martedì 21 maggio 2013

La cifra della catastrofe italiana.


Fonte: Sollevazione

21 maggio. Uno studio aggiacciante di sulla crisi economica italiana. Essa viene confrontata alla Grande Depressione americana seguita al crack del 1929. Il risultato è che essa è ancor più catastrofica. Dal 2009 il Pil italiano è crollato del 20%, una cifra pari a circa 287 miliardi. Terzi non è certo un'economista "anticapitalista", al contrario. Ammesso e non concesso che l'economia ritrovi un tasso di crescita media annua del 2,5% il PIL tornerà ai suoi vecchi livelli solo nel 2040. Un'intera generazione di massa ridotta alla fame. Una generazione che sarà obbligata a sollevarsi se non vorrà essere ridotta alla schiavitù. Essa si ribellerà, ne siamo sicuri. Compito delle persone di buon senso è andare incontro alla rivolta. Gli "estremisti" sono loro!

«Il primo trimestre 2013 è il settimo trimestre consecutivo nel quale il Pil del Paese risulta in calo. Una contrazione della ricchezza nazionale così prolungata nel tempo non si era mai verificata prima. Non solo, ma l’attuale fase di contrazione è la seconda fase recessiva di una crisi iniziata sei anni fa.

La figura 1 mostra l’evoluzione del Pil italiano (linea rossa). 
Al grafico è stato aggiunto il trend
Figura 1: l'evoluzione del Pil italiano
lineare (linea verde) calcolato utilizzando il tasso medio di crescita del Pil nel periodo 1994-2008 (1.8 per cento). Il raffronto permette quindi di capire la dimensione della perdita di output aggregatadovuta alla mancata crescita. Tale stima risulta pari a 287 miliardi di Euro, poco più del 20 per cento del PIL attuale. In altri termini, mentre l’ISTAT comunica che il PIL italiano negli ultimi quattro trimestri e’ stato pari a 1381.9 miliardi di euro, assumendo dal 2008 ad oggi una crescita lineare, il prodotto interno lordo sarebbe oggi di 1668.9 miliardi di euro.

La dimensione della crisi è resa ancora più chiara dalla figura 2. Tale figura è un aggiornamento di unoscritto pubblicato circa un anno fa su lavoce.info. La figura mostra la perdita cumulata (in termini di Pil) dal picco pre-crisi raffrontando la Grande Depressione americana all’attuale crisi italiana. A sei anni dall’inizio della crisi la perdita di ricchezza italiana è stimata attorno all’8,5 per cento. Nello stesso periodo, gli Stati Uniti avevano accumulato una perdita di ricchezza di poco piu’ di 10 punti percentuali. Tuttavia, mentre gli Stati Uniti si trovavano in piena espansione (per 3 anni consecutivi – 1934, 1935 e 1936 – i tassi di crescita furono vicini od addirittura superiori al 10 percento annuo), l’Italia si trova in una nuova fase recessiva della quale non si riesce ad intravedere il termine. 
Figura 2: perdita cumulata di ricchezza dal picco pre-crisi, valori annuali

Utizzando i dati del Fondo Monetario Internazionale (WEO, Aprile 2013) l’attuale crisi sembra risultare in una perdita cumulata di ricchezza superiorie alla Grande Depressione già a partire dal 2014. Inoltre, secondo le proiezioni del Fondo Monetario, l’Italia non tornerebbe ai livelli pre-crisi prima della fine del 2018.

Per verificare gli effetti di revisioni del tasso di crescita ipotizzato dal Fondo, la figura 3 riproduce la figura 1 inserendo le previsioni a lungo termine (linee tratteggiate). 
Per semplicità sono stati delineati solo due possibili scenari futuri. In un caso (linea rossa tratteggiata) il tasso annuo costante di crescita è pari al 3,5 percento, mentre nel secondo scenario (linea blu tratteggiata) è del 2,5 percento. Queste ipotesi sono piuttosto ottimiste, data l’esperienza recente dell’Italia. In ogni caso, nel primo scenario il PIL torna attorno al potenziale solo nel 2024; nel secondo scenario solo nel 2040.
Figura 3: proiezione del Pil italiano a lungo termine

Questi scenari non son il frutto di una sofisticata proiezione macroeconometrica. E’ solo un modo diretto per ragionare sulla crisi. Il problema della politica economica in Italia è principalmente quello di invertire il pericoloso clivio sul quale è incanalata l’economia italiana. Il costo dell’insuccesso è una perdita permanente di quel benessere che è stato faticosamente accumulato nel corso dei passati decenni».





 
* Fonte articolo: La Voce 
**  Figura 1: Fonte: calcoli dell’autore su dati ISTAT. Valori trimestrali annualizzati. I dati sono destagionalizzati e corretti per i giorni lavorativi. 
*** Figura 2: Fonte: calcoli dell’autore su dati FED, IMF ed ISTAT. Valori annuali. Le previsioni dal settimo all’unidicesimo anno sono basate sulle proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook, Aprile 2013). 
**** Figura 3: Fonte: calcoli dell’autore su dati ISTAT. Nota: la linea rossa tratteggiata assume un tasso di crescita costante pari al 3.5 percento annuo, la linea blu tratteggiata assume un tasso di crescita costante pari al 2.5 percento annuo. 

Berlusconiani vs Antiberlusconiani: il solito spettacolo penoso.


DI DIEGO FUSARO
lospiffero.com

In questi giorni si è per l’ennesima volta riproposto l’osceno spettacolo che tiene da vent’anni prigioniera la politica italiana: quel penoso conflitto tra berlusconiani e antiberlusconiani che continua a ottundere le menti, illudendole che il solo vero problema del nostro Paese sia l’incarcerazione del Cavaliere o, alternativamente, la sua santificazione in terra. Uno spettacolo patetico e, insieme, disgustoso. Se mai è possibile, per i motivi che subito dirò, l’antiberlusconismo è più spregevole dello stesso berlusconismo.

Il berlusconismo non è un fenomeno politico. È, semplicemente, l’economia che aspira a neutralizzare la politica, riconfigurandola – avrebbe detto von Clausewitz– come la continuazione stessa dell’economia con altri mezzi. Non ha nulla a che vedere con il fascismo, con buona pace della sinistra perennemente antifascista in assenza integrale di fascismo. 



Il berlusconismo è osceno, perché è di per sé oscena la dinamica, oggi dilagante, della reductio ad unum operata dalla teologia economica, ossia di quell’integralismo economico che aspira a ridurre tutto all’economia, alla produzione e allo scambio delle merci. Il berlusconismo ne rappresenta l’apice, aggiungendo a questa oscenità pittoreschi elementi da commedia all’italiana su cui è pleonastico insistere in questa sede. Ma l’antiberlusconismo è ancora più osceno. 

  Nella sua intima logica, l’antiberlusconismo si regge su un’esasperazione patologica della personalizzazione dei problemi. Quest’ultima si rivela sempre funzionale all’abbandono dell’analisi strutturale delle contraddizioni: ed è solo in questa prospettiva che si spiega in che senso per vent’anni l’antiberlusconismo sia stato, per sua essenza, un fenomeno di oscuramento integrale della comprensione dei rapporti sociali. Questi ultimi sono stati moralizzati o, alternativamente, estetizzati, e dunque privati della loro socialità, inducendo l’opinione pubblica a pensare che il vero problema fossero sempre e solo il “conflitto di interessi” e le volgarità esistenziali di un singolo individuo e non l’inflessibile erosione dei diritti sociali e la subordinazione geopolitica, militare e culturale dell’Italia agli Stati Uniti.  

Grazie all’antiberlusconismo, la sinistra ha potuto indecorosamente mutare la propria identità, passando dall’anticapitalismo alla legalità, dalla lotta per l’emancipazione di tutti al potere dei magistrati e dei giudici, dalla questione sociale a quella morale, da Carlo Marx a Serena Dandini, da Antonio Gramsci alla Gabbanelli. 

  La sinistra, muta e cieca al cospetto della contraddizione capitalistica, ha fatto convergere le sue attenzioni critiche su una persona concreta (il Cavaliere), presentandola come la contraddizione vivente. In tal maniera, ha potuto cessare di farsi carico dei problemi sociali e della miseria prodotta dal sistema della produzione, illudendo l’elettorato e inducendolo a pensare che il sistema, di per sé buono, fosse inficiato dall’agire immorale e irresponsabile di un’unica persona. Quest’ultima, lungi dall’essere – nonostante i deliri di onnipotenza del caso – la causa della reificazione globale, ne è un effetto: più precisamente, si presenta come l’esempio vivente dell’illimitatezza del godimento gravido di capitale, che travolge apertamente ogni limite e ogni barriera, ogni legge e ogni istituzione che non riconosca il plus ultra desiderativo come unica autorità e come sola legge.  

L’antiberlusconismo ha permesso alla sinistra di occultare la propria adesione supina al capitale dietro l’opposizione alla contraddizione falsamente identificata nella figura di un’unica persona, secondo il tragicomico transito dal socialismo in un solo paese alla contraddizione in un solo uomo. Come l’antifascismo in assenza integrale di fascismo, così l’antiberlusconismo ha svolto il ruolo di fondazione e di mantenimento dell’identità di una sinistra ormai conciliata con l’ordine neoliberale (si pensi alle penose rassicurazioni di Bersani circa l’alleanza del PD con i mercati e con il folle sogno dell’eurocrazia indecorosamente chiamata Europa). Ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno così cessato di essere intese per quello che effettivamente sono, ossia per fisiologici prodotti dell’ordo capitalistico, e hanno preso a essere concepite come conseguenze dell’agire irresponsabile di un singolo individuo. Per la sinistra oggi essere antiberlusconiani è l’alibi per non essere anticapitalisti.  

Permettendo di riconvertire la passione anticapitalistica in indignazione morale, l’avversione per le regole sistemiche ingiuste in loro difesa a oltranza, l’antiberlusconismo ha, pertanto, svolto una funzione di primo piano nella celere e performativa sostituzione dell’identità precedente della sinistra con una nuova e indecorosa fisionomia, quella dell’adesione cadaverica alle leggi del mercato e del capitale.   

Se la sinistra smette di interessarsi alla questione sociale e, più in generale, alla galassia di problemi che, con diritto, potrebbero compendiarsi nell’espressione programmatica “ripartire da Marx”, con il ricco arsenale di passioni politiche che in tale figura si cristallizzano, è opportuno smettere di interessarsi alla sinistra. I recenti fenomeni di piazza ne sono l’esempio più tragico: mentre il popolo dei berlusconiani si scontrava con quello degli antiberlusconiani, le sacre leggi del mercato facevano il loro corso, sconvolgendo, ancora una volta, le nostre vite, erodendo i diritti sociali. La situazione è, una volta di più, tragica ma non seria. La prima mossa da compiere per tornare a pensare e a praticare la politica è uscire dal vicolo cieco del conflitto tra berlusconiani e antiberlusconiani.



lunedì 20 maggio 2013

Il Vulcano di Yellowstone è molto più grande e pericoloso di quanto si pensi.


Un nuovo studio eseguito sulla caldera di Yellowstone ha rivelato che il sistema magmatico sotterraneo dell'antico vulcano americano è molto più vasto e capillare di quanto gli scienziati avevano creduto fino ad ora.
I risultati della ricerca sono stati divulgati nel corso dell'ultima riunione annuale della Società Sismologica Americana.

Stiamo comprendendo sempre meglio il sistema vulcanico di Yellowstone”, ha detto Jamie Farrel, studente laureato in sismologia presso l'Università dello Utah. Il serbatoio di magma è più grande di almeno il cinquanta percento di quanto avevamo creduto fino ad oggi”.

La conoscenza delle dimensioni reali del volume di magma sotto Yellowstone è fondamentale per valutare la portata di possibili future eruzioni, come ha detto lo stesso Farrell in una dichiarazione rilasciata per livescience.com.
I geologi ritengono che Yellostone giaccia sopra un punto caldo della crosta terrestre, un grosso pennacchio di roccia fusa che attraversa il mantello terrestre.
Allo stesso modo in cui il Nord America si muove alla deriva su questo punto caldo, così Yellostone, nel corso dei secoli, si è mosso sulla crosta terrestre lasciando dietro di sé una traccia di caldere lungo lo Snake River Plain dell'Idaho, creatasi a seguito di massicce eruzioni vulcaniche.

Secondo i calcoli dei geologi, l'ultima eruzione è avvenuta 640 mila anni fa, poi seguita da altre eruzioni minori, delle quali la più significativa si è verificata circa 70 mila anni fa. La camera magmatica individuata nell'ultimo studio ha alimentato queste piccole eruzioni ed è la fonte delle incredibili sorgenti idrotermali e dei geyser presenti nel parco...


La gigantesca camera magmatica è anche la causa del sollevamento della superficie del parco, come spiega Bob Smith, sismologo presso l'Università di Utah e autore di uno studio correlato presentato al meeting. Il corpo di magma incandescente crea il sollevamento”, dice Smith. “E' come mettere il dito sotto una membrana di gomma e spingere verso l'alto”.



Ciò che ha reso possibile osservare in maniera più chiara la camera magmatica di Yellowstone è stato uno studio più attento dei terremoti, la velocità delle onde di propagazione tendono a modificarsi a seconda che viaggino nella roccia fusa o quella solida. Secondo il resoconto dilivescience.com, Farrell ha studiato i terremoti vicini per costruire un quadro più nitido della camera magmatica.

Il magma sotterraneo presenta la strana forma di una “banana mutante”, con un grosso bulbo verso l'angolo nordorientale del Parco Nazionale di Yellowstone. Si tratta di un'unica grossa camera lunga 60 chilometri, larga 30 chilometri e posizionata ad una profondità tra i 5 e i 12 chilometri.


In precedenza, i ricercatori ritenevano che il magma dello Yellowstone era diffuso in diverse camere distinte, anziché stipato in un unico grande serbatoio.

Il magma più superficiale, che si trova nella regione del nord-est, corrisponde anche all'attività idrotermale più intensa. spiega Farrell. Il nuovo studio è la migliore fotografia mai realizzata di questa zona, la quale si trova leggermente al di fuori del bordo della caldera.

Secondo quanto emerso nel dibattito, i ricercatori pensano che al di sotto dello Yellowstone esistano anche altre sacche di roccia fusa poste più in profondità.



letto e condiviso da: La Crepa nel Muro

Uscire dall'Euro.


La drammatica situazione sociale ed economica in cui è sprofondata la nostra società esige una politica capace di creare le condizioni per uscire dalla crisi. È una necessità urgente. Il tempo è un dato primario per i rischi di aggravamento e degradazione che esistono, per l’enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di tagli, austerità e privatizzazione del pubblico.

La rete in cui siamo presi è fatta da un livello di disoccupazione catastrofico, da un indebitamento del paese con l’estero impossibile da affrontare e da un’evoluzione dei conti pubblici che porta al fallimento economico dello Stato. Oltre 6 milioni di disoccupati, oltre 2.300 miliardi di euro di passivo lordi con l’estero, e un debito pubblico crescente di quasi mille miliardi di euro e che si avvicina al 100% del PIL,. Sono dati che definiscono un disastro inimmaginabile, mettono in pericolo la convivenza e distruggono diritti sociali fondamentali.

Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione.

Come ora si riconosce, non c’erano le condizioni per stabilire una moneta unica tra paesi tanto disuguali economicamente senza accompagnarle con una fiscalità comune. La sua creazione implicava, d’altra parte, un quadro propizio all’instaurazione di politiche regressive e antisociali di tutti i tipi secondo i dettami della dottrina neoliberista, che ha avuto nella costruzione dell’Europa di Maastricht la sua massima espressione. Come si è valutato a suo tempo, lo Stato del welfare non è compatibile con l’Europa di Maastricht.

Con l’entrata nell’euro, il nostro paese ha perso uno strumento essenziale per competere e mantenere un ragionevole equilibrio negli scambi economici con l’estero, quale era il controllo e la gestione del tipo di cambio rispetto al resto delle monete. D’altra parte, c’è stata una cessione di sovranità a favore della BCE in quanto a liquidità e applicazione della politica monetaria, un’istituzione dominata fin dalle origini dagli interessi del capitalismo tedesco.

Come non poteva essere diversamente, l’arretratezza e la debolezza dell’economia spagnola rispetto ad altri paesi e la rigidità assoluta imposta dall’euro hanno condotto durante gli anni 2000 a un deficit della bilancia dei pagamenti a causa di una spesa corrente opprimente. Si sono registrati squilibri insostenibili, come pure è accaduto ad altri paesi come la Grecia e il Portogallo, catturati nella stessa trappola. Nei 14 anni trascorsi dalla creazione dell’euro nel 1999 fino alla fine del 2012, il deficit estero accumulato è stato di quasi 700 miliardi di euro, che si è dovuto finanziare indebitandosi con l’estero. Gli enti creditizi e le imprese spagnole hanno chiesto più di altri mille miliardi di euro di risorse per i propri piani d’investimento all’estero, specie in America Latina.

Fino all’anno 2008, in cui si è manifestata la crisi finanziaria internazionale, a causa delle agevolazioni straordinarie dei finanziamenti, il paese ha vissuto un sogno, come drogato, alimentando la bolla immobiliare e estraneo ai problemi che si erano generati. In quell’anno, tutto è cambiato radicalmente, i mercati finanziari di sono chiusi, dai canali non fluiva liquidità e la situazione di ciascun debitore è stata esaminata con rigore. Con il brusco cambiamento nella posizione debitoria della nostra economia nei confronti dell’estero, i passivi lordi sono passati da 540 miliardi a fine del 1998 a 2.200 miliardi nel 2008, il paese è entrato in fallimento ed è sopravvenuta una profonda recessione che a tutti gli effetti è ancora vigente.

Il settore pubblico ne ha risentito profondamente da allora, incorrendo in un deficit esorbitante a causa della drastica caduta delle entrate, rafforzata dall’esplosione della bolla immobiliare. Lo Stato, sul quale finiscono per scaricarsi tutte le tensioni delle amministrazioni pubbliche, ha avuto necessità di centinaia di milioni di euro, ottenuti con l’emissione di debito pubblico nei mercati interni ed esterni, di fronte all’impossibilità di finanziare direttamente per mezzo delle propria autorità monetaria. Alla fine del 2007, il debito circolante dello Stato era di 307 miliardi di euro, il 37% del PIL. Alla fine del 2012 era salito a 688 miliardi, il 65% del PIL, e continua ad aumentare in corrispondenza dell’evoluzione deficitaria dei conti pubblici.

Da quando è stata ammessa la crisi, la politica economica ha mantenuto alcuni tratti di base inamovibili. La perdita di competitività dell’economia spagnola è servita come scusa per applicare rigorosamente le ricette neoliberiste e si è cercato di compensare con il cosiddetto “aggiustamento interno”, un processo diretto a diminuire i salari e favorire i licenziamenti per diminuire il prezzo delle merci e dei servizi spagnoli, dal momento che la via naturale e storica della svalutazione della moneta è impedita dall’euro. Restrizioni, controriforme del lavoro e tagli continui marcano la politica degli ultimi anni. D’altro canto, la cosiddetta austerità si è imposta brutalmente nella politica fiscale, come esigenza dei poteri economici, facendo della lotta contro il deficit pubblico il talismano ingannevole della soluzione alla crisi.

Questa politica ha prodotto una retrocessione sociale molto dolorosa, ha dato un impulso incontenibile alla crescita della disoccupazione e, cosa fondamentale, è inutile. Il paese scivola senza freni e precipita in un baratro profondo. Gli agenti determinanti della crisi continuano intatti, quando non peggiorano. I passivi esteri non possono diminuire senza che si registri un eccedente nella bilancia di pagamento, cosa praticamente irraggiungibile per un’economia abbastanza demolita e scarsamente competitiva, e il pesante carico di debito pubblico non smetterà di crescere fino a quando non si diluisca il deficit pubblico, cosa che lo stesso governo non riesce a scorgere. La sfiducia è generale.

La società è ad un crocevia
Manuel Monereo


Come superare il disastro? L’alternativa alla crisi difesa dalla Troika e apertamente dal PP passa per l’inasprimento dei tagli, per l’austerità e la distruzione del pubblico. L’economia spagnola, come è già successo in Grecia e Portogallo, cade nel precipizio e sprofonderà nell’abisso, con conseguenze sociali drammatiche e rischi politici di ogni segno.

Il PSOE, compartecipe attivo nell’attuale disegno economico e sociale, finge ora un disaccordo con il PP e critica la sua politica suicida, ma continua ad essere legato al criterio che l’euro è irreversibile.

Le direttive dei sindacati maggioritari, una volta appurato l’errore di calcolo commesso con il consenso critico a Maastricht, denunciano ora l’attuale stato di cose, ma non sono in condizione di proporre misure anticrisi realmente efficaci dal momento che non mettono in discussione con coerenza l’Europa costruita.

Altre forze, organizzazioni e autori di sinistra criticano l’Europa attuale e propongono cambiamenti abbastanza utopistici e progetti senza fondamento, dato il carattere non riformabile dell’Europa sorta, soprattutto dopo l’ampliamento della zona euro all’Est. Alle carenze originali della moneta unica si aggiunge il peso che esige la Germania come paese egemone e la realtà di una scomposizione dell’Europa, imprigionando alcuni paesi con debiti impagabili. L’imprescindibile e urgente necessità di rompere i vincoli dei Trattati europei non può paralizzarsi né nascondersi dietro progetti di altra natura. Per desiderabile che sia un’altra Europa, per ora non è percorribile, richiede basi molto diverse su cui fondarsi e la sovranità perduta di ciascuno Stato.

Il fallimento del progetto di costruzione dell’Europa è inoccultabile, e non è possibile determinare quando e come rovinerà l’insostenibile situazione esistente.

A noi firmatari di questo manifesto sembra chiaro che l’Europa di Maastricht non potrà sopravvivere con la sua attuale configurazione, dopo i disastri e le sofferenze che ha causato, oltre ad aver svuotato di contenuto la democrazia ed aver sottratto la sovranità popolare.

Affermiamo pure che il nostro paese non può uscire dalla crisi nel quadro dell’euro. Senza moneta propria e senza autonomia monetaria è impossibile far fronte al dramma sociale ed economico, tanto più che pure la politica fiscale è stata annullata dal Patto di Stabilità, proditoriamente costituzionalizzato.

È necessaria una moneta propria per competere e una politica monetaria sovrana per somministrare liquidità al sistema e stimolare una domanda ragionevole. E questo come prima condizione ineludibile, però non sufficiente, per poter sviluppare una politica avanzata di controllo pubblico dei settori strategici dell’economia, di nazionalizzazione delle banche, di ricostruzione del tessuto industriale e agricolo, di difesa e potenziamento dei servizi pubblici fondamentali con un potente e progressivo sistema fiscale, di ammortizzamento delle disuguaglianze e distribuzione della ricchezza, di ripartizione del lavoro per combattere la disoccupazione, di deroga delle controriforme del lavoro e delle pensioni, di rispetto vero verso l’ambiente, ecc…, e di affrontare un processo costituente che permetta di recuperare e approfondire la democrazia. Per tutto ciò bisogna lasciare da parte transitoriamente il deficit pubblico, dimenticarsi di fare proposte impossibili alla BCE e smetterla di avere nostalgia della Riserva Federale o della Banca d’Inghilterra quando si può disporre della Banca di Spagna come istituzione equivalente.

L’ammontare del debito estero è insolvibile. La maggior parte è debito del settore privato, e tocca a chi l’ha contratto risolvere i problemi che si presentino, incluso il settore finanziario, molto compromesso. Perciò rifiutiamo qualsiasi operazione di “riscatto” del nostro paese e per la stessa ragione consideriamo come debito completamente illegittimo quello contratto dallo Stato per distribuire fondi di salvezza per gli enti creditizi che non siano stati nazionalizzati.

Rispetto al debito pubblico, lo Stato deve fare una profonda ristrutturazione dello stesso (abbandono, moratoria, conversione in moneta nazionale) che allevi la pressione schiacciante che subiscono i conti pubblici. Agendo diversamente, può considerarsi come irrimediabile il fallimento del Settore pubblico.

Non ci sfuggono i problemi e la complessità dei passi che proponiamo, tra gli altri limitare la libera circolazione di capitali. E la nostra analisi non ci impedisce nemmeno di collaborare con azioni, proposte e mobilitazioni con quella parte della cittadinanza e le sue organizzazioni che, sotto effetto del bombardamento mediatico cui siamo sottoposti o per altri motivi, ancora non condivide la nostra opzione di fronte al crocevia in cui ci troviamo e la necessità di rompere il nodo gordiano dell’euro. Senza dubbio, di fronte al disastro che ci coinvolge e di fronte alle cause profonde che lo promuovono ed acutizzano, non possiamo restare zitti né evasivi. A nostro modo d’intendere, oggi la società spagnola, che è entrata in una agonia prolungata e senza speranza, non dispone di altra scelta che uscire dall’euro per impedire lo sprofondamento definitivo del paese.

Recuperare la sovranità perduta, rendere effettiva la sovranità popolare, richiede di venire fuori dai capestri che ci paralizzano, affrontare la dura realtà e dotarsi dei mezzi per tracciare un progetto di sopravvivenza che, con tutte le difficoltà, può rappresentare anche una grande opportunità per creare una società sovrana, prospera, solidale, democratica, ecologicamente responsabile e libera.

Primi firmatari:

Julio Anguita/ Sebastián Martin Recio/ Diosdado Toledano/ Héctor Illueca/ Salvador López Arnal/ Joaquín Miras/ Juan Rivera/ Miguel Riera/ Andrés Piqueras/ Miguel Candel/ Alberto Herbera/ Isabel de la Cruz/ Rodrigo Vázquez de Prada/ Manuel Muela/ Rosario Segura/ Juan Montero/ Leonel Basso/ Joan Tafalla/ Manuel Monereo/ Antonio Gil/ Manuel Cañada/ Santiago Fernández Vecilla/ Carlos Martínez/ Pedro Montes



(traduzione di Rosamaria Coppolino)

letto e condiviso da Sollevazione

domenica 19 maggio 2013

La confisca dei risparmi per "salvare le banche".


DI MICHEL CHOSSUDOVSKY 
GlobalResearch

La ricapitalizzazione delle banche cipriote è un prova generale di quello che ci attende?

E’ possibile prevedere un “furto dei risparmi” in seno alla Comunità Europea e in Nord America in grado di portare alla confisca completa dei depositi bancari?

A Cipro il sistema dei pagamenti è stato completamente perturbato, provocando così l’affondamento dell’economia reale.

Pensioni e salari non vengono più erogati. Il potere di acquisto si è inabissato.
La popolazione di Cipro è stata impoverita.

Le piccole e medie imprese rischiano il fallimento. 


La popolazione di Cipro è di un milione di persone.

Che cosa succederà se si “rasa” in questo modo il sistema bancario dagli Stati Uniti, dal Canada, e nell’Unione Europea? 

Secondo l’Institute of International Finance (IIF) con sede a Washington che rappresenta la posizione del sistema finanziario “ l’approccio cipriota che consiste nello sfruttare i depositi e i crediti quando le banche sono in situazione critica diventerà probabilmente un modello per fare fronte ai crolli in Europa (Economic Times, 27 marzo 2013)”.

Bisogna comprendere che, prima dell’assalto di Cipro, la confisca dei depositi bancari era stata prevista in più paesi. Inoltre, i potenti attori finanziari che hanno innescato la crisi bancaria a Cipro sono anche gli architetti delle misure di austerità socialmente devastanti imposte in seno alla Unione Europea e in America del Nord. 

Cipro è un modello o uno scenario? 

Questi importanti attori della finanza hanno delle “lezioni da impartire” che possono essere dunque applicate a uno stadio ulteriore della situazione bancaria dell’eurozona?
Secondo l’Institute of International Finance (IIF), “attaccarsi ai depositi” potrebbe diventare la “nuova norma” di questo progetto diabolico, utile agli interessi dei gruppi finanziari mondiali. Il FMI e la banca Centrale Europea approvano questa nuova norma. Secondo l’IIF, portavoce dell’elite bancaria, “sarà opportuno per gli investitori considerare le conseguenze a Cipro […] come un riflesso del modo in cui le future tensioni saranno trattate” (cit. in Economic Times, 27 marzo 2013.) 

“Pulizia finanziaria”. La ricapitalizzazione negli Stati Uniti e in Gran Bretagna 

Si tratta di un processo di “pulizia finanziaria” attraverso cui le banche europee e nordamericane “troppo grosse per fallire” ( Citi, JPMorgan Chase e Goldman Sachs, per esempio) contribuiscono a destabilizzare le istituzioni finanziarie di dimensioni inferiori con l’obiettivo di prendere presto o tardi il controllo di tutto il “sistema bancario”. 

La tendenza soggiacente a livello nazionale e internazionale è la centralizzazione e la concentrazione del potere bancario, che portano simultaneamente a un declino eclatante dell’economia reale. Le ricapitalizzazioni sono state previste in numerosi paesi. In Nuova Zelanda un “piano di attacco” è stato progettato nel 1997, in parallelo alla crisi finanziaria asiatica.
Esistono delle clausole sulla confisca dei depositi bancari nel regno Unito e negli Stati Uniti . In un documento congiunto della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) e della Banca d’Inghilterra intitolato “Resolving Globally Active, Systemically Important, Financial Institutions” (Soluzione delle difficoltà delle istituzioni finanziarie attive a livello mondiale e di importanza sistemica) sono messe in evidenza delle procedure esplicite attraverso cui “i fondi dei creditori originari delle compagnie in difficoltà”, vale a dire i fondi dei depositi della banca in difficoltà, sarebbero trasformate in “capital action”, ( vedi, Ellen Brown, It Can Happen Here: The Bank Confiscation Scheme for US and UK Depositors, Global Research, marzo 2013.
Questo significa che il denaro confiscato dai conti bancari sarà utilizzato per rispondere agli obblighi finanziari della banca in difficoltà. In compenso, i detentori dei depositi bancari confiscati diventerebbero azionisti di una istituzione finanziaria in crisi al limite del fallimento.

Dall’oggi al domani, i risparmi saranno trasformati in un concetto illusorio di proprietà di capitale. La confisca dei risparmi sarà adottata sotto la forma di “compensazione” fittizia in azioni. Si prevede l’applicazione di un processo selettivo di confisca dei depositi bancari con il fine di coprire i debiti provocando la scomparsa delle istituzioni finanziarie “più deboli”. Negli Stati Uniti, la procedura eluderà le clausole della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), che assicura i titolari di depositi contro i fallimenti bancari:
Nessuna eccezione è prevista per i “depositi assicurati” degli Stati Uniti, vale a dire quelli inferiori a 250 mila dollari che crediamo protetti dell’assicurazione della FDIC. Difficilmente può trattarsi di una omissione dal momento che è la stessa FDIC ad emettere questa direttiva. La FDIC è una compagnia di assicurazioni sostenuta dai premi pagati dalle banche private. La direttiva si chiama “processo di risoluzione” definita come un piano “da applicarsi in caso di fallimento di un assicuratore”. La sola menzione dei “depositi assicurati” è legata alla legislazione vigente nel Regno Unito e che la direttiva FDIC-BOE qualifica inadeguata intendendo che deve essere modificata se non superata (ibid).
I titolari del deposito non sono eleggibili alla copertura dell’assicurazione depositi della FDIC perché viene data loro una falsa compensazione.

Il progetto canadese della confisca dei depositi 

La dichiarazione più candida della confisca dei depositi bancari come mezzo di “salvataggio delle banche” è formulata in un documento pubblicato recentemente dal governo canadese, il “Piano d’azione economica 2013. Occupazione, crescita e prosperità a lungo termine”. 

Quest’ultimo è stato presentato alla Camera dei Comuni dal ministro delle Finanze Jim Flaherty il 21 marzo nel quadro di un cosiddetto progetto “pre-budget”.
Una sezione corta del rapporto di 400 pagine intitolata “instaurare un panorama di gestione dei rischi per le banche nazionali importanti a livello di sistema” identifica la procedura di ricapitalizzazione per le banche commerciali canadesi. Il termine “confisca” non è menzionato. Il gergo finanziario serve a oscurare le vere intenzioni, che consistono essenzialmente nell’impossessarsi dei risparmi dei cittadini. In virtù del progetto canadese di “gestione dei rischi”:
Il governo propone di stabilire un regime di ricapitalizzazione interna per le banche di importanza a livello di sistema. 
Questo regime sarà concepito in maniera che, nel caso poco probabile in cui una banca di importanza rilevante a livello di sistema sia in fase di esaurimento dei propri fondi, potrà essere ricapitalizzata e ridiventare redditizia grazie alla conversione molto rapida di diverse passività in fondi propri regolamentari. Questo intervento ridurrà i rischi per i contribuenti. Il governo consulterà gli attori principali in merito al miglior modo di instaurare un regime di ricapitalizzazione interna al Canada.
Questo significa che se una o più banche (o cassa di risparmio) fossero obbligate a “impiegare i propri fondi” per rispondere alla domanda dei propri creditori, le banche sarebbero ricapitalizzate tramite la conversione decisamente rapida di alcuni [loro] passivi in fondi propri regolamentari”. Per “diverse passività” si intende (in gergo) i soldi che la banca deve ai propri clienti, vale dire i propri clienti depositari, i cui conti bancari sarebbero confiscati in cambio di azioni (capital action) di una istituzione bancaria “ in crisi”.

È insensato dire che “questa misura ridurrà i rischi per i contribuenti”. Questo significa in realtà che il governo non darà alcun finanziamento per compensare i clienti depositari vittime di una istituzione in fallimento, né verrà in aiuto alla medesima.

I depositari saranno invece obbligati ad abbandonare i propri risparmi. Le risorse confiscate saranno in seguito utilizzate dalla banca per onorare i propri impegni con le grandi istituzioni finanziarie creditizie. In altre parole, questo piano è una “rete di sicurezza” di sicurezza per le banche troppo grosse per poter fallire, un meccanismo che permetterebbe loro, in quanto istituti di credito, di eclissare le istituzioni bancarie di dimensioni minori, casse di risparmio incluse, contribuendo al loro declino e assumendone il controllo. 

Il panorama finanziario canadese 

Il programma di gestione di rischio e di ricapitalizzazione è cruciale per tutti i canadesi: una volta adottato dalla Camera dei Comuni nel quadro della finanziaria, le procedure di ricapitalizzazione potranno essere applicate.

Il governo conservatore ha la maggioranza parlamentare ed è molto probabile che il Piano di Azione Economica, che contempla la procedura di ricapitalizzazione potrà essere applicato.

L’applicazione generalizzata della “ricapitalizzazione” non è probabile, nel momento in cui il quadro gestione dei rischi del Canada lascia intendere che le banche canadesi “sono a rischio”, soprattutto quelle che hanno accumulato debiti importanti (a causa delle perdite sui prodotti derivati).

Lo scenario seguente potrebbe concretizzarsi nel prossimo avvenire: “le cinque grandi banche” del Canada, la Banque Royale du Canada, la TD Canada Trust, la Banque Scotial Banque de Montreal, e la CIBC ( che hanno potenti associate che operano nella finanza statunitense) consolideranno la loro posizione a discapito delle banche e delle istituzioni finanziarie di minor calibro (a livello regionale).
Il documento governativo suggerisce che la ricapitalizzazione potrà essere utilizzata in maniera selettiva nel “caso poco probabile in cui una (delle banche) non fosse più affidabile”. Questo sottintende che almeno una banca canadese “di importanza minore” o più potrebbe essere oggetto di una ricapitalizzazione. Una tale procedura porterebbe inevitabilmente a una concentrazione crescente del capitale bancario del paese, a vantaggio dei più grandi gruppi finanziari. 

Rimpiazzo delle casse di risparmio e di credito e delle banche cooperative a livello provinciale 

C’è un importante circuito di oltre 300 casse di risparmio e di credito e di banche di credito cooperativo a livello provinciale, che potrebbero essere il bersaglio delle operazioni selettive di “ricapitalizzazione”. Questo circuito comprende, tra tanti altri, il potente circuito Desjardins au Québec, la Vancouver City Savings Credit Union(Vancity) e la Coastal Capital Savings en Colombie-Britannique, Servus en Alberta, Meridian e le casse popolari dell’Ontario (affiliate a Desjardins).

In questo contesto, sarà probabile assistere ad un indebolimento significativo delle istituzioni finanziarie cooperative provinciali. Queste hanno una relazione di governance con i loro membri (il consiglio amministrativo) e offrono attualmente una alternativa ai cinque grandi istituti bancari. Secondo dati recenti, ci sono più di 300 casse di risparmio e di credito e casse popolari in Canada, membri della “Credit Union Central of Canada”. 

Nuove norme: gli standard internazionali che regolano la confisca dei depositi bancari 

Il Piano di Azione Economica del Canada riconosce che il quadro di ricapitalizzazione proposto “sarà allineato sulle riforme apportate in altri paesi e sulle principali norme internazionali”. Il modello suggerito di confisca dei depositi come descritto nel documento del governo canadese è dunque conforme al modello delineato negli Stati Uniti e nell’unione Europea. Ad oggi, questa formula è un “punto di discussione” (a porte chiuse) nei diversi summit internazionali che riuniscono i governatori delle banche centrali e i ministri delle Finanze.

L’ente con funzioni di regolamentazione coinvolto in queste consultazioni multilaterali è il Consiglio di Stabilità Finanziaria (CSF), situato a Bâle in Svizzera (immagine a destra). Il CSF è peraltro presieduto dal governatore della Banca del Canada, Mark Carney, che il governo britannico ha recentemente nominato capo della Banca d’ Inghilterra a giugno 2013.

Con il titolo di governatore della Banca del Canada, Mark Carney ha giocato un ruolo chiave nell’elaborazione delle clausole di ricapitalizzazione per le banche di statuto canadese. Prima di avviare la sua carriera nel mondo delle banche centrali, era membro direttivo da Goldman Sachs, che ha svolto un ruolo nei retroscena per la creazione dei piani di salvataggio e delle misure di austerità nell’Unione Europea.

Il mandato del CSF sarà di coordinare le procedure di ricapitalizzazione, coordinandosi con le “autorità finanziarie nazionali” e gli “organismi internazionali di normalizzazione”, fra cui il FMI e la BRI. Questo non dovrebbe sorprendere nessuno: le procedure di confisca dei depositi nel Regno Unito, negli Stati Uniti e nel Canada esaminati qui sopra sono evidentemente simili. 

La “ricapitalizzazione” bancaria in confronto al “salvataggio” bancario 

Nei piani di salvataggio, il governo alloca una porzione significativa dei proventi dello Stato alle istituzioni bancarie in crisi. Il denaro delle casse dello Stato viene convogliato ai gruppi bancari. 
Negli Stati Uniti, nel 2008-2009, un totale di 1450 miliardi di dollari è stato convogliato alle istituzioni finanziarie di Wall Street nel quadro dei piani di salvataggio di Bush e Obama. 

Questi piani erano considerati de facto come delle spese governative. Necessitano della istituzione di misure di austerità. I piani di salvataggio come il drammatico incremento delle spese militari sono finanziati dalla riduzione draconiana dei programmi sociali, come Medicare, Medicaid e della sicurezza sociale. 

Contrariamente al piano di salvataggio, finanziato dal Tesoro pubblico, la “ricapitalizzazione” implica la confisca (interna) dei depositi bancari ed è instaurato senza l’utilizzo di fondi pubblici. Il meccanismo regolatore è stabilito dalla banca centrale.

All’inizio del primo mandato di Obama nel gennaio del 2009, è stato annunciato da Obama un piano di salvataggio bancario da 750 miliardi di dollari. Si aggiungeva a quello di 700 miliardi di dollari creato dall’ amministrazione Bush nel quadro del Troubled Assets Relief Program (TARP).

In tutto, i due programmi raggiungono la somma astronomica di 1450 miliardi di dollari finanziati dal Tesoro degli Stati Uniti (bisogna comprendere che il peso reale dell’”aiuto” finanziario alle banche era significativamente oltre la cifra di 1450 miliardi di dollari). A questa somma si aggiungeva il peso stupefacente allocato per il finanziamento dell’economia di guerra di Obama (2010), 729 miliardi di dollari. I piani di salvataggio, insieme alle spese della Difesa (2189 miliardi di dollari) inghiottirono dunque la quasi totalità degli introiti federali, che si dimensionarono sui 2381 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2010.

Conclusione 

Quello che sta succedendo è che i salvataggi bancari non funzionano più. All’inizio del secondo mandato di Obama le casse dello stato erano vuote. Le misure di austerità sono in panne.

Oggi abbiamo di fronte i piani di ricapitalizzazione in luogo dei “piani di salvataggio”.

Gli strati sociali a basso e medio reddito, invariabilmente indebitati, non saranno le vittime principali. L’appropriazione dei depositi bancari colpirà essenzialmente dalle classi medio alte in su, che possiedono depositi bancari significativi. I conti bancari dei piccoli e medi imprenditori saranno colpiti in seguito. Questa transizione fa parte della crisi economica e della criticità soggiacente alla applicazione delle misure di austerità.

L’obiettivo degli attori finanziari internazionali è quello di annientare i concorrenti, di consolidare e centralizzare il potere bancario, di esercitare un controllo preponderante sull’economia reale, le istituzioni governative e l’esercito.

Anche se i piani di ricapitalizzazione fossero regolamentati e applicati in maniera selettiva a un numero limitato di istituzioni finanziarie in difficoltà, le casse di risparmio e il credito, etc., l’annuncio di un programma di confisca dei depositi potrebbe portare a una “rovina generale delle banche”. In questo contesto, nessuna istituzione bancaria è al sicuro.

L’applicazione (anche locale e selettiva) delle procedure di ricapitalizzazione che comportano la confisca dei depositi creerebbe un caos finanziario. Interromperebbe i processi di pagamento, i salari non sarebbero più versati, né sarebbero disponibili risorse per gli investimenti per le fabbriche e per le infrastrutture, il potere di acquisto crollerebbe, le piccole e medie imprese sarebbero costrette al fallimento.

Se la ricapitalizzazione fosse messa in opera in seno all’Unione Europea e nell’America del Nord , darebbe inizio a una nuova fase di crisi finanziaria mondiale; intensificherebbe la depressione economica, intensificherebbe la centralizzazione bancaria e finanziaria come quella del potere imprenditoriale nell’economia reale a scapito delle imprese locali e regionali.

In seguito tutto il circuito bancario mondiale, caratterizzato dalla transazioni elettroniche (che reggono i depositi e i prelievi , etc.), senza contare le transazioni monetarie sui mercati di borsa e la borse delle merci, potrebbe essere oggetto di perturbazioni sistemiche significative.

Le conseguenze sociali sarebbero devastanti. L’Economia reale cadrebbe in seguito al crollo del sistema dei pagamenti. 

Le perturbazioni potenziali del funzionamento del sistema monetario mondiale integrato potrebbero dare luogo a un nuovo tracollo economico e di conseguenza un ribasso del commercio internazionale delle merci. 

E’ importante che i cittadini europei e nordamericani agiscano fermamente a livello nazionale e internazionale contro questi intrallazzi diabolici dei loro governanti che operano per conto degli interessi finanziari dominanti con il fine di creare un processo selettivo di confisca dei depositi bancari. 






Michel Chossudovsky è il direttore del Centro di ricerca sulla mondializzazione e professore emerito di scienze economiche all’Università di Ottawa. È L’autore di Guerra e mondializzazioneLa verità sull’11 settembre, e Mondializzazione della povertà e nuovo ordine mondiale ( best –seller internazionale pubblicato in più di 20 lingue). 


Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di STEFANO CHIODINI

sabato 18 maggio 2013

L’Ue: piccoli ortaggi fuorilegge, vietato prodursi il cibo.



Una nuova legge proposta dalla Commissione Europea renderebbe illegale “coltivare, riprodurre o commerciare” i semi di ortaggi che non sono stati “analizzati, approvati e accettati” da una nuova burocrazia europea denominata “Agenzia delle Varietà Vegetali europee”. 
Si chiama “Plant Reproductive Material Law”, e tenta di far gestire al governo la regolamentazione di quasi tutte le piante e i semi. Se un contadino della domenica coltiverà nel suo giardino piante con semi non regolamentari, in base a questa legge, potrebbe essere condannato come criminale. 
Questa legge, protesta Ben Gabel del “Real Seed Catalogue”, intende stroncare i produttori di varietà regionali, i coltivatori biologici e gli agricoltori che operano su piccola scala. «Come qualcuno potrà sospettare – afferma Mike Adams su “Natural News” – questa mossa è la “soluzione finale” della Monsanto, della DuPont e delle altre multinazionali dei semi, che da tempo hanno tra i loro obiettivi il dominio completo di tutti i semi e di tutte le coltivazioni sul pianeta».

Criminalizzando i piccoli coltivatori di verdure, qualificandoli come potenziali criminali – aggiunge Adams in un intervento ripreso da “Come semiDon Chisciotte” – i burocrati europei possono finalmente «consegnare il pieno controllo della catena alimentare nelle mani di corporazioni potenti come la Monsanto». 
Il problema lo chiarisce lo stesso Gabel: «I piccoli coltivatori hanno esigenze molto diverse dalle multinazionali – per esempio, coltivano senza usare macchine e non vogliono utilizzare spray chimici potenti». 
Per cui, «non c’è modo di registrare quali sono le varietà adatte per un piccolo campo, perché non rispondono ai severi criteri della “Plant Variety Agency”, che si occupa solo dell’approvazione dei tipi di sementi che utilizzano gli agricoltori industriali». Praticamente, d’ora in poi, tutte le piante, i semi, gli ortaggi e i giardinieri dovranno essere registrati. 
«Tutti i governi sono, ovviamente, entusiasti dell’idea di registrare tutto e tutti», sostiene Adams. Tanto più che «i piccoli coltivatori dovranno anche pagare una tassa per la burocrazia europea per registrare i semi». Gestione delle richieste, esami formali, analisi tecniche, controlli, denominazioni delle varietà: tutte le spese saranno addebitate ai micro-produttori, di fatto scoraggiandoli.
«Anche se questa legge verrà inizialmente indirizzata solo ai contadini commerciali – spiega Adams – si sta stabilendo comunque un precedente che, prima o poi, arriverà a chiedere anche ai piccoli coltivatori di rispettare le stesse folli regole». 
Un tecno-governo impazzito: «Questo è un esempio di burocrazia fuori controllo», spiega Ben Gabel. «Tutto quello che produce questa legge è la creazione di una nuova serie di funzionari dell’Ue, pagati per spostare montagne di carte ogni giorno, mentre la stessa legge sta uccidendo la coltura da sementi prodotti da agricoltori nei loro piccoli appezzamenti e interferisce con il loro diritto di contadini a coltivare ciò che vogliono». Inoltre, aggiunge Gabel, è molto preoccupante che si siano dati poteri di regolamentare licenze per tutte le specie di piante di qualsiasi tipo ortoe per sempre – non solo di piante dell’orto, ma anche di erbe, muschi, fiori, qualsiasi cosa – senza la necessità di sottoporre queste rigide restrizioni al voto del Consiglio.
Come sempre, il diavolo si nasconde nei dettagli: «Il problema di questa legge è sempre stato il sottotitolo, che dice un sacco di belle cose sul mantenimento della biodiversità e sulla semplificazione della legislazione», come se il nuovo dispositivo rendesse finalmente le cose più facili, ma «negli articoli della legge c’è scritto tutto il contrario», avverte Adams. 
Esempio: dove si spiega come “semplificare” le procedure per le varietà amatoriali, non si fa nessun accenno alle accurate classificazioni già elaborate dal Defra, il dipartimento britannico per l’agricoltura impegnato a preservare le varietà amatoriali. 
Di fatto, spiega lo stesso Adams, la maggior parte delle sementi tradizionali saranno fuorilegge, ai sensi della nuova normativa comunitaria. «Questo significa che l’abitudine di conservare i semi di un raccolto per la successiva semina – pietra miliare per una vita sostenibile – diventerà un atto criminale». 
Inoltre, spiega Gabel, questa legge «uccide completamenteMike Adamsqualsiasi sviluppo degli orti nel giardino di casa in tutta la comunità europea», avvantaggiando così i grandi monopoli sementieri.
E’ quello che stanno facendo i governi, insiste Adams: «Stanno prendendo il controllo, un settore alla volta, anno dopo anno, fino a non lasciare più nessuna libertà», al punto di «ridurre le popolazioni alla schiavitù in un regime dittatoriale globale». 
Si avvera così la “profezia” formulata da Adams nel libro “Freedom Chronicles 2026” (gratuito, scaricabile online), nel quale un “contrabbandiere di semi” vive in un tempo in cui le sementi sono ormai divenute illegali e c’è gente che, per lavoro, ne fa contrabbando, aggirando le leggi orwelliane imposte della Monsanto. 
L’incubo pare destinato a trasformarsi in realtà: «I semi stanno per diventare prodotti di contrabbando», afferma Mike Adams. «Chiunque voglia prodursi il suo proprio cibo sta per essere considerato un criminale». Questo, conclude Adams, è il dominio totale sulla catena alimentare. 
«Tutti i governi cercano un controllo totale sulla vita dei cittadini». Per questo, oggi «cospirano con le multinazionali come la Monsanto», ben decisi a confiscare la libertà più elementare, cioè il diritto all’alimentazione. «Non vogliono che nessun individuo sia più in grado di coltivare il proprio cibo».



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