lunedì 7 gennaio 2013

Ecco perchè le Banche vogliono accaparrarsi il nostro contante.


di Paolo Cardenà
Nella vita comune, l’utilizzo del denaro contante è una delle cose più normali che esista. La possibilità di utilizzare denaro contante, per compensare transazioni commerciali, costituisce elemento di libertà di ogni essere umano, oltre che motore di sviluppo alla crescita economica e al benessere collettivo.
Quotidianamente, avvengono milioni e milioni di transazioni che hanno come contropartita l’utilizzo del denaro contate, senza il quale, con ogni probabilità, parte di queste non avverrebbero mai, o avverrebbero in maniera sensibilmente ridotta. Pensate alle piccole spese quotidiane che ognuno di noi compie per il soddisfacimento dei propri bisogni, dei propri desideri, delle proprie ambizioni, dei propri vizi, e delle proprie libertà. Pensate ad un caffè consumato in un bar, all’acquisto del pane dal panettiere, o ad una bibita offerta ad un amico. Oppure, ancora, pensate alla paghetta data settimanalmente ai propri figli, o ad un acquisto di un determinato oggetto, che deve rimanere segreto. Queste transazioni, semplicemente, avvengono utilizzando carta moneta. In mancanza della possibilità di spesa per mezzo del contante, queste avverrebbero in maniera significativamente ridotta poiché, ognuno di noi, sarebbe ben disposto a rinunciare a qualcosa per tutelare la nostra privacy e il nostro perimetro di riservatezza. Ognuno di noi sarebbe disposto a rinunciare a qualcosa se le modalità di acquisto non fossero pratiche come oggi avviene.
L’utilizzo del denaro contante è semplice, è pratico, è efficace, è veloce e non è costoso.


Questo, unito alla possibilità di utilizzare anche altre forme di pagamento che il progresso tecnologico ha reso disponibile, contribuisce ad elevare il grado di efficienza della società e delle pratiche commerciali le quali, a seconda dei casi, richiedono strumenti di pagamento più o meno consoni a talune tipologie di spese. Tuttavia, in questo ridicolo paese, si sta diffondendo il pensiero che abbassare la soglia di utilizzo del contante, o meglio eliminarlo del tutto, contribuirebbe a risolvere il problema dell’evasione fiscale e anche quelli economici. Nulla di più falso ed infondato, e ciò per una serie innumerevole dei ragioni, alcune delle quali sono riportate in seguito, ed altre, ancor più ben dettagliate, potete trovarle qui (LETTURA CONSIGLIATA).

Nel corso dei secoli, la necessità degli stati e quindi della politica, di contare sempre più sull’appoggio del sistema bancario per il finanziamento degli abusi di spesa della macchina statale e dei privilegi di politici (spesso corrotti ed incapaci), ha favorito l’instaurarsi di una connivenza simbiotica tra la politica e il sistema bancario. Ciò per reciproca convenienza: quella della politica di poter contare sui favori dei banchieri; e quella di quest’ultimi, di poter godere di un quadro normativo di favore per incrementare i propri affari e, in caso di dissesti, contare sull’interventismo statale. Ne costituisce un esempio eclatante, tutti i salvataggi bancari effettuati in giro per il mondo, in questi anni di crisi. Non ultimo, nel contesto italiano, anche i ripetuti interventi di salvataggio a favore Monte Paschi, di cui in questo sito si è discusso molto. A conferma della connivenza esistente tra politica e sistema bancario per reciproca convenienza, nel contesto italiano, di recente, si è verificata un’inquietante circostanza che dovrebbe indurci a riflettere e a guardare al fenomeno con grande preoccupazione. Nel 2011, infatti, in nome della lotta all’evasione fiscale, il limite di spesa del contante, è passato dai 5000 euro, ai 2500, fino ad arrivare agli attuali 1000.00 euro. Come se ciò non bastasse, anche i pensionati che riscuotono un assegno pensionistico superiore ai mille euro, ex lege, sono stati obbligati ad aprire un conto corrente presso un istituto bancario.
Quindi, appare ben evidente quanto grande sia stato il regalo offerto alle banche che, ora, possono contare un numero più elevato di clientela alla quale applicare commissioni e vendere servizi. Per contro, il sistema bancario, sempre in nome della lotta all’evasione, è stato obbligato a fornire all’anagrafe tributaria tutte le movimentazioni di qualsiasi rapporto bancario, intrattenuto da ogni cliente. E qui, il nesso sulla reciproca convenienza, appare evidente ed inquietante. In pratica, in nome del dogma della lotta all’evasione, lo Stato ha disposto un quadro normativo di favore per il sistema bancario, ottenendo come contropartita la possibilità di indagare sulla vita di ogni cittadino, evocando a se il controllo su intere masse di popolazione.
Questo articolo, pur non avendo ad oggetto la diffusione di argomentazioni circa le modalità di contrasto all’evasione fiscale e di quanto sia insensato condurre questa lotta limitando l’uso del contante, giova comunque segnalare che, la grande evasione, ossia quella che arreca danni milionari o miliardari alle casse dello Stato è proprio quella posta in essere dalle istituzioni bancarie, dalle multinazionali e dalle lobby di potere. Non è un caso, infatti, che il Ministro allo Sviluppo Economico Corrado Passera, sia indagato per una evasione fiscale miliardaria posta in essere proprio quando egli era ancora ai vertici di Intesa San Paolo, solo per citare un esempio.
Non deve sorprendere, quindi, che i promotori e gli ideologi di questo pensiero e della crociata contro l’utilizzo del contante, siano proprio quei soggetti che traggono maggior vantaggio dalla riduzione o dalla eliminazione del contante: ossia le banche, che trova nella politica un prezioso alleato a favore dei propri interessi. Non è un caso che, nel contesto italiano, negli ultimi tempi, si sia assistito ad un proliferare di preoccupanti segnali espressi sia dal mondo politico che dai banchieri, orientati proprio ad una significativa riduzione dell’utilizzo del contante o, peggio, alla completa eliminazione.
Nel tema che ci occupa, la realtà è che, l’eliminazione del denaro contante e il contestuale passaggio della moneta elettronica, ha un unico grande vincitore: il sistema bancario. Ciò per il semplice fatto che, in questo caso, la banche (Stato) avrebbero il controllo sulle nostre vite e pressoché su tutte le transazioni compiute, lucrando le relative commissioni sulle operazioni effettuate. Ma questo non è il solo vantaggio. Essendo il nostro sistema a riserva frazionaria, le banche, gestendo la massa di depositi che a quel punto si troverebbero nelle loro disponibilità, finirebbero per incrementare esponenzialmente la capacità di emettere moneta scritturale; ossia la non moneta.

Il denaro, per il sistema bancario, è elemento sul quale fonda i propri affari: in buona sostanza è la merce da vendere. Avere il controllo e la gestione di tutto il denaro, per la banca, è un moltiplicatore del proprio business e quindi di redditività.
In un sistema basato sulla riserva frazionaria quale è il nostro, accade che i 1000,00 euro che vengono depositati in banca, possono diventare (per il sistema bancario) fino a 100.000, ossia cento volte tanto. E ciò è possibile per l’effetto moltiplicativo dei depositi. Siccome sulle somme depositate la banca è tenuta ad accantonare solo l’1% del deposito (nel nostro caso 10 euro, l’1% di 1000) per far fronte ad eventuali esigenze di cassa e richieste di rimborso delle sostanze depositate, ne consegue che le altre 990 possono essere immesse nuovamente nel sistema, mediate la concessione di prestiti. A questo punto i 990 euro concessi in prestito, vengono nuovamente depositati sul sistema bancario e la banca, dopo aver provveduto ad accantonare un’altro 1% (9.90 euro in questa seconda fase) della somma depositata, avrà nuovamente a disposizione 980.10 da poter concedere di nuovo in prestito, e così via fino a che non si sarà esaurito l’effetto moltiplicatore sul deposito iniziale. Ossia fino a quando non si sarà prodotta moneta virtuale per 100.000 euro a fronte dei 1000 euro di deposito reale iniziale. In sostanza, per ogni mille euro di deposito, la banca potrà moltiplicare fino a 100.000 euro, la materia oggetto dei propri affari: il denaro.

Sulla massa di prestiti concessi, in questo caso 99.000 euro, la banca trae un enorme profitto applicando un tasso di interesse che chi ha usufruito del prestito dovrà rimborsare a determinate scadenze, unitamente al capitale preso in prestito. Alla luce del ragionamento appena esposto, risulta del tutto agevole comprendere l’interesse da parte del sistema bancario affinché si giunga alla completa eliminazione della denaro contante. Tanto meno sarà il contante in circolazione, tanto più elevata sarà la possibilità riservata alle banche di incrementare il proprio giro d’affari e aumentare a la redditività prodotta, che si traduce in bonus milionari pagati ai super manager.
In un contesto operativo come quello appena enunciato, accade inoltre che, fino a quando la banca non avrà riscosso tutto il denaro concesso in prestito, resta esposta al pericolo che tutti i depositanti chiedano di riavere le sostanze depositate di cui la banca non dispone poiché ha creato dal nulla moneta per 100.000 euro, a fronte di depositi per soli 1000 euro. In questo caso, il sistema bancario risulterebbe insolvente. Quindi, con l’eliminazione del contante, il sistema bancario, in un solo colpo, per effetto di un’imposizione normativa lesiva degli interessi delle collettività e della libertà della popolazione, scongiurerebbe il verificarsi di un vero e proprio incubo per il sistema bancario che, benché remoto, non è detto sia impossibile: la corsa agli sportelli.

In una realtà ove le condizioni praticate dal sistema bancario nei confronti della propria clientela tendono ad appiattirsi convergendo verso pricing del tutto simili, l’unica forma di concorrenza antagonista allo strapotere bancario, resta proprio l’utilizzo del contante.
Privare la popolazione dalla possibilità di utilizzare moneta contante, significa privarla della principale forma di dissenso e dissociazione nei confronti dell’arroganza bancaria; oltre che della libertà.
Un aumento di moneta non determina nessun beneficio, men che meno se si tratta di moneta del tutto astratta. Al riguardo, numerose sono le teorie economiche sostenute da altrettante scuole di pensiero, che ci confermano gli effetti distorsivi prodotti da un aumento indiscriminato della moneta poiché, questa pratica, oltre a creare una ricchezza effimera pronta a sciogliersi come la neve al sole, finirebbe anche per ridurre il potere di acquisto di ogni unità di moneta.
Tutto ciò, avverrebbe, depredando i cittadini della loro ricchezza, e arricchendo ancora di più chi ha il controllo della gestione delle moneta: le BANCHE.ù
Proprio per le ragioni sopra esposte e per le altre che potete trovare qui, vi rinnovo l’invito ad aderire all’iniziativa del contante libero.
Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Vincitori e Vinti – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.




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Storie di una precaria.

di Savina Donato.

Il 2012 ha da pochi giorni abbandonato il pianeta terra e stiamo per aprire le porte definitivamente al nuovo anno. Ciò che è stato, ha lasciato ferite, delusioni, incomprensioni e una buia scia. Ho 24 anni, un mezzo titolo di studio e soprattutto ho una “non indipendenza” che mi rattrista. Ho da sempre sacrificato il divertimento per lavorare, sottomettendo vergognosamente la mia dignità. Vorrei con queste parole, poter rispondere a persone senza cuore, ai giornalisti che in tv (come ad esempio quel tale, ospite a “L’Arena” su Raiuno), continuano a ripetere che la colpa è dei giovani, i quali non rinunciano alle baldorie del week-end. Carissimi, sapete quanti come me, hanno lavorato solo nel week-end per undici ore di lavoro, retribuite a 25/30 euro? Quanti come me, sfruttati e sottopagati, hanno accettato solo per poter dare una mano in casa? 
Ecco le mie esperienze lavorative: la prima, a sedici anni in un pub. Guadagnavo 20 euro per otto ore lavorative più o meno e, malgrado a volte non venissi pagata, tacevo, a causa del pudore che mi contraddistingueva. Seconda esperienza, dai diciannove ai ventiquattro anni in un bar, la più longeva. Secondo i calcoli dei titolari, undici ore di lavoro corrispondevano a 30 euro. Ora, non posso esimermi nel rammendare che, appena entrata a far parte di questo nuovo mondo, guadagnavo ben 15 euro ma sorvoliamo, era solo una gavetta! L’anno in cui mi sono decisa a far valere i miei diritti, facendo loro presente la regola delle “tre otto” (che voi tutti conoscerete sicuramente), mi sono sentita gridare contro che se non mi stava bene, la porta stava nella direzione di sempre. Per cui, ho deciso di rinunciare alle ore notturne d’estate, al lavoro settimanale, alle pulizie generali che ci stanno da fare in un bar, compreso il bagno ovviamente e alla paga. Ho lasciato tutto, tranne l’affetto che mi ha legato a quelle persone, le quali comunque per cinque anni mi hanno vista crescere. Nel lasso di tempo, tra il periodo non lavorativo e la quarta esperienza, mi sono laureata. Ebbene sì, ho avuto anche il tempo di studiare e laurearmi in tre anni. Questo è stato il momento più buio della mia vita: curriculum non letti, rifiutati, mai sfogliati o persino cestinati. Questo è stato il momento in cui la crisi ha iniziato a sciogliersi nella mia clessidra. Quarta esperienza lavorativa: estate 2012, in un bar del mio stesso paese. Ho resistito solo cinque giorni.
Pertanto, carissimi che guadagnate uno stipendio, che blaterate tanto e affermate che siamo noi giovani a non voler creare un futuro, cosa mi rispondete? Cos’avete da dire ad una donna, ormai adulta, che ha lavorato per sette lunghi anni solo nei week-end e d’estate, rinunciando perciò al mare, al divertimento, agli amici e quant’altro contraddistingue coloro che conducono tutto ciò? Come se non bastasse, sono così sfortunata da non poter terminare i miei studi. Chi di voi ha letto bene, ha certamente colto che ho parlato di mezzo titolo di studio. Ordunque, come ci si comporta nel momento in cui le porte dell’università ti vengono chiuse, non per tuo volere? Mi spiego: finita la triennale, il totale abisso per la mia cultura. Ho conseguito la mia laurea presso l’Università della Calabria, ove però non mi è stato possibile continuare. Qui le vie d’uscita sono poche e il più delle volte non corrispondono al volere della propria realizzazione. Abisso ancora più profondo: non poter studiare fuori, data la poca disponibilità economica e la coscienza di non voler pesare sulla propria famiglia. Secondo voi, come ci si sente quando, bussando alle porte di un ufficio per chiedere consiglio, la risposta è «la tua laurea vale zero»? La giornata sembrò ancora più pesta in quel preciso istante ma nonostante tutto, ha prevalso la vivacità del mio essere. Sì, io sono così: so rialzarmi, so sorridere e donare un sorriso; so amare e abbracciare chi mi ama; so essere me stessa in tutto; so dedicarmi alla vita con la giusta passione.
Lo ammetto, a volte mi demoralizzo e credo di non farcela ma fortunatamente sono ancora qui, pronta a rispettare la vita, al fine di continuare a correre per questa lunga staffetta senza fine, passando il testimone alla prossima esperienza tramite il sudore del sacrificio, il quale sottolineerà ciò che sarà mio: l’indipendenza. Ergo, al via la corsa.  

* Spezzano Piccolo
(Cosenza)

domenica 6 gennaio 2013

Ripoliticizzare la Decrescita.




Considerazioni a partire dalla Conferenza di Venezia
Marino Badiale, Fabrizio Tringali



Quest'anno la Conferenza Internazionale sulla Decrescita, ormai giunta alla terza edizione, si è tenuta in Italia, a Venezia, dal 19 al 23 settembre. Senza dubbio l'iniziativa è stata un successo: circa 700 partecipanti provenienti da 47 paesi diversi, età media piuttosto bassa (più di un terzo degli iscritti aveva meno di 30 anni), grande partecipazione sia alle assemblee plenarie sia ai workshop (più di 80 in tre giorni), circa 180 papers discussi. Tutto ciò, unito alla capacità dimostrata dagli organizzatori, prova che anche in Italia il movimento della decrescita, nelle sue varie componenti, è ormai una realtà ben consolidata. Un risultato di questa portata comporta anche, come è ovvio, una grande responsabilità: quella di far crescere e fruttificare le potenzialità che il movimento ha dimostrato di avere, riuscendo ad incidere effettivamente sulla realtà politica, a livello sia nazionale sia internazionale. 

Il pensiero della decrescita ha certamente la possibilità di sparigliare le carte della lotta politica tradizionale, imponendo un'agenda non riducibile agli schemi concettuali che hanno segnato gli antagonismi del Novecento, in particolare quello fra destra e sinistra. Ma affinché la decrescita possa sviluppare le sue grandi potenzialità, è probabilmente necessario un ulteriore sforzo di focalizzazione di alcuni nodi concettuali. 
E' vero, infatti, che il movimento della decrescita appare oggi già ben attrezzato per un'azione efficace su questioni concreti e locali (buone pratiche di vita, difesa dei beni comuni), e questo è senz'altro uno dei suoi aspetti migliori, che lo rende molto diverso dai tanti gruppuscoli sempre pronti a definirsi “rivoluzionari” nelle intenzioni e negli slogan, ma mai capaci di esserlo nella realtà della vita. Ed è altrettanto vero che all'interno del movimento si sta elaborando una riflessione, difficile e impegnativa, sugli aspetti filosofici e antropologici di fondo che stanno alla base del nostro mondo “globalizzato” e della sua deriva verso l'autodistruzione. 
Ciò che sembra mancare è una teorizzazione di livello, diciamo così, intermedio fra le pratiche concrete, da una parte, e la problematica del superamento degli schemi generali del pensiero del nostro “Occidente globale”, dall'altra. 
Una teorizzazione“intermedia” di questo tipo è quella che ruota attorno alla nozione di “capitalismo” (o magari di “modo capitalistico di produzione”). Non che questi temi siano del tutto assenti nelle riflessioni “decresciste”, tuttavia spesso appaiono un po' sfocati o addirittura sovrapposti a quelli di “Occidente” o di “Modernità”. In questo modo si corre il rischio di perdere di vista gli snodi storici e teorici da cui originano le trasformazioni della società capitalista, tra cui, per esempio, il passaggio, avvenuto a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta del Novecento, dal capitalismo “riformista-keynesiano” del dopoguerra a quello “neoliberista-globalizzato” dell'ultimo trentennio. 
Non ci stiamo impuntando su uno sfizio teorico. Stiamo sottolineando che la messa a fuoco delle ragioni e degli effetti di quel passaggio nodale assume oggi fondamentale importanza per la comprensione dei drammatici problemi che abbiamo di fronte. Infatti, è con l'instaurazione del capitalismo “neoliberista” e “globalizzato” che il capitale, pressato dall'esigenza di autovalorizzazione e incapace di soddisfarla nelle forme tipiche del trentennio precedente, avvia una dinamica in cui, da una parte, sviluppa forme sempre più pervasive di finanziarizzazione (sia per trovare nuovi impieghi profittevoli, sia per sostenere con il credito un certo livello di consumi), mentre dall'altra parte invade nuove sfere sociali (la scuola, la sanità, lo sport vengono forzati, in un modo o nell'altro, a sottomettersi ad una logica di tipo aziendale), fino a configurarsi come “capitalismo assoluto”  [1]:la società, così come la natura, sono interamente sussunte alle esigenze di autovalorizzazione del capitale. Ciò ne altera inevitabilmente, speriamo non irreversibilmente, gli equilibri vitali. Si tratta, certo, di dinamiche che erano già potenzialmente presenti nelle fasi precedenti dal capitalismo, ma che appunto solo negli ultimi decenni hanno potuto dispiegarsi compiutamente, con forza devastante, senza che nessuna realtà antagonista sia stata capace di opporre forme di resistenza efficace e soprattutto visioni alternative sufficientemente elaborate e credibili.
Un altro livello concettuale “intermedio” che sembra non ancora messo a fuoco nella riflessione interna al mondo della decrescita, è quello che riguarda lo Stato e le sue istituzioni. 
A Venezia si è visto con chiarezza quanto questo mondo offra un patrimonio di idee ed esperienze vastissimo per quanto riguarda la partecipazione democratica, lo sviluppo dei movimenti dal basso, la creazione di legami paritari dentro di essi, lo sforzo di presa di parola da parte di soggetti ai quali la voce è stata a lungo sottratta. Ma questa grande ricchezza pratica e teorica sembra avere qualche difficoltà a tradursi sul piano della lotta politica, della rappresentanza, delle istituzioni democratiche. 
Si tratta, comprensibilmente, di un ambito che è guardato con sospetto da quanti lottano per il cambiamento, dato che oggi, in tutto l'Occidente e non solo in Italia, il sistema politico-istituzionale è occupato da un ceto politico ripugnante, dedito solo alla cura dei propri interessi e totalmente prono alle richieste delle élite dominanti dell'economia. 
Resta tuttavia il fatto, ineludibile, che per produrre cambiamenti reali allo stato di cose presenti, le buone pratiche della decrescita devono potersi tradurre in buone leggi generali e in buone istituzioni politiche. 
Questo relativo disinteresse verso l'organizzazione, il funzionamento e le istituzioni dello Stato, è talvolta motivato con l'argomento che la realtà della globalizzazione ha reso inefficace e obsoleto il potere dello Stato-nazione tradizionale. Si tratta però di un argomento che è facile rovesciare: è probabile che nessuno, nei vari movimenti anti-sistemici, abbia l'ingenuità di ritenere la “globalizzazione” un dato di natura, una realtà sorta per inevitabile necessità. 
La globalizzazione è la forma attuale che ha assunto il progetto politico dei ceti dominanti internazionali, finalizzato a mantenere il loro potere anche dopo i mutamenti nelle condizioni economiche, sociali e geopolitiche intervenuti negli anni Settanta (qui si vede come il tema presente si colleghi a quello precedente sulla necessità di mettere a fuoco la dinamica interna del capitalismo nella seconda metà del Novecento). E se tale progetto ha bisogno dell'indebolimento dello Stato-nazione tradizionale per potersi dispiegare, questo dovrebbe essere un buon argomento in difesa delle sovranità nazionali. Per muovere ovunque le loro merci e i loro capitali, senza incontrare barriere o limiti, i ceti dominanti abbattono le frontiere (politiche ed economiche) e scatenano la concorrenza a livello planetario, spingendo una corsa al ribasso dei diritti dei lavoratori e dei livelli di vita dei ceti medio-bassi, e finendo per applicare una ripugnante divisione del lavoro al mondo intero: regioni adibite all'iper-produzione a basso costo, altre al consumo ossessivo-compulsivo, altre ancora relegate al ruolo di discariche di rifiuti tossici, e così via.
Di fronte a tutto ciò la reazione di chi voglia opporsi ai ceti dominanti e al loro capitalismo necrofilo dovrebbe essere, a nostro avviso, la strenua difesa dello Stato-nazione, non come valore assoluto e astorico, ma come concreta, fattuale, barriera politica capace di essere, in questa fase, ostacolo al pieno dispiegamento del capitalismo assoluto, e, nella prossima, culla di una nuova forma di democrazia partecipata e armonica con la natura. Del resto, uno dei pilastri del pensiero della decrescita è la difesa dei beni comuni e la loro de-mercificazione. Ma per sottrarre l'acqua, lo sfruttamento del territorio, la salute, i trasporti, alle logiche del profitto economico è necessario un settore pubblico, statale, dell'economia che se ne faccia carico. Il movimento per l'acqua pubblica nato in occasione dei referendum del giugno 2011 ha insegnato a tutti noi come sia possibile proteggere un bene comune mantenendone la gestione all'interno del settore pubblico, spogliandone ogni forma di possibile lottizzazione o mercificazione grazie a gestioni aperte, trasparenti e partecipative.
Purtroppo in alcuni settori del movimento della decrescita emerge una sottovalutazione dell'esigenza di un forte ruolo dello Stato nell'economia, senza il quale gli obiettivi che lo stesso movimento pone diventano irrealizzabili: pensiamo per esempio alla diminuzione del tempo dedicato al lavoro oppure all'abbassamento della domanda di energia ed alla sostituzione delle fonti fossili e inquinanti con quelle rinnovabili. A sua volta, per poter assegnare un forte ruolo al settore pubblico dell'economia è necessario che lo Stato recuperi piena sovranità nelle politiche economiche e monetarie, liberandosi dai vincoli imposti dall'appartenenza all'euro e all'Unione Europea.
Infine, per fare un esempio concreto di un approccio politico che potrebbe entrare in sinergia col movimento della decrescita, citiamo la proposta (fatta da Badiale e Bontempelli qualche tempo fa in alcuni scritti) di porre la Costituzione della Repubblica Italiana come elemento di base di una possibile forza politica antisistemica in Italia. Perché la Costituzione? Perché essa rappresenta un risultato di alto livello della temperie culturale nella quale nasce, e proprio per questo esprime una serie di valori e istanze in totale contrasto con la realtà del capitalismo attuale. In sostanza essa prevede forti elementi di limitazione del pieno dispiegarsi della logica capitalistica, perché, per esempio, assume che l'organizzazione del settore privato dell'economia debba comunque rispondere a finalità sociali. Nel dopoguerra tali aspetti venivano, ovviamente, declinati in chiave di riformismo socialdemocratico: sviluppo economico e aumento dei consumi. Ciò non toglie che essi possano oggi essere riletti in una chiave diversa, appunto quella del contrasto al pieno dispiegamento della logica del capitalismo assoluto e quindi, in sostanza, in un'ottica anticapitalistica.
Non a caso le proposte di modifiche della Carta che attualmente emergono dal mondo politico sono tali da rimettere in discussione quei principi (pensiamo, per esempio, agli attacchi all'articolo 41), oltre a quelli relativi alla divisione dei poteri. 
Si comprenda bene: la nostra Costituzione, all'epoca in cui fu scritta, aveva poco o nulla di anticapitalistico. Essa si accordava molto bene con la logica del capitalismo “riformista-keynesiano” del “Trentennio dorato” seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Ma quella forma di capitalismo è stata travolta dalla crisi degli anni Settanta ed è stata sostituita dall'attuale capitalismo “neoliberista-globalizzato”. In questa nuova situazione, gli spunti costituzionali che all'epoca semplicemente traducevano istanze riformistiche potrebbero diventare ora, se usati da un movimento politico che sapesse sfruttarne questa valenza, leve per la messa in crisi dell'attuale organizzazione sociale.
Ma un tale tipo di capacità politica di uso della legge fondamentale dello Stato può essere assunto solo da un movimento politico che riesca a focalizzare con precisione i temi che abbiamo qui accennato. 
Sono questi, noi crediamo, alcuni dei temi che la riflessione teorica del movimento della decrescita dovrebbe porsi.


[1] Sul concetto di “capitalismo assoluto” si veda M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari, 2007, pagg.169-175.

venerdì 4 gennaio 2013

Riflessioni sul Neofascismo italiano.


«Tagliate le teste ai vostri nemici, non per avere nemici senza teste, solo per scoprire quanto esse siano vuote»

di Anna Lami

Le considerazioni che seguono derivano da un bilancio della mia personale esperienza nella variegata area dell’estrema destra italiana, dove ho iniziato a militare da giovanissima fino a diventare, all’età di 20 anni, dirigente di Forza Nuova.
Diedi le mie dimissioni da tale organizzazione dopo un percorso che mi aveva condotto da una parte a comprendere il grave errore politico compiuto in adolescenza e la sostanziale estraneità delle posizioni rivoluzionarie a tali ambienti, dall'altro lato l'impossibilità di agire all'interno di tale struttura per cambiarne programmi ed obiettivi. 

Questo breve scritto si rivolge innanzitutto ai molti giovanissimi che si avvicinano al neofascismo mossi da sincere aspirazioni di ribellione, nell'ottica di offrire loro qualche strumento di riflessione e magari ripensamento. Mi auguro, inoltre, che queste riflessioni possano offrire quale spunto utile per approfondire la conoscenza dell’area neofascista tra chi è attivamente impegnato a contrastare la diffusione delle organizzazioni di estrema destra nel tessuto sociale. 

Massimo Fini e Giorgio Almirante

Le realtà italiane che si rifanno direttamente ad ideali fascisti sono molteplici; ancor più numerosi sono i gruppi politici che pur non rivendicando apertamente l’eredità del ventennio, vi si riferiscono nelle pratiche e nelle battaglie politiche. Solo per citare quelle più rilevanti sia per numero di militanti che per diffusione sul territorio nazionale, troviamo Forza Nuova, Casa Pound e La Destra. 

Ripercorrerne l’excursus storico-politico sarebbe superfluo, abbondando a proposito le conoscenze. Maggiormente interessante è sottolineare che tutti i gruppi neofascisti, oltre alle tematiche più caratterizzanti come il rifiuto della società multirazziale e dell’immigrazione, nella propaganda si richiamano ad ideali di giustizia sociale, anticapitalismo, antimperialismo e spesso rifiutano la collocazione a destra dello scacchiere politico definendosi “oltre la destra e la sinistra”, “trasversali”, oppure “estremo centro alto” (come si autoprofessa CP). Alcuni settori minoritari arrivano addirittura a qualificarsi come nazionalbolscevichi o nazimaoisti, senza uscire però dall’impianto teorico, pratico e simbolico del neofascismo di cui sono parte integrante. 

Silvio Berlusconi e Francesco Storace

Diventa quindi importante smascherare le tematiche pseudo rivoluzionarie agitate strumentalmente da questi ambienti, perché è proprio su di esse che fanno leva per intercettare settori di ribellismo giovanile e cercare di inserirsi nel malcontento sociale. 

Sull’anticapitalismo 


Il fondamentale motivo di incompatibilità tra una corretta concezione anticapitalista e quella di derivazione neofascista risiede nell’analisi dei rapporti economici. La dottrina economica fascista, infatti, non mira in alcun modo a sovvertire i rapporti di classe esistenti nel contesto capitalista, quanto piuttosto a ricomporre i contrasti e le tensioni sociali che da questi rapporti derivano, in un presunto superamento idilliaco del conflitto capitale-lavoro “nel supremo interesse della nazione” (corporativismo). La lotta di classe (dal basso) è considerata sovversiva perché implica la divisione in seno alla nazione ed al popolo. 
Un manifesto di FN Perugia sulla
vicenda dell'omicidio di Meredit Kercher

Il neofascismo del dopoguerra non ha apportato dal canto suo nessuna innovazione sostanziale nell’ambito della lettura dei rapporti economici, limitandosi al massimo a denunciare l’eccessiva acquiescenza delle politiche del ventennio nei confronti della grande borghesia industriale, agraria e latifondista rivelatasi poi “traditrice” di Mussolini e della patria. Basti pensare che negli ultimi 60 anni la pubblicistica neofascista non ha prodotto alcuna analisi rigorosa e documentata sugli effetti reali delle politiche economiche del regime e sulle condizioni dei salariati nel sistema corporativo mussoliniano. 

Rispetto alla realtà odierna l’area neofascista ignora, in gran parte, la struttura e le dinamiche del capitalismo e ne offre una definizione confusa. Spesso “capitalismo” è utilizzato come sinonimo di “mondialismo”. Secondo il pensiero prevalente nell’ambiente, infatti, il capitalismo si concretizzerebbe nel dominio mondiale di una cricca di usurai dell’alta finanza sui popoli del mondo. Si tratta di una visione con forti venature complottiste in cui ci si limita alla denuncia della speculazione finanziaria e del ruolo delle banche senza assolutamente chiamare in causa i rapporti di produzione. Non a caso, in quest' area politica trovano moltissimo spazio le teorie signoraggiste che riconducono tutte le problematiche socio-economiche, compresa la crisi capitalista attuale, ad un problema di emissione monetaria da parte di banche centrali in mano privata (controllate, per taluni, dal complotto tra ebrei, massoni e finanzieri apolidi). 

Alessandra Mussolini prima di
dedicarsi alla política

Il presunto anticapitalismo neofascista non ha alcun fondamento scientifico e non è altro che un aggiornamento (approssimativo) delle tematiche contro le plutocrazie giudaico-massoniche di mussoliniana memoria. 

Sull’antimperialismo 

I neofascisti tutti si definiscono antimperialisti e si dichiarano a favore dell’autodeterminazione dei popoli. Eppure, cosa c’è di più contraddittorio tra il richiamarsi più o meno apertamente alle esperienze totalitarie ed autoritarie del ‘900 e l’autodeterminazione dei popoli? Sia la politica nazionalsocialista che quella fascista erano palesemente imperialiste, incentrate su una visione dei rapporti internazionali che verteva sull’idea di una continua lotta per la supremazia tra le nazioni, dal sapore darwiniano. Per giustificare l’espansionismo ed il colonialismo fascista si pretende di contrapporre una visione “imperialista” statunitense ad una “imperiale” fondata sulla “volontà di potenza” e sulla presunta superiorità della civiltà “romana e cristiana”. Quest’ultima avrebbe svolto una funzione educatrice nei confronti dei popoli di colore incapaci di evolvere socialmente e politicamente senza la provvidenziale guida europea. Tant’è che in più occasioni Forza Nuova ha difeso il colonialismo italiano in Africa, e non ha fatto mistero di auspicarne una riedizione aggiornata. 

Vera rimostranza alla base dell’antimperialismo neofascista è infatti il ridimensionamento del ruolo italiano ed europeo nello scacchiere geopolitico mondiale a seguito della sconfitta bellica: si rimprovera infatti alla nostra classe dirigente il perenne atteggiamento di “servilismo” nei confronti degli Usa. L’antimperialismo neofascista non è che una reazione alla sconfitta storica subita dalle potenze dell’Asse nella seconda guerra mondiale ed alla perdita di centralità degli stati europei. E’ rivolto prevalentemente nei confronti degli Stati Uniti d’America (pertanto più che antimperialismo sarebbe maggiormente corretto definirlo antiamericanismo) in quanto incarnerebbero il nemico che più di tutti ha contribuito alla sconfitta dell’Europa nazi-fascista, la “vera” Europa. Dopo il crollo del muro di Berlino, e la perdita della funzione di argine antisovietico, gli Usa sono diventati per l’estrema destra il simbolo di tutti i mali contemporanei: il paese multirazziale per eccellenza, politicamente guidato da lobbies di massoni ed ebrei che, occupando posizioni chiave dell’amministrazione americana, ne dirigono la politica. 


Di conseguenza il neofascista condanna le guerre in Iraq, Afghanistan e Libia soprattutto perché funzionali agli interessi economici e geopolitici degli Usa e/o di altre potenze occidentali mentre l’Italia in tali conflitti rivestirebbe un ruolo subordinato non ricavandone che poche briciole. Inoltre il filo-militarismo tipico degli estremisti di destra li porta comunque a solidarizzare e rendere onore ogniqualvolta un soldato italiano perde la vita o viene ferito in una missione all’estero. Emblematica in tal senso la campagna di Casa Pound e della Destra di Storace a sostegno dei due marò italiani che hanno sparato ed ucciso un pescatore indiano lo scorso anno. Anziché chiedersi come mai i soldati italiani stessero difendendo gli interessi di una compagnia economica privata, anziché interrogarsi sull'opportunità di punire chi ha ucciso immotivatamente un pescatore inoffensivo, hanno invocato la libertà per i marò giudicando inaccettabile non l’assassinio di un uomo inerme ma il fatto che il governo italiano non si sarebbe fatto rispettare dall’India, imponendo l’estradizione dei militari.

Insomma sono “antimperialisti” solo con gli imperialismi stranieri. Ad esempio, lo scorso anno Casa Pound ha dato perfetta prova di cosa intenda per antimperialismo. Come sappiamo, la Francia ha ricoperto un ruolo di primo piano nella guerra alla Libia: ebbene la reazione di Casa Pound è stata quella di protestare mandando gommoni al Trocadero a Parigi perché “vi siete presi Galbani, Gucci, Bulgari, Bnl, Parmalat, Alitalia” ed ora “l’Eni perderà il monopolio del petrolio libico in favore di Total”. In questo caso il problema non è l’imperialismo economico in sé, quanto se siano o meno “italiani” o meno i gruppi capitalistici che lo praticano. Quindi lo pseudo-antimperialismo neofascista è semplicemente figlio di aspirazioni nazionaliste frustrate. 

Destra-Sinistra ovvero gerarchia-eguaglianza

Uno spot di Forza Nuova

Come accennato all’inizio di questo scritto la maggioranza dei gruppi neofascisti rifiuta la collocazione a “destra” dello scacchiere politico. Eppure, tutti i pensatori a cui si rifanno (da Nietzsche ad Evola, dalla Konservative Revolution ad Adriano Romualdi), sono ispirati, sia pur in forme differenti, al principio di fondo dell’inegualitarismo gerarchico. Non a caso sono tutti feroci critici della rivoluzione francese. Prima della rivoluzione francese, infatti, la rappresentazione della realtà politica secondo metafore spaziali non usava la dimensione laterale orizzontale destra-sinistra, ma quella verticale alto-basso. Al vertice stava il re, poi il clero, l’aristocrazia guerriera, ed infine il popolo. E’ la sinistra che durante la rivoluzione francese ha fatto ruotare l’asse della raffigurazione originaria della dimensione politica da verticale a orizzontale, laddove all’orizzontalità si associava un programma ideologico contro il privilegio e la gerarchia. La destra, che ha subìto questo cambio di paradigma simbolico, non si riconosce in questa rappresentazione e preferisce continuare a ricorrere alla concezione verticale, onde il rifiuto di molti settori della destra più radicale di riconoscersi nella dicotomia destra-sinistra. 

Eppure proprio la chiave interpretativa simbolica di sinistra-orizzontalità-eguaglianza contro destra-verticalità-gerarchia, consente di inquadrare bene un’altra discriminante teorica fondamentale che separa irriducibilmente le forze d’estrema destra da quelle autenticamente rivoluzionarie. 

Certamente sia la concezione egualitaria che quella gerarchica possono tradursi in svariati programmi ideologici concreti. L’eguaglianza da realizzare può essere quella davanti alla legge, quella politica, quella economica. Così come la gerarchia può essere fondata sul censo, sulla razza, sulla forza. Ad ogni modo eguaglianza significa riconoscimento di uno o più aspetti essenziali relativamente ai quali gli individui, indipendentemente da tutte le altre diversità, hanno pari dignità e diritto ad eguale trattamento, mentre gerarchia significa l’individuazione di una specifica superiorità di alcuni che, al di là di possibili aspetti comuni con gli altri individui, richiede un trattamento differenziato. 

Nella sede romana di Casa Pound

Ebbene, nella concezione ideologica della destra radicale le differenze tra gli esseri umani (di etnia, di sesso, di capacità) comportano il conferimento di uno status complessivo al gruppo di individui portatori della differenza, status che definisce poi il posto appropriato nella gerarchia sociale. Dunque l’inegualitarismo non assume solo una funzione descrittiva, ma prescrittiva, nel senso che le differenze nel genere umano non sono solo empiricamente evidenti (bianchi-neri, uomo-donna), ma prescrivono un ordine strutturato dal superiore all’inferiore. Le ideologie che stanno a fondamento della destra neofascista (tradizionalismo, superomismo reazionario, razzismo, comunitarismo organicista) sono, quindi, radicalmente estranee, dal punto di vista della visione antropologica, ad ogni forma di egualitarismo. Ed ecco, dunque, l’esaltazione della razza, della stirpe, dei vincoli di “sangue e suolo”, di tutto le possibili forme di unità sociale rette da vincoli di solidarietà naturali e non da interessi materiali. Quindi il rifiuto della dimensione economica come fattore determinante nella struttura sociale e della democrazia che livellerebbe ingiustamente gli esseri umani privilegiando la quantità rispetto alla qualità. Non a caso i movimenti fascisti si sono sempre opposti alle classi dirigenti liberali, perché non sono “vere” élite, autentiche aristocrazie (del sangue o dello spirito), provviste del potere carismatico del comando, perché la loro essenza è solo economica, “mercantile”, quindi priva di valore intrinseco. 

Braccio armato della reazione 

I fascisti si proclamano come terza via rispetto alle ipotesi comuniste e “liberal-capitaliste”. “Né fronte rosso, né reazione!” è uno dei loro slogan preferiti. In realtà della reazione sono sempre stati il braccio armato. 

In tutta Europa i movimenti fascisti nascono come reazione della piccola borghesia al “pericolo rosso”. Nel 1919 la fondazione dei “Fasci italiani di combattimento” con un programma intriso di forti venature progressiste e richiami socialisteggianti, ebbe scarsissima eco. Fu solo dopo la svolta reazionaria del 1920 con l’abbandono di tutte le posizioni politicamente invise alla borghesia conservatrice (la pregiudiziale antimonarchica, il voto per le donne, le posizioni anticlericali, le rivendicazioni sociali più avanzate) e le prime azioni squadristiche contro le organizzazioni proletarie che i fascisti iniziarono ad essere finanziati da agrari ed industriali preoccupati dalla agitazioni operaie del “biennio rosso”, ed ingrossarono le loro fila fino a contare migliaia di militanti (mentre tanti militanti della prima ora abbandonavano il movimento ormai compromesso con i settori più retrivi delle classi dominanti). 


Dopo la seconda guerra mondiale, gli eredi del ventennio si schierarono attivamente nel campo occidentale per contrastare l’”avanzata della barbarie sovietica”. Non a caso il MSI votò sempre a favore della Nato dal 1949 (anno di adesione dell’Italia all’Alleanza Atlantica) al 1991 (anno della partecipazione italiana alla prima guerra di aggressione all’Iraq di Saddam Hussein). 

Quanto ai settori extraparlamentari, a parole più rivoluzionari della casa madre missina, in politica internazionale si distinsero per l’esaltazione del colonialismo francese in Indocina ed Algeria (l’Oas divenne un vero e proprio mito per i neofascisti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale), per il sostegno a tutti i regimi dittatoriali da Franco a Pinochet passando per i colonnelli greci, fino all’arruolamento di vari militanti (tra cui noti esponenti dei Nar come Alessandro Alibrandi) nella Falange "Kataeb" in Libano a fianco dell’esercito israeliano. 

In Italia è nota, e in taluni casi persino apertamente rivendicata, la partecipazione di questi ambienti ai fatti più oscuri della strategia della tensione dalle stragi ai tentativi di colpi di stato. In tale contesto è utile smascherare le fantasiose ricostruzioni storiche che vedrebbero i gruppi neofascisti in prima fila nella contestazione giovanile del 1968: basti pensare che se è vero che alcuni militanti di Avanguardia Nazionale e del Fuan-Caravella parteciparono agli scontri di Valle Giulia del 1 marzo 1968, quelle stesse persone nel 1970 erano attivamente impegnate nell’organizzare il fallito golpe Borghese: questo la dice lunga sulle reali motivazioni che avevano nella partecipazione (comunque assolutamente marginale) alla rivolta sessantottina. Quanto al principale ideologo “nero” di quel periodo, Franco Giorgio Freda, tutt’ora punto di riferimento teorico imprescindibile con le sue Edizioni di Ar, se da un lato, nel 1969, scriveva un testo come “la Disintegrazione del Sistema” in cui auspicava l’alleanza con le formazioni rivoluzionarie di sinistra e dichiarava il proprio apprezzamento per il presidente Mao, dall’altro collaborava con il SID ricoprendo indubbiamente un ruolo di primo piano nella strage di Piazza Fontana il 12 dicembre dello stesso anno. 


Immigrazione e razzismo 

Con il crollo dei socialismi reali, l’avvento della globalizzazione e il fenomeno delle migrazioni di massa i movimenti neofascisti rispolverano le vecchie teorie razziste e si propongono come baluardo a difesa “dell’identità nazionale” minacciata dall’”invasione” migratoria. Per i neofascisti, infatti, l’identità nazionale non appartiene alla sfera culturale, soggetta ai mutamenti della storia, ma è considerata come un dato originario, eterno ed immutabile, radicato nell’eredità di sangue e nella dimensione razziale, in una prospettiva completamente a-storica. In quest’ottica ovviamente qualunque mutamento della composizione etnica dei popoli è considerato degenerativo. Come se tutti i popoli attualmente esistenti non fossero il prodotto di una catena infinita di “contaminazioni” etniche e culturali sedimentatesi nei secoli. Questa concezione razzista ha come ovvia conseguenza l’avversione per l’immigrato visto come, più o meno inconsapevole, veicolo di “imbastardimento” razziale. Dunque, nei fatti, i neofascisti scaricano tutto il peso della problematica migratoria sulle principali vittime del fenomeno: gli immigrati stessi. Senza assolutamente concentrarsi sulle cause economiche che costringono milioni di esseri umani ad abbandonare i loro paesi d’origine. Certo, qualche volta, nella pubblicistica dell’estrema destra si ammette che gli immigrati sono sfruttati, eppure anziché solidarizzare con loro quando si ribellano allo sfruttamento (come i braccianti africani di Rosarno nel gennaio 2010), si invoca l’ ulteriore repressione nei loro confronti totalmente funzionale alle classi dominanti. Non a caso in Grecia, nel pieno di una crisi che ha completamente devastato il tessuto sociale di quel paese, i neonazisti di Alba Dorata (più volte presenti in Italia negli anni scorsi ad iniziative di Forza Nuova) sono attivamente impegnati in continue brutali aggressioni ai migranti più diseredati. 

I rapporti con la destra istituzionale 
Infine, se i militanti più ingenui davvero credono di essere alternativi rispetto alle destre borghesi, i loro dirigenti nella destra “sistemica” hanno abitualmente visto una sponda. Non è praticamente mai successo che un’organizzazione neofascista rifiutasse l’alleanza politica o il sostegno (più o meno palese) della destra istituzionale: le esperienze della giunta comunale di Alemanno a Roma e della presidenza Storace alla regione Lazio sono quanto mai significative al proposito. Dalle assunzioni di vari “camerati” nei settori della pubblica amministrazione o nelle municipalizzate ai cospicui finanziamenti e patrocini alle iniziative “culturali” dei circoli neofascisti. 

Per ciò che concerne le competizioni elettorali, dalle amministrative passando per le regionali e le politiche, appena ne hanno avuto l’occasione i dirigenti di La Destra, Forza Nuova, Casa Pound hanno cercato un posticino al sole inserendo loro uomini nelle liste di questo o quel partito “moderato” o, dove possibile, entrando direttamente nella coalizione di centrodestra con la propria organizzazione. Il “correre da soli” non è stato quasi mai una scelta volontaria ma un ripiegamento obbligato, quando, per ragioni di opportunità

elettorale, i settori della destra “sistemica” non hanno voluto allearsi pubblicamente con gli “impresentabili” neofascisti. Anche la recente scelta di Casa Pound di presentare liste autonome alle prossime elezioni, dopo che per anni ha candidato suoi esponenti in An e poi nel Pdl, va letta nell’ottica di un deterioramento dei rapporti tra CP e Polverini e Alemanno dopo che questi, in seguito alle azioni squadristiche più eclatanti (aggressione all’esponente del PD Marchionne, assassinio di tre senegalesi a Firenze da parte di Gianluca Casseri, raid ai Magazzini Popolari a Casalbertone, ecc.), avevano dovuto prenderne le distanze. Insomma pare evidente che le organizzazioni neofasciste siano “alternative al sistema” e “dure e pure” solo quando non possono fare altrimenti. 




giovedì 3 gennaio 2013

Sciogliersi.






Sciogliersi..... come una lacrima....
mentre il cielo diventa tutt'uno col mare....
Sciogliersi.... come un bacio....
mentre si diventa goccia del mare....
Sciogliersi...

Passo scalzo
su sabbia bagnata
granelli uniti...
fusi
da amore sincero...
su dita che si abbracciano
e labbra umide di salsedine
e gocce 
e baci
e carezze
e bellezza
mescolati nell'acqua di mare.


Mia Eva...
lasciati amare,
ed insegnare l'amore,
e insegnami il suo nome,
e mostrami i suoi colori,
fammi ascoltare il suo suono.
Suono del mare...
musica ancestrale.

Sciogliersi..... come una lacrima....
mentre il cielo diventa tutt'uno col mare....
Sciogliersi.... come un bacio....
mentre si diventa goccia del mare....
Sciogliersi...

Ci siamo persi...
in quel tratto di spiaggia...
ed è un tempo che ritorna potente.
Col suo splendore
e la sua magia.

Mia Eva...
lasciati amare...
tra questa spuma di mare
ed un cielo
che ci guarda commosso.

(Francesco Salistrari)



THRILLER INGROIA E GLI ZOMBIE ARANCIONI.


di Marino Badiale e Fabrizio Tringali
Abbiamo assistito in questi giorni a movimenti convulsi nel mondo “a sinistra del PD”, sfociati nel probabile scioglimento del neonato movimento “Cambiare si può” e nella formazione di un cartello elettorale di partitini (PRC, PdCI, IdV, Verdi) sotto la candidatura di Ingroia.

E’ l’ennesima riproposizione del solito copione, già mille volte recitato: a ridosso delle elezioni c’è sempre qualcuno che propone la formazione di una lista capace di riunificare quel che resta dell’arcipelago della sinistra alternativa (stavolta mettendoci in mezzo anche l’IdV pur di raccattare i voti necessari a superare lo sbarramento), e di riconnetterlo alle tante realtà di cittadinanza attiva nella società.

Basterebbe chiedersi come mai ne è disconnesso per capire quanto sia inutile un tale lavoro. E invece ogni volta la stessa storia di tentativi finiti male: abortiti ancora prima di nascere o trasformati in carrozzoni ad uso dei capibastone dei vari partitini, destinati a disintegrarsi (fortunatamente) immediatamente dopo le elezioni.

Lo scopo dichiarato di questi tentativi di aggregazione è sempre lo stesso: costruire una sinistra vera, buona, giusta, capace di rinverdire i suoi antichi ideali, che mandi in soffitta quella falsa, cattiva, ingiusta, traditrice, cioè quella che effettivamente esiste oggi.

Quasi sempre tutto ha inizio dall’iniziativa di brave persone che si rendono disponibili a coprire col proprio volto pulito queste basse operazioni elettorali.
Sarebbe molto meglio se, invece di continuare in questi tentativi, chi voglia costruire un movimento di riscatto popolare, di lotta anticapitalistica, di riconquista dei diritti, prendesse atto della realtà politica presente in Italia e nella maggioranza degli altri paesi avanzati: la definitiva trasformazione dell’intero ceto politico (di destra e di sinistra) in un gruppo di funzionari delle oligarchie nazionali e internazionali, la cui unica funzione (ben pagata) è quella di gestire la politica in modo da ottenere ciò che tali oligarchie vogliono: la distruzione dei diritti sociali, del livello di vita popolare, della civiltà sociale dei nostri paesi. Il ceto politico ha assunto il compito di controllare e gestire il disagio e il dissenso che tutto ciò genera. Destra e sinistra sono totalmente unificate, da questo punto di vista, e si dividono solo su questioni secondarie e su problemi di immagine, producendo scontri e polemiche che funzionano come “armi di distrazione di massa”.
Una politica di difesa dei ceti subalterni e della civiltà del nostro paese non può che passare, quindi, attraverso la rottura drastica con l’intero ceto politico, di destra e di sinistra (sia essa moderata, radicale, alternativa o vattelapesca).

L’appello “Cambiare si può” si avvicinava a queste considerazioni, ma la sua proposta è fallita proprio perché “orientata a sinistra”.

I promotori speravano di poter dar vita ad una lista elettorale incentrata su candidati della società civile, ma capace di coinvolgere anche i partiti, che però avrebbero dovuto fare un “passo indietro” rinunciando almeno a candidare i proprio segretari.
Ma se è vero, come è vero, che solo spazzando via l’intero ceto politico attuale, di destra e di sinistra, ci può essere speranza per il nostro Paese, come è possibile creare un movimento politico che abbia chiari questi concetti e allo stesso tempo si definisca “di sinistra”, o faccia comunque riferimento, anche solo implicitamente, al mondo della sinistra? Procedere in questo modo non porterà che alla morte del movimento ed al ribaltamento di quanto proposto dagli stessi promotori. Il che è esattamente quel che è successo a “Cambiare si può”, dove gli aderenti hanno votato a favore della lista Ingroia, nonostante i promotori fossero contrari*, dato che il magistrato ha fatto spallucce di fronte alla richiesta di non candidare i segretari di partito.
Il punto è che, essendo “Cambiare si può” un movimento di sinistra, gli aderenti ai partiti di sinistra vi si sono immediatamente tuffati, ed hanno sostenuto gli interessi dei loro caporioni.
Più in generale, quel che accade in queste realtà politiche, è che chi vi aderisce ritiene, ovviamente, che la sinistra realmente esistente sia meglio della destra realmente esistente. Dal che discende l’idea che un governo di centrosinistra, alla fin delle fini, sia meglio, o meno peggio, di uno di centrodestra.
Così un movimento nato su queste basi, indipendentemente dalle ragioni e dagli obiettivi dei promotori, inizia ad avere difficoltà a dire la verità, cioè che la vittoria di Bersani oppure quella di Monti o Berlusconi sono tutte, allo stesso modo, disgrazie per l’Italia. Magari differenti negli aspetti esteriori, ma identiche nella logica economico-sociale e negli esiti.

Stiamo dicendo, in sostanza, che la posizione di “Cambiare si può”, e di tutte le iniziative analoghe, era minata da un’evidente contraddizione. Da una parte proponeva, giustamente, di porsi all’esterno dal centrosinistra. Dall’altra non voleva o poteva rompere definitivamente con esso.

Di qui la posizione ambigua nei confronti degli “arancioni”, che invece sono pieni zeppi di ceto politico e non vedono l’ora di aprire il dialogo col PD (e non stanno nella coalizione di centrosinistra solo perché Bersani li tiene fuori). L’esito non poteva essere più scontato.
Quanto agli “arancioni”, non vale la pena di spenderci molte parole: un’accozzaglia di micropartiti che cercano di mettere assieme i voti necessari per portare in Parlamento i loro capetti. Senza ovviamente proporre nulla di alternativo all’austerity, alla trappola dell’euro, alla dittatura della UE.
Spiace che persone per bene come Ingroia accettino di far da copertura a queste basse operazioni politiche. Ingroia sembra il Michael Jackson di “Thriller”, che trovandosi di fronte ad un gruppo di zombie, si accorge di essere uno di loro, si pone alla loro testa e ne dirige il ballo.

Aggiungiamo una considerazione finale. E’ da decenni che sentiamo parlare della costruzione di una sinistra che sia finalmente quella giusta, buona, vera, capace sul serio di difendere i ceti subalterni, l’ambiente, i diritti.

Di tentativi analoghi a “Cambiare si può” ne abbiamo visti in numero infinito, grandi e piccoli. Forse al primo o al secondo tentativo si poteva concedere il beneficio del dubbio. Oggi ci sentiamo di dire a chiunque pensi di ritentare: “lasciate perdere”.




Fonte: Main-Stream
*http://www.altratrapani.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=2232:cambiare-si-puo-ha-fallito-e-sinistra-arcobaleno


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