di Francesco Salistrari.
Oggi
vorrei parlare della Siria e del dramma che ormai da due anni
il popolo siriano sta vivendo sulla propria pelle.
In
questi due anni, ho letto molto sulla Siria, sulla guerra, i ribelli,
Assad, le strategie internazionali, gli interessi che si
muovono intorno a quella che definirei una vera e propria “guerra
sporca”. Così, dopo due anni in cui la mia attenzione è stata
attratta da questa tragedia, tra le tante cose che ho potuto
apprendere ne ho dedotto un'unica e sola certezza: la confusione. In
realtà sulla Siria e quello che sta succedendo, si sa ben poco e
quel poco che si sa è tutto e il contrario di tutto.
A
differenza infatti di altre guerre e di altre tragedie di questi
anni, in cui erano molto più nette sia le ragioni della guerra sia
gli interessi che si muovevano intorno ad essa, per quanto riguarda
la Siria, la situazione è molto più nebulosa e foriera di sviluppi
nefasti.
Vorrei
dunque condividere con voi alcune considerazioni a cui sono giunto
nell'analisi della tragedia siriana, considerazioni che,
nell'alternarsi di posizioni, fatti acclarati o meno, dichiarazioni e
atti ufficiali, sembrano presentarmi un quadro meglio definito della
situazione.


Gli
attori internazionali che si muovono in Siria, contro il regime di
Assad, è presto detto, sono Turchia, Israele e
naturalmente Stati Uniti (con molta cautela). Poi ci sono i
paesi arabi, come la monarchia Saudita dei Saud (armata fino
ai denti anche da un recente contratto multimiliardario con gli Stati
Uniti) e il Qatar. E naturalmente Russia e Cina.
Entrambi
paesi a maggioranza “sunnita”, Arabia Saudita e Qatar, in realtà
non vedono nella caduta di Assad solo una “rivincita” sunnita, ma
anche un allargamento delle proprie prerogative per l'espansione dei
propri affari commerciali (in particolare il Qatar ha interesse
all'esportazione delle proprie eccedenze di gas). Turchia ed Israele,
dal canto loro si muovono su direttrici diverse. La Turchia, nel
tentativo di porsi come il crocevia dei traffici internazionali di
materie prime verso l'Europa, Israele nel contenimento
dell'influenza iraniana sull'area e la riduzione della minaccia degli
Hezbollah libanesi (armati e finanziati da Iran e Siria).
In
questo quadro si inseriscono un Iraq dilaniato e politicamente
instabile, a guida sciita e tendenzialmente filo-siriano, ma con
tutte le cautele del caso visto il tallone di ferro americano (non
tanto più militarmente, quanto sulle riserve strategiche), ma
soprattutto la questione kurda che irrompe anche nel caos
siriano, con posizioni differenziate dal resto del “fronte ribelle”
e in molti casi neutrale nei confronti di Bassar 'al Assad che ha
capito che la sua unica speranza di restare in sella è sicuramente
quella di dividere quanto più possibile la compattezza del “fronte”.

Dunque
il “fronte dei ribelli” riunito solo “ufficialmente”
all'estero sotto la bandiera dell'Esercito
Libero Siriano,
riconosciuto tra
gli altri dalla
Turchia, da Francia
e Gran
Bretagna,
in realtà è un mosaico di sigle e di gruppi armati che ricevono
aiuti da un bel nutrito gruppo di paesi, tra cui gli USA, che
ufficialmente temono l'affermarsi all'interno del fronte dei gruppi
jihadisti e salafiti e quindi sembrano essere molto prudenti. In
realtà sono ormai mesi che le componenti più democratiche e laiche
dell'Esercito Libero Siriano, denunciano penuria
nei rifornimenti
che si accaparrerebbero i gruppi islamici più intransigenti. Il che
fa pensare che in realtà i
servizi di intelligence occidentali (presenti
sul territorio) in
qualche modo sono disposti a tollerare
questi gruppi per una serie di ragioni. Una certamente di ordine
militare: i gruppi jihadisti sono più organizzati, leali e
addestrati, quindi più efficaci militarmente e inoltre sono gli
unici che utilizzano
gli
“attentati kamikaze”, micidiali per le forze lealiste di Bassar
'al Assad. L'altra di ordine propriamente politico: la
componente
dei ribelli di
ispirazione più democratica e moderata, non ha né le forze nè
le competenze militari, né una
presa sociale tale da garantire un “trapasso” ad uno Stato
democratico di stampo filo-occidentale. Anzi il rischio che una
“nuova” Siria democratica sia comunque ingestibile per gli
interessi americani, è presa in seria considerazione. Al contrario
il
caos derivante da una vittoria
jihadista,
potrebbe
diventare il pretesto per un
intervento diretto o dell'ONU
o degli USA stessi per “pacificare” la Siria. Non avendo infatti
la possibilità di instaurare un governo filo-occidentale
proprio per la frammentarietà del “fronte ribelle” e
l'impossibilità di influire politicamente sul corso del dopo Assad,
l'opzione del caos jihadista sarebbe preferibile, anche se le
incognite e i rischi derivanti da questa opzione restano
tantissimi.
Tra
l'altro per gli Stati Uniti è oltremodo complicato influire sui
finanziamenti che arrivano dall'Arabia Saudita e dal Qatar ai
ribelli, finanziamenti che in questa fase della guerra civile i
gruppi jihaidisti sono più scaltri degli altri gruppi ad
intercettare, anche
per le reti salafite e jihadiste che operano in quei paesi.
E'
per questo motivo che è stata tracciata quella che la Casa
Bianca
ha definito la “linea
rossa”
come discrimine
ad
un intervento militare diretto nel teatro di guerra in stile libico
(o iraqueno), vale a dire l'uso
di armi chimiche
da parte del regime alahuita di Assad. Questo perchè gli USA
vogliono ternersi aperta l'opzione militare diretta qualora si
verificassero i seguenti scenari: o i ribelli vengono
sconfitti
militarmente dall'esercito siriano lealista, o la situazione
derivante da una vittoria dei primi diventerebbe ingovernabile e una
transizione filo-occidentale non sarebbe possibile. Quindi, da questo
punto di vista c'è da aspettarsi di tutto.
E
Cina e Russia?
La
Russia in questo momento sta a guardare, anche se già in
passato il suo sostegno ad Assad non è stato mai nascosto, sia in
termini logistico-militari, sia in termini politici (nel Consiglio
di Sicurezza dell'ONU, per fare un esempio). Ma il sostegno della
Russia, per ragioni tattiche, non è legato alla figura di Assad in
quanto tale, quanto più alla funzione di cuscinetto alle aspirazioni
di dominio di Israele e alla minaccia che queste rappresentano per
l'Iran. In questo contesto, la Russia, cerca in tutti i modi di
recuperare, grazie all'opera di mediazione (e all'appoggio al regime
alahuita), un ruolo chiave nell'area mediorientale, ruolo smarrito a
partire dalle guerre irachene e che il potere russo vuole
assolutamente recuperare. Inoltre è assolutamente vitale per la
Russia difendere le posizioni più moderate all'interno dei vari
paesi mediorientali, in quanto una brusca svolta dei paesi arabi nel
“sunnismo” filo-occidentale (o quantomeno autoreferenziale),
potrebbe seriamente minacciare la leadership russa sulle forniture di
gas in Europa. Da questo punto di vista, la Siria è determinante. Il
problema russo, però, è rappresentato essenzialmente dalla sua
debolezza. Perchè per essere realmente in grado di svolgere un ruolo
di primo piano in medioriente, “perdere” la Siria (e di
conseguenza mettere in difficoltà ancora maggiori l'Iran), sarebbe
una brutta botta. E' dunque per questo che la Russia, promotrice
della Conferenza internazionale di Ginevra in programma
per giugno di quest'anno, vuole giocare un ruolo da protagonista. A
questo proposito ha alzato il tiro schierando una flotta di navi
da guerra nel cuore stesso del mediterraneo (con
“compiti di routine ma anche di missioni da combattimento nel
teatro mediterraneo”, qui)
e fornendo un contingente di
missili “Jackhont”
direttamente al regime di Damasco. La Russia, quindi, seppur ancora
debole rispetto alle reali esigenze strategiche da difendere, mostra
i muscoli e lo fa in un momento cruciale della “partita” siriana,
il che mette gli USA di fronte ad un bel dilemma, ancora più
difficile da sciogliere.
La
Cina dal canto suo, con una “fame energetica” a due cifre,
sta alla finestra a guardare gli
sviluppi della situazione, cercando
di salvaguardare il proprio rapporto privilegiato con la Russia (con
cui ha stipulato degli accordi decennali di rifornimento di gas e
petrolio), ma guarda con estrema attenzione al medioriente
appoggiando nei consessi internazionali le posizioni russe, più per
opportunità politica che per reali capacità di mediazione. Inoltre
la politica espansiva in Africa (nel ramo dell'estrazione,
agricolo, acquisto di terre, investimenti infrastrutturali), potrebbe
essere un buon escamotage, qualora il medioriente “cada”
totalmente in mani occidentali. A quel punto la partita energetica
mondiale comincerebbe seriamente ed il gioco diventerebbe duro, con
il mondo che si polarizzerebbe nello scontro Occidente-Oriente con
interessi divergenti e competitivi, in modo più marcato rispetto ad
oggi (la fine della globalizzazione mondiale?).
Questa
ultima eventualità, l'Occidente, dilaniato dalla più grave crisi
economica dal dopoguerra ad oggi, può permettersela?
Ecco
che dunque la guerra siriana appare in tutta la sua importanza e la
sua possibile funzione destabilizzante degli scenari mondiali
abbastanza evidente. I rischi di una conflagrazione dell'area in una
guerra generalizzata appaiono dunque non troppo peregrini, anche
perchè le variabili in campo sono tali e tante, da lasciare aperto
qualsiasi sviluppo, non ultimo (e impossibile) quello di uno scontro
mondiale.
La
situazione dunque appare delicata e chi, come l'Europa, ha riposto
grandi speranze nella Conferenza di Ginevra, potrebbe essere
fortemente deluso, perchè gli interessi in gioco appaiono
difficilmente conciliabili a meno di pesanti rinunce degli attori in
campo. Il che, da una parte e dall'altra, presuppone un fortissimo
contenimento dei propri interessi.
L'Occidente
è disposto davvero a fare un passo indietro e a cercare una reale
soluzione pacificatoria per il medioriente? Il rafforzamento di Cina
e Russia, è un pegno troppo alto da pagare? O questo presupporrebbe
un'indebolimento occidentale troppo ingente?
La
verità è che il Medioriente in questo inizio di 2013 appare sempre
più come una pentola a pressione a cui si è inceppata la valvola di
sfogo. Quando salterà il coperchio?
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