ADM, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus) e con altre multinazionali dell'industria agroalimentare. Allo stesso tempo è stata descritta in termini etici per essere inserita, in maniera accettabile, all'interno del Africa Union’s Comprehensive African Agricultural Development Programme [programma di sviluppo omnicomprensivo agricolo dell'Unione d’Africa; CAADP], conferendogli un'aura di credibilità a livello internazionale.

La New Alliance … per l’appropriazione della terra e delle sementi

A prima vista, la New Alliance, con i suoi obiettivi che brillano per altruismo, sembra essere un degno passo in avanti. Chi tra noi potrebbe mettere in discussione l'intenzione, come riportato dalle Nazioni Unite (ONU), di "realizzare una crescita agricola sostenibile e inclusiva e salvare 50 milioni di persone dalla povertà nel corso dei prossimi 10 anni"? I mezzi per raggiungere questo nobile obiettivo, però, sono discutibili, infatti, ignorano i diritti e le esigenze dei piccoli agricoltori e i desideri della popolazione locale. Questi ultimi non vengono consultati durante gli inebrianti negoziati tra i funzionari del governo locale e nazionale e le multi-fantastiliardarie corporazioni, le quali si muovono a frotte per comprare la terra ancestrale dei locali. Un reportage di WoW dichiara che i contratti e gli accordi stipulati dall’Alliance favoriscono gli investitori facoltosi, rivelando ciò che sta dietro all’obiettivo delle ingiuste iniziative del G8: "Aprire l'agricoltura africana alle multinazionali dell'industria agroalimentare per mezzo di 'linee guida nazionali per la cooperazione' tra i governi africani, i donatori e gli investitori del settore privato".

Ci raccontano che la riduzione della povertà (obiettivo principale dichiarato dell'Alliance), sarà raggiunta non con metodi razionali di condivisione e redistribuzione, bensì, come rivela l’USAID [Agenzia Americana per lo sviluppo Internazionale] in data 18/05/2012, "uniformando gli impegni della classe dirigente d’Africa, allo scopo di portare avanti dei piani nazionali efficaci e politiche per la sicurezza alimentare".

“Piani e politiche” redatti senza dubbio nelle sale riunioni sacre di chi guida la 'New Alliance': i governi del G8 e le loro coorti tra cui la Banca Mondiale, alle cui spalle stanno le aziende agricole che tirano le fila della politica, con a fianco i giganti farmaceutici ed i magnati dell'industria bellica. Poiché i governi africani sono desiderosi di sedere a capo tavola, o almeno di essere invitati nella stanza dei bottoni, hanno poca scelta, se non quella di firmare questi 'piani e politiche' squilibrati.

A oggi, nove paesi africani (in un continente di 54 stati nazionali), si sono impegnati con la New Alliance. I primi a firmare sono stati, Tanzania, Ghana e l’alleato privilegiato dell'Occidente nella regione: l'Etiopia, dove un ampio spettro di violazioni dei diritti umani, incluso le deportazioni e gli stupri hanno, a quanto si dice, accompagnato le vendite dei terreni, e dove più di 250.000 persone, in Gambella, sono state forzate a far parte di un progetto dal suono orwelliano 'Villagization Programmes’. Poi è toccato al Burkina Faso, al Mozambico e alla Costa d'Avorio, seguito da Benin, Malawi e Nigeria. Si tratta di un accordo grondante di vincoli che promettono di intrappolare gli innocenti e i disinformati. Dopo "un'ampia consultazione su terra e l'agricoltura", con i funzionari dei potenziali paesi partner, i cui risultati sono stati "ignorati dagli accordi con il G8", gli accordi "tra i governi africani e le società private sono stati agevolati dal World Economic Forum", dietro porte saldamente chiuse. Così riferisce il giornale The Guardian.

Condizionati dagli investimenti promessi dalla New Alliance, i leader africani si sono “impegnati”, così ci dice l'USAID – ma “sono stati forzati” può essere una parola migliore - "ad affinare le politiche [del governo], al fine di migliorare le opportunità di investimento". In parole povere, i paesi africani sono tenuti a modificare le loro leggi sul commercio e sull’agricoltura per accettare la fine della distribuzione gratuita delle sementi, per allentare il sistema fiscale e i controlli nazionali sull'esportazione, spalancando le porte al rimpatrio dei profitti (permettendo al denaro così come alle colture di essere esportate). In Mozambico, come altrove in tutto il continente, gli agricoltori locali sono stati sfrattati dalle loro terre a causa degli accordi di vendita dei terreni. Il The Guardian del 10.06.2013 riporta che "(Il Mozambico) è ora costretto a scrivere nuove leggi che promuovano ciò che l’accordo definisce “collaborazioni”di questo genere". Un termine inquinato che nasconde il vero rapporto tra i governi africani e gli “investitori” multi-nazionali, che è più vicino a quello tra padrone e cameriera piuttosto che a quello tra collaboratori alla pari.

L'Alleanza offre una combinazione di denaro pubblico e privato ai paesi africani disposti a fare il grande salto, proposto dal G8, verso la doppiezza politico-economica internazionale, con, come riferisce ACB "le grandi aziende agrochimiche multinazionali delle sementi, dei fertilizzanti che dettano le priorità ... e le istituzioni filantropiche (come Agra e altri) che stabiliscono i meccanismi istituzionali e infrastrutturali per realizzare ciò che viene deciso". La Gran Bretagna ha promesso 395 milioni di sterline di aiuti per l’estero sebbene, secondo le Nazioni Unite "oltre 45 aziende locali e multinazionali hanno espresso la loro intenzione di investire oltre 3 miliardi di sterline in tutta la preziosa catena agricola dei paesi che aderiscono a Grow Africa [un programma della nuova collaborazione per lo sviluppo dell'Africa (NEPAD), istituito dall'Unione africana nel 2003.]". Al fine di mettere le mani su alcuni dei miliardi delle società, tuttavia, le nazioni africane sono tenute a "cambiare le loro leggi sulle sementi, quelle sul commercio e sulla proprietà del territorio, al fine di privilegiare i profitti aziendali sui bisogni alimentari locali". Ad esempio il Mozambico ha deciso, ci dice il The Guardian, di "cessare sistematicamente la distribuzione di sementi libere e non modificate", e sta elaborando nuove leggi che conferiscano diritti di proprietà intellettuale (IPR) sulle sementi, che "promuoveranno gli investimenti del settore privato".

In altre parole, sono state scritte leggi che consentono alle aziende estere – “investitrici” (una parola usata per indurre in errore e dare legittimità) - di impossessarsi della terra dei loro "partner" africani, brevettare i loro semi e monopolizzare i loro mercati alimentari. In Ghana, Tanzania e Costa d'Avorio, regolamenti analoghi sono sul tavolo in attesa di essere approvati.

La riscrittura delle leggi sulle sementi, insieme con il fatto che questi accordi squilibrati permettono alle "grandi multinazionali agrochimiche delle sementi, dei fertilizzanti come Yara, Monsanto, Syngenta e Cargill di decidere le priorità", è una delle principali preoccupazioni espresse dalle ONG ambientali e dagli attivisti, dichiara Reuters in data 20/06/2013. Si tratta di preoccupazioni che i governi, che hanno avviato il G8, dovrebbero condividere, si sono mai preoccupati dall’impatto causato dalle loro ingerenze?

La vasta proprietà, da parte di un piccolo numero di grandi aziende agro-chimiche, dei diritti sulle sementi e sui fertilizzanti sta creando (come dichiarano le Nazioni Unite nel loro rapporto sul diritto al cibo) "i privilegi di un monopolio, a vantaggio dei coltivatori e dei titolari di brevetto, attraverso lo strumento della proprietà intellettuale". Questa tendenza crescente, facilitata dal sostegno dei governi del G8, sta ponendo sempre più il controllo della catena alimentare a livello mondiale nelle loro mani, e sta portando, "i contadini più poveri [a] dipendere sempre più da fattori costosi, creando il rischio d’indebitamento a fronte di redditi instabili." L'India è un esempio, i contadini strangolati dai debiti si tolgono la vita al ritmo di due ogni ora.

Condividere le sementi, la terra e l’acqua.

Gli agricoltori africani e la società civile insieme a 25 gruppi di attivisti inglesi tra cui War on Want, Friends of the Earth, The Gaia Foundation e il World Development Movement, hanno esposto le loro obiezioni sulla New Alliance e hanno chiesto che il governo neghi i 395 milioni di sterline generosamente promessi dal primo ministro Cameron. La società civile africana vede chiaramente che "l'apertura dei mercati e la creazione di spazi per assicurare profitti alle multinazionali, sono il fulcro dell'intervento del G8", "riconoscono che la New Alliance è un calice avvelenato, e hanno ragione a rifiutarla", afferma Kirtana Chandrasekaran di Friends of the Earth (FoE).

Dopo aver fatto un pasticcio continentale nelle economie dei loro paesi, per non parlare del caos ambientale causato dalle loro politiche, con imperturbabile arroganza coloniale i governi del G8 ritengono di dover dire ai paesi africani che cosa fare della loro terra e il modo migliore per farlo. Non solo non hanno alcun reale interesse in Africa, eccetto ciò che si può guadagnare da essa, ma non hanno "alcuna legittimità a intervenire in materia di prodotti alimentari, fame e possesso della terra in Africa o in qualsiasi altra parte del mondo", mette in chiaro WoW. La New Alliance, secondo David Cameron, è "una perfetta combinazione tra il promuovere il buon governo e l’aiutare l'Africa a sfamare la sua gente". Lui e il resto del club del G8 stanno comodamente seduti, dichiarano i FoE, “fingendo di affrontare la fame e la spartizione della terra in Africa, mentre spalleggiano un sistema che rovinerà la vita di centinaia di migliaia di piccoli agricoltori", la New Alliance è "un assalto alle nazioni africane, a vantaggio delle aziende". Le opportunità “d’investimento e di supporto” sono messe a disposizione degli investitori, per espandere ulteriormente le loro risorse aziendali, con il sostegno dei governi partecipanti, costretti a fornire una quantità variegata d’incentivi statali.

La fine della fame nell’Africa sub-Sahariana, in India e altrove, non si otterrà, come questi governi credono, lasciando che grandi appezzamenti di terreno siano acquistati da aziende il cui unico interesse è massimizzare il ritorno sugli investimenti, dichiara ACB. L'Alliance, lungi dal fornire investimenti e sostegno per i popoli dell'Africa, è una maschera di sfruttamento e speculazione. Il vero investimento, fondato su una collaborazione, è l'investimento sulle popolazioni africane: i piccoli agricoltori, le donne, i bambini, le comunità di tutto il continente. Implica il lavorare insieme, il consultarsi, l’incoraggiare la partecipazione, collaborando invece di competere, ed implica la condivisione, che è un punto cruciale.

La condivisione delle conoscenze, delle esperienze e delle tecnologie, la condivisione in modo equo delle risorse naturali, tra la gente dell'Africa e del mondo in generale: terra, cibo, acqua, minerali e altre risorse. Tali idee, così radicali e di buon senso, avvierebbero il lungo cammino per la creazione, non solo della sicurezza alimentare, ma anche dell’armonia, della fiducia e della giustizia sociale che potrebbe forse anche portare la pace: la somma sicurezza.


Graham Peeble è direttore di Create Trust. Potete scrivergli a: graham@thecreatetrust.org

Fonte:  http://www.countercurrents.org/peebles270613.htm
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDROMEDA NURELF

venerdì 5 luglio 2013

L'ultima rivelazione di Edward Snowden.

di Valentin Vasilescu Réseau International 1 luglio 2013

A 40 km a sud di Salt Lake City c’è Camp Williams, presidio e poligono della Guardia Nazionale dello Stato dello Utah. L’ex campo d’aviazione della guarnigione e il terreno circostante (600 kmq) sono stati presi dalla NSA (National Security Agency), che ha iniziato la costruzione del primo centro di trattamento dei dati del programma CCNCI (Community Comprehensive National Cybersecurity Iniziative), sulla base del decreto segreto NSPD-54/HSPD-23 firmato nel gennaio 2008 dal presidente degli Stati Uniti George W. Bush (Homeland Security Presidential Directive 23). In base a questo decreto, gli obiettivi della CCNCI sono: lo sviluppo di una strategia volta a scoraggiare cyber-interferenze e cyber-attacchi contro gli Stati Uniti, il rafforzamento della prima linea di difesa contro la penetrazione delle reti governative degli Stati Uniti ‘attraverso un meccanismo di prevenzione’, la difesa degli Stati Uniti nei confronti delle minacce poste dallo spionaggio estero e, infine, costruzione del futuro contesto della sicurezza informatica attraverso la formazione, il coordinamento e la ricerca. Il centro elaborazione dati dello Utah sarà pronto nell’ottobre 2013.
La costruzione di questi edifici costerà 1,5 miliardi di dollari, a cui aggiungere 2 miliardi di dollari per i sistemi informatici e il software per lo stoccaggio delle informazioni e la manutenzione. Il consumo energetico del centro sarà enorme (65 megawatt), l’equivalente dell’elettricità fornita a una città di 65.000 edifici. Per raffreddare gli enormi computer saranno utilizzati quotidianamente 6 milioni di litri d’acqua. Il data center sarà in grado di elaborare e memorizzare ogni tipo di comunicazione raccolto via satellite dalle reti radiotelevisive e dai cavi in fibra ottica sotterranei e sottomarini delle reti nazionali e internazionali, in tutto il mondo.
Il centro dispone di una capacità di memoria misurata in zettabyte che può memorizzare l’intero contenuto di 300 miliardi di iPhone, tutti i dati delle e-mail personali, dei telefoni cellulari, SMS, ricerche su Internet, messaggi cestinati, tutti i dati di tipo personale, nonché registrazioni video delle telecamere che controllano il traffico, i biglietti dei parcheggi, i viaggi, gli acquisti di libri nelle biblioteche digitali, ecc.

Valentin Vasilescu, pilota ed ex vice-comandante delle forze militari a Otopeni, laureato in Scienza Militare presso l’Accademia di Studi Militari a Bucarest, nel 1992.


Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora - Fonte: sitoaurora.wordpress.com
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mercoledì 3 luglio 2013

Il tempo è scaduto.

di Moreno Pasquinelli.

Era il 2009 quando lo tsunami della crisi giunse in Italia, e in Europa. Eravamo soli, o quasi, allora, a segnalare che non si trattava di una delle solite crisi cicliche a cui sarebbe presto seguita la “ripresa”. Sostenevamo che eravamo entrati in una crisi storico-sistemica e che una catastrofe economica e sociale senza precedenti era alle porte (e chiamavamo a sventarla).  
Quelli che pensavano ad una crisi grave ma passeggera del capitalismo, dicevano: “Siete dei catastrofisti. Vedrete che ne usciranno in qualche maniera, ci metteranno una pezza, e la ruota tornerà a girare come prima”. 
  Chi aveva ragione?

Nel 2010, mentre la Grecia affondava, noi dicemmo un’altra cosa: che l’Europa sarebbe stata l’epicentro della catastrofe, che la stessa Unione europea, costruita sul pilastro della moneta unica, sarebbe andata in pezzi. Affermammo che la crisi dell’eurozona non si arrestava in Grecia, che essa era destinata a travolgere il nostro paese, che se volevamo evitare la catastrofe avremmo dovuto abbandonare la nave eurista oramai alla deriva, riguadagnare subito la sovranità politica e democratica, a cominciare da quella monetaria. 
  Chi aveva ragione?

La catastrofe non è stata evitata, ora ci siamo dentro fino al collo. Quattro anni di recessione hanno infatti avuto, sul tessuto sociale del nostro paese, gli stessi effetti di una guerra. Una guerra che è ancora in corso, tuttavia, perché i criminali che l’hanno voluta non hanno ancora raggiunto il loro scopo.

Chi l’ha voluta? E qual è il loro scopo?

L’ha voluta la nuova classe dominate globale, composta dai giganti della finanza parassitaria, quella fondata sulla rapina delle conquiste sociali di mezzo secolo, dei diritti popolari, dei beni comuni, delle risorse naturali. Una guerra predatoria globale che, dopo essere stata sperimentata con successo ai danni dei paesi più poveri, è stata scatenata anche verso “paesi maiali” come l’Italia.

Lo scopo recondito di questa classe parassitaria e criminale è depredare la ricchezza accumulata da alcune nazioni, per impossessarsene e quindi giocarsela nelle bische del capitalismo-casinò. Nei disegni di questa classe globale ci sono infatti una nuova divisione mondiale del lavoro, nuovi equilibri geopolitici, un assetto globale in cui queste nazioni sono condannate all’inferno, a diventare colonie, fornitrici di forza-lavoro e merci a basso costo nonché avamposti militari per soggiogare altri popoli.
Moreno Pasquinelli


Questo esito è stato meticolosamente e lungamente preparato. Occorreva privare le nazioni della loro sovranità politica, togliergli ogni strumento di autodifesa. L’Unione europea a questo è servita, a disarmare paesi come il nostro, ad abbattere ogni paratia difensiva, per poterli così meglio esporre all’offensiva predatoria. Non saremmo finiti nell’abisso dove siamo se la classe criminale globale non avesse prima infiltrato con uomini fidati le istituzioni europee e nazionali, corrotto e posto al suo proprio servizio partiti, mezzi di comunicazione, mondo della cultura.

Questa guerra economica è ad uno stadio già molto avanzato, ma non è affatto terminata. Siamo alle porte dell’ultimo assalto, del bombardamento finale. E’ questione non di anni, è questione di mesi.

Attenderanno le elezioni tedesche, per verificare la solidità della loro piazzaforte tedesca. Quindi le cosche dell’alta finanza globale scateneranno l’attacco finale.

In cosa consisterà?

Non è difficile immaginare il come. Consisterà in una vendita massiccia di titoli di stato, di abbligazioni e azioni delle grandi banche, lo spread schizzerà alle stelle e il nostro paese andrà in default. Così, forti dell’ausilio dei gaulaiter che hanno piazzato alla testa delle istituzioni, delle banche, dei partiti, le cosche globali daranno l’assalto alla ricchezza nazionale di cui non si sono ancora impossessati. Costringeranno il governo a dichiarare lo Stato d’eccezione, a chiedere alla Bce e alla troika di correre in soccorso dell’Italia. In cambio, come insegnano la Grecia e Cipro, vorranno che siano rispettate condizioni ancor più atroci di quelle che abbiamo conosciuto con Monti. Queste cosche imporranno di svendere gli ultimi gioielli di famiglia, dopo aver fatto crollare i loro valori vorranno impadronirsi di banche e aziende. Rapineranno poi gli ultimi risparmi dei cittadini sequestrando i loro conti correnti. Imporranno una patrimoniale che trasformerà milioni di italiani in mendicanti. Altre migliaia di aziende chiuderanno, assieme a pezzi dell’amministrazione pubblica e la disoccupazione andrà alle stelle.

E’ evidentissimo che l’eurozona scoppierà. Queste stesse cosche che oggi terrorizzano i cittadini affermando che se la moneta unica morisse sarebbe la fine, saranno esse per prime a decretarne il decesso. E vedrete! proprio quelli che oggi gridano “Euro o morte!”, ci diranno con nonchalance che sganciarsi dall’euro sarà indispensabile “per la ripresa”, che altre volte aree monetarie uniche sono andate in frantumi e quindi piloteranno lo sgretolamento proprio per nome e per conto della grande finanza predatoria globale.

Sarà uno shock sociale senza precedenti che i suoi demiurghi sperano poter gestire senza grandi scosse sociali. Ovvero col popolo docile e in ginocchio.

Il tempo è scaduto. Scaduto da tempo per la sinistra di governo asservita ai criminali. Scaduto per la sinistra d’opposizione che non ha né saputo né voluto sganciarsi dalla narrazione globalista e europeista. Il tempo sta per scadere per il Movimento 5 Stelle, che sta dissipando in maniera patetica il deposito di indignazione sociale incassato alle ultime elezioni, dimostrandosi del tutto inadeguato alla sfida dei tempi, del tutto incapace di indicare un’alternativa e quale sia la strada da percorrere.

Siamo ad uno snodo delicatissimo: se le classi dominanti non riusciranno a governare come adesso e dovranno ricorrere a mezzi speciali, il popolo non può più vivere come prima. I due ingredienti principali che se mescolati possono innescare l’esplosione stanno venendo a contatto.

Una rivolta potrebbe scoppiare, e potrebbe scatenare la sollevazione generale, malgrado il popolo lavoratore sia disarmato, privo di organizzazione e di direzione. Riusciremo a costruirli nel fuoco della battaglia? 


martedì 2 luglio 2013

Balasso e la Pubblicità.

Come non condividere le "perle" di Natalino Balasso? Un comico "sparito" dalla Tv (chissà come mai) ma che continua a farci sorridere sui problemi della nostra società. Una comicità vera, mai fine a sè stessa che ci spinge ad interrogarci e soprattutto a pensare, a ripensare noi stessi e il ruolo che ricompriamo in questa società del terzo millennio.
Buona visione,
Francesco.







Dentro il Superstato, a nostra insaputa.

Pubblichiamo questo articolo di Maurizio Blondet tratto da Effedieffe – che ringraziamo per la gentile concessione – data la sua estrema attualità.












di Maurizio Blondet.

Se l’orgoglio francese non avesse opposto la sua «eccezione culturale» nell’ultimo negoziato Usa-Europa sulla liberalizzazione degli scambi, sarebbe stato taciuto completamente – e noi non ce ne saremmo nemmeno accorti – un ulteriore passo in avanti del progetto mondialista più grosso, decisivo ed occulto: il Mercato comune Transatlantico, in gergo orwelliano Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP). Ossia la creazione degli Stati Uniti Useuropa, con l’inglobamento del nostro continente nel sistema giudiziario, brevettuale, poliziesco americano, compresa l’estrema liberalizzazione finanziaria vigente in Usa.

È un progetto che l’eurocrazia, con il silenzio complice dei nostri politici, stanno attuando a grandi passi e con la massima discrezione, onde i popoli non se ne accorgano. Esso sarà completato, secondo i loro desideri, nel 2015. Cioè domani.

Un insieme di nuove istituzioni sovrannazionali, come il Consiglio Economico Transatlantico ed altri organismi dipendenti da questo, sarà il nuovo «governo» del super-sistema Useuropa . Non solo sarà ancor meno aperto ai principii democratici della Commissione Europea (vi siederanno rappresentanti non eletti, non vi sarà alcun dibattito parlamentare); sarà sovra-ordinato alla Commissione Europea e alla eurocrazia, prospettando un ancor più avanzato esproprio di sovranità e indipendenza.

Questa nuova istituzione sovrannazionale imporrà la cosiddetta «armonizzazione» di numerosi settori di legislazione vigenti negli Stati europei, ancora deplorevolmente plurali per il mondo degli affari e della finanza, con la legislazione americana: ossia «sotto» di essa.

Ovviamente, attraverso tale armonizzazione pretesamente commerciale, gli Usa influiranno in modo crescente e ancor più decisivo sulle decisioni politiche degli europei. La diplomazia europea sarà ancor più allineata su quella americana; e ciò in modo cogente, proprio come nella costruzione europea, le normative emanate dall’eurocrazia sono cogenti verso e contro le volontà popolari. Basti pensare che per via di «armonizzazione» dovremo accettare le norme alimentari americane che impongono gli OGM, i vitelli gonfiati con ormoni femminili, l’uso di additivi da noi ancora vietati che sono la causa primaria delle mostruose obesità statunitensi; si pensi che la Commissione Europea ha cercato di imporre l’importazione dagli Usa di pollame trattato con cloro per rallentarne la putrefazione, che in Usa è messo normalmente i commercio (per ora, l’opposizione di alcuni governi ha avuto la meglio). E lo stesso varrà per la legislazione Usa sul lavoro (con riduzione delle tutele ai lavoratori), la sanità americana in mano alle assicurazioni private a scopo di lucro, e così via.

Più concretamente:

1) Il mercato transatlantico uniforma tutto ciò che serve alla libera circolazione di merci, servizi e capitali tra le due sponde, naturalmente nell’interesse supremo della «libera concorrenza» e della competitività. Ciò a favore specificamente delle colossali finanziarie Usa, ancor più libere di agire su un mercato più esteso geograficamente e più popolato (l’Europa ha una popolazione più numerosa degli Usa, e mediamente più benestante).

2) La «competitività» così perseguita favorirà le fusioni-acquisizioni da parte delle multinazionali per lo più americane e a loro vantaggio, e a detrimento del tessuto di piccole medie imprese che costituisce il nerbo dell’economia in Europa. Si ricordi che nel 2005 le 500 più grandi multinazionali controllavano il 50% del commercio mondiale: dal 2015 nulla sfuggirà a questo oligopolio globale.

3) Gli accordi transatlantici, per scelta, non armonizzano le norme fiscali né le leggi ambientali, per esempio: il che porta a una concorrenza fra i sistemi legislativi che favorisce pratiche di dumping: vincente sarà lo Stato con leggi ambientali più lasche e fiscalità più «business friendly». Ancora più stringente diverrà la concorrenza verso il basso sui salari, sulla precarietà (pardon, «flessibilità») e sulla salute delle popolazioni.

4) In quanto aumenta ancor più il potere dei mercati finanziari e delle multinazionali sui politici eletti locali, il mercato transatlantico accelererà la privatizzazione di servizi pubblici e della Sicurezza sociale. Il modello vincente sarà quello americano: privatizzazione dell’insegnamento, della sanità e dei trasporti pubblici, sistema pensionistico affidato a fondi d’investimento privati che speculano sulle Borse mondiali, fine della cassa integrazione, eccetera.

5) Tutte le decisioni politiche che stanno portando al mercato comune transatlantico sono prese su consiglio, pressione diretta e lobbying delle grandi multinazionali, che spesso forniscono ai governi gli «esperti» ufficiali. Ciò non senza la slealtà dei politici che noi abbiamo eletto (o che si sono fatti eleggere in liste bloccate): basti dire che quasi il 10% dei parlamentari europei sono membri di una delle lobby che promuove gli interessi delle multinazionali, il Transatlantic Policy Network .

Di nascosto come al solito – la cosa è stata rivelata solo il 14 giugno, durante la riunione dei ministri degli esteri europei – la Commissione Europea ha inserito negli accordi transatlantici con gli Usa un «mandato» obbligatorio titolato «composizione delle controversie fra Stato e privato» (Investor-State Dispute Settlement, ISDS), che dà alle multinazionali americane, in caso di controversie in Europa, il potere di scavalcare i tribunali ordinari – e magari rispettosi della sovranità dello Stato di cui sono parte – per accedere ad «un largo ventaglio di arbitrati» privati, fra cui le multinazionali potranno scegliere quello a loro più favorevole. Una direttiva targata Monsanto.

Una traduzione francese del documento, stampigliato «segreto» dall’eurocrazia, può essere letto qui. È possibile risalire all’originale inglese.

6) Un settore dove l’eurocrazia non ha nulla da imparare dagli Stati Uniti, è quello della sorveglianza, controllo e intercettazione dei cittadini; forse più «avanzata» la nostra. La collaborazione fra Usa ed UE, col pretesto della «lotta al terrorismo globale», hanno già messo in essere accordi di polizia, giudiziari e penali completamente intrusivi della vita dei cittadini; la sola differenza è che il sistema di intercettazione americano, di cui da pochi giorni abbiamo conosciuto le enormi dimensioni, è a senso unico: gli enti di repressione Usa possono ficcare il naso e le antenne su ogni fatto del cittadino europeo, dalle cartelle sanitarie ai conti in banca, dalle telefonate ai dati fiscali fino alle schedature che le nostre polizie tengono su ciascuno di noi, mentre le entità di repressione europee non possono fare altrettanto.

Abbiamo anche saputo che gli europei hanno affidato a Google, profittando della dimensione di semi-monopolio globale che ha preso questo motore americano, la cura di raccogliere, trasferire, utilizzare e vendere i valori aggiunti di tutto ciò che producono nel mondo digitale: in pratica, gli abbiamo messo a disposizione ciò che viene prodotto da cervelli europei, e in cambio gli abbiamo dato il potere di suggerirci i contenuti dei delle nostre cortecce cerebrali associative; di fatto, siamo sempre più indotti a pensare «secundum Google», ossia entro i quadri reticolari che Google ha preparato per noi. Per loro, non ci sono più segreti né commerciali né intellettuali, di cui non possano impadronirsi. I legami tra Google e la National Security Agency, la Cia e l’FBI non sono da dimostrare.

Il peggio è che si è da poco unito a Google Ray Kurzweil, il supertecnico dell’intelligenza artificiale. Entro pochi anni, l’America che conta punta a costituire il «cervello globale» dotato di «coscienza artificiale», che sarà centrato su Google e sui supercomputer IBM «Blue Gene /Q memory enhancement»: a quel punto la subalternità intellettuale europea sarà definitiva, e avrà gli aspetti della schiavitù. (L’Europe en phase finale d’américanisation)

Per il resto, diritto alla vita privata, all’equo processo, al giudice naturale, a veder rispettata la separazione dei poteri, tutto è già stato abbondantemente spazzato via dalla Commissione europea. In base al mandato di cattura europeo, già oggi ciascuno di noi può essere deportato, poniamo, in Polonia o Romania (domani in Turchia), per esservi giudicato, da un tribunale di cui non conosce le procedure e nemmeno la lingua, per fatti che sono reati in quel Paese, e non nel nostro. Domani potremo finire invece a Guantanamo, senza processo e senza avvocato, per un tempo che deciderà il potere esecutivo di Washington.

Di fatto, l’Unione Europea – quella che ci fu fatta passare come una grande unione ideale (Bach, Dante, Dostojevski, Proust…) mentre era uno strumento di burocratizzazione, ora si appresta a diventare un Paese associato agli Usa: nemmeno una stella in più nella bandiera Strips and Stars, ma una entità soggetta, senza diritto di voto, più o meno come Portorico.

La tendenza americana (con la compiacenza eurocratica) è di ampliare la definizione di atto terroristico come volontà di destabilizzare uno Stato o influenzare le sue decisioni: con ciò, il superstato orwelliano si darà i mezzi per reprimere, schedare, negare l’accesso politico e perseguitare nell’intero spazio transatlantico i movimenti sociali, e le forme di opposizione politica e associative che si propongano di cambiare lo status quo, ossia il regime delle multinazionali. Saranno ridotti alcuni diritti elementari alla propria difesa legale, già oggi applicato in Usa: per esempio il divieto dell’accusato di accedere a documenti a proprio discarico, con la scusa che sono coperti da segreto di stato, o segreto militare.

Si noti che l’opinione pubblica viene già preparata, attraverso selezionate demonizzazioni di gruppi la cui «alternatività» non è approvata, a reclamare leggi speciali di repressione. Il 16 giugno i giornali hanno lanciato la notizia seguente: «Forza Nuova al Gay Pride: 7 fermati con materiale omofobo. Gli estremisti di destra volevano distribuirlo al corteo di sabato». Così il Corriere: «Il materiale omofobo, come si apprende, consisteva in circa 90 mila foglietti dalle dimensioni di un biglietto da visita, riportanti da un lato la scritta L’unica famiglia, il disegno stilizzato di una coppia e due bambini che si tengono per mano, e l’indicazione del sito www.forzanuova.org; sull’altro lato la dicitura “Maschi selvatici, non checche isteriche” ed il logo di Forza Nuova».

Se questo è «materiale omofobo», allora significa che non è più ammesso il minimo, e nemmeno il più civile, diritto di criticare l’imperialismo sodomita trionfante, nemmeno distribuendo volantini. La libertà di espressione politica è del tutto azzerata in questo caso. I sette, di cui uno minorenne, sono stati fermati «preventivamente»: per la sola intenzione di distribuire volantini grandi come biglietti da visita. È stato impedito loro di poter dichiarare il loro dissenso alla sfilata degli invertiti, nuovo mostro sacro intoccabile . Sette ragazzini sono stati intimiditi dalla polizia per una intenzione, sono stati trattenuti «fino a tarda notte», e rilasciati dopo schedatura, schedature che serviranno in future persecuzioni. Il tipografo che ha prodotto i volantini è stato denunciato: con tanti saluti alla libertà di stampa. Naturalmente tutto ciò è «legale»: il dissenso politico, anche razionalmente e verbalmente motivato, è già sul punto di essere classificato come «terrorismo». Col Patto Transatlantico, la catena ci sarà definitivamente chiusa attorno al collo.

Su questo sfondo, la difesa francese della «eccezione culturale» è patetica fino al ridicolo. Difende (come?) la cinematografia francese, ma a prezzo di tutto il resto. E il resto è – come spiega persino il progressita «Marianne»: «l’agricoltura, il tessile, i servizi, l’acqua, l’energia, la grande distribuzione, i contratti pubblici, le normative. Il 98% dell’economia. E senza dimenticare le funzioni sovrane dello Stato, perché gli americani chiedono procedure speciali che permettono alle imprese di attaccare gli Stati, quando le regole che stabiliscono non convengono loro».

A questo punto, la difesa della «eccezione culturale» si ridurrà (come forse già è) alla sindacalizzazione degli «intermittents», precari dello spettacolo, in modo che possano divertire i turisti americani e cinesi girando l’organetto per le strade di Parigi.

E noi? Dormiamo. Ci lasciamo trascinare nel collasso della nostra economia nazionale, passivi e disperati. L’amico Enrico Galoppini si chiede come mai, in Tunisia, un venditore ambulante che s’è dato fuoco perché la polizia gli aveva confiscato la merce ha potuto innescare una «primavera araba» col conseguente rovesciamento del regime, mentre in Italia disperati che si suicidano a mazzi, ultimo il fioraio napoletano che s’è buttato giù dagli uffici del Comune che non gli rilasciava un permesso, non suscitano alcuna sollevazione. Galoppini ne trae la troppo giusta conclusione che le «primavere arabe» sono state preparate, favorite e promosse dall’estero e i «dissidenti» selezionati accuratamente dai governi e dai media occidentali, mentre qui non fa comodo che accada nulla. Tutto giusto. Ma vorrei aggiungere anche un altro motivo, che non esclude il primo: la nostra incapacità di unirci, di organizzarci per uno scopo comune. come dice l’inno, «noi siamo da secoli calpesti e derisi/ perché non siam popolo, perché siam divisi». Ognuno chiuso nel suo ottuso particulare, ognuno diffidente del vicino, pronto solo a mettergli i bastoni tra le ruote se propone qualcosa che superi l’interesse privato più microscopico. Basta una riunione di condominio per constatare questo vizio italico nel pieno della sua esibita svergognatezza…

Stavo per completare queste righe, quando mi giunge una notizia che mi smentisce.
Lecce, follia ultrà: scontri allo stadio, in fiamme auto della Polizia
Dal notiziario: «Un fuoristrada della polizia incendiato, diverse bombe carta e due poliziotti contusi agli arti inferiori: è il primo bilancio dei disordini avvenuti fuori dallo stadio Via del Mare, a Lecce dopo la mancata promozione in Serie B dei giallorossi per mano del Carpi. Sono circa 250 i teppisti che hanno preso parte ai disordini».
Mi devo correggere, cari lettori: no, noi italiani siamo capacissimi di organizzarci, coalizzarci ed batterci come leoni in una ben concertata violenza. Basta che ci chiami all’azione qualche scopo futile ed idiota, meglio se abietto.


Fonte: effedieffe.com
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lunedì 1 luglio 2013

Novità sul Caso Moro.

DI ALDO GIANNULI aldogiannuli.it

Ancora novità sul caso Moro: un artificiere Vitantonio Raso ha scritto in un libro di memorie, che sarebbe stato chiamato il 9 maggio 1978 in via Caetani sino dalle 10 per esaminare l’R4 nella quale avrebbe, per primo, scoperto il cadavere di Moro, il cui sangue “era ancora fresco”. Sul posto sarebbe immediatamente giunto Cossiga che “sembrava sapere già tutto”. Questa versione sarebbe poi stata confermata da altro componente del corpo ed, in una certa misura, dall’ex vice segretario socialista Claudio Signorile che sostiene di essere stato nello studio del Ministro quando, intorno alle 11, sarebbe giunta la telefonata che annunciava il ritrovamento del cadavere di Moro. Che gli orari della versione ufficiale non quadrassero si era capito da tempo anche a causa di una serie di particolari di cui riparleremo in altra occasione.

Sulla versione di Raso ha lavorato Manlio Castronuovo (autore di un pregevole libro sul caso Moro uscito qualche anno fa) che, al pari di Alessandro Forlani (autore di un recentissimo libro sul caso Moro) e di Stefano Cecchetto (autore di un altrettanto recente libro su Bernardino Andreola), lavora a contatto con Paolo Cucchiarelli e Stefania Limiti (autrice di una monografia sull’Anello).

Le rivelazioni odierne sono molto interessanti, perché, qualora riscontate, implicano non poche variazioni rispetto alla tesi ufficiale e ci pongono molte domande.

In primo luogo: se il “sangue di Moro” era ancora fresco alle 10-11, vuol dire che non fu ucciso nella primissima mattinata in via Montalcini e poi portato in via Caetani, come hanno sempre detto le Br, ma è stato ucciso in orario sensibilmente successivo e, conseguentemente, in un luogo assai più vicino a via Caetani. Il che è esattamente il sospetto che da anni manifesta il più importante studioso del caso, Sergio Flamigni.

In secondo luogo, questa smentita alla versione Br, distruggerebbe definitivamente la loro credibilità, mettendo in dubbio qualsiasi altro particolare delle loro dichiarazioni. Ed altrettanto si può dire di Cossiga, Andreotti ecc.

In terzo luogo, se il ritrovamento avvenne alle 10-11, la telefonata di Moretti a Tritto, delle 12,30, fu inutile e c’è da chiedersi da dove è arrivata la segnalazione precedente. Se dalle Br, non si capisce perché il messaggio sia stato poi ripetuto, se da altri questo significa che forse Moro non era più nelle mani delle Br in quella mattinata, che la sua esecuzione fu opera di altri e che la telefonata Br sarebbe stata solo un modo per “far quadrare” i conti.

Ovviamente, resta poi da capire a cosa servirono quelle due ore di “vuoto” prima della scoperta “ufficiale”.

Potremmo proseguire, ma già queste prime riflessioni dicono quali sviluppi apre questa deposizione attuale con le altre due che la sostengono e, dunque, è più che opportuna una verifica preliminare della Procura di Roma per decidere se riaprire il caso per una ennesima istruttoria.

Ovviamente, la cosa è da seguire con interesse, tuttavia, questa nuova versione suscita anche diverse perplessità che non vanno taciute.

In primo luogo, i testimoni tardivi suscitano sempre qualche scetticismo: “Scusi ma lei dove è stato in questi 35 anni e perché ci dice queste cose solo ora?”. Il teste dice di non essere mai stato sentito e, in effetti, per la conoscenza che ho del caso Moro, non mi sembra di ricordare il suo nome né nelle carte processuali né in quelle della Commissione Moro prima e Stragi dopo. Dunque, possiamo accettare che nessuno abbia mai sentito Raso, però, cosa impediva a lui di rendere spontanea deposizione? O anche di dirlo prima a qualche giornale? Magari, in un primo momento, ci saranno stati motivi di ufficio ad impedirgli interviste sul tema, ma, in 35 anni, ci sono state molte altre occasioni per farlo. Perché farlo solo dopo la morte di Cossiga ed Andreotti?

In secondo luogo, se Raso è andato sul posto per ragioni di servizio, avrà anche stilato un verbale o una relazione di servizio su quanto fatto e questo documento oggi sarebbe determinante per confermare la sua versione. Dunque: questa relazione esiste? Si può vedere cosa dice? E, se non esiste, perché non fu compilata al momento?

Altre perplessità le induce la conferma di Signorile, che ci dice di essere stato presente nello studio di Cossiga verso le 11, quando arrivò la telefonata al Ministro che confermava il ritrovamento del cadavere di Moro. Signorile aggiunge: “andai per un caffè ed un caffè si prende alle 11, mentre alle 12 si prende un aperitivo”. Caffè ed aperitivi a parte, come mai Signorile non ha mai detto questa circostanza nelle sue diverse deposizioni nei vari processi e commissioni parlamentari? Il suo comportamento sconfina nella testimonianza reticente. Il che, se non vado errato, è un reato, peraltro, credo caduto in prescrizione. Sembra quasi che, prima non ce l’abbia detta per ragioni politiche ed essendo coperto dall’immunità parlamentare, dopo avrebbe atteso che scattasse la prescrizione e arrivasse la morte di Cossiga. Insomma anche qui la cosa non è proprio lineare.

Ma la perplessità maggiore viene da un altro aspetto del racconto attuale: la presenza fisica di Cossiga in via Caetani intorno alle 11.30. Via Caetani è a circa 100 metri dall’allora sede del Pci e pochissimo di più dall’allora sede della Dc, dove si stava svolgendo la direzione nella quale decidere se accettare lo scambio di Moro con un brigatista e nella zona si aggiravano nugoli di giornalisti, fotografi, cameramen ecc.

Possibile che nessuno abbia fatto caso, prima all’arrivo degli artificieri e dopo, addirittura, alla presenza in loco del Ministro dell’Interno? Certe voci si propagano in un nanosecondo, ma quel giorno non accadde, però Cossiga non poteva prevederlo, per cui, anche se sul momento nessuno potesse averci fatto caso, era largamente possibile che, a scoperta del cadavere avvenuta, qualcuno –magari un giornalista- avrebbe potuto collegare le cose e sbugiardarlo sulla questione degli orari. E se qualche fotografo insospettito avesse scattato una foto? Un comportamento davvero imprudente che stentiamo a riconoscere in quel più che cauto Ministro dell’Interno.

Dunque, registriamo con interesse la novità, ma aspettiamo di leggere il libro e, soprattutto, gli eventuali sviluppi investigativi.

Fonte: http://www.aldogiannuli.it/2013/06/novita-sul-caso-moro/#more-2936

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