sabato 18 maggio 2013

Il trambusto politico ed economico per il futuro.


di Stuart Jeanne Bramhall
dissidentvoice.org

Un nuovo studio dell’Università Farleigh Dickinson rivela che il 29 % dei cittadini degli USA crede che nei prossimi anni potrebbe essere necessaria una rivoluzione armata per "proteggere le libertà". Condividevano questa visione il 18% dei democratici che hanno risposto, il 27% degli indipendenti e il 44% dei repubblicani. 

Un decennio fa, era impensabile l'idea che qualcun altro al di fuori di pochi migliaia di estremisti avrebbe contemplato una rivoluzione violenta. Perlomeno questi risultati suggeriscono che una minoranza significativa degli americani è profondamente disillusa riguardo l'apparente indifferenza del governo per i loro bisogni e le loro aspettative.

LA FINE DELLA CRESCITA: UNA REALTÀ SCOMODA 

Anche se il governo sostiene il contrario, la ripresa dalla spirale di deflazione che è iniziata nel 2008 (conosciuta anche come La Recessione) è stata elusiva. Nonostante le quotazioni continuino ad aumentare, la produttività, l'occupazione e le spese dei consumatori hanno ostinatamente rifiutato di tornare ai livelli precedenti al 2008. Alcuni economisti odierni (non di Wall street) credono che l'era della crescita economica sia finita – per sempre- a causa della crescita dei costi dei combustibili fossili. Secondo loro, il mondo è tornato a un regime stazionario di economia. Quasi tutte le culture umane hanno agito come regimi di economia stazionari prima dell'esplosione dell'uso di combustibili fossili nel tardo XIX secolo. Considerando il collegamento storico fra la crescita e l'occupazione "piena" (livelli di disoccupazione sotto al 10%), essi prevedono che il mondo industrializzato stia andando verso uno scenario nel quale circa la metà della popolazione adulta è disoccupata. Il lavoro pagato che rimane sarà sottopagato, part time, con contratti a termine, non protetti dai sindacati, da diritti dei lavoratori o da regolamenti per la salute e la sicurezza. 

Per comprendere che la crescita economica americana è a un blocco, è essenziale guardare dati economici veri. Per esempio, quando Obama e la corporazione dei media hanno divulgato un tasso di disoccupazione al 7.5% per il mese di Aprile, hanno evitato di menzionare che questo valore riflette soltanto il numero di lavoratori recentemente rimasti disoccupati negli ultimi sei mesi (cioè il numero che sta ancora ricevendo i sussidi di disoccupazione basilari). Al contrario di altre nazioni, il dato ufficiale dei disoccupati americani non include i lavoratori i cui benefici sono esauriti. Uno sguardo da vicino ai dati del Ministero del Lavoro rivela che l' U-6, che include i lavoratori che sono usciti dalla forza lavoro e i lavoratori part time che cercano un lavoro a tempo pieno, indica che la vera disoccupazione in verità è cresciuta dell'1% in Aprile, arrivando al 13.9%. L'amministrazione Obama ha anche omesso di riportare che su 296.000 nuovi posti di lavoro creati il mese scorso, 278.000 erano part time.
Secondo John Williams, fondatore di shadowstats.com, il governo ha anche manipolato le cifre della crescita economica per far sembrare che l'economia americana stia continuando a crescere, quando l'aumento annuale della crescita economica negli ultimi 5 anni è virtualmente nullo. 

IL CROLLO ECONOMICO DEL 2008 ERA PREVEDIBILE 

Membri prominenti del movimento Peak Oil, i più noti Michael Ruppert e Richard Heinberg, avevano previsto la crisi del 2008. Hanno basato le loro previsioni sulle riserve di petrolio in esaurimento, l’insufficiente produzione di petrolio per stare dietro alla crescente domanda dalle nazioni in via di sviluppo e la ripida crescita dei prezzi del petrolio che iniziò nel 2005*. Basandosi sui loro calcoli, a novembre 2005 l'umanità aveva estratto metà delle riserve di petrolio disponibili nel mondo. Ciò era ufficialmente conosciuto come Peak Oil. Abbiamo raggiunto il Peak Natural Gas (Picco del gas naturale, ndt) diversi anni prima di ciò, anche se non raggiungeremo il Peak Coal (Picco del carbone, ndt) per circa un altro decennio.
Anche se rimangono ancora tonnellate di petrolio, gas e carbone rimasti nel suolo affinché noi li estraiamo e bruciamo, ora sono in discesa. Non solo la produzione continua a eccedere la domanda, ma la maggior parte del rimanente petrolio, gas naturale e carbone, è difficile da raggiungere, costosa da estrarre e fa affidamento su tecnologie pericolose, costose, distruttive per l'ambiente e controverse, come il trivellamento del mare, l'estrazione tramite la fratturazione di sabbie catramate e la rimozione di cime di montagne. 

CAPITALISMO E PRODUTTIVITÀ 

L'espansione dell'economia statica che chiamiamo crescita è un fenomeno relativamente nuovo nella storia dell'uomo. Prima del XIX secolo, le maggiori nazioni del mondo operavano un regime stazionario di economia. Di fatto l'ipotesi che fanno Heinberg e gli altri è che l'esplosione della produttività che la maggior parte del mondo attribuisce al capitalismo non avesse niente a che vedere con il modello economico capitalista in sé. Era invece basata sull'ampia abbondanza di combustibili fossili economici. Gli economisti britannici al Fiesta Institute forniscono abbondanti dati che giustificano questa ipotesi in Fleeing Vesuvius: Overcoming the Risks of Economic and Environmental Collapse (“Fuggendo dal Vesuvio: come superare i rischi di collasso economico e ambientale”). Essi sottolineano che anche ai prezzi attuali del petrolio, costa molto meno usare una macchina per svolgere un lavoro che impiegare un essere umano o addirittura un abbozzo di animale. 

La nascita del capitalismo non riguardava solo l'esplosione dei combustibili fossili. Essa riguardava lo sfruttamento di tutte le risorse naturali --abbattimento di foreste, miniere dalle gallerie aperte ampiamente per estrarre acciaio, rame, oro, bauxite (per l'alluminio), diamanti d'oro e minerali rari della terra, bonificare paludi e sradicare acquitrini. Quando il petrolio è iniziato a diventare più costoso (negli anni '70), (il capitalismo) era anche riguardo il muovere le industrie occidentali verso nazioni del terzo mondo per consentire lo sfruttamento per intero del lavoro umano. Il governo ha incoraggiato questa estrazione e sfruttamento su vasta scala perché per molti decenni ha prodotto un'enorme prosperità per la maggior parte della società occidentale. 

Allo stesso tempo c'erano immensi costi umani e ambientali. Il capitalismo occidentale ha prodotto una sofferenza incalcolabile nel terzo mondo, dal momento che le popolazioni indigene venivano mandate via dalla terra che dava loro i beni per la sussistenza, con i fortunati che ottenevano lavori in brutali fabbriche sfruttatrici che pagavano stipendi da fame. La sofferenza nel primo mondo era meno visibile fino all'ultimo decennio, quando i residenti del mondo industrializzato hanno iniziato a capire che erano sistematicamente avvelenati da sostanze chimiche industriali tossiche, livelli in aumento sia delle radiazioni nucleari sia delle radiazioni delle microonde e organismi nocivi che hanno contaminato la nostra aria, acqua e catena alimentare. 

LA PROBABILITÀ DI UNA RIVOLUZIONE 

Da questo punto di vantaggio, è impossibile prevedere se l'austerità e la repressione condurranno alla rivoluzione armata. Con molta Europa meridionale che protesta nelle strade, tutti gli occhi sono sugli USA, l'economia maggiore del mondo e la cosiddetta culla della democrazia. Gli Americani accetteranno passivamente e si adatteranno all'essere sistematicamente privati dei loro mezzi di sostentamento, dignità, salute e guadagni. O resisteranno. Se così sarà, come sarà questa resistenza? Le risposte a queste domande dipenderanno da quattro grandi incognite: 

1. Se i miliardari e milionari che controllano le leve del governo rappresentativo possono essere spinti a condividere una parte della loro immensa ricchezza. O se l'avarizia che li guida così perniciosamente e il loro controllo sul governo così assoluto può essere conquistato solo con la forza?
2. Se l'attuale guerra fredda con Iran e Cina compie un' escalation in un conflitto militare di vasta scala. Una guerra nucleare con la Cina può provocare il collasso totale dell’esistente infrastruttura corporativa americana.
3. L'immensa portata del movimento di resistenza che ultimamente cerca di mettere fine alle regole corporative. La storia insegna che le rivoluzioni "pacifiche" sono possibili quando almeno il 10% della popolazione si mobilita attivamente per un cambiamento e che le insurrezioni più piccole è più probabile che vengano accompagnate da violenza.
4. Se i governi controllati dalle corporazioni continueranno a permettere la proliferazione di alternative non corporative a livello locale e regionale- o se cercheranno di bandire e smantellarle con la forza

Mentre i governi di tutto il mondo lottano con il debito, la produttività ridotta e la disoccupazione immensa, stanno avvenendo cambiamenti drammatici a livello locale e regionale nel mondo in cui le persone si relazionano al lavoro pagato, al denaro, e incontrano i loro bisogni basilari di sopravvivenza. "Localizzazione" e "design" sono temi comuni in questo movimento. Il primo si riferisce a persone che optano per merci prodotte da piccoli affari locali - come opposti a prodotti manifatturati migliaia di miglia lontani dalle corporazioni che non hanno conoscenza né interesse dei bisogni locali o sopravvivenza a lungo termine della propria comunità. L'ultimo si riferisce all'applicazione coscienziosa di design principles (principi di progettazione, presumibilmente da intendere come strategie di progetto orientate al riuso, ndt) alle decisioni di produzione, invece di permettere loro di venire guidati da considerazioni sul profitto a breve termine. 

Questo nuovo cambiamento nella presa di coscienza è visto in diversi settori. Sotto ci sono solo alcuni esempi: 

- Lavoro: nei suoi ultimi due libri, America Beyond Capitalism e What Then Must We Do, Guy Alperowitz scrive di milioni di lavoratori americani che hanno optato per uscire dalla vita del lavoro aziendale per formare delle cooperative gestite e di proprietà dei lavoratori.
-Gestione delle banche e del denaro: decine di migliaia di Americani continuano a trasferire i loro soldi fuori dalle grandi banche aziendali verso le banche locali, cooperative di credito e banche cooperative. C'è anche un'esplosione di movimenti in valute locali e sistemi di baratto come Freecycle e finanze alternative locali non-bancarie, inclusi gruppi di salvataggio, finanziamenti di gruppo, affitti “alla pari”, contatti pre-vendita, cooperative di consumatori e reti di opportunità di investimenti comuni. 
-Energia: le comunità e le piccole imprese, spesso con il supporto dello stato e del governo locale, stanno lavorando collettivamente per progettare e implementare la profusione di alternative di energia rinnovabile "distribuita" (cioè locale). 
-Architettura e produzione: nel suo terzo libro, The Upcycle: Beyond Sustainability — Designing for Abundance (Il ciclo superiore, oltre la sostenibilità - progettare per l'abbondanza), l'architetto biologico Bill McDonough incapsula diversi decenni di esperienze di architetti, fabbricanti e progettisti urbani tentando di incorporare i principi progettuali della natura nei progetti di architettura, produttivi e urbani. 
-Cibo: secondo Michael Ableman, autore di Fields of Plenty: A Farmer’s Journey in Search of Real Food and the People Who Grow It (I campi dell'abbondanza: viaggio di un agricoltore alla ricerca del vero cibo e di chi l'ha prodottto), il 25% degli Americani al momento (fra breve) mangiano cibo biologico prodotto localmente. Questo grande cambio nella domanda del consumatore è stato accompagnato da una grande presa della permacultura e della agricoltura biointensiva, che utilizza i principi di "design" per triplicare i raccolti agricoli prodotti dall'agricoltura industriale. 

Ciò che è al momento sconosciuto è se le elites corporative che controllano i nostri governi apparentemente rappresentativi permetteranno che questi movimenti locali e regionali crescano e si espandano senza ostacoli. O se decideranno che costituiscono una minaccia troppo grande per gli interessi di profitto e faranno pressione sul governo per bandirli e smantellarli con la forza. In altre parole potremmo stare assistendo a un nuovo tipo di rivoluzione che avviene in buona parte attraverso l'evoluzione, con la violenza riservata per le minacce che lo stato corporativo pone alle nuove strutture che le persone hanno già creato. 




Traduzione per www.comedoncisciotte.org a cura di ILARIA GROPPI

* Storicamente il prezzo del petrolio oscillava fra 2-4 dollari al barile prima della crisi del petrolio del 1973. È rimasto tra 10-20 dollari al barile fino al 1979. Dal 79 all’ 86 è fluttuato dai 20 ai 38 dollari al barile fino al 1986 quando è crollato sotto i 20 dollari al barile fino all'89. È sceso sotto i 20 dollari al barile molto brevemente nel 1999. Non è stato sotto ai 40 dollari al barile dal 2004.

venerdì 17 maggio 2013

Salari da fame alla Daimler?


Un'inchiesta giornalistica della ARD accusa Daimler: dopo aver abusato del lavoro interinale per ridurre il costo del lavoro, adesso è il turno dei contratti d'opera. Con un salario inferiore ai 1.000 € netti mensili, i lavoratori alla catena di montaggio possono tirare avanti solo chiedendo un sussidio Hartz IV. Di fatto la spesa sociale dello stato serve a finanziare la produzione di auto di lusso. Da Handelsblatt.de



Untertürkheim è il cuore del gruppo Daimler. Il presidente del gruppo Dieter Zetsche qualche anno fa ha riportato qui la sede centrale del gruppo, e qui si producono i pezzi di ricambio per l'ammiraglia del gruppo: la Classe S. Il nuovo modello sarà presentato mercoledi ad Amburgo in grande stile - in un hangar di Airbus. Si esibirà la cantante Alicia Keys e numerosi cuochi rinomati cercheranno di soddisfare ospiti illustri dal mondo della politica, dell'economia e dei media.

In pieno clima di festeggiamento la ARD lunedi ha mandato in onda in prima serata un reportage che getta un'ombra sulla stella della Mercedes. Il giornalista della SWR Jürgen Rose per l'occasione si è lasciato crescere la barba, si è messo un paio di occhiali ed è andato a lavorare alla catena di montaggio da Daimler. L'accusa del filmato: attraverso i subappaltatori Daimler impiega lavoratori con un salario cosi' basso da rendere necessario un sussidio Hartz IV (aufstocken) per poter tirare avanti. Di fatto Daimler finanzia la produzione delle sue auto di lusso con il denaro dei contribuenti.

Rose racconta in prima persona e lo fa con molte riprese nascoste direttamente dalla fabbrica Daimler: come è stato assunto da un'agenzia interinale, affittato ad una società di logistica, per ritrovarsi il giorno dopo "da Daimler" alla catena di montaggio. Il suo compito: sollevare dal nastro trasportatore pezzi di motore da 12.5 kg, imballarli  e prepararli per la spedizione in Cina. E per fare questo viene pagato 8.19 € lordi l'ora dall'agenzia di lavoro interinale.

"Lavorare per Daimler" - questa frase da sempre equivale ad avere un buon posto di lavoro. Ed i dipendenti Daimler, ancora oggi, per un lavoro senza troppe pretese alla catena di montaggio hanno un salario orario estremamente buono di 17.98 € lordi l'ora, a cui si aggiungono le indennità per i turni. Jürgen invece per lo stesso lavoro riceve 8.19 € l'ora lordi.

La retribuzione oraria viene ripetutamente definita "stipendio da fame" - addirittura nel titolo della trasmissione ("Hungerlohn am Fließband“). Il filmato lancia una chiara accusa: sebbene la società di logistica a cui è stato affittato lavori per Daimler con un contratto d'opera, il giornalista sotto copertura lavora accanto ai dipendenti Daimler. E in realtà non dovrebbe essere subordinato alle istruzioni date dai dipendenti Daimler e nemmeno eseguire lo stesso lavoro, cosa che invece avviene regolarmente.

Nel suo ruolo fittizio di padre di famiglia con 4 figli ha diritto a prestazioni sociali per un valore di 1550 € al mese - molto piu' del netto di 991 € che riceve per le 35 ore settimanali.

E questo è veramente discutibile: il contribuente tedesco ogni anno deve pagare 8.7 miliardi di Euro affinché persone come „Jürgen“, che guadagnano con un lavoro a tempo pieno 991 € netti al mese (1.220 € lordi), debbano ricevere 1.550 € di sussidio da parte dello stato. Soprattutto se le imprese annunciano nuovi bilanci con profitti record.

Quanto mostrato dal filmato è illegale, commenta l'esperto di mercato del lavoro Stefan Sell. Il presidente del consiglio di fabbrica Erich Klemm dice: "Se le cose stanno come mostrato dal filmato, non va affatto bene, e l'azienda dovrebbe intervenire immediatamente". I portavoce Daimler e i manager non hanno voluto commentare davanti alle telecamere. E' stato tuttavia citato un commento dell'azienda arrivato via email: sarebbero già in vigore linee guida molto chiare per i fornitori e per gli appaltatori, finalizzate ad escludere comportamenti illegali.



Speculazione finanziaria: quelli che “è brutta e cattiva”.


di Alberto Bagnai.

Quando le cose vanno male, un colpevole bisogna trovarlo. Sì, lo so, mi direte voi, la realtà è complessa, le cause sono molteplici. Ma volete mettere quanto fa comodo dare la colpa a una sola persona, soprattutto se esercita un mestiere che nell’immaginazione collettiva è soggetto a un marchio d’infamia! Ci si mette così l’animo in pace, e si evitano spiegazioni complesse e imbarazzanti.
Questa riflessione non particolarmente brillante mi ha traversato la mente leggendo l’intervista cheGeorge Soros ha rilasciato ad Eugenio Occorsio del quotidiano “La Repubblica”, organo di stampa noto per la sua difesa senza se e senza ma dell’attuale regime europeo, il Pude (Partito Unico Dell’Euro). Soros dice una cosa ovvia: nel 1992 bastava saper leggere la realtà per capire che c’eranoopportunità di profitto da sfruttare in modo perfettamente legittimo.
Questa, del resto, è l’attività speculativa. Cosa dice il dizionario?
Speculativo: “Portato all’indagine filosofica” (Devoto Oli), ma anche “Che ha scopo di guadagno” (Zingarelli). L’etimologia è sempre la stessa: il latino speculari, “guardarsi intorno”, da cui viene anche il francese speculer, che dal 1801 prende significato borsistico (questo ce lo ricorda il dizionario etimologico di Battisti e Alesio). Non è così strano: il filosofo, come chiunque desideri (legittimamente) guadagnare qualcosa, comincia col guardarsi intorno, con l’osservare la realtà, cercando di interpretarla, che è cosa diversa dal costruire una realtà fasulla ad usum piddini. Del resto, forse sapete che il primo filosofo fu anche il primo speculatore: Diogene Laerzio ci ricorda che “Talete volendo dimostrare come fosse facile arricchire, prese a nolo i frantoi, dopo aver preveduto un abbondante raccolto di ulive, e guadagnò un gran mucchio di denari”. Non risulta che la Gazzetta di Mileto abbia deprecato questo suo comportamento.
Non si capisce allora perché oggi Repubblica debba chiedere a Soros se provi “imbarazzo” o “rimorso” (addirittura!) per quello che fece nel 1992. Come Talete intorno al 600 a.C., così Soros nel 1992 aveva buoni motivi per prevedere un ottimo raccolto. Quali erano? Be’, nel caso di Soros le ulive non c’entravano, il problema era un altro: era evidente che il cambio della lira era sopravvalutato, che la lira era troppo forte, perché da cinque anni si era agganciata al marco senza poterselo permettere, dato che l’inflazione in Italia era più elevata che in Germania. Vi ricorda qualcosa? Sì, è esattamente la situazione nella quale siamo oggi, e del resto, per rendersene conto, basta osservare l’andamento deltasso di cambio reale della lira.
tasso di cambio reale della lira
Vedete? Dopo una fase di stabilità a metà degli anni ‘80, nel 1987 inizia lo Sme credibile, (il periodo nel quale si decise di evitare riallineamenti all’interno del Sistema Monetario Europeo). Agganciare il cambio della lira a quello del marco non era un’ottima idea, perché impediva di compensare gradualmente il differenziale di inflazione, come era stato fatto negli anni precedenti. Non si può fermare il vento con le mani: quello che ci si era impediti di fare gradualmente per motivi sbagliati, lo si dovette fare tutto in una volta, bruscamente, nel 1992, quando la situazione divenne insostenibile.La svalutazione compensò rapidamente il differenziale di inflazione accumulatosi durante lo Sme “credibile”, e l’Italia tornò in surplus.
Vorrei chiarire un concetto. I dati della figura non erano segreti. Li possono e li potevano vedere tutti. Come non è un segreto che una valuta può restare sopravvalutata solo se esistono accordi politici che falsino il mercato: tali erano i patti impliciti nello Sme “credibile”. Ma quando, come ricorda Soros, laBundesbank dichiarò che non avrebbe sostenuto la lira, era ovvio che lo Sme sarebbe morto e la lira precipitata.
Attenzione: la lira doveva svalutarsi perché era sopravvalutata, cioè perché accordi politici (lo Sme “credibile”) le avevano permesso di mantenere un cambio non giustificato dai fondamentali. Questo mi pare non sia chiaro al giornalista, che moralisticamente osserva: “la lira rientrò nello Sme a costo di immani sacrifici e a tassi irrimediabilmente falsati”. Ma è esattamente il contrario: la lira uscì dallo Sme perché il suo tasso era falsato da una decisione politica. La responsabilità dell’accaduto è dei politici che presero nel 1987 la decisione di non riallineare più i cambi, e dei banchieri centrali che sostennero tecnicamente questa decisione. Una decisione sbagliata, perché spingendo troppo in alto la lira la esponeva al rischio di cadere. Soros, al più, approfittò dell’errore. Semplicemente, gridò: “il Re è nudo!”, e siccome era veramente nudo, il Re (cioè lo Sme) dovette correre a nascondersi per quattro anni.
Quattro anni dopo, nel 1996, rientrare nello Sme non era una buona idea, ma si decise di farlo per motivi che sapete (l’Europa chiamò!). Lo si fece probabilmente a un cambio troppo forte, “falsato”, come dice Occorsio, ma Soros che c’entra? La decisione di rivalutare bruscamente la lira nel 1996, decisione i cui effetti sono evidenti nel grafico, mica la prese lui!? Il declino dell’economia italiana inizia da lì, certo, da quella decisione, ma Soros non c’entra.
Notate che comunque al 1996 segue un altro periodo di stabilità, ma dal 2002, anno delle riforme del mercato del lavoro tedesco, il cambio reale dell’Italia ricomincia ad apprezzarsi.
Non entro nemmeno nel merito dell’opportunità di queste riforme. Sabato scorso lo faceval’Huffington Post, spero che crederete adesso a cotanto organo, se non avete voluto credere prima almio umile blog. Indipendentemente dai giudizi politici, resta il dato economico. Da ormai più di un decennio il cambio reale dell’Italia si sta costantemente apprezzando. L’euro, che all’inizio poteva essere sostenibile, sta diventando troppo pesante per noi, e questo da quando il principale partner commerciale del nostro paese ha deciso di violare l’obbligo di coordinamento delle politiche economiche imposto dall’articolo 119 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. La correzione, prima o poi, arriverà, è nella logica delle cose.
Scandalizzarsi una seconda volta perché Soros torna a dire che “il Re è nudo” è un atteggiamento farisaico. Per la seconda volta, il Re (questa volta l’euro), è veramente nudo. Invece di luogocomunisteggiare, cerchiamo di ragionare su come vogliamo correggere questo squilibrio, su cosa ci conviene effettivamente fare, evitando atteggiamenti ideologici e cercando di conformarci alla realtà.
Non è stato Soros a far cadere la lira nel 1992, sono stati i governanti europei a spingerla troppo in alto dal 1987, e non è stato Soros a decidere il cambio lira/Ecu nel 1996, sono stati, ancora una volta, i governanti europei. Non deve stupirci che quelli che si scandalizzano siano gli stessi che invertono i rapporti causali, ricostruendo orwellianamente la Storia. Fa parte del gioco. Si sovverte il passato per controllare il presente. Chi vi dice che le cose sono andate al contrario di come andarono, appartiene a chi vi ripete che invece di svalutare è meglio che vi tagliate i redditi, in vario modo, con i famosi “sacrifici”.
Liberi voi di credergli. Siamo in democrazia, almeno finché qualcuno non se ne approfitta troppo.Quota 90, per chi se la ricorda, è un terzo esempio di difesa a oltranza del cambio. Pensiamoci su…

giovedì 16 maggio 2013

Una rivoluzione democratica a guida massonica?


di Francesco Salistrari.

Leggendo l'ultimo articolo di Gioele Magaldi (qui), interessante dall'inizio alla fine, apprendiamo tante notizie “succose” dalle quali estrapolare un quadro molto più netto dell'attuale situazione politica ed economica italiana e non solo dell'Italia.

Inoltre leggendo l'articolo fino in fondo, con attenzione certosina, riusciamo a farci un'idea più chiara della massoneria e di come funzionano i circoli elitari (come il Bilderberg ad esempio) e del ruolo che al loro interno svolgono i personaggi della nostra politica, del mondo imprenditoriale e dei media.

Un articolo che consiglio di leggere, non fosse altro perchè il Magaldi, leader dell'ala democratica e progressista (Grande Oriente Democratico, GOD) del Grande Oriente d'Italia (GOI), ribadisce alcuni concetti sui quali molti stanno già discutendo da tempo, nell'assoluto silenzio e isolamento mediatico e politico.

Un passo molto interessante a questo riguardo è senz'altro questo:

Tutto ciò giova a chi ha speculato per mesi e mesi sulle differenze tra i rendimenti dei vari titoli di stato delle nazioni europee (sarebbe bastato creare degli eurobond, cioè dei titoli di stato europei unificati, per far cessare all’istante qualsivoglia speculazione sul famigerato SPREAD); giova a chi ha i mezzi per acquisire aziende dei vari Paesi in crisi a prezzi di saldo; giova a chi si accinge ad acquistare a prezzi vantaggiosi e stracciati beni e aziende di Stato messi in vendita a quattro soldi per fare cassa e favorire amici e amici degli amici di amministratori pubblici corrotti e infingardi; giova a chi si accinge a speculare sulla privatizzazione di servizi pubblici essenziali per la vita quotidiana (privatizzazione motivata con le stesse pseudo-ragioni con cui si vorrebbe svendere il patrimonio immobiliare e aziendale statale e para-statale: bisogna fare cassa per diminuire il debito pubblico e poi lo Stato deve essere “minimo”, in omaggio ai principi della teologia dogmatica neoliberista); giova a chi desidera avere, nel cuore dell’Europa e dell’Occidente, una massa enorme di disoccupati disperati, rassegnati a costituire una manodopera a buon mercato per i nuovi padroni sovra-nazionali dei mezzi di produzione locali, acquisiti a prezzo di favore proprio grazie alla CRISI; giova a chi ha progettato una de-strutturazione sociale e politica delle lande europee, ri-trasformando i cittadini in sudditi con gli occhi rivolti al basso e solleciti soprattutto della propria sopravvivenza materiale, in modo tale che la sovranità, dal popolo, venga dirottata de facto (salvando le forme esteriori della democrazia, ma svuotandole di senso e contenuti) verso nuovi aristoi, padroni e sorveglianti elitari di un nuovo perimetro concreto del Potere, in cui la stessa politica rappresentativa dei partiti-movimenti sia decisamente subalterna ad ambienti altri, esterni e sopra-elevati rispetto ad essa”.

In queste poche righe, credo sia condensato tutto il senso delle politiche, altrimenti incomprensibili, che vengono portate avanti in Europa fin dall'inizio della crisi (per non considerare il lasso temporale precedente) e quali siano i reali obiettivi di chi queste politiche le vuole, le avalla e le implementa nei vari contesti nazionali.

Senza queste considerazioni, sarebbe impossibile comprendere, ad esempio, il senso del Fiscal Compact, del pareggio di bilancio imposto costituzionalmente, del MES, della politica della BCE, dei sacrifici immani imposti ai popoli europei (soprattutto mediterranei) in nome di questa “benedetta” austerità che a detta di tutti, premi nobel dell'economia compresi, è assolutamente contropoducente per la ripresa economica del continente.
Sentir dire, da parte mia, ad un personaggio tanto informato, tanto addentro alle dinamiche politiche del nostro paese, profondo conoscitore dei meandri della massoneria italiana e internazionale, cose che da anni vado vaticinando nei miei articoli, nei miei scritti, nelle discussioni che intrattengo quotidianamente, non è certo consolante, ma, non nascondo, mi permette di restare più sereno. Perchè, in fondo, mi dico, “forse non sono pazzo”. Perché nell'assoluto silenzio politico e mediatico, nell'inconcludenza delle discussioni di partiti e movimenti, nella distrazione di massa che viviamo riguardo a questi temi, pensare determinate cose, non è facile, anzi, ti porta a considerare la possibilità che tu stia vivendo una sorta di allucinazione cognitiva, un abbandono della realtà, incapace ormai di inquadrare gli eventi e di capire le dinamiche di questo mondo moderno, così follemente lanciato verso il baratro.

Dunque, dopo aver ascoltato e riascoltato l'intervista a Nino Galloni che, tra le altre cose, parla della deindustrializzazione del nostro paese (qui), un'altra voce importante ci lascia intravedere sprazzi di un disegno razionale di indebolimento del nostro paese nel novero europeo e di fronte al mondo, vale a dire una precisa volontà politica che mira a demolire l'ordine democratico ed economico europeo, in nome di interessi multimiliardari di imprese multinazionali, banche e finanza speculativa e che sottintende un nuovo cambio sistemico da parte del capitalismo mondiale.

Come dicevo in altri miei interventi, anche pubblici, la democrazia rappresentativa ha smesso di essere funzionale alla stabilità politica ed economica dell'Occidente e quindi le forze che governano il mondo (il Potere) lavorano e operano per eliminare questo “fastidioso impedimento” che rallenta e ostacola il raggiungimento dei propri fini. Lo svuotamento sostanziale per via tecno-economica della democrazia occidentale, dunque, non è un fine, ma un mezzo. E' il mezzo attraverso il quale i potentati mondiali (e mondialisti) mirano all'instaurazione di un nuovo ordine autocratico, una sorta di neo-aristocrazia politica ed economica per completare l'assoggettamento dei popoli e lo svuotamento dei diritti, processo iniziato negli anni '70, dopo il riflusso delle lotte operaie e studentesche, e scientificamente portato avanti (e a compimento?) ai giorni nostri.

Neo-aristocrazia, per usare proprio un termine che il Gioele Magaldi ha più volte usato nei suoi interventi, pubblici e sul web. Un nuovo modello sociale e politico imposto dall'alto nel più completo e assoluto silenzio e senza la benché minima forma di resistenza sociale e politica.

Quando Magaldi, nel suo articolo, quasi “minaccia” le forze (oscure e palesi) che operano in questa direzione, di stare molto attente perché così come avvenne con la Rivoluzione Francese, il popolo, sotto la guida delle forze massoniche progressiste, potrebbe ribellarsi, mi verrebbe da chiedere: è possibile? E' concepibile che le forze massoniche progressiste, di cui egli è un esponente dichiarato e che si è messo in gioco, possano davvero diventare forza trainante di un blocco sociale di opposizione a questo disegno criminale? E' realmente auspicabile che la massoneria progressista riesca a diventare il traino di un “risveglio sociale” democratico capace di spezzare l'egemonia che le forze massoniche e para-massoniche reazionarie e conservatrici tutt'ora detengono? O sono solo vaticini isolati di un sincero massone?

E soprattutto: cosa stanno aspettando queste forze massoniche progressiste? Non sarebbe tempo di muoversi attivamente nella società al fine di creare una reale e concreta opposizione in accordo con tutte le altre forze democratiche, operaie, studentesche, della società civile non massonica?
Esiste davvero un modo per fermare questa gente?

Domande ingenue, probabilmente. Ma che meriterebbero comunque una risposta.

Una risposta politica immediata.



Una questione di logistica.


di Wu-Ming.
C’è un’abitudine, o un vizio, tipico degli intellettuali della sinistra cosiddetta radicale. Consiste nel cercare di individuare quale sia il settore della società destinato a incarnare il nuovo “soggetto rivoluzionario”. Ci si aspetta che sorga, come un esercito di terracotta, e che ristabilisca il giusto corso della storia, quello che va verso eguaglianza, dignità, libertà dal bisogno, e che si comporti, per di più, coerentemente a quanto teorizzato.
Noi non abbiamo a disposizione chiavi di questo tipo per interpretare la realtà. Quello che qui cerchiamo di fare è di dare rilievo, sottolineare momenti di riflessione e azione collettiva che rompono lo strano effetto prospettico per cui la situazione sociale viene descritta come potenzialmente esplosiva ma contemporaneamente cristallizzata, ferma, immobile. Il che è impossibile, non fosse altro perché la crisi in cui versa il paese non è uno stato, una condizione, ma una dinamica, ovvero una costellazione di dinamiche in rapida ricomposizione e riconfigurazione. In questo quadro, la lotta dei lavoratori del settore logistico, che è giunta sulle cronache nazionali in occasione dello sciopero nazionale indetto da Adl Cobas e Si Cobas il 22 marzo scorso, presenta notevoli elementi di interesse.
È una lotta organizzata dal basso, con modalità di convocazione e rappresentanza nuove, portata avanti da lavoratori in larghissima parte immigrati, che tocca le vene e le arterie della circolazione delle merci in questo paese. La questione è nodale tanto per le caratteristiche del settore – la movimentazione delle merci non conosce una crisi paragonabile a quella di altri settori produttivi – quanto per la composizione dei lavoratori in lotta, per il 90 per cento stranieri.
Lo sciopero è stato proclamato dalle assemblee che si sono svolte il 3 marzo 2013 a Milano, Piacenza, Bologna, Genova, Torino, Roma, Padova, Verona, Treviso, collegate tra loro attraverso una web conference.
Il contratto nazionale per questo settore è scaduto nel dicembre 2012, ed era stato rinnovato l’ultima volta nel 2010. I lavoratori in lotta accusano i sindacati confederali di trattare con il padronato in maniera poco trasparente, senza un’adeguata informazione e senza un reale coinvolgimento dei lavoratori stessi, che in questo modo si sentono tenuti all’oscuro, “per poi essere sottoposti ad ulteriori sacrifici e mortificazioni”.
Sulle pagine dei quotidiani, la cronaca: “Caos dei trasporti in Nord Italia,” le cariche della polizia all’interporto di Bologna, i comunicati degli uni e degli altri, un lavoratore che sarebbe stato travolto e ferito da un tir in uscita. In termini di partecipazione, lo sciopero è stato un successo. In certi casi, come quello della Dhl di Carpiano, l’adesione è stata totale.
La forma di ricatto padronale a cui questi lavoratori sono costretti è particolarmente dura. La retorica dei sacrifici che accompagna la crisi, che è pervasiva, e che viene brandita come un’arma da chi può impugnarla, viene utilizzata per imporre turni lunghissimi, straordinari obbligati e non pagati, decurtazioni arbitrarie di stipendi già assai magri. Un lavoro logorante, spesso privo dei diritti elementari, retribuzioni che costringono a un’esistenza in apnea, alla mera sopravvivenza, all’assenza di ogni prospettiva. Le condizioni in cui versano questi lavoratori sintetizzano ed esemplificano una condizione generale che accomuna le vite e le sorti delle classi più deboli. Ecco perché la loro lotta riguarda tutti noi: perché la sofferenza sociale è la questione centrale da affrontare se si hanno ancora a cuore le sorti collettive. I lavoratori del settore logistico hanno saputo superare divisioni etniche e frammentazioni e hanno aperto così una partita cruciale, sottolineando ancora una volta che la divisione reale che taglia la società non ha a che fare con etnie o culture ma è la dialettica tra sfruttati e sfruttatori, tra poveri e ricchi.
Per il 15 maggio è stata indetta una nuova giornata di lotta. Nel comunicato di sabato 11 maggio, l’attenzione viene portata sulla necessità di vedere applicate “le medesime condizioni contrattuali indipendentemente dalla committenza di riferimento e dalla cooperativa/società di appartenenza”.
I lavoratori in lotta hanno bisogno di solidarietà e di attenzione. Stanno indicando una strada, consapevoli che i diritti sono il risultato di rapporti di forza, e che per difenderli o ottenerli bisogna rendersi forti. Dobbiamo augurarci che altre esperienze simili trovino voce e gambe, se vogliamo credere che sia ancora possibile risollevarsi dal pantano in cui al momento affonda ogni prospettiva di riscatto sociale.


mercoledì 15 maggio 2013

L’anti grillinismo scientifico: come vi stanno lavando il cervello senza che voi ve ne accorgiate.


Mozzybilo- “Gli uomini raramente sono consapevoli delle vere ragioni che stanno alla base delle loro azioni.
Edward L. Bernays ( Spino Doctor autore del libro Propaganda)
Il comportamento umano, la psicologia cognitiva, la neuroscienza hanno permesso tramite uno studio accurato di dimostrare come siano sempre più sofisticate e comuni le tecniche di manipolazione. Lo spin doctor è colui che ha il compito di influenzare l’opinione pubblica, riguardo certi argomenti graditi all’establishment, generalmente viene identificato come portavoce o consigliere di uomini politici di primo grado.
In stato di veglia l’uomo percepisce coscientemente solo sette informazioni per volta, il progressivo bombardamento di informazioni al quale siamo sottoposti allora potrebbe sembrare superfluo, in realtà non è affatto cosi, infatti questa sovraesposizione cognitiva è assolutamente scientifica, i milioni di input che ci bombardano vengono memorizzati automaticamente in modalità incosciente nel nostro subconscio.
Quindi tutte queste informazioni non verranno mai perse, noi coscientemente saremo consapevoli delle sette informazioni delle quali abbiamo coscienza certa, mentre le rimanenti verranno immagazzinate inconsciamente, partendo da questo presupposto capiamo come sia ormai una prassi elaborare tecniche per influenzare le scelte di una o ( a seconda dei metodi e degli strumenti) più persone.
Molte volte capita d’imbattersi in programmi televisioni in cui pseudo maghi dimostrano come possono con semplici tecniche di dialogo influenzare le scelte dei loro interlocutori, ma questi sono esempi rivelati, svelati; la televisione e la stampa invece sono i mezzi non svelati, tramite i quali lo spin doctor influenza le masse.
Marcello Foa (giornalista esperto in comunicazione) descrive l’efficacia e la pericolosità dello spin doctor:

quando voi abbinate le conoscenze delle tecniche del giornalismo e la comunicazione con le tecniche della psicologia create una autentica arma di distruzione di massa, perché riesce a manipolare masse senza che le masse se ne rendano conto, provocando degli effetti a breve corso devastanti e a lungo periodo ti creano delle idee e degli stereotipi difficilmente estirpabili

Uno spin doctor dentro ad un governo, ha la capacità di incidere sul taglio e sulla notizia che i media divulgano simultaneamente, facendo cosi sfalsare la nostra percezione, visto che un evento non viene raccontato per come accade ma con il taglio giusto per mettere in evidenza delle priorità, e che inconsciamente ci possa influenzare allontanandoci magari dalla verità.
In questo contesto si incastona il concetto di Frame, l’informazione crea un concetto molto forte, che nel tempo s’impianta nella nostra psicologia nel nostro modo di pensare, e di considerare i valori della nostra vita, di riconoscerne alcuni concetti come più fondanti rispetto ad altri, una volta creato ciò, tutto quello che confluisce ed è riconoscibile in questo frame, è riconosciuto come consolidante delle nostre “convinzioni” e certezze, le notizie anche vere, che escono da questo circuito , invece vengono percepite come pericolose, come minacce verso le nostre certezze acquisite, e quindi tendiamo a scartarle e allontanarle.
L’esempio lampante è il frame dell’euro, chiediamoci come viene visto chi esprime il suo scetticismo verso l’euro? Bene l’euro è il frame costruito ad arte, come soluzione unica e favorevole alla collettività, metterlo in discussione viene scartato a priori , non viene considerato al di là della veridicità di molte considerazioni a riguardo. Lo stesso vale per la religione, per la politica ecc. ecc.
Riappropriamoci della nostra consapevolezza.

11 motivi per eliminare la Federal Reserve.


"Se gli americani capissero come funziona la Federal Reserve e quello che ha fatto, ne chiederebbero subito l’abolizione" – Michael Snyder, economista.

La Federal Reserve, la banca centrale americana, basa il suo funzionamento su un meccanismo che è stato progettato da banchieri internazionali a beneficio di altri banchieri internazionali e che sta sistematicamente impoverendo il popolo americano.

Ecco, in 11 punti, perché la Federal Reserve andrebbe eliminata :

1. Le fasi di prosperità sono state quelle in cui la Federal Reserve non esisteva, ossia durante la guerra civile e nel 1913.
Dopo il 1873, l’economia americana si è ripresa con l’avvento dell’industrializzazione. Dal 1869 al 1879 l’America ha vissuto una fase di crescita ad un tasso del 6,8% per quanto riguarda il Pil reale e del 4,5% per quanto concerne il Pil pro capite.
Nel 1880, la ricchezza della nazione è salita invece ad un tasso annuo del 3,8%, mentre il Pil è raddoppiato.

2. Da quando è stata creata la Federal Reserve, il dollaro si è svalutato.
Il sistema attraverso cui opera la Federal Reserve è la ragione principale per cui il dollaro ha perso oltre il 95% del suo valore a fronte di un deficit pubblico divenuto più grande di 5’000 volte nel corso degli ultimi cento anni.

3. La Fed crea solo debito pubblico.
L’intento dei banchieri è quello di intrappolare il governo degli Stati Uniti in una spirale di debito infinito da cui non si può fuggire.
Gli americani non capiscono che più moneta si mette in circolazione, più significa che loro dovranno ripagarla e quindi avranno un debito più alto...


4. Muovendosi però lungo binari precisi la Federal Reserve è un sistema finanziario centrale e ben pianificato.
Tutto questo è l’antitesi di quello che dovrebbe essere ossia un sistema di libero mercato.

5. La Fed alimenta bolle.
Inondando il mercato di liquidità, la Federal Reserve non ha fatto altro che creare distorsioni sul mercato.

6. La Fed è governata da enti privati, ossia altre banche che portavano avanti i propri interessi.
La maggior parte degli americani crede ancora che la Federal Reserve sia un ente federale. Ma questo non è vero.
Gli azionisti delle 12 Federal Reserve regionali sono banche private che rientrano nel Federal Reserve System. Queste includono tutte le banche nazionali e altri istituti che rispondono a determinati requisiti.

7. La Fed favorisce le banche troppo grandi per fallire.
Nel corso degli ultimi decenni, le banche sono cresciute enormemente in dimensioni e potere. Già nel 1970, le cinque maggiori banche statunitensi si spartivano il 17% di tutte le attività del settore bancario degli Stati Uniti.
Oggi, i cinque maggiori istituti degli Stati Uniti detengono il 52% di tutte le attività del settore bancario in America.

8. La Federal Reserve copre i dissesti.
La Fed è l’unica istituzione in America, che può stampare denaro dal nulla e darlo in prestito a chi vuole.
Ad esempio, durante l’ultima crisi finanziaria ha concesso alle banche prestiti per 16 miliardi di dollari.

9. La Fed sprona gli istituti finanziari a non concedere prestiti.
La Banca centrale americana decide di agire in questo modo dicendo alle banche di non accollarsi rischi che poi dovrebbe in ultima istanza ripagare lei.

10. La Fed fa previsioni sbagliate.
Nel 2005 Ben Bernanke annunciò che i prezzi delle case non sarebbero calati. E accadde il contrario. Mentre il presidente della Fed nel 2008 rassicurò i banchieri di Wall Street dicendo che non sarebbe arrivata la crisi. E invece arrivò la dissesto dei mutui subprime.

11. La Federal Reserve ha troppo potere.
Gli americani dovrebbero chiedersi perché permettono alla Fed, ossia a un’entità inspiegabile che è di proprietà privata, di prendere decisioni economiche al posto loro.
Oggi la Federal Reserve è talmente importante che è stata soprannominata “il quarto ramo del governo”.



(Fonte : Wall Street Italia.com)

martedì 14 maggio 2013

Scacco a Obama.


di Giulietto Chiesa.

L'attentato di Boston, i bombardamenti israeliani su Damasco, la crisi (scongiurata subito) tra Stati Uniti e Corea del Sud sembrano eventi del tutto scollegati, disconnessi tra loro. Io penso che non lo siano e che, anzi, siano tutti segnali del convergere - perfino piu' rapido del prevedibile verso una crisi di piu' vaste proporzioni. Mi pare di vedere una mano - piu' invisibile di quella, famosa, del “mercato” - che preme perche' si verifichi una resa dei conti. Forse piu' di una resa dei conti: diverse e lontane, ma riconducibili a un unicum di impressionante squilibrio, un “buco nero” nel quale stiamo andando tutti nel piu' disastrante caos di idee dell'ultimo secolo. Ma piu' grande di quello che condusse alla seconda guerra mondiale.

La resa dei conti che vedo avvicinarsi ha sicuramente a che fare con la crisi americana, che si manifesta anche come la crisi della leadership di Barack Obama. Anche, ma non solo. Gli Stati Uniti sembrano una barca alle deriva. Con un presidente che, apparentemente, essendo piu' libero di agire nel suo secondo mandato, era stato dato come all'offensiva su molti fronti. E invece non solo non e' affatto all'offensiva, ma sta subendo un'offensiva interna che appare oscura, ma che ha le sembianze neocon del suo predecessore. 

Povero Obama, direbbe qualcuno che l'aveva in simpatia. Ricordo che, al momento della sua prima elezione, ci furono i comitati di sostegno, in Italia, promossi dal Pd. Io, dal canto mio, fin da allora lo definii come «la piu' straordinaria e ben riuscita operazione di maquillage di tutta la storia». Adesso si vede in trasparenza che l'“uomo nuovo” della politica statunitense ha la stessa liberta' di manovra di un fringuello in gabbia. La crisi con la Corea del Nord non e' stato lui a cominciarla. Neanche il suo ministro degli esteri lo ha fatto. Si potrebbe pensare che ci sia un legame diretto, ben piu' solido, tra Kim Yong Un e il Pentagono, o la Cia, o con tutti e due. Il giovanotto di Pyong Yang si mette all'improvviso a strillare e minacciare, apparentemente senza motivo. Tutti i media si mettono a starnazzare anche loro come galline impazzite e, per una decina di giorni, il mondo intero appare sull'orlo di uno scontro nucleare tra il gigante americano e il nano nord coreano. Evidentemente non c'era nulla di piu' serio di un accurato gioco delle parti, nel quale la parte piu' potente faceva finta di sentirsi minacciata, ma sapeva perfettamente che la minaccia di Kim era semplicemente inesistente. Invece lo scopo era diverso: consentire al Pentagono di mettere a punto gli orologi, e portare le armi e le piu' raffinate tecnologie americane negli immediati pressi di Pechino. Washington sa bene, come lo sa Kim Yong Un, che la Corea del Nord puo' essere cancellata in un attimo. 

Fatto decantare il polverone, John Kerry si e' affacciato sull'uscio e ha detto che troppo allarme era esagerato e contro-producente. Fine della commedia: si erano messi d'accordo per ricompensare il “dittatore Pazzo”. Resta solo da chiarire chi ha acceso il fiammifero. E, probabilmente, si scoprirebbe che non e' stato Obama, i cui capelli stanno ingrigendo a velocita' supersonica, date le circostanze. Poiche' gli e' stato affidato il compito, forse per lui ingrato, di portare a compimento la profezia dei neocon. Quegli stessi che presero il potere, con un vero e proprio colpo di stato, nell'anno 2000, portando alla presidenza George W. Bush Junior (che era stato sconfitto da Al Gore). Scrissero, nel famoso Project for The New American Century, che la Cina sarebbe divenuta il pericolo principale per la sicurezza degli Stati Uniti nel 2017. E ripeterono la profezia nei documenti successivi concernenti la sicurezza nazionale del futuro. Era il 1998. Forse non era una profezia, sebbene si trattasse di eventi del futuro. Forse avevano fatto i loro calcoli e avevano pensato con quale Cina avrebbero avuto a che fare, tenendo conto dei tassi di crescita del suo PIl, dei suoi armamenti, della sua finanza, della sua tecnologia, della sua popolazione. Se non si tengono sempre presenti quelle previsioni, difficilmente di potra' capire cosa sta succedendo in America e fuori, mentre nel frattempo l'Occidente intero e' entrato nella piu' grave crisi della sua intera vicenda imperiale. 

Il secondo problema per Obama si chiama Siria. Il ruolo che avrebbe voluto recitare era quello del moderato e prudente. Aveva provato la parte nella vicenda della guerra contro la Libia di Gheddafi, facendola passare - media occidentali compiacenti - come una guerra anglo-francese. In realta' se non ci fossero stati il Pentagono e la Cia quella guerra non sarebbe stata nemmeno tecnicamente possibile. Ha dunque cercato di ripetere la scena dalle parti di Damasco. E qui non c'e' riuscito. Per meglio dire c'e' riuscito fino a gennaio di quest'anno. Poi ha cominciato a perdere le staffe. In realta' ha dato il via libera all'Arabia Saudita, al Qatar e alla Turchia, di scatenare contro Damasco un intero esercito di almeno 25.000 mercenari. Si aggiungano le sanzioni e lo strangolamento del regime di Bashar el Assad e il ponte aereo che da mesi, con centinaia di velivoli, rifornisce di armi e munizioni il Fsa (Free Syrian Army). Gli Stati Uniti non sono mai stati in disparte in questa guerra. Non una sola pallottola e' stata sparata senza il consenso di Washington. Che, negli ultimi tempi, e' parsa sempre piu' incline a fornire armi “sempre piu' letali” ai ribelli mercenari, mescolati con i residuati di Al Qaeda. 

Obama voleva una tattica di logoramento, in modo che Bashar cadesse da solo, come una pera matura, senza costringere l'America a sporcarsi troppo le mani. Ma, da un lato, Bashar el Assad non e' stato disciplinato e ha continuato a resistere, dall'altro e' venuta crescendo la fregola di Israele. Che ha bombardato direttamente il territorio siriano e perfino Damasco. E' stato Israele a inventare le armi chimiche siriane, probabilmente e' stato qualche commando israeliano a piazzare qualche bomba chimica, o a consegnarle ai tagliagole del Free Syrian Army. 

Tel Aviv (o Gerusalemme) non ha tempo da perdere. La caduta di Damasco e' preliminare all'attacco contro Teheran. E qui Obama ha di nuovo fatto la figura del vaso di coccio schiacciato dal vaso di ferro Netanyhau. Anche qui l'impressione e' che il presidente americano conti meno dei suoi militari o dei suoi servizi segreti, che vanno a trattare direttamente con Israele e si muovono con grande disinvoltura per conto proprio. Cosi', una volta “scoperte” le armi chimiche della Siria, Obama ha dovuto recitare la parte di colui che e' costretto, suo malgrado, a minacciare: «Se si potesse verificare che il regime siriano ha davvero fatto uso di armi chimiche contro la popolazione civile, allora saremmo costretti a usare tutti i mezzi». Per punirlo, s'intende. 

Non resta dunque che aspettare che il Mossad e la Cia forniscano le prove. Ci vorra', per questo, una qualche dose di cautela, perche' per fornirle, le prove, si dovrebbe ammettere che il Mossad sta agendo sul territorio siriano, insieme ai servizi segreti di Turchia, Francia e Gran Bretagna e, naturalmente, alla Cia. Ma e' solo questione di tempo. E a quel punto Barack Obama dara' l'ordine che avrebbe preferito non dare, forse. 

Ma i segnali di sconfitta di Obama sono stati anche altri, forse addirittura piu' significativi. Il giorno delle bombe di Boston il presidente Usa ha subito uno scacco piu' grande di tutti i precedenti. La legge per la limitazione della vendita di armi ai civili americani e' stata clamorosamente battuta al Senato Usa. Uno dei cavalli di battaglia del presidente in carica, e' stato azzoppato. Lo stesso giorno, si noti, in cui scoppiavano bombe, subito attribuite a un “commando ceceno” composto da due “terroristi”, tanto improbabili quanto le loro origini etniche. Che, con modesto dispendio di morti, ha permesso all'Fbi di paralizzare la citta' per una intera settimana, chiudendo in casa tutti gli abitanti e terrorizzando l'America intera che non poteva nemmeno immaginare. Cioe' tutto lascia pensare, se si guarda con attenzione alle dinamiche degli avvenimenti di Boston, che in quella citta' si sia fatto un “esperimento”, una “prova di stato d'assedio”. Perche'? Cosa si sta preparando? 

Viene in mente una frase di Bertolt Brecht: «se il fascismo arrivera' in America avra' il volto della democrazia». Chi organizza questi esperimenti non lo sapremo facilmente. Anzi non lo sapremo mai. Resta da indovinare se il presidente in carica e' al corrente, ovvero se ci sono forze che agiscono anche indipendentemente dal presidente, oltre lui e sopra di lui, e che lui e' costretto ad avallare, a posteriori. 

C'e' stata, per altro un'ulteriore coincidenza, di difficile attribuzione. Quel giorno fatale bostoniano, il 16 aprile, la prima pagina del New York Times ospitava un articolo che dava notizia di un evento a suo modo storico: una commissione ufficiale, bipartisan, del Congresso, confermava che gli Stati Uniti hanno praticato sistematicamente la tortura a partire dall'11 settembre del 2001. Questo il dispositivo della sentenza: «il presidente e i suoi massimi consiglieri erano al corrente» del fatto che «pene e tormenti venivano inflitti su diversi detenuti in nostra custodia». 

Una bomba, diversa da quelle di Boston ma pur sempre tale, perche' metteva sotto accusa niente meno che tutti gli ultimi tre presidenti degli Stati Uniti. A cominciare dal democratico Bill Clinton, che preparo' il terreno giuridico per le mostruosita' che avvennero “dopo”, per includere i due mandati di George Bush Jr, fino ai due mandati non ancora conclusi di Barack Obama. Il quale ultimo e' coinvolto nella vicenda, perche' copri' le responsabilita' del suo predecessore, tentando di bloccare l'inchiesta che lo riguardava nel 2009. Obama, noto per non avere chiuso Guantanamo Bay, noto per avere fatto ammazzare piu' di 4000 “terroristi” mediante droni che hanno agito fuori dal territorio americano (cioe' in aperta violazione di tutte le leggi internazionali). 

L'inchiesta fu bloccata, ma ne parti' un'altra, questa, diretta dal repubblicano Asa Hutchinson, e dal democratico James R. Jones. Ma, non finisce qui. Bomba chiama bomba. Se ci furono torture sui “nemici combattenti”, tutte le loro confessioni sono inutilizzabili (anche secondo la legge americana). E, dunque, anche le conclusioni dell'inchiesta ufficiale sull'attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono sono nulle. 

I morti e la polvere di Boston hanno coperto “l'incriminazione” di Obama. Nessuno, fuori dagli Stati Uniti, ha mostrato di accorgersene. Siamo tutti troppo distratti? 



Fonte:  http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=608

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