giovedì 31 marzo 2016

La teoria della Global Class (Classe Possidente Globale).

Classe sociale è la strutturazione gerarchica di uno strato della popolazione in un raggruppamento abbastanza omogeneo, sia da un punto di vista economico (lavoro, casa, vestiario), sia sul versante culturale (livello di istruzione, titolo di studi, cultura generale).


di Francesco Salistrari




Ricomposizione transnazionale di classe.


Il tramonto della borghesia come “classe dominante” (in regime capitalista), è un lungo processo storico, politico ed economico che si è compiuto da qualche decennio, ma che affonda le sue radici negli albori stessi del capitalismo.

Il capitalismo fu sin dall’inizio un “movimento sociale” a grandissimo carattere internazionalista. La formazione di tutta una serie di “borghesie nazionali”, intorno al sorgere politico dello “Stato Nazione”, inteso come “nume tutelare” degli interessi di classe nazionali (imperialismo), fu fin dal principio accompagnata dalla “nascita” di una sorta di “classe borghese transnazionale” che si espresse attraverso varie forme ed organizzazioni, una delle quali può essere rintracciata sicuramente nella cosiddetta “haute finance” di ottocentesca memoria.

Questa classe sociale nascente, benchè suddivisa comunque al suo interno su linee di classe a “base nazionale”, ha sin da subito assunto una chiara fisionomia cosmopolitica, cioè di “politica” (polités) applicata al “mondo” (cosmos). Nella sua visione aperta delle relazioni economiche umane, questa classe sociale, ha infatti espresso i suoi interessi travalicando spontaneamente le diversità culturali e formandosi spontaneamente all’interno di qualsiasi contesto, divenendo interlocutore globale di interessi seppur di matrice “locale”.

Nelle dinamiche storiche intercorse, dalla nascita di questa “classe globale”, le contraddizioni sistemiche e sociali scaturenti dallo sviluppo del capitalismo, fecero di questa classe ciò che Smith fece della “mano invisibile” per il mercato. Cioè vale a dire, all’interno delle contraddizioni nazionali e dello scontro per il controllo delle risorse planetarie, questa classe “sovranazionale”, sovente ha “spostato” i suoi interessi apparentemente in modo funzionale a particolari interessi “nazionali”, ma in realtà ai propri. Gli accordi commerciali, gli investimenti, i finanziamenti, tutta la massa monetaria che questa classe è riuscita a spostare nel mondo nel corso degli ultimi 200 anni, ha in qualche modo sempre contribuito a determinare in maniera fondamentale, gli eventi storici e gli scontri internazionali.

Un metodo capace di gettar luce su questa dinamica, può facilmente essere rintracciato individuando, nei vari tornanti storici, gli spostamenti di capitale mondiale. Cioè, allo stesso modo di come un magistrato che indaghi su un reato, per scoprire i mandanti, gli esecutori e gli eventuali fiancheggiatori, segue la “scia del denaro”, così individuando i flussi finanziari, si individuano un modus operandi e dei “colpevoli”.

Questo per il semplice fatto che l’allocazione delle risorse che questa “classe globale” storicamente ha determinato, è stata capace di spostare gli equilibri politici e sociali di intere aree del pianeta contemporaneamente.

Oggi, con l’avvento del capitalismo globale (finanziarizzato), il peso sociale, economico, politico e militare di questa classe, di fatto, si è enormemente accresciuto, tanto da configurare una nuova sovranità che soppianta, nelle dinamiche del potere, la sovranità dello “Stato nazionale”, un nuovo spazio politico decisionale, capace di indirizzare le scelte di qualsiasi contesto nazionale o regionale.
La capacità di “spostare”, attraverso i mezzi tecnologici moderni, i propri interessi aldilà di qualsiasi confine linguistico, culturale, politico, permette una composizione di classe mai sperimentata in passato. Questo significa che esiste, a partire da un certo momento storico (che cercheremo di individuare in seguito), una nuova dimensione politica.

Ogni classe sociale, storicamente esistita fin qui, ha infatti fondato la propria dimensione politica. Tale dimensione politica, rifletteva la struttura produttiva del tempo e i rapporti sociali ad essa sottesi.
Oggi, la struttura produttiva mondiale (multinazionale) e i nuovi rapporti sociali nati dal crollo della divisione in blocchi del mondo, hanno generato la creazione di una nuova dimensione politica occupata appunto dalla classe globale.

Questa nuova dimensione politica si esprime, naturalmente, attraverso una nuova dimensione ideologica che permea il contesto culturale globale, colonizzando l’immaginario collettivo di sempre più grandi masse di individui. L’unificazione dell’immaginario collettivo non più su basi nazionali e/o regionali, bensì globali, è probabilmente un fenomeno originale, nella storia del mondo, ma se è possibile oggi, lo è essenzialmente perché è solo da qualche decennio che la classe sociale globale ha instaurato una propria dimensione politica autonoma.

Se infatti in passato, molto più di oggi, la mediazione degli interessi della “classe borghese transnazionale” doveva avvenire per ragioni di forza (rapporti) su canali più strettamente nazionali (quindi gruppi nazionali, espressione di interessi di classe nazionali), quindi delimitando fortemente la propria capacità decisionale e politica, oggi, con la modificazione della funzione dello Stato (storicamente esistita), essa si è spostata da ambiti “nazional pubblici”, ad ambiti “internazionali privati”. All’interno della mediazione internazionale privata, con tutte le sue sfaccettature e le sue contraddizioni, la dimensione decisionale politica, assume sempre più carattere “privatistico”, cioè non determinata da dinamiche pubbliche (democratiche, collettive e/o nazionali) e che impone la propria trasversalità ideologica a tutto l’orizzonte sociale mondiale.

Una delle caratteristiche attraverso cui si può individuare questa classe sociale globale, si esprime attraverso le nuove forme di proprietà che lo sviluppo capitalistico degli ultimi decenni ha determinato. Analizzando infatti la struttura delle imprese multinazionali, delle banche e della finanza mondiale, i nuovi istituti di proprietà sorti dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, prefigurano l’esistenza di una classe possidente globale.

Possidente nel senso letterale del termine.

Tutto ciò che rientra nella categoria socialmente ampia di “merce”, le appartiene. In un’epoca storica in cui la “mercificazione dell’esistente” è un processo il cui grado di sviluppo conosce oggi vette storicamente mai sperimentate, le “proprietà” di cui dispone la classe possidente globale sono talmente estese da occupare la quasi totalità dell’orizzonte esistenziale moderno.

Osservando le ramificazioni dei titoli di proprietà delle imprese, delle aziende, dei titoli azionari, dei consigli di amministrazione (compresi quelle delle grandi banche di investimento, delle banche centrali e degli istituti finanziari), appare evidente come questa classe possidente globale, controlli (più o meno totalmente):

•             Il denaro;
•             La forza lavoro;
•             Le risorse (energia, acqua, minerali, terra ecc.);

Se questo, per le classi possidenti storicamente esistite, avveniva semplicemente su basi nazionali e/o regionali, oggi avviene su scala globale.

La struttura sociale di questa classe possidente globale, si costruisce su base piramidale, attraversata da settori intermedi.

Questo ampio settore sociale globale, rappresenta la cuspide della piramide sociale mondiale. Immediatamente sotto a questo livello, esiste il livello cosiddetto “statale nazionale”, vale a dire, un livello intermedio di classe, che si esprime attraverso linee di classe nazionali, ma in posizione subordinata. La base della piramide è rappresentata da quella che si potrebbe definire “Società bassa”: l’insieme delle masse “produttrici e consumatrici”.

All’interno della Società Bassa, sussistono, com’è naturale, settori intermedi che fungono da collante sociale verso l’alto.

Il Potere politico e la funzione dello Stato.

Come tutte le classi possidenti della storia, anche la Classe Possidente Globale, detiene il potere politico ed esprime tale potere attraverso proprie Istituzioni. Una di queste istituzioni rimane lo Stato Nazionale, che ha completamente mutato la propria funzione rispetto a ciò che ha storicamente rappresentato sino a questo momento.

Il vasto processo denominato “erosione dello stato nazionale”, è un processo storico, sociale e politico che affonda le sue radici nei mutamenti strutturali avvenuti durante il corso degli anni ’70 del novecento a livello globale.

L’emergere del “neoliberismo” come teoria economica fondante dell’azione Statale, in occidente, ha determinato una lenta ma progressiva erosione delle prerogative dello Stato in quanto istituzione di potere, in quanto cioè a dimensione politica (decisionale). Questa erosione, è avvenuta attraverso tutta una serie di mutamenti sociali, giuridici, finanziari che il processo che si è avviato dagli anni ’70 in avanti, ha portato sempre più i luoghi decisionali politici da una dimensione “nazionale” (imperialistica), ad una sempre più internazionale. La nascita di istituzioni transnazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, le Banche Centrali sganciate dal controllo pubblico (e dalla proprietà pubblica), la nascita di unificazione commerciale di intere regioni (NAFTA, COMUNITA’ EUROPEA ecc), l’abbandono del sistema monetario nato a Bretton Woods, tutto questo, ha progressivamente ridotto l’ambito di intervento (e la proiezione di potenza) dello Stato Nazione in quanto tale, relegandolo al ruolo comprimario di potere tra i poteri.

In qualche modo, è avvenuta progressivamente una “divisione internazionale dei poteri”, in cui quello statale, non è che un livello politico-amministrativo non più “fondante”, bensì intermedio.

Questo processo, con la caduta del muro di Berlino e della società “collettivistico-burocratica” dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia, ha subito un’accelerazione prepotente e sebbene qualcuno intravedesse al contrario l’emergere degli Stati Uniti come unica superpotenza statale globale, capace cioè di determinare su linee di interesse di classe a base nazionale, nel medio periodo, ha contribuito ad una pesante limitazione della proiezione di potenza dello Stato Americano (USA). Sebbene, grazie al suo apparato militare, alle relazioni internazionali, evolutesi a partire dal secondo dopoguerra, gli Stati Uniti mantengano una potente egemonia politica, culturale, economica, pur tuttavia, gli interessi transnazionali della frazione americana (statunitense) della Classe Possidente Globale, spesso sono in contrasto con i particolari interessi nazionali espressi attraverso la dimensione politica statale.

Dunque, se da una parte, gli USA, in quanto entità Statale (Nazione), mantengono un ruolo di primo piano, all’interno delle dinamiche internazionali e di scontro intercapitalistico, pur tuttavia, tale ruolo diventa ancillare e funzionale non già ad interessi prettamente statunitensi, bensì trasversali e transnazionali.

In realtà, le varie componenti del potere politico statale, espresso regionalmente e/o nazionalmente, rappresentano più che altro frazioni intermedie di una piramide che si estende anche al di sopra di esse.

Non sono più le forze nazionali, bensì quelle transazionali che determinano l’andamento della geopolitica moderna.

Le guerre, i conflitti, le situazioni di crisi sociale, militare ed economica, sono tutte espressione di fratture interne su linee di classe nazionale che vengono utilizzate, ai fini degli interessi della Classe Possidente Globale, a seconda delle circostanze, delle convenienze, delle alleanze sociali e politiche.
E’ chiaro che all’interno dei vari contesti nazionali, esistano spazi culturali ed ideologici autonomi, che non necessariamente esprimono interessi globali, ma che al contrario fanno da contraltare alle spinte disgregative insite nel meccanismo di distruzione delle entità statali tradizionali.

Laddove esistono governi che si oppongono al dominio incontrastato dei “mercati” (cioè della Classe Possidente Globale), esistono forze sociali capaci ancora di opporre resistenza organizzata e mediazione politica. Laddove questi governi hanno rappresentato un ostacolo troppo ingombrante agli interessi dei “mercati”, sono stati spazzati via dalle guerre che abbiamo vissuto negli ultimi 70 anni.

Le guerre del futuro, la geopolitica del futuro cioè, si giocheranno pertanto sull’eliminazione (o sul tentativo di eliminare) progressivamente tutti quegli ostacoli che restano all’instaurazione definitiva della “dittatura dei mercati”, vale a dire al pieno e totale dispiegamento del potere della Classe Possidente Globale.

La svolta del '68.

Il vasto processo sociale e politico, passato alla storia come il “movimento del ‘68”, ha rappresentato una svolta epocale di portata straordinaria le cui conseguenze e le cui implicazioni non sono state del tutto comprese o indagate. Ferma restando l’immensa produzione intellettuale (analitica, politica, sociologica, psicologica, filosofica) intorno alle cause, agli sviluppi e agli sbocchi del “movimento del ‘68”, l’analisi della quale è indispensabile per comprendere una così particolare congiuntura storica, pur tuttavia il grande portato del “movimento del ‘68” assume, nei confronti dell’individuazione della moderna sovranità politica globale, importanza determinante.

Infatti, l’anno 1968, sebbene anno-simbolo, rappresenta una particolare convergenza di fattori che hanno fatto esplodere le contraddizioni insite nel sistema sociale (e internazionale) scaturito dalla seconda guerra mondiale e ne hanno dato uno sbocco sociale, economico e politico del tutto nuovo.
Un immenso intellettuale come Pierpaolo Pasolini, in modo profetico, nei suoi scritti e in generale nella sua produzione artistica, fu uno dei pochi capaci di cogliere i tratti salienti del “movimento del ‘68”, individuandone significati, processi, sbocchi, conseguenze di lungo periodo.

In effetti, il movimento del ’68, aldilà delle sue manifestazioni politiche e delle sue contraddizioni, sprigionò energie sociali nuove, capaci di modificare lo stato esistente delle cose. Tali energie, lungi dall’essere rappresentate, come Pasolini ben comprese, da un generale riorientamento culturale della società del tempo, in realtà furono capaci di provocare lo sconquasso della “società borghese” minando le fondamenta stesse del “dominio borghese della società”.

Il movimento del ’68, in larga parte, benchè caratterizzato da una polarizzazione ideologica di classe (operaia) e intellettuale (studentesca), fu preminentemente un fenomeno “antiborghese” e solo in maniera marginale “anticapitalista”. Pur in presenza di una forte componente antisistemica, espressa nelle forme organizzative dei movimenti extraparlamentari di matrice marxista, marxiana, veteromarxiana, leninista, maoista o troschista, pacifica o armata, tale componente non fu mai veramente egemonica, né da un punto di vista politico, né ideologico. Il contraltare, rappresentato dal “riformismo istituzionale” incarnato dai partiti, dai movimenti e dai sindacati della “sinistra ufficiale”, rifletteva essenzialmente la struttura sociale esistente e i rapporti sociali internazionali, molto più di quanto gli stessi rappresentanti di queste tendenze credessero o volessero far credere. Da questo punto di vista, il “conservatorismo” di sinistra, espresso da queste formazioni sociali, fu ciò che rese impossibile uno sbocco realmente anticapitalista del vasto movimento cominciato nel 1968.
La messa in discussione della “famiglia”, della “morale”, del “potere” e delle istituzioni in generale, non fu una messa in discussione generale del sistema nel suo complesso, bensì una messa in discussione del “modello borghese” di queste istituzioni, senza per ciò stesso comportare il radicale rifiuto del sistema economico nel suo complesso.

In altri termini, grazie a tutta una serie di situazioni e alla composizione dei rapporti di forza in campo, il movimento del ’68, distruggendo la “società borghese”, con essa, contrariamente alla dottrina marxista allora imperante, non distrusse il sistema capitalista, ma contribuì ad una sua evoluzione sociale, politica ed economica di ampia portata del tutto nuova ed originale.

Molto curiosamente, ma non certo casualmente, proprio mentre in occidente si avviava la “grande stagione della contestazione”, nella parte ad oriente del mondo, vale a dire quella caratterizzata da un sistema statalizzato della gestione economica e del potere, cominciava un processo lento e graduale di sgretolamento del sistema che avrebbe condotto decenni più tardi al ritorno al capitalismo. Sebbene nel mondo sovietico di fine anni sessanta, il “benessere” avesse raggiunto vette mai sperimentate in passato e sebbene sia la tecnica, lo sviluppo scientifico e produttivo, avesse caratteristiche simili a quelle occidentali (da un punto di vista del grado di sviluppo delle forze produttive complessivamente intese), tuttavia, l’impalcatura politica rappresentata dalla ferrea presa burocratica sulla società, divenne un ostacolo prepotente allo sviluppo del sistema.

Questo fatto, determinato da fattori sociali e da fattori strettamente economici, provocò una lenta ma inesorabile messa in discussione generale della struttura economica sovietica. Messa in discussione che si espresse, per quanto riguarda le componenti popolari, in un sempre crescente malcontento e nel rifiuto ideologico del comunismo, mentre per quanto riguarda i vertici sociali, attraverso un sempre più marcato anelito di trasformazione dei rapporti di proprietà e di quelli sociali in direzione di una restaurazione capitalistica.

Le contraddizioni sociali e la lotta tra settori sociali sovietici, ad un certo momento divennero così evidenti attraverso la messa in discussione del fondamento del potere del Partito Comunista (nelle sue varie declinazioni nazionali), per infine produrre al proprio interno quelle forze capaci di generare il cambiamento che si verificò poi alla fine degli anni ’80. Tali contraddizioni, fortemente condizionate dalla situazione internazionale e dai rapporti di forza sociali internazionali, nonché alimentate dalla base popolare del sistema sovietico che anelava un cambiamento, permisero la dissoluzione del sistema sovietico in modo talmente repentino che agli occhi degli osservatori occidentali, tutto il fenomeno per lungo tempo restò un mistero.

La reintroduzione del capitalismo, in una società come quella sovietica, fu un processo politico ed economico di inaudita violenza, capace di lasciare cicatrici e problemi sociali non ancora rimarginati. La dissoluzione sociale sfociata in predazione sistematica delle risorse pubbliche da parte di una “classe borghese nascente”, in realtà figlia diretta della “casta burocratica” al potere tramite i vari Partiti Comunisti nazionali, determinò il più grande e colossale “furto” di proprietà pubbliche che la storia abbia mai registrato, provocando un riallineamento di classe violento e criminale i cui effetti non sono ancora del tutto dispiegati.

Dunque, mentre più o meno nello stesso periodo in occidente, assistiamo da una parte ad un colossale movimento di messa in discussione delle basi tradizionali del dominio borghese della società, ed in particolare dello “stato nazione”, un movimento che dall’alto si esplica attraverso la radicalizzazione delle nuove teorie economiche riconducibili al “neoliberismo” che mettono in discussione il ruolo dello Stato nell’economia, dunque i rapporti sociali sorti dalla seconda guerra mondiale fino a quel momento, dall’altro, in oriente, assistiamo ad un movimento che pur da presupposti del tutto diversi e con forme e contenuti dissimili, pur tuttavia mette in crisi e in discussione anch’esso lo Stato (non solo come proprietario dei mezzi produttivi), con sbocchi del tutto simili (se non perfettamente corrispondenti) a quelli del “neoliberismo” occidentale.

In effetti, analizzando metodologie, tempi e strumenti utilizzati nella reintroduzione del capitalismo nei paesi dell’est ex sovietico, ci accorgiamo immediatamente di come la nascente classe possidente (al sorgere dei nuovi rapporti sociali), sia legata a doppia mandata, non solo per filiazione ideologica, bensì strutturale, alla classe possidente occidentale, che nel frattempo stava guidando la trasformazione del capitalismo occidentale in senso “neoliberista”.

Tutto questo vasto fenomeno, sarebbe più corretto dire processo, conosciuto come “internazionalizzazione dei mercati”, in realtà è rappresentato più che da un semplice allargamento sommatorio di mercati (rimasti separati fino all’esistenza del blocco sovietico), da una vasta composizione di classe su scala globale che mette in discussione le definizioni territoriali, nazionali e sociali fino ad allora esistite.

Gli strumenti attraverso i quali, questo processo si è realizzato, sono di natura ideologica, sociale, politica ed economica.

L’avvio economico di questo processo, che in occidente coincide con l’esplosione delle cosiddette crisi energetiche (shock pretroliferi) degli anni ’70, in oriente si manifesta attraverso quella che è passata alla storia come l’epoca della “stagnazione” sovietica. In entrambi i casi, le crisi ad essi sottese, sono di natura intrinsecamente sociali, prima che economiche.

La distruzione della “società borghese” e della “società socialista”, sono due fenomeni strettamente connessi e strettamente correlati, che investono un cambiamento generale del paradigma economico globale e che genera un riassetto complessivo degli equilibri politici ed economici mondiali, il risultato del quale è sotto gli occhi di tutti noi, oggi.

La cosiddetta “finanziarizzazione” del capitalismo, significa tutto e non significa niente. Questo perché, aldilà delle categorie strettamente economiche, il vasto processo di mutamento sociale intercorso negli ultimi 40 anni, è significativamente connaturato all’emergere e all’affermarsi di una nuova dimensione politica sovranazionale, classista, che fa dell’attuale panorama sociale ed economico un vero e proprio “mondo nuovo”.

La globalizzazione dei mercati, in realtà è l’affermazione di una nuova classe sociale possidente, contraddistinta, come qualsiasi altra classe sociale storicamente esistita, da proprie istituzioni, da una propria ideologia, da specifici rapporti di proprietà, da specifici rapporti di lavoro.

La divisione mondiale del lavoro oggi, si esprime attraverso non solo nuove forme contrattuali (e di sfruttamento), ma anche attraverso una nuova stratificazione sociale globale, una nuova capacità allocativa, e attraverso la capacità di spostare e diversificare gli apparati produttivi per cui, le entità sociali che possiedono i titoli di proprietà (strettamente intesi) dell’apparato produttivo mondiale, essendo portatrici sempre più di interessi “privatistici” erosivi degli ambiti di intervento pubblico (statale e collettivo) e che abbracciano l’intero agone economico trasversalmente, vanno a strutturare un sistema economico-produttivo capace di allocare le risorse in maniera indipendente dal potere politico classicamente inteso.

Quello che viene oggi presentato come il distacco dell’economia dalla politica, o dell’autonomizzazione delle categorie economiche da quelle della politica, o ancora, della supremazia dell’ordo aeconomicus sull’ ambito politico, in realtà è l’emersione di un “nuovo ordine politico” espressione di un interesse di classe globale trasversale, sovranazionale e transnazionale, che determina una profonda mutazione genetica dei rapporti di forza sociali internazionali.

Il mondo della globalizzazione economica è, dunque, il mondo della Classe Possidente Globale. Vale a dire di quel soggetto storico, espressione di un blocco sociale mondiale determinato, che detiene il Potere e lo esercita attraverso forme e metodologie, istituzioni e prassi sociali, nuove e rivoluzionarie.


(continua) 

venerdì 25 marzo 2016

Il moribondo


di Francesco Salistrari

Oggi, il mercato, dopo il crollo del socialismo reale, domina incontrastato praticamente su tutto il pianeta e nel corso dell’ultimo trentennio, abbiamo assistito ad una trasformazione radicale del potere mondiale e degli stessi connotati sociali dell’esercizio di tale potere.



Come ci ha insegnato Karl Polany, il grande sociologo e filosofo del ‘900, il mercato autoregolato gettò il mondo nella tragedia delle due guerre mondiali.


Oggi, il mercato, dopo il crollo del socialismo reale, domina incontrastato praticamente su tutto il pianeta e nel corso dell’ultimo trentennio, abbiamo assistito ad una trasformazione radicale del potere mondiale e degli stessi connotati sociali dell’esercizio di tale potere.

Se c’è una cosa che balza agli occhi distintamente, da un’osservazione attenta della nostra storia recente e attuale, è che è sempre più chiaro come le forme del potere assunto nel corso di tutto il ‘900, a seguito dei grandi rivolgimenti causati dalle due guerre mondiali, lungi dal rappresentare un lento ma progressivo avanzamento sociale verso connotazioni sempre più libere e democratiche, al contrario si sono espresse essenzialmente nel suo contrario.

La svolta autoritaria del potere politico occidentale è legata indissolubilmente all’allargamento sistematico dei confini, dell’autonomizzazione e dell’incidenza del sistema dei mercati a livello globale. La libera circolazione dei capitali, sancita progressivamente da tutta una serie di trattati internazionali, colpi di stato, rivoluzioni, finte rivoluzioni, guerre, massacri e genocidi, nonché il sorgere di grandi organismi sovranazionali controllati dalle banche e dalle grandi corporations ultracapitaliste (FMI, WTO ecc), hanno determinato una sempre minore rispondenza delle istanze democratiche sociali del mondo a quelle degli interessi e delle centrali del potere mondiali.

In altre parole si è determinato un cortocircuito tra la base sociale di massa del sistema e le elites del potere che, attraverso i nuovi strumenti della finanza mondiale (allocazione libera da vincoli statali delle risorse, scambio illimitato e velocissimo di capitali attraverso gli strumenti elettronici e la rete, ecc.) hanno potuto stabilire un diverso livello di governance politica al di fuori di qualsiasi controllo democratico.

Se a questo aggiungiamo il fatto che con un utilizzo scientifico degli strumenti di comunicazione di massa, dell’insegnamento, della cultura e dell’arte, è stata creata una visione del mondo univoca, inemendabile, che si autoriproduce nella mercificazione dell’immaginario collettivo; una filosofia che vede nell’individualismo esistenzialista e nella condanna sistematica dell’idealismo antiadattivo, il corollario ideologico di una nuova religione laica, mondiale, che tende ad assolutizzare e spostare nella sfera dell’intrascendenza il sistema dei mercati internazionali; ecco che abbiamo un quadro molto chiaro di come oggi si esprime il potere e il controllo sociale a livello mondiale.

Tutto questo ha condotto ad un’evoluzione delle forme del potere politico ed economico che ha trasceso la “democrazia rappresentativa” come modello di imposizione dei rapporti sociali di forza.

La democrazia rappresentativa a base statuale, cardine e strumento del potere politico del blocco sociale (passato alla storia come “borghesia”) che ha tenuto le fila del gioco per tre secoli, oggi non è più funzionale agli interessi, alle regole e agli attuali rapporti sociali di forza mondiali.

Assistiamo pertanto in tutto l’occidente, ad una costante e determinata erosione complessiva degli impianti “democratici” adottati dal secondo dopoguerra in poi. Assistiamo all’eliminazione sempre più marcata di tutti quegli spazi democratici in cui la società avrebbe potuto (e in parte già esprimeva) la propria volontà.

La distruzione sistematica delle democrazie occidentali, pur con tutti i distinguo e le differenze geografiche e culturali e le cadenze storiche con cui tale distruzione è stata imposta, avviene essenzialmente attraverso due binari: lo svilimento e la modifica delle Carte Costituzionali figlie del dopoguerra antifascista e la cessione di sovranità ad organismi sovranazionali svincolati dal controllo democratico (Unione Europea, Trattati Commerciali, FMI, Banca Mondiale, sistema monetario).

Il primo secolo del nuovo millennio, diventa dunque, il secolo di un nuovo e più sottile totalitarismo. Un totalitarismo politico ed economico che si esprime attraverso la grande manipolazione della coscienza globale, la mercificazione dell’esistente, l’accentramento del potere e la forza delle armi.

Oggi, nel mondo, tutti i governi, tutte le forme di governo, la gestione del potere, l’imposizione sociale delle regole dell’ordo economicus, sono essenzialmente antidemocratiche ed autoritarie.

La libertà, spacciata dagli incantatori di serpenti della politica, dello spettacolo e dei mass media, è una libertà fittizia, in cui all’atomizzazione sociale è affiancata la totale sconfitta di quegli strumenti difensivi di cui la società si era dotata all’inizio del secolo scorso per contrastare lo strapotere del mercato autoregolato che minacciava la società nel suo complesso. Strumenti (come partiti, sindacati, leghe, unioni, esperienze collettive ecc.) che ove non siano completamente spariti dall’orizzonte aggregativo sociale, hanno totalmente mutato la propria natura e sono diventati parti integranti del meccanismo coercitivo sistemico.

Dunque se alla perdita dei propri baluardi difensivi (ideologici e organizzativi), aggiungiamo la distruzione di qualsiasi reale spazio democratico entro cui esercitare realmente la propria libertà e i propri diritti, se a questo aggiungiamo ancora lo svuotamento complessivo delle istituzioni democratiche e il loro relegamento a semplici orpelli istituzionali (“riunioni di condominio allargate”), lo stato di salute del tanto osannato “sistema democratico occidentale”, lo stesso per inciso che pretende di “esportare democrazia” a suon di bombe, non sembra poi così ottimale.

Anzi, giace esangue, in un grande, lercio, letto d’ospedale.

Privato.

giovedì 17 marzo 2016

Loro sanno.

di Francesco Salistrari.

Esiste un certo numero di persone che sugli eventi degli anni Settanta in Italia, conosce la verità.
La verità sui mandanti e gli esecutori della strage di Piazza Fontana e delle altre, innumerevoli, stragi commesse in quegli anni.
Conoscono i nomi e i cognomi. Conoscono i moventi,  politici,  ideologici o finanziari,  di quelle stragi. Sanno come e quando furono pianificate,  chi ha collaborato e chi era contrario.
Conoscono alla perfezione tutto ciò eppure tacciono da decenni.
I vari processi celebrati, Le varie commissioni parlamentari di inchiesta, gli stessi avvocati (tranne forse qualcuno direttamente coinvolto e dunque appartenente a quella schiera di persone che sanno), non sono venuti a capo di nulla.  Ed è da allora che quando si pensa a quelle stragi,  si parla immediatamente di "misteri italiani".
Di misterioso tutto ciò lo è solo per la maggioranza del popolo italiano. Perché,  come detto, una piccola,  ristretta,  minoranza,  sa tutto...  e tace da allora.
Avrebbero potuto parlare,  rivelare la verità, almeno dopo un certo numero di anni,  ma non lo hanno mai fatto. Legati ad un vincolo di ferrea disciplina che ha impedito alla gente comune di conoscere la verità.  Una verità che meriterebbe, non fosse altro perché le vittime di quelle stragi, tutte, provengono proprio dalla gente comune.  Persone che hanno avuto la sola sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Gente comune, lavoratori, donne e uomini, la cui vita è stata stroncata da una strategia politica,  eminentemente politica,  decisa e avallata da qualcuno che aveva interesse a destabilizzare la società italiana e le sue fragili istituzioni democratiche.
Nel corso degli anni,  le ipotesi che sono state formulate da giuristi, storici, costituzionalisti, politici, giornalisti, gente di strada,  chiunque abbia avuto modo di affrontare il problema, hanno tutte avuto un filo comune,  quasi conduttore, e si sono fatti nomi,processate persone, movimenti e accusate formazioni politiche. Si è parlato di eversione di sinistra,di destra,rossa e nera, di servizi segreti deviati, di manovre occulte internazionali. E soprattutto è venuta a galla prepotentemente una formula: "stragi di Stato". Una locuzione di per sé stessa agghiacciante, semplicemente raccapricciante, che al solo pronunciarla fa tremare le vene ai polsi.
E per molti anni, anzi proprio col passare del tempo, non solo tale locuzione è entrata a far parte del lessico comune tanto da diventare quasi automatico associare le stragi degli anni '70 con la frase " stragi di Stato", ma soprattutto le prove venute a galla,le indiscrezioni,i brandelli di verità che sono emersi a poco a poco, ne hanno fatto un pensiero acclarato, accettato, quasi scontato, automatico.
Non solo i sospetti, ma vere e proprie ricostruzioni giudiziarie hanno dimostrato come settori influenti della classe politica, di una certa classe politica, specifici apparati dello stato, settori sociali appartenenti all'eversione fascista e para fascista, servizi segreti stranieri,sono responsabili delle stragi e più in generale di una strategia complessiva di destabilizzazione politica e sociale mirante a cementare l'assetto istituzionale e politico del paese, evitando qualsiasi tentativo di mutamento e avanzamento.
In tale contesto, vanno considerati i movimenti extraparlamentari della sinistra,  già radicali di per sé che,  sulla spinta della strategia della tensione, assunsero connotati ancora più estremi,  ricorrendo,  agli inizi degli anni 70 alla lotta armata vera e propria.
É naturale considerare come la sistematica infiltrazione da parte delle forze dell'ordine e degli apparati di sicurezza,  giocò un ruolo non secondario,  sia in ordine alla radicalizzazione di questi movimenti,  sia soprattutto in ordine agli stessi obiettivi verso cui questa radicalizzazione veniva indirizzata.
Di fianco alle tecniche dell’infiltrazione dei movimenti estremisti, parallelamente, si sviluppò quella che solitamente viene definita “guerriglia psicologica”, una particolare forma di propaganda accompagnata a sofisticatissime tecniche di condizionamento sociale. La più importante operazione, per fare un esempio, attuata in quegli anni, fu senza dubbio quella soprannominata “Operazione Blue Moon”. Partita dagli Stati Uniti, fu sperimentata in Italia a partire dalla prima metà degli anni ’70 e, attraverso la collaborazione dei servizi di intelligence americani con agenti preposti sul posto, sortì degli effetti di lunga durata. Venne concepita in una riunione segretissima tenuta sui Monti Vosgi a cui parteciparono rappresentanti di tutti gli apparati di sicurezza dei paesi della NATO e anche, cosa incredibile, di alcuni del Patto di Varsavia, a testimonianza di come il controllo e la lotta ai movimenti di contestazione erano una priorità al di qua e al di là della Cortina di Ferro. L’Operazione Blue Moon, il cui omologo negli Stati Uniti, aveva permesso il contenimento e, come nel caso delle Pantere Nere (Black Panters), la distruzione dei movimenti eversivi, consisteva nell’inondare i quartieri delle città di droghe pesanti, in particolare eroina.
L’esplosione del consumo di eroina dalla prima metà degli anni ’70, in particolare in Italia, dunque, contrariamente a quanto generalmente si sarebbe portati a pensare, non fu determinata da una strategia consapevole (o meno) delle organizzazioni criminali del narco traffico, bensì da una precisa, programmata e calcolata operazione di intelligence di livello internazionale che vide la collaborazione di diverse agenzie di sicurezza di diversi Stati occidentali ed orientali.
I primi effetti della diffusione del consumo di eroina dal lato dei movimenti sociali di opposizione (in Italia la galassia conosciuta come “Autonomia operaia”), furono devastanti. I movimenti subirono un graduale scollamento, l’aumento dell’apatia sociale, della disgregazione e della delinquenza.
Fu una arma potente in mano di coloro i quali, parallelamente alle stragi e alle strategie più aggressive, contrastavano la spinta al cambiamento che bene o male tutti i movimenti sociali sorti dal sessantotto in poi incarnavano. L’operazione Blue Moon, dal loro punto di vista, fu un enorme successo.
Come,  del resto, fu un successo la “strategia stragista” o della “tensione” per quanto riguarda gli equilibri politici italiani. Non solo non si avviò alcuna stagione riformatrice,  benché siano quelli gli anni dello “Statuto dei Lavoratori”, del divorzio e dell’aborto.  Al contrario, restando il sistema “bloccato”, con la Democrazia Cristiana ancora centro politico propulsore e il Partito Socialista, con il nuovo corso craxiano ormai completamente sganciato dal suo passato marxista, fu proprio da quegli anni in poi che partì un lento processo di arretramento sociale e politico i cui nefasti frutti abbiamo oggi chiaramente sotto gli occhi.
Come abbiamo visto,  il potere fu si costretto a fare delle concessioni, sopratutto dal punto di vista dei cosiddetti diritti civili (aborto e divorzio), e diede il contentino alla sinistra “ufficiale” (sindacati e PCI) con lo Statuto dei Lavoratori, ma a fianco di tutto ciò si avviò un’opera di ristrutturazione economica e produttiva poderosa.  A partire infatti dalla messa in discussione della scala mobile (che verrà progressivamente abolita nel decennio degli anni 80), per passare alle ristrutturazioni aziendali (Fiat,  Alfa, settore siderurgico ecc.) che aprirono la nuova era della produzione meccanizzata moderna, per continuare con il “divorzio” della banca d’Italia dal controllo del Ministero del Tesoro sulla scia delle nuove disposizioni internazionali in materia monetaria (abbandono degli accordi di Bretton Woods), il quadro economico e politico del paese mutò radicalmente trovando negli equilibri politici tra DC e Psi e nelle politiche neo liberiste la loro espressione più evidente.
A livello internazionale, l’avvento simultaneo alla Casa Bianca di Ronald Reagan,  a Downing Street della “lady di ferro” Margarteh Thatcher, e al soglio pontificio dell’anticomunista viscerale Karol Woytila, papa polacco, furono tre momenti fondamentali del cambiamento in atto.
L’offensiva neo liberista, che trovava linfa vitale nelle università occidentali e che ben presto si affermò a livello politico in quasi tutti i paesi del blocco “democratico”, sulla falsa riga tracciata dalle indicazioni di “libelli” come “The crysis of democracy” ad opera della Commissione Trilaterale (cenacolo elitario e paramassonico), determinò proprio ciò che la Trilaterale “consigliava “, vale a dire la compressione degli spazi democratici, l’accentramento del potere, la limitazione della forza contrattuale operaia, il condizionamento ideologico dell’intellighenzia, la privatizzazione di sempre più estesi settori economici, il controllo dei centri finanziari e dei meccanismi di emissione monetaria, il condizionamento e la subordinazione latente del potere giudiziario.
In altre parole, si compì ciò che i conservatori occidentali sognavano dalla fine della seconda guerra mondiale e che, per ovvie ragioni,  non avevano potuto vedersi realizzato: lo svuotamento della democrazia.
Se infatti formalmente restavano in piedi istituzioni e istituti democratici, i sistemi occidentali, dalla fine degli anni 70 in poi,  conobbero un lento ed inesorabile processo di erosione tale da far parlare sociologi e politologi di oggi appunto di sistemi “post democratici”.
Dunque, senza tema di sbagliare di troppo l’obiettivo, si può oggi affermare che la “stagione delle trame”, così come qualcuno ha chiamato i lunghi anni 70, ha sostanzialmente raggiunto i suoi scopi.
Non solo il Partito Comunista più forte dell’Occidente democratico si è lentamente sfaldato,  ideologicamente e politicamente, consumato dalle laceranti contraddizioni nelle quali era immerso, ma una ad una tutte le conquiste sociali frutto della mobilitazione operaia (e dunque il welfare state) furono smantellate scientificamente.
C’è qualcuno dunque che sa. Conosce ogni particolare, ogni aspetto e ne ha anche colto i “dolcissimi” frutti politici. Anche se a costo di migliaia di morti e feriti.
Una vera e proprio guerra che ha consumato la democrazia italiana e che ha visto uscire vincitori dallo scontro proprio coloro che auspicavano la compressione delle libertà democratiche, proprio coloro che vedevano nella democrazia non già una conquista di civiltà, ma un impedimento, un ostacolo, un male (fino a un certo momento storico pur necessario) da eliminare a tutti i costi.
Naturalmente per riuscire in un progetto del genere, è stato necessario che si verificassero tutta una serie di condizioni che in parte furono provocate,  in parte la ruota della storia portò con sé.  Dalla progressiva perdita di importanza a livello ideologico internazionale e poi politico e militare del cosiddetto “socialismo reale” e al conseguente indebolimento del movimento comunista mondiale,  passando per un cambiamento antropologico e culturale della società occidentale meglio conosciuto con il nome di “consumismo”, il terreno su cui vennero piantati i semi del mondo moderno, era così fertile che,  dal 1989 in poi,  vale a dire dall’anno fatidico in cui l’Unione Sovietica implose sotto il peso delle sue insanabili contraddizioni (politiche ed economiche),  le previsioni e gli auspici dei teorici della “crisi della democrazia” (Crysis of democracy), si realizzarono pienamente.
Pur restando la democrazia in piedi formalmente in ognuno dei paesi occidentali singolarmente presi,  sarebbe assurdo ancora oggi vedere, anzi solo intravedere, il riflesso di ciò che le costituzioni democratiche del dopoguerra istituirono nel cosiddetto mondo libero. Basti guardare per esempio a cosa sia,  concretamente, l’Unione Europea,  le sue istituzioni, la sua “costituzione materiale”, per rendersi conto di quanto distante sia ormai lo spirito che animò quelle costituzioni e le idealità che le ispirarono.
Generazioni dopo quella del ‘68, la vittoria di quel capitalismo contro cui si scagliavano quei giovani studenti e gli operai credendo di poter davvero cambiare il mondo, appare oggi completa. Il pensiero unico del mercato, lo spirito individualista, il consumismo come stile di vita, lo sfruttamento intensivo del lavoro, hanno preso il sopravvento, lasciando inalterati i meccanismi del potere, permettendo a coloro i quali sanno,  di essere ancora in sella.

Il loro silenzio non solo ha pagato, ma è stato anche grazie ad esso se oggi, pensando a quegli anni, gli “anni di piombo”, ci rendiamo conto che è proprio quel piombo che ci scorre nelle vene.

giovedì 8 gennaio 2015

MASSONI: comincia la guerra?

Riflessioni a margine sul libro che rivela al mondo l'esistenza di superlogge segrete sovranazionali che governano il mondo da secoli.


di Francesco Salistrari







Dopo molti mesi e molti annunci, anche suggestivi (e propagandistici) esce finalmente il libro del Venerabile Massone Gioele Magaldi (“MASSONI – Società a responsabilità illimitata, La scoperta delle Ur-Lodges).

Un libro che per chi ha seguito fin dalla sua comparsa nel 2010 il movimento d’opinione massonico GOD (Grand’Oriente Democratico), interno al Grand’Oriente d’Italia, era molto atteso. E non solo per le “rivelazioni” che questo libro negli annunci del suo “autore” prometteva, quanto piuttosto per comprendere a che punto sta, oggi, a 4 anni di distanza, la battaglia tra la massoneria “progressista” e la massoneria “conservatrice” (usando appunto una terminologia divenuta pubblica forse per la prima volta in Italia proprio grazie all’opera e alle attività variegate del GOD di Magaldi).

Giole Magladi, Gran Maestro Venerabile, GOD
Ebbene sono passati 4 anni da quando noi poveri piccoli profani ignoranti e non iniziati abbiamo appreso dell’esistenza di questa divisione intermassonica radicale che attiene a due visioni diametralmente antitetiche del mondo, dei rapporti sociali ed economici.

Due visioni che vedono nella prima (progressista) un anelito democratico, di stampo roosveltiano in campo politico e keynesiano in campo economico, e nella seconda (conservatrice) un anelito oligarchico, di stampo reganiano/tatcheriano in campo politico e hayekiano in campo economico. Naturalmente semplificando al massimo e non tenendo conto né delle sfumature, né tantomeno della vastità di due visioni del mondo che si distinguono anche per altri aspetti non marginali.

Beh, il libro MASSONI è uscito, pubblicato da Chiarelettere, con la specificazione che in realtà si tratta del primo volume di una trilogia a cui seguirà una bilogia, per un totale dunque di 5 volumi che parleranno al mondo profano di massoni, politica, economia, intrighi, in altre parole del Potere e delle declinazioni che il Potere ha assunto in chiave moderna e contemporanea.

Un libro che ad una prima lettura, appare molto fluido nella prosa, quasi romanzato e che proprio grazie a questo, immerge in maniera naturale il lettore in una visione dello scontro politico-sociale degli ultimi 70 anni dell’occidente (e del mondo intero) che mette in discussione molti assunti del dibattito politico contemporaneo e passato, riscrivendo i capitoli più oscuri, più significativi e più dirimenti dell’epoca moderna, in una nuova chiave di lettura che sconvolge la visione di senso comune della storia e della realtà, del presente, nel quale viviamo.

Un libro particolare. Intenso. Profondamente interessante.

E fin qui i pregi, tanti, di questo immane lavoro, come detto prima fatica di una trilogia.

Ma veniamo alle cose che ci lasciano perplessi. E da profani, non potrebbe essere altrimenti.

Ma proprio in virtù del fatto che tale libro a profani si rivolge, a buon diritto, da profani ci sentiamo liberi di esporre le nostre considerazioni di carattere generale su quest’opera.

 Innanzitutto in questo primo libro c’è un grande assente. Un assente ingiustificato: il movimento operaio.

Si, perché in MASSONI, tutto ciò che storicamente ha rappresentato e ha determinato, il variegato movimento operaio, attraverso prassi ed elaborazioni politiche, seppur eterogenee, nella narrazione di Magaldi perde totalmente la sua funzione storica, diventando incredibilmente orpello delle dinamiche proprie solo al potere, alle strumentalizzazioni, cooptazioni e impulsi provenienti dal mondo massonico.

Magaldi non è nuovo infatti a presentare il mondo occidentale come “figlio” esclusivo della massoneria, dell’opera e delle idealità di cui una parte fino agli anni ’70 maggioritaria (almeno così dice Magaldi) della massoneria, quella più liberale e democratica, è stata portatrice. Dimenticando, o fingendo di farlo, completamente la dialettica venuta fuori dal mondo del lavoro e del popolo profano in generale. Come se un’intera costruzione sociale, figlia della rivoluzione industriale, fosse frutto solamente di pochi “illuminati” uomini della storia e dei rapporti interni alle logiche di potere (e alle logge).

In parte è vero. Ma cancellare con un colpo di spugna, dalla lavagna della storia, ciò che è stato e ha rappresentato in toto l’esperienza del movimento socialista, operaio e comunista, limitandolo all’opera di pochi massoni che “guidavano” anche tali movimenti e di cui furono essi stessi protagonisti dell’elaborazione filosofica e sociale, appare davvero riduttivo e fuorviante. Proponendo una visione elitaria della storia che può trovare, per quanto ci riguarda, solo parziale veridicità nell’immensa complessità storica di cui si compone una società.

Ma noi siamo profani. Giusto? Quindi…

Un’altra grande contraddizione, probabilmente voluta o inevitabile, che emerge potente da questo scritto, è quella della volatilità, indistinzione, fumosità, che contraddistingue il confine che separa la massoneria cosiddetta conservatrice da quella progressista.

Un confine tanto più labile, quanto nello stesso testo, nell’ultimo capitolo, quello in cui Magaldi fa “parlare” direttamente le due anime massoniche, in un “ricostruito” confronto dialettico tra massoni, appare evidente l’enorme, spregiudicata e ai noi profani improponibile permeabilità di tale confine.

Un confine che, attraverso la lettura degli episodi storici narrati, dell’emersione delle logiche sottese, delle posizioni assunte dai vari personaggi e attraverso la risoluzione di alcuni punti “caldi” dello scontro, appare davvero troppo labile.

Per fare un esempio esplicativo: quando Magaldi ci racconta dei retroscena dei tentati (4) colpi di Stato dagli anni 60 fino a metà degli anni 70 in Italia, fu, dice lui, per merito dell’intervento diretto di Arthur Schlesinger jr e delle logge sovranazionali progressiste, che le svolte autoritarie nel nostro paese furono sventate. Salvo poi, solo qualche anno dopo, indirizzare lo sviluppo del paese proprio nella direzione in cui voleva chi quei colpi di Stato (minacciati, ma non realizzati) li aveva favoriti.
F.Von Hayek e J.M. Keynes
In effetti, proprio in quel preciso tornante storico, Magaldi ci informa del sovvenuto accordo intermassonico (“Massoni uniti per la globalizzazione”) che, di fatto, spalancava le porte alla realizzazione della visione “aristocratica” della società e dell’economia che oggi abbiamo davanti.
Accordo dunque che ha decretato la sconfitta della massoneria progressista? O, caro Magaldi, una massoneria progressista che in realtà, in parte, maggioritariamente, si trovava già schierata in un certo modo? Per intenderci: quando ci si è resi conto che il Keynesianesimo, la dottrina economica che dal dopoguerra in poi ha governato il funzionamento del sistema occidentale, non conduceva ad un capitalismo migliore, dal volto umano, più equo socialmente (cosa peraltro già raggiunta e dimostrata), ma nel lungo periodo, FUORI (!) dal capitalismo, che cosa è successo all’interno delle logge progressiste? Come si spiega, altrimenti, il completo abbandono alla visione neoliberista del mondo da parte di chi per decenni aveva appoggiato una diametralmente opposta visione?

Magaldi a questo proposito, riscrive anche la narrazione delle crisi petrolifere degli anni 70, quelle che più di tutte, convinsero (semplificando) addetti ai lavori e classi dirigenti a ritenere insostenibile il modello keynesiano. E lo fa in modo alquanto convincente, raccontando di quanto le determinazioni dell’Opec e la guerra israelo-araba furono usate e strumentalizzate, volute, implementate, proprio da quella parte della massoneria che voleva chiudere con lo “stato sociale” e l’esperienza keynesiana.

Ma la massoneria progressista, di fronte a tutto questo, cosa ha fatto? Stipula un accordo di non belligeranza per arrivare a: 1) caduta del comunismo sovietico; 2) globalizzazione mercatista mondiale.

E in entrambi i processi, il suo ruolo, è stato marginale.

In che senso? Nel senso che, sia nelle metodologie di gestione della transizione del mondo sovietico al “libero” mercato, sia nell’implementazione delle politiche di globalizzazione mondiale, la visione progressista, democratica, sociale e socialisteggiante, appare non solo minoritaria, ma del tutto assente.

Ci sembra davvero impensabile credere che i grandi massoni progressisti che fecero la storia del dopoguerra, che sconfissero il nazifascismo ed edificarono il mondo del boom economico, abbiano abdicato in maniera così palese e sconsiderata.

Come si può credere che la dialettica inframassonica si sia fermata con quella stipula di non belligeranza? Come è possibile pensare che dinnanzi alla distruzione di quel mondo che la massoneria progressista aveva così orgogliosamente (e tanto orgogliosamente oggi per bocca di Magaldi rivendica) edificato, sia restata inerme ed inerte, spettatrice non pagante?

E ritorniamo al confine che separa queste due massonerie. Dove comincia e dove finisce? Quanto è permeabile? Come si spostano i massoni al di là e al di qua di questo confine?

Ma arriviamo al nocciolo della questione: perché questo libro proprio ora?

L’esplosione della crisi statunitense del 2007, tracimata in tutto il mondo e che ha mandato in tilt il sistema bancario mondiale, precipitando l’Europa in recessione (e oggi in deflazione), ha determinato una situazione in cui gli equilibri geopolitici del mondo venuti fuori dal 1989 in poi sono messi in crisi. In crisi è messo il modello stesso di globalizzazione e in discussione sono proprio le risposte che i poteri dominanti in occidente danno della crisi (o vista da un altro punto di vista, l’utilizzo che della crisi stanno facendo).

Che genere di crisi è quella che stiamo vivendo? Nel libro di Magaldi si intuisce una visione, ma non ci convince. Ci può convincere invece di più l’idea che questo libro sia una dichiarazione di guerra tra massonerie?

Dinnanzi alla messa in discussione della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta, la cosiddetta massoneria progressista ha lanciato il suo guanto di sfida? Dinnanzi al disegno neoligarchico europeo e occidentale (Tiip e Tpp), dinnanzi alle tensioni con la Russia (e la Cina), dinnanzi all’instabilità del Medio Oriente, la massoneria che difende i valori democratici occidentali rialza la testa?

E’ davvero questa la ragione di questo libro? Il disvelamento dell’esistenza di logge sovranazionali potentissime all’interno delle quali si decidono i destini dell’umanità dalla metà dell’800, corrisponde ad una dichiarazione di guerra? O è un gesto disperato? L’ultimo tentativo per un risveglio popolare che metta in discussione le basi stesse del potere occidentale?

Tutto può essere. Ma questo libro, aldilà dei suoi veri intenti (che noi profani probabilmente non conosceremo mai), presenta una contraddizione formidabile e insuperabile e che attiene, ci spiace dirlo, alla natura stessa dell’organizzazione massonica in sè, una contraddizione insanabile e che, purtroppo, fa un cattivo servizio ai pur nobili intenti dei suoi divulgatori.

Di cosa si tratta?

Eleanor Roosvelt
Diamo per buono che Magaldi stia dicendo tutta la verità (nient’altro che la verità, lo giuro!). Diamo per buono che lo scontro tra due opposte visioni sia davvero arrivato a questo punto. Diamo per buono che la massoneria democratica, quella che difende il modello repubblicano/parlamentare occidentale, borghese, sia schierata in questo frangente storico al fianco degli interessi più genuinamente popolari. Assunto ciò, come si concilia con una visione realmente democratica, popolare, che metta l’uguaglianza degli uomini sopra ogni cosa, che fa della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” del 1948 il proprio manifesto ideologico, con l’esistenza, la potenza e l’impermeabilità di logge massoniche SEGRETE (perché le Ur-Lodges noi le scopriamo solo oggi a distanza di secoli)? Come si concilia il principio democratico della sovranità popolare se i governanti di tutti i governi del mondo sono scelti, imposti da queste logge che non rispondono ad alcun controllo democratico? Come si concilia il principio di uguaglianza dei cittadini in tema di diritti e di fronte alla legge, con una visione e una prassi elitaria dell’azione politica e sociale?

In altre parole: come possiamo fidarci di questo libro?

Come possiamo prendere per buono tutto ciò che dice, al di là della logica stringente e innegabile di alcuni passaggi fondamentali della sua narrazione, quando gli stessi autori di questo libro si dichiarano appartenenti a logge segrete sovranazionali che hanno contribuito alla (anzi hanno determinato la) creazione di quel vasto e complesso meccanismo di “controllo mediatico” della società attraverso televisioni, radio, giornali, cinema, partiti e chi più ne ha più ne metta che fa della disinformazione e del condizionamento sociale la propria ragion d’essere?

Tralasciando lo stucchevole richiamo continuo, in questo primo volume, ai successivi, di questa opera è tanto ciò che ci lascia perplessi, tanto ciò che non ci convince, tanto ciò che ci fa paura e ci lascia con l’amaro in bocca.

Non sappiamo nulla di massoneria, se non un coacervo di informazioni raccattate qua e là e di dubbia validità che nel corso degli anni sono venute fuori, non conosciamo nulla dei riti e dell’esoterismo che la massoneria pratica da secoli (se non da millenni), non sappiamo nulla delle discussioni che avvengono nelle logge, delle decisioni che vengono prese, molte volte a braccetto con fratelli massoni di dubbia (eufemismo) tempra morale ed etica responsabili di crimini contro l’umanità, di raggiri, di omicidi, di truffe, di traffici.

Bene, questo libro, aggiunge davvero poco alla conoscenza profana di questa grande e potentissima organizzazione semi-segreta. Lascia solo intravedere, com’è prassi e costume di questi libri, mescolando e rimescolando le carte di continuo, fugando dubbi per poi ricomplicare il quadro subito dopo.

Una cosa però può essere detta: questo libro, forse, ci aiuta a vedere come anche nella massoneria esiste gente per bene, sinceramente impegnata per il bene del mondo. E questo è un gran servigio per aiutare una prospettiva diversa in chi, nella massoneria, soprattutto in Italia, ha sempre visto solo un pericolo e un male.


Ma saranno gli anni che verranno, a dimostrare se queste persone rappresentino un’insignificante minoranza o se, grazie all’aiuto popolare (che questo libro implicitamente invoca), sarà capace di sconfiggere una volta per tutte i nemici della democrazia, il concetto di ineguaglianza degli uomini, del diritto di pochi a decidere per tutti senza alcuna investitura.



per maggiori info: http://www.grandeoriente-democratico.com/

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