giovedì 21 febbraio 2013

L'Ue nel 2013: in bancarotta economica, si trasforma in una dittatura politica.


Di Karl Müller 



Ecco le cifre ufficiali alla fine del 2008: il disavanzo totale di tutti gli Stati dell’UE ha raggiunto 7.800 miliardi; alla fine del 2009, 8.900 miliardi; alla fine del 2010, 9.600 miliardi e alla fine del 2011, 10.300 di euro. Ciò corrisponde ad una percentuale del prodotto interno lordo (PIL) totale di tutti gli Stati membri dell’UE nel 2008 di 62,5%, nel 2009 di 74,8%, nel 2010 dell’80,0% e nel 2011 dell’82,5%. Per i 17 Stati della zona euro, i numeri sono ancora peggiori. (Ad esempio: il rapporto tra debito pubblico – cioè, la percentuale del debito pubblico in rapporto al PIL – della Svizzera si attesta a fine 2011 al 52%, mentre un anno prima, era ancora il 55% e nel 2012 ha continuato a scendere fino al 51%).

Solo il tempo ci dirà chi dovrà pagare queste somme colossali e come potrà farlo. I cosiddetti piani di salvataggio (“aiuti alla Grecia,” EFSF, MES, finanziamenti mirati, acquisti di obbligazioni da parte della BCE, ecc.) hanno lo scopo di far credere ai cittadini degli Stati membri dell’UE che si può risolvere il problema del debito attraverso una ridistribuzione tra gli Stati “ricchi” e gli “stati poveri” nell’UE. Ma se guardiamo più da vicino, tutti questi piani di salvataggio non portano esattamente ad una ridistribuzione tra Stati, ma una redistribuzione tra tutti gli Stati a spese dei contribuenti e a beneficio di un gruppo selezionato del grande capitale.
La speranza che alcuni paesi, tra cui in primo luogo la Germania, sarebbero i soli in grado di farsi carico di tutto ciò, è pura illusione. Nell’UE, il 20% di tutto il debito pubblico è della sola Germania, nel 2011 c’erano 2,1 miliardi di euro che la Repubblica federale, dei Länder e dei comuni dovevano a ogni donatore. La verità è che in Germania, i capitali in mani private raggiungono quasi il doppio. E se si trattasse realmente e onestamente di un nuovo inizio, potrebbe anche essere possibile ammortizzare il debito, con l’aiuto dei cittadini, dove è ragionevole e giusto. Infatti, i cittadini sono sempre pronti a contribuire al bene comune. Ma al giorno d’oggi, tutti sanno che queste azioni di redistribuzione programmate, non sono per il bene comune. Non è accettabile dare più soldi a coloro che ne hanno già in abbondanza.
Questo è probabilmente il motivo per cui né l’UE né le élites attualmente al potere negli stati della UE, fanno affidamento sulla libertà e la ragione – perché sanno che l’uomo che ragiona liberamente vede in modo chiaro il doppio gioco – ma sulla menzogna e la coercizione. Ci raccontano la favola dell’”armonizzazione”, “razionalizzazione”, e “centralizzazione” indispensabili all’interno dell’UE. Tutto questo dovrebbe essere essenziale nel mondo globalizzato del XXI secolo, in cui gli stati nazionali sovrani, per la molteplicità delle proprie risorse, non sarebbero solo superati, ma disturbano semplicemente la soluzione dei problemi dell’umanità. Questo è in sostanza ciò che Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, ha affermato il 10 gennaio a Dublino. E chiede ai cittadini di:
  • - rinunciare ad una pensione pubblica che corrisponde alla dignità umana – per un inaridimento delle finanze pubbliche degli enti locali,
  • - rinunciare ad un giusto salario e ad una partecipazione nella creazione di valore – per un’ideologia di “competizione economica tra i siti”,
  • - rinunciare alla libertà secondo la dignità umana, al diritto e alla democrazia – attraverso un’Unione Europea che si attribuisce sempre più competenze e di cui anche la Corte Suprema tedesca Costituzionale ha sentenziato che c’era, ovviamente, un “deficit democratico”.
Il principio secondo cui gli Stati membri dell’UE sono i “padroni dei trattati” è ancora valido. Gli  Stati membri dell’UE possono sempre modificare i trattati europei, potrebbero anche sciogliere l’Unione, se volessero, e rimandare a casa i funzionari di tutte le istituzioni europee e tutti i commissari. La dittatura dell’UE, può ancora essere evitata, secondo le norme di legge vigenti.
Ma ora si sta cercando di cambiare anche questo. Il 5 dicembre 2012, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha presentato un documento, Towards a genuine economic and monetary Union (“Verso una vera Unione economica e monetaria”), secondo cui – a suo piacimento – gli elementi costitutivi della sovranità nazionale devono essere smantellati. Questa è la legge del bilancio che rimane soprattutto nei diritti di sovranità dei Parlamenti ancora parzialmente funzionanti.
L’UE vuole utilizzare l’attuale crisi per riformare il parlamentarismo europeo. E’ possibile che i parlamenti nazionali che sevono gli Stati, per l’Unione europea, siano piuttosto fastidiosi. Per questo motivo la Commissione europea vuole che in futuro tutte le decisioni importanti di bilancio non sono prese dagli Stati, ma dal Parlamento europeo. Questo è ciò che il Deutsche Nachrichten Wirtschafts ha scritto il 7 dicembre 2012. E si legge ancora: “In futuro, l’UE dovrebbe avere voce in capitolo quando si tratta di bilanci nazionali. In particolare, van Rompuy avrebbe deciso quali sono gli Stati che devono attuare le riforme. La Commissione europea prevede pertanto che ciascuno Stato deve firmare un accordo vincolante con il quale accetta determinati requisiti. Ma Van Rompuy non vorrà smontare completamente i parlamenti nazionali da solo: essi dovranno accettare il loro scioglimento firmando formalmente un accordo di auto-liquidazione. In questo senso, le cerimonie degli yes-men del MES possono essere considerate come un primo test eseguito con successo. Qui, il Bundestag tedesco si è già qualificato per far parte della nuova Lega europea politico-democratica”.
Proprio come il Reichstag tedesco con la legge sulla piena potenza nel marzo 1933. All’epoca, il parlamento tedesco, il Reichstag, ha autorizzato il governo di Hitler ad emanare leggi senza l’approvazione del Reichstag, e così facendo, ha distrutto la separazione dei poteri. Poi tutto è successo molto rapidamente: in sei anni, il nuovo stato centralizzato di Berlino ha portato il mondo in guerra.  In primo luogo, l’unificazione del paese, che si è svolta da cima a fondo: i parlamenti dei Länder sono stati eliminati, i Länder governati centralmente dai prefetti del Reich, i comuni con sindaci senza consiglio comunale. Poi la rottura continua con le disposizioni del trattato di Versailles. Poi il piano segreto quadriennale che doveva preparare alla guerra l’economia tedesca.  La prova generale in Spagna, l’attacco aereo su Guernica. Monaco di Baviera nel 1938. Le conseguenze sono note. Sequenze che avrebbero potuto essere evitate, in punti diversi, ovviamente, anche dall’estero. Ma certamente dall’interno: è stato confermata ancora una volta in modo spaventoso ciò che i parlamentari avevano previsto al memorabile dibattito bavarese del 1871. Le grandi formazioni di Stati centralizzati che calpestano un’ organizzazione di stati federalisti, cercarono di sottomettere l’intera Europa dopo aver asservito i loro connazionali. Poi il mondo.
Il mondo ha imparato qualcosa? Nessuno fiata al giorno d’oggi, quando l’Unione europea si vanta di ripristinare l’economia attraverso il riarmo? E quando il mostro di Bruxelles pratica dal 2010 il metodo, proposto da Jean Monnet, di approfittare di una crisi per continuare a diminuire la sovranità degli Stati nazionali e di compiere nuovi passi verso una dittatura dell’UE?
Ma i leader dell’UE non vogliono solo imporre ai cittadini e agli Stati membri dell’UE ciò che devono fate o non fare. Ciò è dimostrato dalle attuali reazioni dell’UE verso i piani del nuovo governo giapponese per la ricostruzione, con l’aiuto di una spesa pubblica più alta, delle martoriate infrastrutture rilanciando così l’economia del paese, indebolita da anni. Il ministro delle finanze tedesco ha risposto con uno scatto rabbioso e condannato i piani del paese asiatico. “La razza tedesca guarirà il mondo“, dicevano in Germania, quando il paese era governato dal Kaiser che voleva estendere il suo impero. Oggigiorno, nessun paese accetterà che l’Unione Europea cerchi di dettare abusivamente al mondo, la via da seguire in materia politica, economica e culturale. Ed è un bene.
Per me, è molto chiaro: in Europa, siamo andati troppo oltre. Siamo in un vicolo cieco, non è possibile continuare così. In un vicolo cieco, c’è una sola via d’uscita:. tornare indietro”     Vaclav Klaus in “Neue Zürcher Zeitung”  del 24/01/13    
Io non cerco la maggioranza negli Stati membri o nelle strutture dell’UE. Questo è un modo di pensare sbagliato. No, io cerco la maggioranza in Europa. Non dico questo in modo pretenzioso, ma nel senso che in politica, la maggior parte della popolazione deve essere valorizzata. In realtà oggi c’è già una maggioranza in Europa, ma le persone fanno fatica a organizzarsi. Ripeto: una maggioranza a Bruxelles non è lo stesso di una maggioranza della popolazione”.     Vaclav Klaus in “Neue Zürcher Zeitung”  del 24/01/13
Karl Müller è un editore e giornalista del giornale on-line Zeit-Fragen
Traduzione di Alba Canelli

mercoledì 20 febbraio 2013

"Arrendetevi! Siete circondati dal popolo italiano! Uscite con le mani alzate..." Ovvero "Alice nel paese delle meraviglie".


DI GIOVANNI ZIBORDI

cobraf.com

L'entusiasmo intorno a Beppe Grillo cresce ogni giorno, guardando dei video da Milano e Monza bisogna dire che Casaleggio e Grillo sono dei geni della comunicazione. Sono stati capaci di toccare i tasti emotivi giusti, hanno creato aspettative e speranze parlando di cose più belle e più giuste e allo stesso tempo unificato e dato energia al movimento sparando su un nemico comune di tutti gli italiani (la classe politica.."Arrendetevi! Siete circondati dal popolo italiano. Uscite con le mani alzate...) (1). E' un messaggio geniale, che funziona perchè taglia attraverso le solite sinistra e destra, coalizza tutti contro un odiato nemico comune, ma parla anche di un futuro in cui c'è del latte e miele (...votate per voi stessi...)

Nella foto: comizio di Beppe Grillo in piazza Duomo a Milano (20.02.2013)

Elemento cruciale di questo messaggio è evitare qualunque presa di posizione precisa sui problemi economici, il principale dei quali è che l'Italia si è impegnata con tutti in Europa e con i "mercati" ad AVANZI DI BILANCIO DEL 5% DEL PIL (prima degli interessi). In italiano questo significa che lo stato spende 700 miliardi e ne incassa di tasse 780 miliardi ogni anno per cui sottrae 80 miliardi al settore privato (salvo restituirne circa 35 miliardi tramite gli interessi alle famiglie italiane detentrici di BTP, quelle che hanno più soldi). L'Italia si è impegnata a incassare, come stato, 780 miliardi di tasse e spenderne (prima degli interessi) 700 miliardi per gli anni a venire.... 

Dire "L'ITALIA SI E' IMPEGNATA" significa che gli altri governi europei hanno dei trattati firmati e il fatto stesso di appartenere all'Europa per imporlo a noi. E significa che "i Mercati" (finanziari) sono in agguato, pronti a vendere 100 o 200 miliardi di BTP facendoli crollare da 100 a 70 se l'Italia "viene meno agli impegni". E questo salasso permanente di circa (80-35=) 45 miliardi l'anno si somma ad una contrazione del credito che al momento è di circa 50 miliardi (2) l'anno per le imprese e di circa 30 miliardi l'anno per le famiglie (mutui). Totale: 45+50+40= ... circa 130 miliardi l'anno che mancano al settore privato.

Grillo urla dal palco che cacciando via i partiti e con i referendum propositivi senza quorum in cui tutti noi decidiamo risolveremo questi problemi. Essendo "fuori" da tutto non ha un programma che viene esaminato come ad esempio i report economici che si accumulano ora sull'Italia esaminano i programmi dei partiti (PDL-Lega, Monti-UDC, PD-Sel o Giannino). E li trovano campati per aria come numeri ("Tagli alle tasse, dai partiti un miraggio da 180 miliardi") (3), pieni di promesse elettorali che contrastano con "gli impresi presi dall'Italia" in Europa.

Gli italiani sono finiti in una trappola finanziaria che soffoca la loro economia e reagiscono entusiasmandosi per chi promette Alice nel Paese delle Meraviglie (dal punto di vista economico). E non ha il problema di giustificare delle credenziali economiche come Oscar Giannino perchè semplicemente non ne ha, nessuno intorno a lui ne ha e se ne sbatte. 

Cioè i partiti promettono ora sotto elezioni miliardi che non sanno come trovare, per la precisione che non possono trovare in nessun modo nel contesto dell'Euro, dell'Eurozona e dei "Mercati". E gli italiani come reagiscono ? Rivolgendosi a chi (se guardi al freddo lato economico) promette loro di fatto dieci volte tanto...

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....Tra le prime incombenze che il nuovo governo si troverà ad affrontare .... La contrazione del Pil viaggia attorno all'1%, contro lo 0,2% indicato dalla Nota di aggiornamento del «Def» di settembre. Per lo scorso anno, il dato certificato dall'Istat è di una caduta del prodotto del 2,2 per cento....il debito pubblico raggiungerà quest'anno il picco del 126,1%.... L'impegno sottoscritto dal governo Berlusconi e confermato dal governo Monti al pareggio di bilancio in termini strutturali non è in discussione. In linea con la lettera inviata la scorsa settimana dal commissario agli affari economici, Olli Rehn, si potranno concordare tempi di rientro meno stringenti, ma non per questo saremo esentati dal conseguire avanzi primari del 4-5% del Pil, condizione indispensabile per ridurre gradualmente il debito....
... le tre maxi-manovre, le prime due (luglio e agosto 2011) varate dal governo Berlusconi, la terza, dicembre (il decreto salva-Italia) dal governo Monti. Tre manovre per un valore complessivo a regime di 81,3 miliardi, pari al 4,9% del Pil, concentrate per oltre due terzi su aumenti delle entrate. Nonostante questo ingente sforzo di consolidamento fiscale, non si potrà deviare dal percorso di rigore nei conti pubblici, per effetto dell'ingente debito e delle perduranti incertezze sul fronte dello spread. ....il nuovo governo dovrà reperire risorse sia per finanziare nuove spese per gli ammortizzatori in deroga e le missioni internazionali (finanziate solo fino a settembre), e trovare 4 miliardi a regime per evitare l'aumento dell'Iva. In tutto, almeno 7 miliardi.

.... Se attuata in toto, la manovra sull'Imu indicata da Berlusconi per la prima casa (restituzione di quanto versato nel 2012 e abolizione nel 2013) comporterebbe un immediato minor gettito di 7,8 miliardi, che evidentemente andrebbe coperto subito con altrettanti tagli alla spesa. Il ricorso ad altre forme di copertura, come l'aumento dell'accisa sui tabacchi e sull'alcol (se pur legittima e "mirata") si trasformerebbe in un'altra forma di prelievo. L'azzeramento in 5 anni dell'Irap comporterà il reperimento di ulteriori 34-35 miliardi a regime e la manovra sull'Irpef (due aliquote del 23% fino a 43 mila euro e del 33%) altri 22 miliardi dal 2014.

Gli interventi di riduzione della pressione fiscale indicati dalla Lista civica che fa capo a Mario Monti, relativamente a Imu, Irap e Irpef, comporterebbero 29,5 miliardi di minori imposte. Per il 2013, si potrebbero reperire 2,5 miliardi per aumentare da 200 a 400 euro la detrazione Imu sulla prima casa e raddoppiare la detrazione per i figli a carico, ammesso che - come indicato dal dossier - si riesca a contenere la spesa corrente primaria per 3 miliardi. La partita più complessa si annuncia dal 2014 (e dunque da mettere in campo alla fine del 2013) con interventi sulla totale indeducibilità del costo del lavoro dalla base imponibile dell'Irap, e sull'Irpef a valere sui redditi medio bassi, sia con riduzione delle aliquote che con l'aumento delle detrazioni....

vedi anche "Sogni a confronto" (4)

GZ
Fonte: www.cobraf.com
20.02.2013

4) http://phastidio.net/2013/02/18/sogni-a-confronto/

sabato 16 febbraio 2013

L'Europa della vergogna: nascosta la crisi umanitaria greca.


L’Europa tace. Non vuole assolutamente riconoscere la crisi umanitaria greca causata dalle ricette che ha imposto ad Atene, come ad altri Paesi e perciò fa di tutto perché su questa storica vergogna cali il silenzio: i media in gran parte in mano a quei gruppi di interessi che hanno creato questa situazione si adeguano e danno versione ambigue ed edulcorate della situazione. In Italia dove si vede chiaramente il risultato dell’applicazione delle medesime ricette imposte ad Atene, proprio non se ne parla, forse per non turbare la campagna elettorale a colpi bugie e cagnetti di Scelta civica, un nome che grida vendetta già in sé. Anzi l’esecutore europeo per l’Italia, Monti, accusa Grillo di trascinare l’Italia verso la Grecia e fa finta di non vedere i guai che ha causato, compreso il calo ufficiale del Pil: un -2,7% nel 2012.
Per fortuna alcune voci ci sono. Prima fra tutte un lungo articolo del Guardian che riassume con realismo e con dati alla mano la situazione. Ho tradotto qui di seguito l’articolo che non abbisogna di ulteriori commenti se non i sonori ceffoni che andrebbero dati agli stolti burocrati europei e ai loro sottocoda italiani. quelli diretti e quelli indiretti. (L’articolo in originale è qui)


Nelle società europee si presume che le crisi umanitarie possano avvenire solo in seguito di calamità naturali, epidemie, guerre o conflitti sociali. Perciò pensiamo che una simile crisi non possa verificarsi in un Paese europeo e men che meno in uno che fa parte dell’ Unione.
E tuttavia oggi un notevole numero di esperti ritiene che la Grecia sia attualmente al centro di una crisi umanitaria. Il capo di Médecins du Monde, Nikitas Kanakis, la ONG più grande e più importante che opera in Grecia, fu tra i primi a dichiararlo apertamente. La zona del porto di Perama, vicino ad Atene, in particolare, è nel bel mezzo di una catastrofe umanitaria. La Società Medica di Atene, la più grande organizzazione professionale del suo genere, ha anche inviato una lettera formale alle Nazioni Unite per chiedere un intervento.
Ma ci sono ragioni politiche per le quali di questa crisi umanitaria non si parla: riconoscendo la gravità della situazione, il governo greco e l’UE dovrebbero ammettere che la situazione attuale è stata determinata dalla cosiddetta economica “salvataggio” della Grecia. Così le autorità hanno scelto di tacere.
E ‘ vero che non esiste un accordo generale su ciò che costituisce una crisi umanitaria. Ma la definizione utilizzata da chi ha esperienza nel settore è pratico e semplice: una crisi umanitaria è di solito caratterizzata da crescente povertà, da accresciute disuguaglianze nell’istruzione e nella  protezione sociale e la mancanza di accesso ai servizi di assistenza. Indicatori particolarmente importanti sono la perdita di accesso ai servizi sanitari di base, visite mediche, ricoveri e farmaci. In altre parole: non è possibile non vedere una crisi umanitaria.Non si sarebbe potuto immaginare che una simile crisi avrebbe potuto prodursi in Grecia: secondo l’ indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite nel 2008 il Paese era classificato al 18 ° nel mondo. Nessuno avrebbe potuto pensare a un cambiamento così drammatico.
Era falsa sicurezza offerta da parte delle istituzioni e dei meccanismi dell’UE. Gli Stati membri erano tenuti a pagare per questa sicurezza immaginaria, rispettando esigenti criteri economici e politici. Il paradosso è che anche l’Unione europea, il garante della presunta la sicurezza e della prosperità degli Stati membri, ha modi ben definiti di misurare la povertà, sia assoluta e relativa: proprio questi dimostrano che una crisi umanitaria in Grecia esiste.
Sulla base dei criteri e dei dati dell’Unione europea, la Grecia è un paese in condizioni di povertà grave. Nel 2011, il 31,4% della popolazione, ovvero 3,4 milioni di persone, viveva con un reddito inferiore al 60% del reddito mediano nazionale disponibile . Allo stesso tempo, il 27,3% della popolazione, ovvero 1,3 milioni di persone, era a rischio di povertà. Non ci sono dati ancora per il 2012, anche se le cose sono certamente peggiorate
Utilizzando ulteriori indicatori UE, si vede che una grande percentuale di famiglie greche vive attualmente in condizioni di “deprivazione materiale”. Un po ‘più del 11% in realtà vive in stato di “deprivazione materiale estremo”: il che significa senza riscaldamento sufficiente, elettricità, l’uso di un auto o di un telefono. Significa anche avere una dieta povera, priva di carne o pesce su base settimanale, così come l’incapacità totale o parziale di far fronte alle spese di emergenza o di pagamenti per l’affitto e le bollette.
L’inefficacia dei programmi europei per il reinserimento dei disoccupati nel mercato del lavoro e la mancanza di programmi nazionali di protezione sociale hanno spinto la Grecia ancora più in basso. Il tasso di disoccupazione degli adulti pari al 26,8% nell’ottobre del 2012 . Questo livello, anche se enorme rispetto al recente passato, continua però a non fornire un quadro realistico.
Manca, ad esempio, la disoccupazione derivante dal fallimento di migliaia di piccole imprese. Ai disoccupati vanno aggiunti i lavoratori poveri, vale a dire, i lavoratori con bassi salari tali da non poter soddisfare le esigenze di base. Il 13% della forza lavoro rappresenta la più alta percentuale di lavoratori poveri nella zona euro.
Ci sono tre indicatori più che evidenziano la crisi umanitaria. In primo luogo, il numero di persone senza fissa dimora salito a livelli senza precedenti per un paese europeo: stime non ufficiali dicono che si tratti di  40.000 persone. In secondo luogo, la percentuale di greci beneficiari di servizi medici forniti da Ong è del 60% in alcuni centri urbani. Questo sarebbe stato impensabile anche tre anni fa, dal momento che tali servizi sono stati normalmente conferiti agli immigrati, non ai greci.
In terzo luogo, c’è stata una crescita esplosiva nelle mense per i poveri e la distribuzione alimentare generale. I livelli non sono ufficialmente registrati, ma la Chiesa ortodossa distribuisce circa 250.000 razioni giornaliere, mentre ci sono un numero imprecisato di razioni distribuite dalle autorità comunali e dalle ONG. Per un recente ordine del governo queste distribuzioni comunali saranno ampliate ulteriormente a causa della crescente incidenza di svenimenti bambini a scuola per malnutrizione Ci saranno anche pasti leggeri forniti ai giovani studenti.
Le prove della povertà, della disuguaglianza e dell’incapacità di accedere ai servizi primari conferma le dichiarazioni sempre più disperati da parte di osservatori  che operano in prima linea: il paese è diventato un campo di azione umanitaria e dovrebbero essere trattato come tale. E ‘una vergogna per il governo greco e l’Unione europea chiudere gli occhi di fronte a questo. La comunità umanitaria internazionale deve rispondere con urgenza”.


L'Euro del rigore farà crollare l'Europa in rivolta.


«Sono terribilmente preoccupato per l’euro, che è potenzialmente in grado di distruggere l’Unione Europea». 

Problema: la politica di rigore – per mantenere una moneta non svalutabile e non sovrana – comporta sofferenze sociali che, alla lunga, potrebbero scatenare una rivolta contro Bruxelles. Parola del super-investitore finanziario George Soros, intervistato dalla televisione olandese nel programma “Nieuwsuur”. 

«C’è un rischio reale che la soluzione al problema finanziario crei un problema politico realmente profondo», sostiene Soros, preoccupato che la Germania non capisca il pericolo di una «depressione di lunga durata», a cui l’austerity condanna il Sud Europa. 

«Può durare più di un decennio, in realtà potrebbe diventare permanente: fino a quando la sofferenza diventerà così grande che alla fine ci potrà essere una ribellione, un rifiuto dell’Unione Europea, che poi porterebbe alla distruzione dell’Unione stessa. Un prezzo terribilmente pesante per preservare l’euro».

In teoria, sempre secondo Soros, la moneta della Bce «potrebbe durare molto tempo, come l’Unione Sovietica, un assetto istituzionale molto negativo che è durato per 70 anni», ma alla fine proprio l’euro «sarà destinato a far crollare l’Unione Europea: il tempo che ci vorrà, e può richiedere generazioni, sarà tempo perso in termini di libertà politica e di prosperità economica». 

Risultato: «Una terribile tragedia per l’Ue, e sta accadendo alla società aperta più sviluppata del mondo». I “consigli” di Soros, commenta Giulietto Chiesa su “Megachip”, arrivano un po’ in ritardo: gli stessi dirigenti europei «hanno già capito di avere tirato troppo la corda e di stare aprendo la via ad un vasto sommovimento sociale». 

In realtà, per Chiesa, la correzione di rotta è già in atto, ma si tratta solo di tattica: «Non vuol dire che la classe dirigente, cioè l’alta finanza, abbia cambiato idea: soltanto, non sono stupidi. Frenano, per il momento. Riprenderanno quando le masse avranno metabolizzato la prima stangata. E nella pausa caffè si getteranno sulle privatizzazioni, comprando tutto il comprabile, con il denaro virtuale di cui dispongono, nell’Europa dei Piigs e in quella dell’Est».

Per ora, aggiunge Chiesa, si vedono due segnali: il debito greco è stato di fatto “abbuonato”, e l’Irlanda ha avuto la “cartolarizzazione” del suo debito, dilazionato in trent’anni. «E persino la sentenza europea che dà ragione all’Islanda è un segno nella stessa direzione». 

La Bce di Draghi? «Ha ripreso le redini, ed è perfino riuscita a respingere l’attacco americano, con la repentina svalutazione del dollaro: cosa che minacciava tutta l’Europa, ma in particolare i tedeschi». 

Ora l’euro è ritornato attorno a quota 1,33 sul dollaro. Il “Quantitative Easing” americano continua, ma a quanto pare l’Europa ha deciso di farvi fronte. «Di tutto il giudizio di Soros – conclude Chiesa – la cosa che mi pare più illuminante è che non fa alcun cenno alla situazione del dollaro e dell’economia americana. 
Silenzio rivelatore del suo disegno: dire che l’euro può crollare tra settant’anni è una vera scemenza, è come dire che è eterno». 

Come ormai molti pensano, l’anomalia mondiale della moneta europea (non-sovrana, ma affidata al monopolio delle banche) è passata quasi inosservata in tempi di crescita, ma non può sopravvivere alla crisi, aggravata dalle misure “suicide” di austerity e dalla perdita di uno strumento flessibile come la moneta sovrana, vitale per le economie nazionali.




mercoledì 13 febbraio 2013

Vita da precari di scuola. E' vita, da precari?


di Benedetta Castrillo.

Precari della scuola.
Non basterebbe un libro per un ventennio di non-riforme.
Cos’è un precario? Iniziamo dai termini, tralasciando le semantiche. Un precario è colui che ha anni di esperienza lavorativa alle spalle, di studi, di titoli, di didattica, di esperienza diretta quotidiana. Eppure assolutamente insufficienti a fare di lui un professionista riconosciuto.
Vita da precari.
Ma oggi mi sono fermata. E ho pensato all’elenco delle cose da fare.
Ho detto tra me e me “Ricapitoliamo quello che un precario dovrebbe fare, in quest’anno, a cavallo di cambiamenti, semmai gattopardesco non fosse il nostro Paese, di incerti assetti politici, in quest’anno di avvii innovativi di metodi di reclutamento. Reclutamento. Lavoriamo per sostenere il sistema scolastico pubblico da decenni, ma non siamo mai stati reclutati. Reclutare, il solo termine suona inquietante alla pronuncia, ricorda il richiamo alle armi, ed  in effetti, noi siamo un esercito. Centinaia di migliaia. Che battaglione!  Ah, vita da precari! Allora, le cose da fare…”
Per il TFA (tirocinio formativo attivo, al costo di solo duemilacinquecento euro): seguire i corsi 3 pomeriggi a settimana (ammesso che non si abbiano sconti, aspettando che un consiglio di tirocinio si esprima). Un altro pomeriggio per tirocinio indiretto, sempre all’università, in cui un insegnante ci spiega cosa sia una valutazione o un consiglio di classe, ed ho appena finito di scrutinare i miei alunni, solo il mese scorso. Seguire tutor in classe su apposita classe di abilitazione (ossia lavorare gratis). Studiare per i relativi esami, relazionare. Relazionare.
Per il servizio: lavorare le proprie 18 ore settimanali, impegni extra-scolastici inclusi (che come propone il Pd andrebbero svolti a scuola di pomeriggio, per essere riconosciuti e liquidati, a meno che… non si è impegnati in altra scuola nei tirocini diretti o nei corsi. Ma si potrebbe in ogni caso rinunciare alla retribuzione, e alle ore di permanenza a scuola … ma non allo svolgimento effettivo delle funzioni stesse). Ed ancora, nella scuola di servizio, essere a propria volta tutor per tirocinanti TFA. Bella, davvero bella questa! Paradossale! La vera chicca che smaschera il paradosso e l’inganno dell’intero sistema.
Da notare, se devi fare il tirocinio, si hanno due possibilità: cercare una scuola serale (al via il servizio notturno, la vita a scuola, la scuola è vita!) in alternativa sacrificare quantomeno il giorno libero. Non è tutto qui. Il concorso. Il super concorso utile alla valutazione dei titoli, di plurilaureati, dottorati, specializzati e abilitati, insegnati in servizio ogni anno. Per concorso, bisogna studiare, preparasi insomma (al pieno delle energie, figurarsi, la notte o la domenica un buco si trova. E la famiglia? Cosa? Che?).
E se si è particolarmente sfortunati, bisogna fare pendolarismo dai 100 ai 500 km al giorno. Svegliarsi quantomeno alle quattro del mattino.
Un gioco da RAGAZZI: media dei partecipanti a questa vita 38,5 anni.
Da sottolineare: i precari non hanno diritto a permessi retribuiti, neppure per motivi di studio, neppure per i corsi di specializzazione scelti e voluti dal MIUR, di cui si è dipendenti. Non contano i tagli in busta paga, non importa se c’è la tanto temuta interruzione di carriera per partecipare al concorso che il tuo stesso ministero ti invita a fare come fiore all’occhiello del suo più profondo pensiero meritocratico. I più “fortunati”, come me, che lavorano nella regione Lazio non si sono visti  riconoscere neppure il permesso studio di 150 ore. Unica virtuosa regione in Italia. Un vero scandalo.
Un giro nella giostra dei paradossi. Un continuo giro di boa, che ti riporta sempre nello stesso punto, quello di partenza, alla riva. Arenarsi, in una continua coazione a ripetere, che somiglia alla ruota di un criceto.
Questi non sono piani per individuare meritevoli, né per formare preparate e altamente specializzate categorie di insegnanti, proprio come vuole l'Europa.
Questo è un metodo di sfiancamento di massa. Di neutralizzazione.
Un teatro dell’assurdo da probabili risvolti psichiatrici. 
La domanda: quale prospettiva?

Poi ho aperto il giornale e ho letto le notizie.
Un treno perso o un aereo rimandato possono essere goccioline davvero fastidiose.
Da far traboccare il vaso. Da tortura cinese.
Non poter salire su un aereo può significare anche scendere da un treno in corsa.
In bocca al lupo a tutti i colleghi.

Prof.ssa Benedetta Castrillo,
Docente Precaria, Lazio.

Dove nacque la Democrazia.


Di Francesco Salistrari.

Nikitas Kanakis, a capo della maggiore ONG operante in Grecia Médecins du Monde, riferisce di una lettera formale con richiesta di intervento all’ONU per il disastro umanitario. Gli stessi greci ormai da diversi mesi denunciano condizioni di vita peggiori addirittura al regime dei colonnelli o all’occupazione straniera (qui)”.
Disastro umanitario.
Solo il pronunciarlo mette i brividi. Perché, per una volta, non si parla delle regioni povere dellaCina, così lontane, o dei bimbi con la pancia gonfia dell’Africa, altrettanto lontani, o dei morti per fame ed inedia delle steppe russe, o delle tragedie del Sud America. No si sta parlando di un popolo che vive a pochi km dalle nostre coste, di una terra che ha rappresentato nei secoli il luogo fisico dov’è nata la democrazia, la cultura, la filosofia, in parole spicciole:  laciviltà occidentale. La Grecia siamo noi. Tutti noi. E la stiamo sacrificando sull’altare delneoliberismo e del mercato.
Neoliberismo e mercato. Due parole altrettanto raccapriccianti, se guardiamo le immagini (che non vanno in TV) della disperazione, della fame, della miseria, del popolo greco, immolato in nome delle direttive Europee. E l’umanoide, quel finto essere umano che ci ha fatto da Presidente del Consiglio per oltre un anno, ha avuto anche la sfacciataggine di dirlo a chiare lettere in un’intervista televisiva, che sì, la Grecia, rappresenta il “successo dell’Euro” (qui), con una nonchalance e una faccia da bronzo da far venire solo rabbia. Meriterebbe lui di essere costretto a vivere come i cittadini greci, che bruciano la legna dei mobili e degli alberelli di strada per riscaldarsi, senza corrente elettrica, senza speranza. Meriterebbe lui, di essere l’esempio vivente del “successo dell’Euro”, vale a dire di un disegno politico camuffato da economia che mira alla distruzione della ricchezza del popolo europeo e all’asservimento di un intero continente alle logiche del mercato internazionale, della finanza, delle banche, delle grandi corporation, della tecnocrazia che vede in democrazia e diritti solo degli orpelli da cancellare, degli ostacoli da rimuovere, per garantire la spoliazione dei beni pubblici ai danni dei popoli europei.
L’Euro in realtà non è una moneta, bensì  un’arma politica. Di classe.
E’ lo strumento attraverso il quale le classi dominanti euro atlantiche impongono il loro tallone di ferro al popolo occidentale, per garantirsi la possibilità di continuare a fare profitti, a competere sui mercati mondiali eliminando l’intervento pubblico in economia, gli spazi sociali di difesa, i diritti acquisiti, le tutele, visti tutti come impedimenti all’accumulazione capitalistica di cui il sistema occidentale ha oggi bisogno per continuare ad esistere. E mentre in Europa, la Grecia sprofonda, mentre Spagna, Portogallo, Italia (e tra breve la Francia), si trovano a un passo dalla situazione greca, le aziende multinazionali si preparano a spartirsi il bottino delle imprese e dei patrimoni pubblici, succhiando sangue e vita alle persone che si vedono ridurre ogni spazio di libertà nel lavoro, ogni spazio vitale, costretti ad arrancare senza speranza e futuro per sé e per i propri figli.
E mentre la crisi morde alle gambe da un capo all’altro del mondo e getta sul lastrico milioni e milioni di cittadini, mentre la domanda aggregata mondiale continua a restare ferma, in Europa, si continua con la politica dell’austerity, condannata dai più illustri economisti mondiali (su tutti Krugman) come una politica suicida ed eminentemente depressiva, anticiclica, che condanna aziende, famiglie, interi Stati all’insolvenza, al fallimento, alla bancarotta, al default.
Molti, in questi anni di crisi, hanno ventilato l’ipotesi che l’Euro fosse destinato a crollare. Che tale destino fosse iscritto nello stesso funzionamento della moneta unica. E benché ci siano stati momenti in cui l’Euro è stato realmente a rischio di collasso, pur tuttavia è stato “salvato”, sacrificando in tutti i paesi in difficoltà (e non) ricerca, università, scuola, sanità, beni comuni, diritti, tutele sul lavoro, sicurezza sociale. E nonostante molti economisti continuino ad essere convinti che la moneta unica è prossima al collasso, tuttavia a costoro sfugge che il compito per il quale l’Euro è stato creato, in qualche modo, è già stato assolto. E d’altra parte, vista la capacità e la volontà politica europee, l’Euro non sarà lasciato crollare, ma continuerà ad essere lo strumento attraverso il quale costringere gli Stati aderenti all’Unione ad ulterioricessioni di sovranità e giungere ad una più stringente e funzionale Unificazione politica, fiscale, bancaria e dei mercati del lavoro europei. I meccanismi messi in moto attraversoFiscal Compact e MES, sapranno mantenere in vita questo mostro monetario e saranno capaci di avviare quel processo di integrazione politica che tutti, nessuno escluso, nonostante i danni evidenti di questa politica criminale, auspicano e chiedono.
Gli Stati Uniti d’Europa. Non sono solo il sogno della destra europea, ma anche di tutta la sinistra europea. Un partito unico che ricorda tanto il PCb russo.
Stati Uniti d’Europa, un concetto ideologico, politico e di classe che nasconde la volontà di abbattere gli ormai obsoleti “stati nazionali” in favore di una struttura sovranazionale che limiti pesantemente l’applicabilità delle costituzioni nazionali, dei controlli sociali, la partecipazione popolare alle scelte collettive, l’ingerenza economica delle componenti sociali nazionali, in definitiva la democrazia rappresentativa che abbiamo sempre conosciuto.
L’Euro è uno strumento politico, creato per distruggere la democrazia europea. Democrazia che storicamente (e non poteva essere altrimenti) si è sempre espressa nell’ambito e nei confini nazionali, statali. La messa in discussione e l’erosione delle sovranità nazionali non vanno  vantaggio di nuove forme democratiche della “formazione delle scelte collettive”, bensì a vantaggio di organi, istituzioni e procedure che nulla hanno a che vedere con la “volontà popolare”, cardine e principio basilare della democrazia in quanto tale.
E’ in questo senso, che oggi, assistere alle scene devastanti dei cittadini greci prostrati dalla fame e dalla miseria, in nome di una moneta e di un ordine politico antidemocratico, fa davvero rabbia e tristezza.
La rabbia è semplicemente aggredita dalla tristezza e dalla rassegnazione nel vedere una “opinione pubblica” completamente annichilita dalla propaganda politica (partitica e televisiva) che ciancia di “sogno europeo” e di “Europa dei popoli” da oltre 15 anni senza sosta e che ha condotto ad una completa sottovalutazione delle conseguenze sociali profondamente antidemocratiche e dannose per i popoli europei che si nascondono dietro il concetto, le pratiche politiche e istituzionali, dell’“Europa”.
Un’intera generazione di europei, che sono prima di tutto, portoghesi, spagnoli, italiani, francesi, greci, tedeschi ecc, viene terroristicamente sacrificata in nome della finanza e del “libero” mercato.
La democrazia occidentale nasce e muore laddove è stata inventata. In Grecia, sui monti delPeloponneso, tra le colonne dei templi degli dei. Oggi rovina tra le rovine.

lunedì 11 febbraio 2013

Cosa succede in Vaticano?

di Francesco Salistrari.

Che l’epoca in cui viviamo sia un’epoca straordinaria, ormai è chiaro.
Il mondo vive una crisi economica talmente profonda da essere considerata da molti esperti ancora peggiore di quella del 1929 che portò il mondo alla distruzione della Seconda Guerra Mondiale. E le tensioni internazionali odierne, non lasciano certo presagire nulla di buono. Basta dare uno sguardo un po’ meno superficiale alle dinamiche in atto in Medioriente o in Africa, alle rivolte dei paesi maghrebini, alla Nigeria, al Mali. Solo per fare alcuni esempi.
Il mondo è in subbuglio. E la crisi economica non è che lo specchio di uno sconquasso sociale, politico e militare che rischia di esplodere completamente.
La notizia di oggi, che Papa Benedetto XVI abdica dal Soglio Pontificio, è l’ennesima riprova della gravità di questa crisi profonda che investe il mondo da un capo all’altro. Perché aldilà di qualsiasi considerazione sulla salute del Pontefice (cosa peraltro perfettamente logica, vista l’età), la scelta di abdicare proprio in questo momento e all’inizio di un anno così importante per una svariata serie di ragioni, fa molto pensare.
La cosa che mi lascia sgomento è proprio che in una situazione del genere il Pontefice abbandoni il suo posto di comando nelle gerarchie ecclesiastiche e si faccia da parte, probabilmente per lasciare posto ad una figura politica di più alto spessore. Evidentemente il Vaticano, in questo momento, non può permettersi una “vacatio” così determinante. Questo lascia pensare che la situazione sia davvero complicata.
E analizzando le cose, così, a caldo, di volata, come non pensare alla difficoltà del mondo occidentale di uscire dal pantano economico nel quale è piombato? Come non pensare al fatto che il 2013 vedrà arrivare al pettine molti dei nodi economici legati ai cosiddetti “derivati” e ai “debiti sovrani”? Come non pensare alla situazione africana, dal Mali alla Nigeria, alle tensioni potenti che agitano Siria, Iran, Israele e Palestina? Come non pensare che di fronte al più grande attacco alle libertà democratiche in occidente dal dopoguerra ad oggi (la crisi economica è anche questo), il Vaticano abbia pensato di “sostituire” un Papa “debole” con uno più forte politicamente e più in salute proprio in vista delle scadenze dinnanzi alle quali il mondo si trova?
E’ una considerazione peregrina?
Dal mio punto di vista, assolutamente no.
Ammettiamo per un attimo che il Papa sia davvero malato e non abbia la forza fisica e mentale per sostenere il peso del pontificato. Per quale motivo dovrebbe dimettersi scegliendo di farsi da parte, proprio quando potrebbe comunque continuare a rivestire la sua “carica” solo formalmente lasciando il potere reale in mano ai suoi collaboratori più stretti, scegliendo in definitiva una “condotta” che è stata comunissima nelle “cose Vaticane” da 600 anni a questa parte?
La possibile risposta a questa domanda, probabilmente nasconde la verità su queste incredibili “dimissioni”.
Infatti, se analizziamo la cosa , sembra davvero strano che un Papa si dimetta in questa maniera. Woytila morì malato e lentamente, per fare l’esempio a noi più vicino nel tempo. Perché Ratzinger non dovrebbe fare altrettanto?
La scelta potrebbe avere eminentemente carattere personale, certo, ma il Vaticano non avrebbe acconsentito a una scelta simile, senza ragioni politiche fondamentali. E tali ragioni politiche, secondo me, vanno ricercate proprio nel fatto che in Vaticano in questo momento hanno assoluta necessità di avere alla propria guida una figura politica di primo piano, capace di inserirsi nella dialettica politica mondiale con quella forza e quel peso necessari di cui c’è assoluto bisogno in una situazione così delicata.
Dinnanzi allo scivolamento della popolazione occidentale (a maggioranza cristiana) nelle difficoltà della crisi che morde diritti acquisiti, benessere e sicurezza sociale, nonché mette in discussione lo stesso impianto democratico dell’occidente, di fronte al possibile e probabilissimo esacerbarsi dello scontro sociale, di fronte agli impegni che anche l’Italia, ma soprattutto l’Europa, dovranno assumersi, anche militarmente, in questo frangente storico, un papa “debole” e “malato” avrebbe pochissimo spazio di intervento e di influenza e questo, il Vaticano, oggi, non può proprio permetterselo. Se consideriamo anche l’arretramento che storicamente la religione cattolica ha subito come presa sociale negli ultimi decenni, ecco che le dimissioni di Benedetto XVI appaiono decisamente sotto un’altra luce.
La mia opinione è che, visti gli sviluppi che ci si attende, sia dal panorama internazionale, sia da quello interno (europeo), il Vaticano abbia urgente necessità di rinsaldare la propria guida e affidarla ad una figura di spessore politico decisamente superiore a quella di Papa Ratzinger.
Per poter comprendere appieno quello che sta avvenendo dovremo certo attendere di conoscer il nome del nuovo Papa (prima di Pasqua, hanno dichiarato vari cardinali, il che fa pensare ancora una volta alla volontà di “tappare” il buco che si è venuto a creare nel più breve tempo possibile). Di certo, ad oggi, assistiamo ad un fatto di una gravità politica senza precedenti e i cui effetti e conseguenze devono ancora essere pienamente valutati e compresi.
Quello che possiamo fare è aspettare e sperare che dietro queste dimissioni non ci sia qualcosa di più grave e preoccupante delle semplici condizioni di salute del Papa, che, non lo scordiamo, aldilà di Ratzinger, rimane una delle figure politiche più importanti del panorama mondiale.


giovedì 7 febbraio 2013

La deriva dell'Occidente.


di Francesco Salistrari.

La potenza della propaganda, dell’indottrinamento delle masse, della manipolazione sociale.
Una prerogativa tremenda, indispensabile all’esercizio di un potere non democratico o para-democratico.
Lo aveva capito benissimo il nazismo e attraverso il “genio” di Goebbels ne aveva fatto un’arte, uno strumento imprescindibile della presa del Nazismo come ideologia dominante nella Germania degli anni Trenta devastata dalla crisi, ma non solo in Germania. Lo aveva capito benissimo il nostro Mussolini che fece della propaganda di orgoglio nazionale il vessillo del proprio credo politico. E funzionò.
Come sempre, il potere delle parole e della manipolazione politica della coscienza civile e sociale di un popolo, porta i suoi frutti.
Il mondo da allora è completamente cambiato e con la rivoluzione dei mezzi di comunicazione di massa, iniziata proprio in quegli anni con la radio e continuata con la televisione (promotrice del boom del dopoguerra e dell’ideologia ad esso associata), il Potere ha trovato spazi di manipolazione sociale e civile sempre più grandi. Oggi, nel mondo della grande comunicazione di massa, dopo decenni di propaganda televisiva, di controllo sistematico e classista dell’informazione, di promozione della società dei consumi e di un modello culturale ben preciso, assistiamo impotenti al dispiegarsi di questa immane macchina di manipolazione collettiva che determina in parte o in toto la percezione stessa della realtà di intere popolazioni.
Assistiamo in altre parole alla riscrittura costante della storia, come nei peggiori incubi orwelliani, dove le parole perdono di senso e locuzioni come “ribelli” e “terroristi” o “pace” e “guerra” si confondono, diventano concetti liquidi in cui il Potere gioca la partita della sua egemonia culturale.
Anche negli anfratti di questa crisi, appare evidente quanto sia potente quest’opera di ideologizzazione latente della società occidentale e come concetti quali “democrazia”, “mercati”, “debito”, per fare solo alcuni esempi, vengano manipolati funzionalmente agli interessi del Potere e alla tenuta del sistema.
Il tutto comporta un arretramento culturale e della coscienza critica della società occidentale pericolosa, e questo arretramento coinvolge anche quei settori sociali e le loro corrispondenti organizzazioni (partiti, associazioni, intellettuali ecc.) che al contrario dovrebbero conservare una visione critica della società e dell’economia capace di fornire quegli (e di porsi come) strumenti necessari di difesa e di riequilibrio sociale. Invece assistiamo ad uno schiacciamento culturale, ideologico e politico di questi settori e di queste formazioni sociali proprio sulle posizioni, le idee, i concetti, le strategie, lo stesso lessico, di quell’area sociale identificabile con il concetto di potere (in questo caso nel senso più ampio del termine).
Tale schiacciamento, nega alla società una visione olistica della realtà culturale, politica, sociale ed economica e permette al Potere di presentarne una, costruita, parziale e funzionale ai propri interessi. In questo, l’asservimento e il controllo generale dei mezzi di comunicazione, laddove solo internet lascia ancora qualche spazio, garantisce al Potere di “creare” una vera e propria realtà alternativa. Per fare un esempio, sulla situazione mediorientale, la stragrande maggioranza del popolo occidentale presenta una visione che si compone essenzialmente in base a tutte quelle informazioni che il sistema informativo fornisce ed essendo i contatti diretti con la realtà del Medioriente sporadici e circoscritti, la coscienza generale sulla situazione di quei paesi si viene a formare in base ad un’informazione per lo più filtrata, distorta e funzionale agli interessi dell’apparato militare-industriale dei paesi occidentali che in quella zona del pianeta conservano immani interessi strategici. In mancanza di un’informazione alterativa e non filtrata, critica e oggettiva, la società occidentale ha una raffigurazione della realtà che è sostanzialmente diversa dalla fattualità delle situazioni presenti in quei paesi. Questo comporta una generale comprensione delle dinamiche in atto (politiche, economiche, sociali) veicolata da interessi (economici, politici e militari) che non sempre, o quasi mai, coincidono con quelli della stragrande maggioranza della società occidentale. Questo naturalmente avviene in un flusso che funziona in entrambi i sensi. Vale a dire che la percezione che i paesi extraoccidentali hanno del mondo occidentale, raramente coincide con la realtà del mondo occidentale preso nel suo complesso, in quanto le dinamiche distorsive dell’informazione e la manipolazione collettiva attuata dal potere, opera anche nei contesti extraoccidentali e non potrebbe essere altrimenti.
In questo modo, oggi assistiamo in occidente ad una serie di scelte politiche ed economiche, di fronte alla crisi generale del sistema capitalista, che, attraverso la manipolazione mediatica e politica, assumono contorni, caratteri e conseguenze difficilmente percepibili da quella parte maggioritaria della società destinataria delle stesse. In altre parole, in assenza di una critica complessiva ai meccanismi di potere, alle dinamiche economiche e sociali e di una capacità di creare canali informativi alternativi e sostanzialmente liberi da influenze e da interessi particolari, garantisce una gestione della crisi economica e politica in atto che in altri frangenti storici al Potere sarebbe stata sostanzialmente impossibile.
Per scendere nel concreto delle dinamiche a cui assistiamo, credo, sia utile fare alcuni esempi provenienti dalla realtà italiana che, in questo, non è dissimile dalla realtà occidentale, anzi al contrario può fornire degli elementi paradigmatici utili ad inquadrare la natura profondamente reazionaria e pericolosa di tali dinamiche.
Un concetto che viene costantemente veicolato dai mezzi di informazione e dalla politica “parlereccia” nostrana quando si discute di crisi o di campagna elettorale, è quello onnicomprensivo di “mercati” e locuzioni come “la fiducia dei mercati”, “le risposte dei mercati”, “la reazione dei mercati”, nascondono una realtà oggettiva delle dinamiche economiche che il grande pubblico, in mancanza degli strumenti necessari ad una valutazione olistica del concetto di “mercati”, ignora completamente. In questo esempio particolare, in effetti, viene detto molto meno di quello che realmente accade e se, come ad esempio è avvenuto in questi giorni, un esponente politico particolare (nel caso concreto Berlusconi) esprime un concetto o una proposta politica (promessa elettorale) la stragrande maggioranza delle persone che assistono al “teatrino” della politica accetta come naturale il fatto che i “mercati” possano “reagire” negativamente (o positivamente) ad una dichiarazione pubblica di un qualsiasi esponente politico. Su questo aspetto torneremo dopo, ma quello che mi preme sottolineare adesso è che tale “accettazione” acritica, è figlia e frutto di anni e anni di manipolazione culturale operata dal Potere sulla società occidentale che, oggi, secondo decennio del XXI secolo, è completamente assuefatta ai meccanismi e agli interessi della sfera “finanziaria” dell’economia e alle sue ingerenze prepotenti sulla sfera “politica”, vale a dire su quella storicamente deputata alla composizione di tali interessi. In altre parole, dopo decenni di “indottrinamento” culturale, alla popolazione occidentale appare normale che un’entità astratta come il concetto di “mercati”, di cui ignora completamente meccanismi e funzionamento, possa interferire in maniere così pesanti e ingerenti nelle dinamiche propriamente democratiche e deputate all’azione esclusiva della Politica e dell’azione sociale. L’ingerenza della sfera “finanziaria” dell’economia su quella democratica (politica), appare dunque oggi come perfettamente normale, addirittura naturale e questo avviene non tanto perché così dovrebbe essere per garantire un più corretto funzionamento dei meccanismi di formazione delle scelte collettive, ma esclusivamente perché la manipolazione culturale operata negli ultimi decenni da parte del Potere ai danni della società occidentale, ha permesso l’introiezione collettiva del fatto che i “mercati” POSSANO e DEBBANO interferire con la sfera propriamente politica deputata alle scelte collettive. Culturalmente, il mercato appare dunque oggi come una entità dotata anche di una “coscienza politica” e benché tale concetto non risulta palese né nelle discussioni politiche, né nelle esternazioni sociali, concretamente l’esplicazione pratica di questa “coscienza politica” che si esprime in una “funzione politica”, determina degli effetti oggettivi sulle dinamiche democratiche dei vari contesti nazionali dell’occidente.
In questo senso, alla maggioranza delle popolazioni occidentali, sfugge un aspetto decisivo che è quello che possa esistere un ambito esterno alla politica che in definitiva determina le scelte collettive. Il fatto che tale aspetto decisivo in passato non sfuggisse collettivamente del tutto, è la chiara dimostrazione che il Potere attraverso tutta una serie di strumenti, tra i quali quello in questo scritto analizzato (il sistema informativo), sia riuscito a vincere una battaglia fondamentale per il controllo sociale tout court. In effetti oggi proprio quelle formazioni politiche all’interno delle quali la dialettica evidenzia questi aspetti, non hanno più la capacità di proiettare all’interno della società determinate consapevolezze, mancando in questo oltre che in capacità comunicativa de facto, anche in capacità di analisi e di proposta. In questo quadro, come nell’esempio analizzato, un aspetto non marginale del problema è che a pagarne dazio (e pesantemente) sono proprio le capacità democratiche di una società presa nel suo complesso, in quanto entità quali quelle dei “mercati” hanno facoltà intrusive e decisionali che scavalcano e travalicano i confini entro i quali le dinamiche democratiche normalmente possono operare ed esplicarsi.
Se Berlusconi in campagna elettorale propone la “restituzione” dell’IMU e i “mercati” reagiscono in maniera negativa, aldilà delle considerazioni di ordine pratico-economico che riguardano la “fiducia” dei mercati finanziari sulla stabilità dei conti italiani, è necessaria una analisi di carattere generale (politica) che verte sulla preponderanza che tali considerazioni operano ai danni delle dinamiche democratiche interne di un paese o di un’area geografico-economica particolare. In altri termini, alla società, presa nel suo complesso, mancano completamente quegli strumenti attraverso i quali porre una critica generale dei meccanismi economico-finanziari che operano nel mondo “globalizzato” del nuovo millennio, critica che sfoci nell’elaborazione collettiva di un paradigma sociale ed economico alternativo che metta al primo posto la predominanza degli interessi e dei bisogni collettivi (universali), presupponendo non tanto e non solo una limitazione dell’ingerenza della finanza nell’ambito propriamente politico e sociale, quanto una sua riconsiderazione complessiva. In questo senso, infatti, proporre (come molte forze politiche europee e statunitensi cosiddette “progressiste” fanno) una “riforma” del sistema finanziario capace di implementare (o reintrodurre) tutta una serie di controlli, di limiti e di “barriere” (legislative, sociali ecc.) alla preponderanza dei “mercati”, rappresenta uno sterile tentativo di arginare un fenomeno economico e sociale che appare radicato profondamente nel funzionamento stesso del sistema preso nel suo complesso. In altre parole, pensare di limitare i “mercati” attraverso interventi legislativi e lasciando intatti altri meccanismi complessivi del funzionamento del sistema, non risolverebbe alcun problema, ma al contrario accelererebbe il disfacimento del sistema stesso.  Quello che le forze che propongono una riforma del sistema finanziario, non riescono a cogliere, in definitiva, è il fatto che i variegati strumenti e istituti finanziari di cui il mondo economico si è dotato nel corso dell’evoluzione economico-sociale dal dopoguerra ad oggi, restano essenziali per la perpetuazione del sistema economico stesso e funzionali alle dinamiche ad esso sottese. In altre parole, per sostenere la crescita economica (e arginare la caduta dei profitti), prerequisito irrinunciabile del funzionamento del sistema capitalista, l’economia reale si è dovuta dotare di una serie di istituzioni, regole, condotte e strumenti finanziari senza i quali la crescita economica non sarebbe stata possibile. A tal proposito, come non cogliere il nesso causale che esiste tra alcune scelte propriamente politiche (anche se di natura economica) e il rilancio della crescita economica mondiale (più propriamente occidentale) come, ad esempio, l’abbandono negli anni Settanta del sistema monetario di “Bretton-Woods” che arrivati ad un certo stadio di sviluppo delle forze produttive dell’occidente si presentava come un ostacolo prepotente e insuperabile all’espansione di queste ultime? Come ad esempio non vedere, oggi, negli strumenti finanziari cosiddetti “derivati” il palloncino aerostatico a cui agganciare la crescita di determinati ambiti dell’economia reale che altrimenti resterebbe ferma? In questo senso, appare decisamente ingenua la proposta di tutte quelle forze politiche di determinare una compressione della sfera finanziaria dell’economia a vantaggio di più ampi margini di manovra di quella politica, di quella sociale o di quella appartenete all’ “economia delle cose” (reale), perché facendo questo si rischierebbe di ingrippare l’intero sistema economico. Per fare un altro esempio concreto, porre oggi dei limiti, come quelli che esistevano un tempo, alla libera circolazione dei capitali, per quanto possa sembrare perfettamente ragionevole e auspicabile, considerati gli immani squilibri (e danni sociali) che tale meccanismo comporta, sarebbe oltremodo dannoso per il funzionamento complessivo del sistema economico e questo è abbastanza evidente nelle posizioni espresse dai massimi esperti di economia a livello mondiale. In altre parole, la riforma del sistema finanziario mondiale, rappresenta al minimo un’utopia (almeno per gli obiettivi che si vorrebbero raggiungere), nel peggiore dei casi un danno ancora maggiore dei problemi che si vorrebbero risolvere.
E’ per questa semplice ragione che all’interno della società occidentale (ma non solo naturalmente) sarebbe necessario sorgesse una consapevolezza nuova e diversa, consapevolezza capace di garantire l’elaborazione di un modello economico alternativo al capitalismo in cui la composizione degli interessi sia appannaggio non già di entità, istituzioni e formazioni sociali non democratiche (o para-democratiche), ma sia sotto il controllo effettivo della volontà democratica collettiva.
Osservare la realtà oggettiva del mondo nel quale viviamo, al contrario ci porta a registrare la distanza abissale che si è venuta a creare tra “volontà collettiva” e “luoghi deputati alle scelte politiche ed economiche”. In altri termini, assistiamo al completo cortocircuito del meccanismo democratico e questo senza alcuna reazione da parte del corpo sociale.
E’ in questo aspetto, come in altri, che si esplicano prepotentemente gli effetti nefasti della “propaganda ideologica” operata dal Potere sulle società occidentali che ha determinato una completa e totale sottovalutazione delle conseguenze di simili meccanismi.
Per fare un altro esempio che possiamo trarre dalla realtà italiana, pensiamo per un attimo a cosa, nella coscienza sociale, rappresenta oggi l’Europa in quanto “entità economica” (moneta unica, mercato integrato, libera circolazione di capitali, merci e fattori produttivi).
Nella stragrande maggioranza del popolo italiano, l’Europa non è neanche interiorizzata. In altre parole, la maggior parte dei cittadini italiani, quando parlano di Europa non sanno nemmeno di cosa stanno parlando, confondendo e fondendo in maniera arbitraria aspetti folkloristici, filosofici, culturali, economici, sociali, politici e finanziari, senza la benché minima capacità di analizzare organicamente cosa si nasconda nella realtà oggettiva dei fatti dietro il concetto di “Europa”. In questo senso, la manipolazione mediatica, ancora una volta ha determinato una distorsione profonda della percezione della realtà nella quale la popolazione italiana si trova a vivere quotidianamente. Assistiamo cioè ad una operazione che  si è configurata in maniera duplice: da un lato per anni si è veicolata l’idea della indispensabilità dell’entrata del nostro paese nella moneta unica e della sottoscrizione dei Trattati Europei e a sostegno di tali tesi il dibattito pubblico è stato completamente compresso e limitato dalla parzialità sia delle informazioni fornite agli italiani, sia dalla capacità di analisi delle formazioni politiche presenti nel panorama italiano di quegli anni; dall’altro lato la meccanica delle scelte che hanno condotto all’entrata del nostro paese nella moneta unica e nei Trattati Europei, si è configurata eminentemente come antidemocratica in quanto il popolo italiano non è mai stato chiamato ad esprimersi in merito all’adozione delle misure e alla sottoscrizione degli accordi di ambito europeo. Il fatto che tali operazioni (mediatico-politiche) siano state condotte in assenza di un dibattito pubblico e democratico di qualche valenza concreta, è ancora una volta la chiarissima e lapalissiana dimostrazione di come il sistema del Potere abbia completamente manipolato la percezione della realtà oggettiva e con essa la concretizzazione politica e sociale di quella al contrario necessaria valutazione delle conseguenze che l’entrata del nostro paese in Europa avrebbe determinato. Mentre un’analisi critica, attenta e puntuale, su tutti i pro e i contro di tale ingresso, avrebbe permesso alla coscienza collettiva del popolo italiano di formarsi un’idea precisa di cosa tale scelta avrebbe determinato e incontro a quali conseguenze saremmo andati. In questo contesto ancora una volta si sono inserite volontà extrapolitiche e antidemocratiche che hanno pesantemente determinato l’evoluzione sociale e politica di un paese (ed in questo caso specifico di un’intera area geografico-economica) per un intero decennio con conseguenze di lungo periodo. In concreto, oggi, con l’esplodere della crisi mondiale, ed in particolare in Europa di quella dei “debiti sovrani”, appaiono abbastanza palesi (come evidenziato già in studi economici precedenti alla formazione dell’ “area Euro” completamente ignorati a suo tempo) per paesi come i cosiddetti PIIGS, l’aggancio valutario ad una moneta più forte e l’integrazione economica con paesi con fondamentali diversi (inflazione, mercato del lavoro, sistema formativo ecc.) abbia determinato l’aggravarsi di problematiche relative alla sostenibilità dei debiti pubblici, l’acuirsi degli squilibri esistenti tra i vari paesi e favorito l’esplosione della disoccupazione, della precarietà e dell’impoverimento del tessuto sociale e produttivo dei paesi più deboli. In questo senso, in mancanza di un dibattito democratico serio, libero e critico sui meccanismi che sottendono al funzionamento del sistema economico preso nel suo complesso e sui meccanismi particolari dell’area Euro e dell’Europa dei Trattati, la società europea ha completamente subito una serie di scelte e di provvedimenti che esulano completamente dalla difesa dei propri interessi collettivi, di tutela dei propri diritti, della propria capacità di partecipare alle scelte decisionali e al governo della propria economia.
In altri termini, molto semplicemente: democrazia.
La messa in discussione della modellistica dello Stato Sociale (venuta fuori dalla seconda guerra mondiale come contraltare non solo economico ma anche ideologico al blocco sovietico) è solo uno degli aspetti della più generale messa in discussione da parte del Potere della democrazia come forma di governo in quanto tale. In questo senso, la costruzione europea, appare come l’esempio più lampante di questa volontà politica extrapopolare e che risponde alle necessità, alle prerogative e agli interessi di una piccola fetta della popolazione occidentale che detiene il controllo dei mezzi di informazione, degli apparati militari e repressivi degli Stati, dei sistemi educativi, dei centri finanziari (banche, multinazionali, borse valori ecc.), e che influisce pesantemente e determina i meccanismi di selezione delle classi politiche e dirigenti dei vari paesi, sul reclutamento e sull’utilizzo delle intellettualità e controlla il mondo della cultura (scuole, università, istituti di ricerca), che determina il meccanismo di selezione delle priorità economiche e di programmazione sociale dei vari paesi, che indirizza la natura e il carattere delle scelte di consumo, che influisce in definitiva, come già ampiamente affermato, sulla natura stessa della percezione della realtà della società che controlla.
In mancanza di una presa di coscienza collettiva, che nasca dall’interno stesso della società, che si faccia promotrice di una visione alternativa del mondo, dell’economia, dei rapporti politici e sociali, delle relazioni internazionali, dei modelli produttivi e di consumo, la presa ferrea di questo complesso sistema di Potere sulla società occidentale (oggetto di questa breve analisi) diventerà sempre più stringente e sarà la causa storica principale del tramonto di quello che è stato definito fino ad ora il “sistema democratico”.
Quello che appare evidente è che se in passato, l’esistenza di forze politiche e sociali, capaci di riequilibrare il sistema sociale ed economico attraverso la propria azione difensiva e propositiva, ha garantito la concreta democratizzazione (con variegate sfumature e profondità a seconda dei paesi e dei contesti storici che si analizzano) di interi ambiti della vita sociale, politica ed economica dell’occidente, oggi, il loro asservimento culturale, politico ed ideologico, agli interessi e alle prerogative della minoranza dominante, pone un gravissimo e immenso problema di tenuta complessiva dell’ordine democratico occidentale, della capacità di partecipazione concreta della popolazione alla formazione delle scelte collettive, di imbarbarimento e appiattimento culturale e sociale, di arretramento sul versante di diritti e tutele, di abolizione graduale di quelle garanzie democratiche in merito alla giustizia, di accesso alle risorse, di compensazioni sociali, di inclusione, di solidarietà.
Oggi, sulla base delle risultanze oggettive che si osservano nelle dinamiche sociali e politiche dell’occidente, quello che viene messo in discussione è precisamente l’evoluzione civile e democratica dell’intera civiltà occidentale e con essa, nella barbarie, nell’imbrutimento culturale e sociale, rischia di scivolare il mondo intero, determinando fattori e squilibri che potrebbero (e stanno mettendo) a serio repentaglio la convivenza pacifica stessa a livello internazionale.
Il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione occidentale, nonostante gli immani sacrifici che questa crisi sta ad essa imponendo, non si renda minimante conto dei rischi della deriva in atto, testimonia, se ce ne fosse bisogno, la gravità estrema della situazione alla quale, in un modo o nell’altro, va trovato un argine e un freno e auspicata una completa inversione di rotta.

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