giovedì 8 novembre 2012

"Essi credono di spezzare il cerchio e invece non fanno altro che rinsaldarlo".


di Italo Romano
L’ultimo intellettuale italiano conosciuto dalle masse aveva individuato la radice sociale della crisi di questo sistema ultraliberista, relativista, edonista e capitalista.
Le sue invettive erano mirate e lucide. Proprio per questo è stato eliminato.
Oggi, questo monito (nell’immagine), ha più valore che mai.
In un mondo di servi, lacchè, grillini, piddini, nani, troie, acrobati e giullari, dove si può, e si deve, dire tutto e il contrario di tutto, in cui ogni cosa è lecita e il caos individualsta è scambiato per libertà, le sue parole dovrebbero infuocare la coscienza e la consapevolezza della gente.
Il popolo dormiente, annichilito, alienato e asservito, in un torpore atarassico con pochi precedenti nella storia, non si accorge che le modalità di lotta al sistema fin’ora utilizzate sono contigue e integranti al sistema stesso.
Difatti, è lo stesso potere ad elargire “prassi rivoluzionarie”. Esse rimangono ben nascoste dietro filosofie politcallly correct, facili demagogie, vuoti populismi, irritanti perbenismi e false ideologie alla moda, condite da rabbia, invidia e violenza. Queste prassi prendono piede con lo stessa velocità con cui si dissolvono.
Come scrisse Bertold Brecht:
Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico”
L’unica cosa che accumana tutto questo incedere è che non cambiano il sistema di una virgola, anzi gli danno credito, lo rafforzano, rendendogli grazia, giustificandolo.
Vieniamo usati e veicolati come pedine, ma siamo troppo egocentrici per ammettere e/o accorgerci di essere dei burattini sotto il controllo di un sistema bestia che si nutre delle nostre frustrazioni e le usa per proprio tornaconto.
Noi viviamo i desideri di altri, vite sacrificate ad un mondo che non ci appartiene ma che accettiamo perchè è quello che abbiamo trovato. Inseguiamo falsi miti di progresso e stereotipi preconfezionati ad arte per renderci schiavi, magari pure fieri di esserlo.
Anche Erich Fromm sappe, a mio modesto avviso, riassumere quello siamo diventati:
Se sono come tutti gli altri, se non ho sentimenti o pensieri che mi rendano differente, se mi adatto e accetto i costumi, l’abbigliamento, le idee, lo schema comportamentale di gruppo, allora sono salvato; salvato dalla terribile esperienza della solitudine. I sistemi dittatoriali utilizzano la minaccia e il terrore per indurre questo conformismo, i paesi democratici utilizzano la suggestione e la propaganda”.

E’ questa l’unica differenza tra una dittatura e un regime democratico. E la storia è piena di esempi da cui poter imparare. Solo che i molti non la studiano e di quei pochi che la fanno propria, solo la minoranza ha un quadro chiaro e completo, senza preconcetti.
Alla luce di ciò, appare chiaro che chi vuole combattere il sistema dall’interno ne è già complice.
Nel mondo interattivo del web 2.0., siamo sommersi di notizie, un caos prestabilito dove diventa difficile scegliere le informazioni necessarie per distinguerle dal mare di nulla da cui veniamo investiti quotidianamente.
E’ questa la nuova forma di censura? Una volta nascondevano la notizie, oggi non ce n’è bisogno, esse si perdono nell’oceano di internet.
Come scrisse Ray Bradbury nel suo celebre romanzo Fahrenheit 451:
Riempi i loro crani di dati non combustibili, imbottiscili di “fatti” al punto che non si possano più muovere tanto sono pieni, ma sicuri di essere “veramente bene informati”. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione di movimento, quando in realtà son fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami fatti ch’è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza”.

E’ il caso di renderci conto che noi siamo il sistema, noi ospitiamo nella nostra coscienza l’oppressore e il suo modus operandi.
Molti rivoluzionari non combattono il potere ma chi lo detiene, sperando di prenderne il posto. La vera lotta sta nella distruzione dei troni oltre che dei re.

Nel saggio Pedagogia degli oppressiPaulo Freire descrive molto bene quanto cerco di comunicarvi:
Il grande problema sorge quando ci si domanda come potranno gli oppressi, che ospitano in sè l’oppressore, parteciapre all’elaborazione della pedagogia della loro liberazione, dal momento che sono soggetti a dualismo e inautenticità. Solo nella misura in cui scopriranno di ospitare in sé l’oppressore, potranno contribuire alla creazione comune della pedagogia che li libera”.

Siamo una società corrotta e profondamente malata. E’ questa la vera crisi. Quella economica è solo una conseguenza, fatta di tecnicismi, interessi e fame di potere.
Alexis Clérel de Tocqueville ha ben esposto, oltre un secolo addietro con grande lungimiranza, cosa è in realtà questo regime oligarchico capitalista:
Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima”.

Il sistema siamo noi, che ci piaccia o meno, che lo accettiamo o meno.
Scendiamo dai pulpiti che ci siamo eretti, abbandoniamo superbia e vanagloria, e rifiutiamo la cultura utilitarista di sistema.
Questo è il peggiore dei mondi possibili e noi ne siamo complici e artefici, al pari di coloro contro cui agitiamo e sfoghiamo il nostro odio.
Sul podio c’era l’individuo, in piedi. Era una figura del passato. La sua parola era una voce del passato. Stava in piedi ed essi lo ascoltavano in piedi. 

“Ma perchè disse, avete costruito le vostre città come scatole cubiche, tracciato le vostre aiuole come quadrati, le vostre strade come rette! siete innamorati, con il duro amore delle vostre anime, delle linee, delle figure e delle forme dalle sporgenze angolose. Avete spinto l’ideale del blocco ai suoi eccessi estremi, siete i cubisti della pratica. Vi ferirete a morte sui bordi taglienti della vostra condizione”.


[Ferdinand Bordewijk - Blocchi]


mercoledì 7 novembre 2012

Ecco le banche più pericolose del mondo.


Il Financial Stability Board ha aggiornato la classifica dei gruppi finanziari troppo grossi per poter fallire.

Al mondo ci sono ventotto banche il cui fallimento potrebbe provocare un rischio sistemico che minaccia la stabilità dell’economia globale.
Nella lista compilata dal Financial Stability Board del G20 è arrivato per la prima volta anche un istituto italiano…
Unicredit.

RISCHIO SISTEMICO – Dal novembre del 2011 il Financial Stability Board, l’organismo di vigilanza del G20 che monitora sulla stabilità del sistema finanziario globale pubblica una lista delle banche “pericolose” dal punto di vista sistemico. Sono gli istituti cosiddetti “Too big to fail“, troppo grandi per poter fallire, che per la loro ampiezza e per gli intrecci finanziari con altre banche rischiano di provocare danni molto superiore al loro semplicemente fallimento in caso di insolvenza. Sono i cosiddetti SIFIs, acronimo inglese per istituzioni finanziarie rilevanti dal punto di vista del sistema. L’anno scorso erano state individuate 29 banche SIFIs, e quest’anno il Financial Stability Board ha aggiornato la sua lista, rimuovendo alcuni istituti ed inserendone altri, tra i quali la nostra Unicredit. Entra così per la prima volta anche una banca italiana all’interno della classifica delle banche più pericolose, o rilevanti, a seconda dell’ottimismo o del pessimo dell’osservazione. Il Financial Stability Board propone inoltre un set di misure affiché queste banche riducano il loro rischio sistemico, indicando la quota di ricapitalizzazione necessaria.

CHI VA E CHI VIENE – L’ingresso più rilevante nella lista SIFIs del FSB per il nostro paese è senza dubbio Unicredit. Dalla classificazione sono uscite Commerzbank, la seconda banca tedesca, il gruppo franco-belga Dexia, così come la parzialmente statalizzata Bank Lloys, istituto inglese. Queste banche, a causa della cessione di alcune attività, sono diventanti meno rilevanti per il sistema. Oltre ad Unicredit sono invece entrate nella lista SIFis un’altra grande banca spagnola oltre al Santander, BBVA, Standard Chartered, istituto britannico specializzato sui mercati dei paesi emergenti, e Bank of China, l’ingresso giudicato più sorprendente dal Financial Times Deutschland. Le banche di sistema dovranno ricapitalizzarsi oltre la soglia fissata da Basilea 3, l’accordo internazionale sui requisiti minimi di capitale. Source

LE PIU’ PERICOLOSE – Nessuna banca dovrà comunque immediatamente ricapitalizzarsi del 3,5%, la soglia di pericolo massima indicata dal Financial Stability Board. I nuovi requisiti di capitale dovranno essere applicati interamente, spiega l’Fsb, fra il gennaio 2016 e il gennaio 2019, iniziando dal novembre 2014. L’organismo internazionale divide gli istituti di credito in cinque categorie, a seconda dell’importanza dell’operazione. Se la prima fascia, quella del 3,5%, è vuota, la seconda è occupata dalle banche sistematicamente più pericolose in caso di crollo.
Sono Citigroup, Deutsche Bank, Hsbc e JP Morgan Chase. Nella terza graduatoria, ove vige l’obbligo di una ricapitalizzazione del 2%, si trovano invece un numero inferiore di istituti, ovvero Barclays e Bnp Paribas.

MINORI RISCHI – Tolte le prime sei in testa alla graduatoria di pericolosità dei SIFIs, nelle ultime due categorie trovano spazio gli altri ventidue istituti individuati come sistemici dal Financial Stability Forum. L’1,5% di ricapitalizzazione è necessario per Bank of America, Bank of New York Mellon, Credit Suisse, Goldman Sachs, Mitsubishi, Morgan Stanley, Royal Bank of Scotland e Ubs. Nell’ultima fascia, quella dell’1%, si trovano invece, oltra alla nostra Unicredit, Bank of China, Bbva, Groupe Bpce, Crédit Agricole, Ing Bank,Mizuho, Nordea, Santander, Société Générale, Standard Chartered, State Street e Sumitomo. I nuovi requisiti di capitale dovranno essere applicati interamente, spiega l’Fsb, fra il gennaio 2016 e il gennaio 2019, iniziando dal novembre 2014.



Macchine per il voto elettronico progettate per "rubare elezioni".


DI BOB FITRAKIS E HARVEY WASSERMAN
Freepress.org

Marta Steele ha svolto il ruolo di paladina per il movimento di integrità delle elezioni. Ha letto con fatica più siti web e blogs di ciò che si possa immaginare. È partita con il compito quasi impossibile di scrivere una narrativa storica definitiva della follia del voto elettronico negli Stati Uniti fra il 1988 e il 2008. Ancora più sorprendentemente, ha raggiunto il suo obiettivo.

Le macchine per il voto elettronico sono perfettamente progettate per truccare le elezioni. Questo è il loro scopo principale. L'Irlanda se n'è appena sbarazzata totalmente. Germania, Giappone, Canada, Svizzera, tutte usano le urne di cartone. Perchè? Perchè si possono effettivamente contare in pubblico, e poi contarle di nuovo. 

Ma qui negli U.S.A, le elezioni sono gestite e operate dalle aziende. Chiunque abbia avuto esperienza di toccare il tasto virtuale per Jhon Kerry e avere il nome di George W. Bush evidenziato -com è accaduto molto spesso in Ohio nel 2004- sa molto bene che ciò che Marta Steele documenta in questo notevole libro è diventato la realtà definitiva nel furto delle elezioni americane.

Ciò che lei ha fatto con i mezzi della documentazione è veramente impressionante. Mai più verranno chiamati “teorici della cospirazione” coloro che hanno dubbi sulla validità del voto elettronico. Con pura tenacia, l'autrice ha perlustrato il vasto pantano del cyberspazio e ha ripristinato tutti i dati essenziali e li ha assemblati in modo comprensibile e analitico. I lettori possono solo trarre una conclusione dal suo lavoro – quelli che negano la morte della democrazia sono folli “teorici della coincidenza”. 

Lei ha accumulato montagne di episodi che mostrano che il cosiddetto “red shift”[1] in favore del Partito Repubblicano non è un'anomalia o un “intoppo” del computer, ma l'evidenza che esiste una sistematica manomissione delle macchine di voto computerizzato da parte delle compagnie private connesse al Partito Repubblicano. Nonstante la nostra rivista, il Columbus Free Press, e il nostro sito freepress.org hanno trattato in abbondanza dei difetti del voto elettronico e le irregolarità delle elezioni, siamo stati comunque sopraffatti dalla ricerca documentata in questo volume. Coloro che leggeranno questo libro non abboccheranno più alle linee della facile propaganda e non sosterranno più le motivazioni portate avanti da Karl Rove e dai suoi colleghi nel dare spiegazioni di risultati di elezioni impossibili. 

Questo libro è importante perchè la sua ricerca è molto dettagliata, la sua storia molto chiara, e la sua analisi molto convincente. Il libro distrugge la mitologia che “non può succedere qui”- che il nostro sistema è una vecchia e infallibile democrazia che non può essere corrotta. Questo potente lavoro forzerà tutti coloro che lo leggono a prendere posizione, ma più importante, a compiere un' azione, magari anche un'azione diretta. 

La svolta chiave che il libro consente è quella di frantumare l'assurda nozione che l'impero degli Stati Uniti possa molto bene intromettersi e rubare le elezioni all'estero, ma non userebbe mai queste tattiche in casa. Il fatto che la famiglia Bush, con il loro patriarca George Herbert Walker Bush direttore della CIA, sia così inestricabilmente legata alla crescita del voto elettronico e improbabili risultati elettorali non dovrebbe essere sorprendente. Questo è perchè non è per coincidenza che lei inizia la sua storia delle irregolarità dei voti elettorali nell'anno in cui George H.W. Bush vince in New Hampshire e diventa presidente. 

L'influenza della famiglia Bush corrisponde al black box [2] , al voto non trasparente in America. Più abbiamo privatizzato i nostri software e hardware e li abbiamo chiamati “segreti commerciali”, meglio sono andati i candidati della famiglia Bush, contro ogni probabilità. Le loro vittorie presidenziali, con gli exit polls andando ben al di là dei margini di errore e predicendo le vittorie dei loro opponenti, verrebbero facilmente denunciati dagli osservatori elettorali in un Paese del terzo mondo.

Non c'è da stupirsi che quando la situazione si mise male, il segretario di stato repubblicano dell'Ohio J. Kenneth Blackwell ha rifiutato di far entrare gli osservatori degli Stati Uniti nelle cabine elettorali del Buckeye State [3] per verificare la veridicità del ballottaggio del 2004.

Crediamo che questo libro faccia più di qualunque altro nell'esporre i mali del voto elettronico. Le note finali da sole equivalgono a un grande passo avanti nel rivelare i crimini del voto elettronico privatizzato nella nostra nazione.

Dal momento che Al Gore e John Kerry si sono rifiutati, noi dobbiamo ora affrontare la realtà che fino a che il nostro processo di ballottaggio è dominato da macchine elettroniche, il risultato di ogni elezione può essere ribaltato da un governatore o segretario di stato con pochi colpi chiave a tarda notte. Considerando le centinaia di milioni che i ricchi e i super ricchi sono disposti a spendere per controllare il governo, dubitate che possano esitare per comprare un'elezione? 

Ciò che Marta Steele ha fatto è confermare molto oltre ogni ragionevole dubbio che finchè le macchine elettroniche sono al centro del nostro conteggio di voti, non c'è niente di simile alla democrazia negli U.S.A. Ciò che abbiamo invece è una aziendocrazia elettronica... proprietaria, misteriosa, anti-democratica e in vendita (o in affitto) al migliore offerente. La vera domanda è: ora che Marta ha reso tutto ciò perfettamente chiaro, cosa abbiamo intenzione di fare a riguardo?



Bob Fitrakis e Harvey Wasserman

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ILARIA GROPPI

NOTE

[1] Per “red shift” si intende la sistematica deviazione dei conteggi elettorali verso la parte conservativa (Repubblicana)
[2] Black box indica l'atto di votare con delle macchine elettroniche che non mostrano come operano per esempio con i software privati o diritti di proprietà.
[3] Buckeye State è il nome con cui è popolarmente conosciuto lo stato dell'Ohio

CICJ Books ha appena distribuito “Grassroots, Geeks, Pros, and Pols: The Election Integrity Movement’s Rise and Nonstop Battle to Win Back the People’s Vote, 2000-2008 “di Marta Steele. 

L'arte della guerra: l'arma del silenzio mediatico.


Global Research, ilmanifesto.it

Si dice che il silenzio è d’oro. Lo è indubbiamente, ma non solo nel senso del proverbio. 

È prezioso soprattuttto come strumento di manipolazione dell’opinione pubblica: se sui giornali, nei Tg e nei talk show non si parla di un atto di guerra, esso non esiste nella mente di chi è stato convinto che esista solo ciò di cui parlano i media. 

Ad esempio, quanti sanno che una settimana fa è stata bombardata la capitale del Sudan Khartum? L’attacco è stato effettuato da cacciabombardieri, che hanno colpito di notte una fabbrica di munizioni. Quella che, secondo Tel Aviv, rifornirebbe i palestinesi di Gaza. Solo Israele possiede nella regione aerei capaci di colpire a 1900 km di distanza, di sfuggire ai radar e provocare il blackout delle telecomunicazioni, capaci di lanciare missili e bombe a guida di precisione da decine di km dall’obiettivo. 

Foto satellitari mostrano, in un raggio di 700 metri dall’epicentro,  sei enormi crateri aperti da potentissime testate esplosive, che hanno provocato morti e feriti. Il governo israeliano mantiene il silenzio ufficiale, limitandosi a ribadire che il Sudan è «un pericoloso stato terrorista, sostenuto dall’Iran». Parlano invece gli analisti di strategia, che danno per scontata la matrice dell’attacco, sottolineando che potrebbe essere una prova di quello agli impianti nucleari iraniani. La richiesta sudanese che l’Onu condanni l’attacco israeliano e la dichiarazione del Parlamento arabo, che accusa Israele di violazione della sovranità sudanese e del diritto internazionale, sono state ignorate dai grandi media.

Il bombardamento israeliano di Khartum è così sparito sotto la cappa del silenzio mediatico. Come la strage di Bani Walid, la città libica attaccata dalle milizie «governative» di Misurata. Video e foto, diffusi via Internet, mostrano impressionanti immagini della strage di civili, bambini compresi. 

In una drammatica testimonianza video dall’ospedale di Bani Walid sotto assedio, il Dr. Meleshe Shandoly parla dei sintomi che presentano i feriti, tipici degli effetti del fosforo bianco e dei gas asfissianti. Subito dopo è giunta notizia che il medico è stato sgozzato. Vi sono però altre testimonienze, come quella dell’avvocato Afaf Yusef, che molti sono morti senza essere colpiti da proiettili o esplosioni. 

Corpi intatti, come mummificati, simili a quelli di Falluja, la città irachena attaccata nel 2004 dalle forze Usa con proiettili al fosforo bianco e nuove armi all’uranio. Altri testimoni riferiscono di una nave con armi e munizioni, giunta a Misurata poco prima dell’attacco a Bani Walid. 

Altri ancora parlano di bombardamenti aerei, di assassinii e stupri, di case demolite con i bulldozer. Ma anche le loro voci sono state soffocate sotto la cappa del silenzio mediatico. Così la notizia che gli Stati uniti, durante l’assedio a Bani Walid, hanno bloccato al Consiglio di sicurezza dell’Onu la proposta russa di risolvere il conflitto con mezzi pacifici. Notizie che non arrivano, e sempre meno arriveranno, nelle nostre case. 

La rete satellitare globale Intelsat, il cui quartier generale è a Washington, ha appena bloccato le tramissioni iraniane in Europa, e lo stesso ha fatto la rete satellitare europea Eutelsat. Nell’epoca dell’«informazione globale», dobbiamo ascoltare solo la Voce del Padrone. *
 


* Riferimento ironico alla sigla della casa discografica britannica His Master’s Voice, famosa in Italia soprattutto negli anni Trenta.

martedì 6 novembre 2012

Beppe Grillo e la questione dell'Euro (Populismo e Popolo bue)


DI ALBERTO BAGNAI
Goofynomics

da Linate

Sono molto stanco e, per motivi che saranno chiari leggendo, anche abbastanza disgustato dalla piega che le cose stanno prendendo, come credo lo siano molti di voi. Mi affatica soprattutto dover ripetere sempre le stesse cose, e mi sconforta la povertà culturale di certi dibattiti. Purtroppo sottrarsi ad essi non è possibile, per un motivo molto semplice.

La crisi dell’Eurozona è in primo luogo una crisi politica, è la crisi di un certo modello di politica: quello deliberatamente e dichiaratamente impostato sull’uso della crisi economica come strumento di coercizione, finalizzato a condure le masse dove le élites illuminate desiderano che esse vadano (guardate tutte le citazioni/confessioni nella discussione di questo post).

Quindi, alla divulgazione tecnica, che è uno snodo essenziale del ragionamento e nonpuò essere condotta con slogan “facilisti” (con buona pace del Donaldo furioso, che infatti si sta sgretolando), deve affiancarsi necessariamente una riflessione politica. Facilismo, ricordiamolo, fa rima con fascismo. Questo per l’analisi. Sarebbe poi bello poter affiancare alla riflessione una proposta politica... ma ora ne parliamo, appunto.
Ricevo da un giovine (con la ”i” di... fate un po’ voi) una simpatica lettera che vi riporto in extenso:

Salve Prof. Bagnai, da qualche mese leggo con piacere gli articoli pubblicati nel suo blog Goofynomics. Le sue teorie nei confronti dell’Euro, del Mes e del Fiscal Compact mi trovano completamente d’accordo e per questo volevo chiederle un’opinione su un tema che mi sta profondamente a cuore. Per fare questo le racconterò due storie.

Il protagonista della prima storia è un economista, bravo e attento nel suo campo. Da tempo ha capito che il fattore principale che sta alla base della crisi che sta attraversando l’Europa, ed in  modo principale alcuni paesi fra cui l’Italia, è stata la creazione dell’Euro che ha fatto sì che i paesi più deboli della periferia dell’eurozona non potendo più attuare politiche monetarie sovrane per ovviare alle loro debolezze (es. svalutazioni) devono svalutare i salari e attuare politiche di austerità per stare al passo con i paesi del centro. Conscio dell’importanza delle sue teorie fa di tutto per divulgarle attraverso il suo blog, le sue conferenze le sue apparizioni in televisione. Purtroppo per lui riesce a raggiungere un bacino di utenza ridotto e non riesce a far breccia completamente nell’opinione pubblica. Opinione pubblica che oltretutto è continuamente bombardata da messaggi pro-Europa dai media di regime che sostengono da sempre la linea dei governi in carica. L’economista agisce in maniera deontologicamente perfetta cercando di divulgare la verità a tutti quelli che lo ascoltano ma purtroppo non riesce a raggiungere la massa e non viene ascoltato. La maggior parte delle persone rimane così convinta delle sue idee e i governanti hanno gioco facile a proseguire con le loro politiche di austerità dietro alla scusa di “ce lo chiede l’Europa”.
La conclusione sarà l’aggravarsi della crisi e della condizione del popolo che a un certo punto sfocerà  in rivolte di piazza  e lotte aspre. L’economista non vedrà raggiunto il suo scopo e i suoi sforzi non verranno ripagati.

La seconda storia parla invece di un soggetto che ha molta influenza sulle masse. Lui non è un economista ma ha capito che c’è qualcosa che non va nell’Europa o meglio nell’Europa strutturata in questo modo. Lui vuole provare a cambiare la situazione, vuole provare a fare in modo che la popolazione possa riprendere in mano il suo destino e il suo futuro. Sa anche che la popolazione è continuamente bombardata dai media sul concetto di Europa unita, dal concetto di “ce lo chiede l’Europa”, dal concetto di “Stati Uniti d’Europa”. Lui sa che, forte del suo carisma, della sua popolarità e dei suoi messaggi potrebbe arrivare ai vertici della struttura politica del suo paese e quindi cambiare davvero la situazione. Ma sa anche la massa o meglio una gran parte della popolazione plagiata dai media non capirebbe il messaggio del  “No Euro a tutti i costi” e quindi che potrebbe  rischiare di perdere parte del suo consensus se lanciasse questo slogan e che quindi non riuscirebbe ad attuare un bel niente di quello che spera di fare. Questo soggetto decide allora di lanciare dei messaggi economici non troppo drastici, di critica all’Europa e di fiducia ai cittadini dicendo che saranno loro a decidere su tali temi tramite referendum. Questa strategia gli permette di mantenere un forte appeal nella popolazione, arrivando alle elezioni sostenuto da essa e riuscendo quindi a vincere le elezioni. In tal modo tale soggetto riesce a far entrare nelle istituzioni delle persone illuminate, come l’economista della prima storia che ho raccontato,  in maniera che tali persone possano davvero avere la possibilità di agire e cambiare le regole in maniera da uscire dalla crisi permettendo al popolo di risollevarsi.

Il secondo soggetto quindi ha agito in maniera più “commerciale”, più opportunistica se vogliamo, omettendo di dire a pieno la verità sull’euro ma è riuscito ad ottenere il suo vero scopo: inserire dentro le istituzioni delle persone che possano davvero cambiare la realtà.

Ecco, ho finito le storie. Se ha avuto la pazienza di leggerle fino in fondo avrà capito che io faccio parte del Movimento 5 Stelle, in particolare sono un attivista di Paperopoli. Io so che lei, e anche qualcun altro presente in rete, avete criticato le posizioni di Grillo sull’Euro, e che avete criticato il fatto che non abbia attuato una dura presa di posizione sull’argomento.

Ma come ha capito io penso che Grillo stia facendo bene a fare così, attuando un approccio più “commerciale” sull’argomento, un approccio che sarà sicuramente accolto in miglior modo da quella parte di popolazione che non ha la possibilità di informarsi in rete o che non ha il bagaglio culturale per capire certi argomenti.  Facendo così Grillo riesce a mantenere vivo il suo scopo che è quello di inserire persone oneste e competenti nei palazzi di poteri, come economisti del suo rango. E magari riuscirà a mettere anche persone rette nei luoghi in cui si riformerà la giustizia, la scuola, la sanità, il welfare, i trasporti….. come vede la battaglia sarà molto ampia e tratterà molti settori che vanno anche oltre l’economia.

Spero di non essere stato troppo contorto nelle mie spiegazione e sarei davvero contento di ricevere una risposta che mi potesse spiegare il suo punto di vista relativamente a quanto le ho scritto, in particolare modo sull’opinione che ho io del modo di agire di Grillo. 

Ne approfitto anche per dirle che noi del gruppo di Paperopoli stiamo nel nostro piccolo provando a fare opera di divulgazione sui problemi legati all’Euro e a tutte le sue implicazioni. Così come fa lei sul suo blog in maniera più allargata. Anche se lei non concorda in pieno con l’agire del M5s, noi saremmo davvero lieti e onorati di poterla ospitare in una serata di divulgazione a livello cittadino che stiamo organizzando per la fine di Novembre. Sarebbe davvero un bel modo per poter spiegare tali argomentazioni anche a chi non segue spesso il web o che non ha tempo e competenze per seguire continuamente questi argomenti. Mi faccia sapere qualcosa.

Intanto la ringrazio per l’attenzione.

Cordiali saluti


...aspetta a ringraziarmi, amico: aspetta di aver letto la mia risposta, che ho già dato e che quindi forse non capirai. 
Perché vedete, ormai è un appuntamento quotidiano: e un giorno Debora, un giorno Lidia, un giorno Paolo, un giorno Claudio (immaginate quale), tutti a dirmi quanto è bello il movimento liquido, perché sì, il vertice è opaco (come ho rimarcato qui) ma la base è tanto volenterosa e tanto onesta, e decide in un modo un sacco libbero, un sacco democratico e un sacco bbello. 

Premesso che mi sono rotto i coglioni (mind my French) di essere inquadrato nello stereotipo del professorino che non sa parlare alle masse e non si impegna politicamente, stereotipo che dice più su chi lo ripete che su quanto sto facendo, vorrei entrare nel merito del ragionamento dell’amico paperopolese. Un ragionamento semplicissimo: il popolo certe cose non può capirle, quindi non perdiamo tempo a spiegargliele, anche perché siamo in emergenza, il tempo è poco, le prossime elezioni sono decisive (ah sì?). Diciamo dunque al popolo che i problemi sono altri, quelli dei quali sente parlare dai giornali (debbitopubblicocastacoruzzzzionebrutto), così ci viene dietro, e poi, al momento opportuno, raggiunto il potere... sorpresa! Caro popolo, la verità è un’altra: il problema sono gli squilibri esteri e il debito privato! 

Oppure (meglio mi sento!): “Caro popolo, adesso decidi tu con un bel referendum nel quale sicuramente sceglierai la cosa giusta, dopo soli trent’anni di lavaggio del cervello a 90° gradi (con azzurranti ottici), e senza che noi abbiamo smosso un dito per farti capire come stanno le cose, a parte dar spazio sul blog che detta la linea politica del movimento alla rima in azzo e alla rima in demenza. Ma a questo punto saremo al potere, e comunque noi faremo la cosa giusta”.

Missione compiuta. 

Questo ragionamento, credo lo vediate, brilla per semplicità ed efficacia, ma non per originalità. Perché? Semplice: perché la Realpolitik del nascondere al popolo la “verità”, o dell’ostentare una “diversa verità”, per meglio condurlo dove si vuole, è esattamente la filosofia politica dell’euro. E quando dico esattamente, intendo esattissimissimissimamente. Infatti, se ci fate caso, c’è anche la logica dell’emergenza: “presto, diciamo la qualunque pur di arrivare al potere alle prossime elezioni, che sono decisive (ah sì?)” equivale a “presto, facciamo le riforme strutturali di corsa che c’è la crisi”. Sono piccoli dettagli che solo chi ha un orecchio musicale può apprezzare. 

Ma, come ci ricorda Satie : « Si la musique ne plaît pas aux sourds, même s'ils sont muets, ce n'est pas une raison pour la méconnaître ». E quindi facciamo attenzione a non méconnaître i fenomeni che abbiamo di fronte, fin che siamo in tempo.

Vedete, sopra, quando dico “verità”, intendo la “propria” verità, quella del politicante di turno: una volta Prodi, oggi Grillo. Se mi seguite da un po’, ricorderete che la mia personale e umile riflessione politica, alla quale da cittadino ritengo di avere diritto, dichiarando la mia incompetenza in materia, è partita proprio da qui: dal disgusto per il discorso di Aristide, per il paternalismo insito nella Realpolitik di chi ha occultato i costi dell’euro, sapendo esattamente che esso avrebbe provocato una crisi, e anzi desiderando usarla come strumento di governo, da chi sapeva che stava spingendo intere popolazioni ignare del nuoto dentro la piscina della crisi, fottendosene dei morti che poi ci sono stati. 

Morti, capite, morti, vite umane, cazzo! Gente che si è uccisa per la disperazione, e gente che si è spenta in povertà e dignità e della quale nessuno di noi ha mai saputo e mai saprà nulla. Chiaro? Se si ragiona così, partendo dal presupposto che la verità può essere occultata, travisata, accantonata, alla fine ci sono i morti. Va bene? Voi ve la sentite, come evidentemente se la sentiva Aristide, di caricarveli sulla coscienza? Do per scontato di no. E allora cerchiamo di capirci bene: in che cosa differisce l’atteggiamento di Aristide da quello dell’amico paperopolese? 

Secondo me in nulla. 

Qualche sprovveduto dirà: “Ma Bagnai, scusa! Er mortazza ci ha mentito per tirarci dentro, Grillo dice una ‘diversa verità’, ci parla di cose tutto sommato irrilevanti, come byoblu ha ben dimostrato e tu avevi detto, ma lo fa per tirarci fuori! Sono due cose evidentemente diverse, sei ingiusto, uno voleva la cosa sbagliata, l’altro la cosa giusta, non puoi confonderli”. 

Ecco, sì, va bene, allora tu l’euro te lo meriti. Tienitelo, finché c’è (per poco), che io parlo con gli altri.
Ci sono due evidenti cose che non vanno in questo ragionamento. 

Il primo problema 

Il primo problema è che la democrazia non è un contenuto, ma un metodo. 

Chi disprezza il popolo, come fa, senza nemmeno rendersene conto, chi dubita della sua capacità di comprensione, non è democratico. Non si può fare la cosa giusta nel modo sbagliato. Questa è esattamente la filosofia politica e operativa fascista dell’euro, filosofia che si è dimostrata fallimentare sul piano economico (devo spiegarvi perché?) e in fondo anche su quello politico. Qualsiasi appello al popolo che non parta da un impegno educativo forte è demagogico e fascista, oltre a essere déja vu

E il “popolo”, se per popolo intendiamo gli operai, gli agricoltori, gli artigiani, gli impiegati, insomma: noi, il popolo capisce, capisce e come, se gli parli. Questa è la mia esperienza. L’esperienza di gente che mi viene a ringraziare, dicendomi più o meno sempre la stessa cosa: “Noi sentivamo che era così, ma i nostri politici, i nostri giornali, erano compatti nel dirci il contrario, e pensavamo di esser noi a sbagliare”. Quindi temo non sia giustificato il disprezzo del popolo implicito in chi vuole condurlo con la tecnica del falso scopo, che andrà anche bene in balistica o in orienteering, ma non mi sembra consona alla democrazia.
Mi dispiace,  Paolo, io ti ho ammirato per il tuo coraggio e per la tua lucidità, e continuo a farlo, ma nella mia rozzezza, non potendo vantare competenze specifiche in filosofia della politica, non capisco come tu possa non vedere questo macroscopico problema di democrazia. Non si può dire: “intanto prendiamo il potere (o la Sicilia, o quel che l’è), poi si vedrà”. Non può funzionare così. Così funzionano quelli che disprezzo. E non me ne fotte niente se ragionando come ragiono io non si cambia la storia. La Storia non la cambiate nemmeno voi, col vostro metodo. Potrete incresparne la superficie, ma rimane il fatto che non avete un cambio di paradigma da proporre, salvo “er ueb”, non avete un’idea di come ci si tiri fuori operativamente da questo casino, non avete un’idea di quale patto proporre agli altri paesi europei per un nuovo percorso di integrazione che abbia un senso, percorso che necessariamente passa per una revisione della costituzione materiale economica del nostro continente, non avete un’idea di come trasmetterlo ai vostri elettori, ai quali siete costretti quindi a fare discorsi che mortificano la vostra statura intellettuale e morale.

Inutile dire (come Debora): “Arbe’, ma se Grillo parla dell’euro lo tritano, fallo fare, poi vedrai...”. 

Non ne sarei così sicuro. Intanto, se volessero/potessero tritarlo, lo farebbero già, visti i danni che arreca. Ma perché non lo fanno? Pensiamoci... 

In questo momento il potere, quello vero, sta giocando un gioco molto chiaro: screditare, con una serie di scandali a orologeria, tratti dallo sterminato archivio dei segreti di Pulcinella, l’intera politica italiana, direi proprio l’idea che in Italia si possa fare politica. Lo scopo è palese: accreditare l’idea che sia meglio lasciare il potere ai tedeschi, o almeno ai tecnici. E perché mai il potere dei tecnici dovrebbe tritare l’antipotere di Grillo? In fondo, quest’ultimo in realtà gli sta dando una grossissima mano nell’eliminare quel presidio di democrazia che è la classe politica. Presidio imperfetto, corrotto, inefficace, datato, tutto quello che vuoi, ma pur sempre presidio, se paragonato ai tecnocrati ineletti. Se ti vuoi togliere di mezzo i politici per lasciare le mani libere ai tecnici, cosa c’è di meglio di un simpatico e geniale invasato che attraversa a nuoto bracci di mare per sbraitare contro la politica corrotta? 

Magari Grillo non sta toccando l’euro semplicemente perché gli è stato chiesto di non farlo, perché il suo ruolo è un altro. Mi affretto ad aggiungere che credo e soprattutto spero che questa possibilità sia in effetti remota e che le cose non stiano così. 

Ma anche presumendo, come si deve fare, la buona fede, l’argomento dell’amico paperopolese (o di Debora) è comunque poco convincente, perché per dire una verità almeno parziale non c’è alcun bisogno di parlare dell’euro. Basterebbe non ripetere la menzogna propalata dalle élite europee, secondo la quale la colpa della crisi è tutta del debito pubblico. Basterebbe spiegare che chi sta fallendo sono famiglie e imprese (e banche), che quello che è lievitato è il debito privato, e che i movimenti internazionali di capitali sono stati un fattore dirompente molto più della castacriccacoruzzione, e che la colpa è delle banche private che hanno prestato in modo dissennato a debitori privati, perché avevano interesse a farlo. Non è un'idea mia, non è un'idea sovversiva: lo sarà in Italia, ma all'estero è è 'idea del tutto ovvia
Non ci vorrebbe molto a farla capire. 

Ripeto: il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta. Il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata, rinviando tutto a debitopubblicobbruttocastacriccacoruzzioneladriiiiiii.

Forse non è chiaro: il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata.

Per chi è rimasto, proseguo col secondo problema (il primo essendo che la democrazia non è un contenuto ma un metodo)

Il secondo problema

Il secondo problema di questa bella strategia two step (prima vado al potere dicendo cose inesatte o poco pertinenti, poi però faccio la cosa giusta) è che abbiamo già visto come va a finire: la strada sbagliata non porta mai nel posto giusto, con buona pace dei politici, dei politicanti, e dei loro consiglieri. Gli economisti lo chiamerebbero un problema di time consistency, Dante lo chiamava “lunga promessa con l’attender corto”, e sapete dove si va a finire in questi casi: al caldo! 

Mi spiego: posto che “la cosa giusta” sia gestire lo sganciamento dell’Italia dall’euro, intanto nessuno ci garantisce che una volta preso il potere sulla base di un messaggio distorto il movimento si adoperi per la “cosa giusta”. Attenzione: non sto presupponendo una intenzionalità truffaldina. Il fatto è che se tu vai al potere ululando debitopubblicobbruttocastacriccacoruzzioneladriiiiiii, poi è chiaro che se vuoi mantenere il tuo elettorato e un minimo di credibilità ti devi lanciare in politiche pinochettiane di riduzione del government footprint, di peso dello Stato nell’economia, che in questo momento è l’ultimo dei problemi. Devi insomma anche tu sposare l’austerità (sotto le nobili e mentite spoglie di lotta allo sprecocriccacastacoruzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione). Non ci son santi. Il problema, nel conquistare il potere con la menzogna, non è che uso fai del potere, ma è la menzogna, perché questa allontana per sempre la possibilità di un confronto veramente democratico, e condiziona chi la profferisce tanto quanto chi la subisce.

Se le cose non cambieranno, amico paperopolese, dovrai scontrarti con questa sgradevole verità: la rivoluzione, in questo momento, in Italia, la stanno facendo quelli come me, e sono sempre di più, che dicono la verità: mostrano i dati, riportano le analisi degli economisti internazionali, riportano le previsioni delle organizzazioni multilaterali e dei centri di ricerca più prestigiosi. Quelli come te forse (e dico, e spero: forse) stanno solo canalizzando il dissenso in un movimento fumoso e strumentalizzabile, del tutto compatibile con gli attuali assetti di potere. 

Sintesi 

E adesso io quello che dovevo dire l’ho detto. Chi lo voleva capire lo ha capito. Chi lo poteva capire lo ha capito. Chi non voleva o non poteva... pazienza! La palla è in campo ortottero. Giocatevela bene. Se la base è così liquida e democratica, se non è composta dai piccoli dr Livore antistato, fradici di invidia sociale e mentalmente svantaggiati al punto da non capire che la spesa pubblica è reddito privato, bene: questa base forse ora dovrebbe dare un segnale chiaro. Dite basta alle menzogne. Non permettete che di fronte al più colossale fallimento del mercato della storia dell’umanità vi si venga a ripetere che la colpa è dello Statodebitopubblicacastacoruzzzionemannnamoliaccasaaaaaaa. Non fatevi prendere in giro. 

Aggiungo che ringrazio molto l’amico paperopolese per la sua stima. Io vorrei ricominciare a vivere una vita più tranquilla, ma se mi scrivete vi do un’intera mailing list di merlettaie della sinistra pronte a passare sotto bandiera ortottera, dopo che avranno preso l’ennesima inevitabile sòla dai vertici del Partito di Destra o del partito Fognatore. Per i sottosegretariati c’è la fila, state tranquilli. Di economisti, al momento giusto, non mancherete (credo), e saranno anche eterodossi quel tantino che potrebbe piacere a voi. 

Ma se la rappresentazione della realtà che i vostri vertici propalano (lanciando il sasso e nascondendo la mano, in nome del “tutte le opinioni vanno ascoltate”) non dovesse cambiare nei prossimi giorni, be’, allora sapete che c’è: not in my name. 

E siccome è mio destino non essere originale, né nell'elaborazione teorica (come sempre sottolineo e mai viene capito) né in quella politica, vi regalo il commento dell’amico Alex al post di ecodellarete, un commento sintetico più del mio ed efficace più del mio: 

Ieri leggevo la letterina a Babbo Natale del Commovente Rabboni! Un discorso da far invidia al mitico “Aristide” di Bagnaiesca memoria! Poiché la gente non capisce un cazzo mentre noi sì, meglio un imbonitore da circo che continui ad impapocchiarli per bene naturalmente al fine di “inserire persone oneste e competenti nei palazzi del potere,” (questa poi, cazzo, presumo niente di meno che SanFrancesco, Ghandi, Martin Luther King, Sant’Agostino, e Maria Teresa di Calcutta (le quote rosa vanno rispettate);  se proprio poi la situazione risultasse  gravissima giocheremmo il Jolly facendo scendere in campo LUI, Gesù Cristo in persona) che un oscuro esegeta di provincia, che nell’esporre le “SUE TEORIE” (ripetuto 123 volte) si affatica a tentare di far percolar la “dura” verità nel Cranio refrattario della gente! 
Fantastico! Se questo è il futuro, Stamo in una botte de fero! 

Ecco, chissà perché, anche Alex, nel leggere l’amico paperopolese, ha pensato ad Aristide. Guarda caso, non sono solo, siamo in due. E forse anche più di due, se andate a vedere la discussione in ecodellarete. Che dite, lo facciamo uno sforzo? Vogliamo capire e dire che non ci sono mie teorie, ma eventualmente teorie di un paio di premi Nobel di passaggio? Vogliamo capire e apprezzare la differenza fra chi fornisce i dati e chi fornisce fuffa? Dai, proviamoci, che poi, vedrete, staremo meglio tutti. 

La verità è come la cicoria. All’inizio sembra amara, ma poi non puoi più farne a meno. Anche il vostro popolo sembra non possa più farne a meno. Ecco l’occasione giusta per capire se nel movimento comanda davvero la base. Buon lavoro, fateme sape’: a proposito di base "liquida", io devo fare il bagno ai pupi... 

E, come si dice a Roma, nel caso non ci vedessimo, speriamo sia per colpa vostra. Con la variante del mio amico di Montecompatri, il quale si congedava sempre da me con queste sagge parole: "Oggi ce semo, domani nun ce sei". Potrebbe anche valere per il gagliardo movimento. Mi dispiacerebbe, ma ho elaborato lutti peggiori. Nessun lutto è peggiore di quello della verità. PenZatece... 






lunedì 5 novembre 2012

La popolazione ottimale? 500 milioni.


QUESTA E' LA RISPOSTA UNANIME DEGLI AMBIENTALISTI EUGENISTI

DI JURRIAAN MAESSEN 
ExplosiveReports.Com 

Il Georgia Guidestones (nella foto), un monumento composto da lastre di granito disposte verticalmente a imitazione dei cerchi di pietre degli antichi Celti in Gran Bretagna e Francia, rappresenta un monito per noi, in questo momento particolare. Il monumento fu concepito e donato da un “ristretto gruppo di americani in cerca dell’Era della Ragione”: si tratta di una commemorazione degli antichi sacrifici offerti dalla classe sacerdotale dei Druidi per soddisfare l’insaziabile sete di sangue della loro divinità. 

Una delle frasi incise nel granito del Guidestones propone ad un’élite: “Mantieni l’Umanità sotto 500 000 000 in perenne equilibrio con la natura”, e di seguito: “Guida saggiamente la riproduzione, migliorando salute e diversità.” 

Cinquecento milioni di persone. La popolazione mondiale non deve superare questa cifra tonda, ideale secondo i demografi e gli ambientalisti di tutto il mondo. Rispetto agli otto miliardi di persone presenti sul pianeta, immaginarsi di scendere a cinquecento milioni equivarrebbe a ridurre la popolazione di almeno il 94% del totale. Negli Obiettivi per l’Umanità, il Club di Roma afferma che

“la popolazione ottimale deve essere compresa tra cinquecento milioni e un miliardo di individui perché si possa garantirne la sostenibilità.”

Il fondatore della CNN Ted Turner si è spinto ancora più oltre con il suo ideale di popolazione ottimale:

“Un totale di duecentocinquanta o trecento milioni di persone, ossia una diminuzione del 95% rispetto alle cifre attuali, sarebbe perfetto.”

Il cofondatore di Earth First, Dave Foreman, potrebbe incarnare il non plus ultra dei sociopatici amanti della morte nel momento in cui afferma:

“I miei tre obiettivi principali sarebbero di ridurre la popolazione umana a circa 100 milioni su scala mondiale, distruggere la infrastrutture industriali constatando in seguito il ritorno della natura selvaggia sul pianeta, con tutta la sua complementarietà e varietà di specie.”

Il 9 gennaio 1949, l’«Evening Independent» pubblicò un articolo intitolato Posterity begins at home (N.d.T.: I Posteri cominciano a casa), in cui l’autore narra a proposito di un uomo e una donna (George e Grace) che frequentano un corso di “popolazione mondiale: le cause e le soluzioni”. L’autore, Hal Boyle, riporta il dialogo tra i due protagonisti che si avviano verso casa:

“Grace credeva che il pianeta potesse sostenere in maniera adeguata una popolazione di 750 000 000 persone. George le spiegò gentilmente come mai fosse nel torto. La cifra esatta, affermò lui, era quella di 500 000 000 e che: «se la popolazione contasse altrettanti individui, ognuno sulla faccia della terra disporrebbe di pane, latte e bistecche: tutte le cose migliori che il pianeta ci offre. E non ci sarebbero motivi per farci la guerra, poiché a nessuno mancherebbe niente. Poco a poco dovremmo fare in modo di raggiungere il ragionevole numero di 500 000 000 di persone sulla terra.»”
In questo pezzo umoristico, redatto in un periodo di minore incretinimento, è evidente la critica dell’autore al movimento eugenetico nascente negli Stati Uniti d’ispirazione rockefelleriana: il racconto termina infatti con un’immagine di George e Grace, felici, e con sei figli. 

Ancora oggi persiste l’ossessione dell’espansione del genere umano entro limiti ben precisi relativamente al numero di individui presenti sulla terra. A giugno di quest’anno, un progetto di massima intitolato “Un pianeta, quante persone? Un’analisi della capacità di carico terrestre” e rilasciato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, cita nuovamente questa numerologia mistica che si riafferma in veste di livello ultimo e insuperabile che le élite si prefiggono di raggiungere, al di sopra del quale non verrà consentito l’accesso a nessun essere umano:

“analizzando le 94 diverse stime dei limiti della popolazione terrestre, questi vanno da un minimo di 500 000 000 a un massimo di 1 000 000 000 000 000 000 000.”

Sebbene tale progetto si affretti a mettere nero su bianco che “il risultato dei tentativi di definire un limite stazionario per una popolazione sostenibile sembri destinato all’incertezza”, gli autori spiegano:

“i modelli che dettano le dinamiche chiave della Terra possono servire da mappa per le scelte che avranno un impatto sul nostro futuro in quanto collettività (per quanti di noi che, alla fine, ci arriveranno).”

In altre parole: modellano questo o quel possibile scenario della cosiddetta “impronta umana” e il numero desiderato seguirà di conseguenza. Dobbiamo solo sperare che i loro computer che elaborano i modelli siano più in sintonia tra loro rispetto a quelli utilizzati dall’IPCC: questi ultimi calcolano le probabilità di un diluvio che dovrebbe sommergere il pianeta a causa del riscaldamento globale, oppure congelarlo improvvisamente a causa del raffreddamento globale, dipende di quale ambientalista eugenista si ascolta il parere. Un documento del 2010 intitolato Le risorse terrene, idriche ed energetiche limitate controlleranno la popolazione umana in futuro?, redatto dagli scienziati della Cornell University, propone senza alcuna esitazione l’abbattimento selettivo della popolazione attuale fino al raggiungimento della cifra di due miliardi. Il documento, inizialmente, fornisce un quadro pessimistico per l’umanità se non si attua il più rapidamente possibile una politica di abbattimento selettivo su scala mondiale:

“Per raggiungere l’obiettivo della riduzione della popolazione mondiale e ottenere la cifra ottimale di circa due miliardi in poco più di un secolo, dagli attuali 6,8 miliardi di individui, è necessario attuare una politica demografica che assicuri che ogni coppia abbia in media un solo figlio.”

Non è finita qui:

“Sebbene una rapida riduzione della popolazione fino ai due miliardi potrebbe causare problemi di ordine sociale, economico e politico, una crescita rapida e costante scaturirà una situazione disperata in cui si verificheranno gravi carestie ed epidemie.”

Da notare i tempi dei verbi condizionale e futuro piazzati accuratamente all’interno di questa frase. Ridurre il numero di individui sulla faccia della Terra potrebbe creare disagi, ma un’ulteriore crescita sarà catastrofica. Attraverso questa affermazione, gli autori fanno eco alla minaccia neomalthusiana: “la popolazione deve ridursi, altrimenti…”. Infine, gli autori affermano:

“Dobbiamo evitare che la popolazione continui ad aumentare oltre i limiti delle risorse naturali terrestri, poiché ciò porterà inevitabilmente ad un aumento delle malattie, alla malnutrizione e a violenti conflitti per accaparrarsi le risorse limitate.”
Simili avvertimenti pronunciati da Malthus nel XIX secolo e da Paul Ehrlich nel XX non si sono ovviamente rivelati altro che delle insulsaggini, sebbene l’ultimo autore menzionato mantenga, ad oggi, la sua presa di posizione. Questa razza di ambientalisti-eugenisti (per usare un termine coniato da Aaron Dykes nel 2007) si trascina dietro un’enorme zavorra. 

Anche un’organizzazione che si autodefinisce “la comunità mondiale” è ammaliata dal numero 500 000 000:

“La Comunità Mondiale propone una politica globale severa a scopi benefici, altrimenti la situazione andrà a deteriorarsi. In pratica, una popolazione di dieci o dodici milioni di individui sarebbe scomodamente alta e metterebbe alla prova le risorse mondiali. Ma qual è dunque la popolazione ottimale in termini quantitativi? Quale dovrebbe essere il nostro obiettivo? Una popolazione dovrebbe essere abbastanza esigua da essere sostenibile a tempo indeterminato lasciando così un ampio margine di manovra sia all’uomo che alle altre forme di vita. Dovrebbe però essere anche abbastanza numerosa da garantire la formazione di civiltà sane. Proponiamo una popolazione mondiale di 500 000 000 di persone.”

Di nuovo questi 500 000 000. Cos’ha questo numero (il 5) che rende così rabbiosi gli ambientalisti eugenisti? Secondo la tabella mistica dei numeri, il 5 rappresenta l’equilibrio, il bilanciamento, e via dicendo, ma corrisponde esattamente alla scritta incisa sul Guidestones, che recita: “Mantieni l’Umanità sotto 500 000 000 in perenne equilibrio con la natura.”

Equilibrio. Ordine. Queste sono parole utilizzate da tiranni che credono di essere destinati a regnare sull’umanità. Secondo lo studioso Alan Roper, nel suo saggio Eugenetica Antica del 1913, il numero scelto (il 5) sembra che abbia una sorta di significato mistico:
Roper spiega che

“[…] c’è il quesito dei numeri della popolazione. Non è la concezione dell’Eugenetica che porta indubbiamente al limite di 5 040: vi è un certo elemento malthusiano, nonché il vero pregiudizio di una dottrina mistica dei numeri.”

Mentre scrive dell’ossessione degli eugenisti con i limiti fissi riguardo alle cifre della popolazione, Roper cita Platone, uno dei primi ad aderire alla “dottrina mistica dei numeri”:

“[…] egli (Platone) fisserebbe la popolazione dello stato ad un massimo di 8 000 individui. Affinché questo equilibrio statico possa essere raggiunto, i guardiani hanno il compito di regolare la quantità delle unioni matrimoniali”.
Roper cita anche il libro di William Bateson Biological Fact and Structure of Society (N.d.T.: Le realtà biologiche e la struttura sociale), in cui si spiega che è possibile stabilire la popolazione ad un livello ideale soltanto attraverso la misurazione del “quantitativo energetico” della Terra, evitando che “si formi uno strato troppo spesso di protoplasma umano sul pianeta”:
“È un dato di fatto che, ad oggi, dovrebbe esistere lo sforzo da parte di organizzazioni sociali esitanti di fissare un numero ottimale, e non un numero massimo. Quella che tra l’altro è la tacita ambizione di molti pubblicitari, ossia ricoprire il pianeta con uno spesso strato di protoplasma umano sulla superficie terrestre, risulta essere una pazzia sconsiderata alla luce di conoscenze e considerazioni naturali.”

Nel saggio redatto nel periodo che precede la prima guerra mondiale, Roper afferma che “vi è una tendenza naturale che limita il numero della popolazione rispetto al quantitativo energetico che la Terra può fornire. Tra le classi intelligenti di una comunità civilizzata, questo viene effettuato attraverso il controllo riproduttivo.” 

Torniamo per un attimo alla seconda incisione sul Georgia Guidestones: “Guida saggiamente la riproduzione, migliorando salute e diversità.”

Il concetto eugenetico completo di “popolazione ideale” è stato formulato tempo addietro, più precisamente nel XIX secolo, ed è stato a sua volta la continuazione dei ben più antichi principi di infanticidio. Ancora oggi l’élite mondiale, ossessionata dalla numerologia, continua a muovere avanti e indietro le pedine della popolazione in nome dell’ambiente. 




Traduzione per www.Comedonchisciotte.org a cura di ELISA BERTELLI

domenica 4 novembre 2012

Il Governo del Bilderberg


DI IDA MAGLI
italianiliberi.it

L'Europa è ormai tutta felicemente conquistata. Il programma messo a punto dalla società segreta Bilderberg nella riunione del maggio 2009 è stato quasi del tutto realizzato. Diciamo meglio: dato che la parte più difficile e tuttavia indispensabile era quella riguardante la liquidazione delle nazioni d’Europa, essere riusciti a impadronirsene è il segnale che ormai l’opera è al sicuro, nulla potrà più ostacolarne il completamento. Le bandierine del Bilderberg sventolano allegramente sui colli e le torri europee più importanti. La Banca centrale europea ne è per certi aspetti il capolavoro.

Attraverso la Bce il Bilderberg ha in mano la vita di quasi tutti gli Stati che, con una decisione illegittima e assurda dei loro governanti, hanno rinunciato a battere moneta e si sono consegnati alla volontà di coloro che ne sono i padroni (partecipanti al patrimonio): Beatrice d’Olanda, il principe Constantjin, Sofia di Spagna, Philippe del Belgio, David Rockfeller,  Filippo di Edimburgo, Mario Draghi (in quanto partecipante della Banca d’Italia), tutti membri del Bilderberg e presenti alla riunione del 2009. Le partecipazioni degli Stati sono in percentuali minime e forse servono, oltre che a salvare le apparenze, anche a ricompensare i politici per la loro rinuncia alla creazione e alla gestione della moneta.

Cosa avevano deciso i membri del Bilderberg nella riunione del 2009? Volendo raggiungere come meta finale la realizzazione di un’unica civiltà planetaria, ne erano state predisposte le tappe (ormai per quanto riguarda l’Occidente quasi raggiunte): la distruzione delle identità nazionali, da perseguire attraverso la sovversione dei valori che vi si fondano e l’eliminazione dei singoli Stati; il controllo centralizzato di tutti i sistemi educativi di cui l’avvio è stato dato in Europa con il Trattato di Maastricht e la cosiddetta “armonizzazione” dei programmi scolastici; il ripudio delle discipline storiche e del loro insegnamento in quanto possibile ostacolo nei giovani all’accettazione del Nuovo Ordine Mondiale e al superamento psicoaffettivo del valore della patria, della tradizione, dei costumi in tutti i campi; il controllo delle politiche interne ed estere, come già avviene in Europa attraverso l’esame preventivo delle finanziarie e i vari trattati sui confini, sull’immigrazione, sull’uguaglianza dei diritti; una lingua unica, che è quella già in uso e che a poco a poco tutti sono obbligati ad adoperare: l’inglese. Il perno sul quale i bilderberghiani si fondano in tutti i loro progetti è però sempre quello finanziario visto che, tramite le banche e le speculazioni di Borsa, riescono a guidare concretamente ogni tipo di politica riducendo a propri esecutori gli uomini di governo dei singoli Stati. 

L’instaurazione di un mercato unico e di una moneta unica è quindi la meta più importante; ma essere riusciti, con la creazione dell’euro, a eliminare quasi tutte le monete europee rappresenta la loro vittoria più significativa in quanto segnala che il progetto finale è sulla via del traguardo. 
Di fatto tutta l’operazione “Unione europea” è stata pensata come una specie di esperimento la cui riuscita avrebbe confortato i progettisti nel proseguire sulla stessa strada. Nessuno creda che le crisi finanziarie, l’impoverimento dei popoli, l’eccesso di tassazione, siano per il Bilderberg segnali negativi, tutt’altro: era programmato che sarebbero stati questi gli strumenti con i quali giungere alla meta. Come abbiamo potuto vedere attraverso quello che è successo in Italia, il colpo di forza con il quale un banchiere è diventato capo del governo ha avuto come “giustificazione” il crescere del debito, il differenziale sempre più alto con i titoli tedeschi; ma per chi è padrone del gioco di Borsa provocare tali squilibri è facilissimo, tanto più quando i manovratori sono d’accordo sul da farsi essendo tutti membri del Bilderberg o dei suoi rami più importanti, quali la Trilateral Commission e l’Aspen Institut: Mario Monti, Mario Draghi, Giorgio Napolitano, Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi, José Barroso, Giuliano Amato, Vincenzo Visco, Enrico Letta… Tutti nomi citati più volte e da diversi autori, oltre me, negli anni scorsi, quali per esempio Daniel Estulin con il suo “Il Club Bilderberg” pubblicato nel 2005, Marco della Luna con “Euro schiavi” anch’esso del 2005, Elio Lannutti  con “La repubblica delle banche” pubblicato nel 2008, senza che nessuno li abbia mai smentiti. 

Dunque possiamo constatare che tutte le previsioni si sono avverate: gli Stati d’Europa hanno perso la sovranità, l’identità, le loro ricchezze e quelli più difficili da domare a causa della loro creatività, del loro attaccamento alla propria storia, alla propria indipendenza, quali la Grecia, l’Irlanda, la Spagna, l’Italia, sono stati ridotti, tramite la pressione sui titoli sovrani, a dipendere dalla “generosità” dei banchieri con una nuova, orribile immagine di sé, quella di “mendicanti”, di possibili ladri cui è pericoloso prestare soldi se non danno se stessi e i propri figli in garanzia. 

I banchieri hanno adesso finalmente raggiunto il loro ultimo scopo: darsi la mano diventando interscambiabili con i politici e proclamando così apertamente che è iniziata una nuova era: il Regno dei Banchieri. Avevo scritto due anni fa, nella Dittatura europea, che avrei creduto a questa ricostruzione, che pure ero stata io stessa a fare con puntigliosa, scrupolosissima ricerca, il giorno in cui avessi visto i banchieri mettersi al posto dei politici. E’ proprio quello che è avvenuto. Ed è avvenuto - cosa incredibile - con l’aiuto, la complicità dei politici. Ho tante volte interrogato negli anni scorsi i maggiori leader del mondo politico, religioso, industriale, giornalistico sul perché avessero accettato in silenzio di uccidere se stessi, insieme all’ Italia, senza riuscire ad avere una risposta. 

Oggi però non possono continuare a tacere e consegnarsi alla storia come dei vigliacchi traditori della propria nazione e del proprio popolo. E’ indispensabile che si scuotano dalla passività nella quale sono sprofondati e si convincano che la desertificazione attuale dei partiti, l’assenteismo e il ripudio degli elettori, perfino la corruzione che ha invaso tutte le istituzioni, sono la conseguenza di questo tradimento perché nessuno ha più davanti a sé una patria da difendere, un valore collettivo in cui credere, un futuro in cui sperare e da costruire per i suoi figli. 




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