di Francesco Maria Toscano
Il 15 febbraio del 2013 scrivevo: “…Siccome dal 1992 in poi,
con la scusa della corruzione e del risanamento, fu svenduto gran parte
del patrimonio italiano per la gioia di advisor come Goldman Sachs e
compratori in stile “capitani coraggiosi”, pare che oggi si stia
ripetendo quel logoro copione. In Italia restano ancora da spolpare
bocconi prelibati come Finmeccanica, Eni e Enel. Le parole d’ordine per depredare gli italiani sono le stesse di allora: “privatizzare per risanare il debito” (che per inciso, nonostante la ricca svendita, è rimasto pressoché immutato), “moralizzare attraverso l’estromissione della politica dall’economia”, “migliorare la competitività zavorrata dall’approccio clientelare dei partiti”.
Con queste storielle per bambini, cari italiani, i vari Amato e
compagnia vi hanno già abbondantemente fregati in tempi lontani. Ora è
cominciato il secondo tempo di quella luciferina partita.
Ma,
cari miei, se dopo avere avuto venti anni per comprendere le vere
finalità delle gloriose privatizzazioni all’italiana, che non hanno
portato alcun beneficio alla collettività, siete ancora pronti a farvi
raggirare da questi attori farabutti che recitano il solito vecchio
copione, allora significa che siete così allocchi da meritarvi le
crescenti torture inflitte. Per parafrasare Talleyrand, infine, verrebbe
da chiarire che, alla luce dell’esperienza passata, fidarsi oggi delle
parole di Obama, Schauble e Monti è peggio che un crimine. E’ un
errore.” (clicca per leggere).
Guarda caso oggi il ministro dell’economia Saccomanni, massone reazionario agli ordini del Venerabilissimo Maestro Mario Draghi, propone una sostanziale svendita dei gioielli di Stato per “abbattere la montagna del debito” (clicca per leggere). Saranno pure astuti questi massoni elitari (da non confondere con i massoni democratici e progressisti)
ma fantasia zero. Sono prevedibili come l’afa in estate. Per quanto
banali e ripetitivi, però, i massoni reazionari che governano la Ue
continuano a tenere saldamente in mano le leve del potere, imponendo,
grazie alla complicità interessata dei grandi media, letture della
realtà false e strumentali: contro la forza la ragion non vale.
Imitando i vecchi telecronisti sportivi che ripetevano spesso il risultato della partita “a beneficio di quei telespettatori che si fossero messi in ascolto solo adesso”,
riassumo obiettivi e priorità che la massoneria reazionaria ha indicato
ai fantocci che “governano” (si fa per dire) l’Italia per conto terzi.
1) Ridisegnare la società in senso oligarchico attraverso
politiche recessive che aumentino la povertà, distruggano il ceto medio e
allarghino la forbice delle disuguaglianze.
2) Destrutturare la
Stato sociale (colpire quindi pensioni, sanità e istruzione) adducendo
una presunta insostenibilità del sistema nel suo insieme.
3)
Svendere quel che rimane del patrimonio pubblico ai soliti amici e amici
degli amici affinché trasformino i monopoli pubblici in monopoli
privati a discapito della trasparenza del mercato e dell’interesse
generale.
Ricordate queste tre coordinate principali che vi ho appena segnalato
perché rappresentano le linee guida che i padroni hanno consegnato a
quel cameriere di Enrico Letta, paramassone che difende privilegi
occulti e particolarissimi nel nome di una collettività saggiamente
usurpata. Per i buoni servigi resi in passato, quando cioè ricopriva
l’incarico di direttore generale del Tesoro, Mario Draghi è poi assurto a
ben più gravose responsabilità (clicca per leggere).
Preparatevi ad assistere ora ad uno scempio simile a quello verificatosi
in Italia a cavallo tra la prima e la seconda Repubblica. Pochi
Illuminati si riempiranno le tasche depredando lo Stato italiano grazie
alla complicità di un manipolo di personaggi senza scrupoli che, così
facendo, si garantiranno onori, prebende e ricchezze per generazioni. Il
conto, per intero e senza sconti, lo pagherà oggi come allora il popolo
bue. D’altronde, per i massoni elitari come Draghi e Saccomanni, la
gran parte del genere umano è paragonabile a bestie che abbisognano
soltanto del minimo per sopravvivere senza mai impacciarsi di questioni
importanti esclusivo appannaggio dei soliti noti.
A furia di essere bastonate per puro sadismo, alla lunga, pure le pecore
protestano. Gli italiani invece no. In molti, probabilmente, non vedono
l’ora che il governo privatizzi pure l’aria per pagare in prospettiva
un equo canone in proporzione all’ossigeno consumato. Magari diminuirà
il debito pubblico e finalmente saremo tutti felici. Nell’attesa auguro a
tutti sogni d’oro.
Fonte: www.ilmoralista.it
sabato 20 luglio 2013
venerdì 19 luglio 2013
L'Unione Europea e soprattutto la zona Euro nel declino più assoluto come l'Antico Impero Romano...
di Dmitris Kazakis
ΤΟ ΧΩΝΙ
Dalla storia si sa che l'antico Impero Romano, cioè una specie di Unione Europea dell'epoca, mentre trasformava i suoi sudditi in schiavi smidollati della classe dirigente più spietata e parassitaria che il mondo avesse conosciuto fino ad allora, la società iniziava nel suo complesso a disintegrarsi e a declinare in misura fino ad allora senza precedenti. L'abilità personale, il coraggio, l'amore per la libertà e l'istinto democratico del popolo che considerava tutti gli affari di stato come propri e che aveva fatto grande la Roma antica erano scomparsi del tutto. Al loro posto c'era un parassitismo senza precedenti e la morale sociale della folla, che riusciva a sopravvivere grazie a opere di carità nel mezzo di guerre civili tra le fazioni dei governanti della Roma imperiale.
Non era la frusta che soggiogava gli innumerevoli schiavi, gli ancora più numerosi plebei e una miriade di proletari. Non era il carnefice che li costringeva a vivere una vita servile sotto i piedi dei signori. Non c'era bisogno di frustate. Dove non c'è coraggio e amore per la libertà i tiranni non hanno bisogno della frusta, né del carnefice. Il posto della frusta lo presero le insopportabili tasse e il debito usurario. Per sfuggire al peso insopportabile delle tasse, molti piccoli agricoltori preferivano vendersi come schiavi, in quanto questi ultimi non pagavano tasse e la libertà dall'esattore era più dolce come motivazione rispetto a quella della libertà personale.
Nel primo periodo della Repubblica Romana, la servitù per debiti (nexum) era accettata. Il mutuatario poneva se stesso o un membro della sua famiglia, come una garanzia nel caso in cui non potesse pagare il debito. Ma l'usura e il maltrattamento dei debitori era inaccettabile. Il maltrattamento di un debitore da parte del creditore possessore del nexum era stato il motivo della sua abrogazione con la legge Lex Poetelia Papiria nel 326 a.C., secondo Tito Livio. Tuttavia, man mano che l'usura si trasformò in una delle attività d'arricchimento preferite dei governanti dell'antica Roma, i tribunali emettevano delle sentenze che trasformavano i debitori che non potevano pagare i loro debiti in schiavi del creditore.
Da subito il peso del debito cominciò a cadere pesante sugli strati plebei dell'antica Roma. Quando nel 133 a.C. i fratelli Gracchi e i loro seguaci cercarono di "tagliare" i debiti dei plebei, la classe dirigente che controllava il Senato rispose con la violenza, uccidendo, mutilando e bruciando i loro nemici in una aperta guerra civile. L'ultimo tentativo organizzato per farla finita con la morsa del debito per i plebei fu la cosiddetta cospirazione di Catilina nel 63-62 a.C. Chiunque avesse avuto il coraggio solo di parlare di cancellazione dei debiti faceva una brutta fine, mentre alle reazioni delle masse seguivano sempre stragi e guerre. Lo storico romano Tacito (56-120 d.C.) scrisse nei suoi Annali (libro IV, 16): "La maledizione dell'usura era in effetti vecchia come Roma e costituiva sempre la ragione più comune per la rivolta e la discordia ..."
Nel quinto secolo l'economia di Roma era crollata. Sollevazioni frequenti e guerre civili, così come gli innumerevoli affamati che si accumulavano nelle città, costringevano molti a fuggire verso la campagna. Quando il numero degli schiavi che non pagavano le imposte statali imperiali proliferò in modo che le casse dello Stato non erano più in grado di raccogliere ciò che era necessario per finanziare lusso, parassitismo e guerre della cricca imperiale, venne messo a punto un nuovo sistema di schiavitù. Prima fu vietato vendere se stessi come schiavi e così si moltiplicarono i debitori. Così il debitore legato per forza ormai al creditore, era molto spesso costretto a lavorare un pezzo di terra cedutogli (dal prestatore - Signore) affinché ripagasse il debito.
Così lo schiavo diventò un servo della gleba che ora poteva essere tassato, mentre l'opera sua e quella della sua famiglia così come il prodotto della terra appartenevano al Signore. Fino al pagamento del debito. Ma, siccome il signore controllava il debito, il servo, era certo, non avrebbe mai potuto ripagarlo. Né lui, né i suoi figli, né i figli dei suoi figli. Con questo sistema della servitù del debito del peone come anche si chiama, entrò nella scena storica il feudalesimo.
Il piccolo proprietario terriero e artigiano di un tempo, che dominava la scena nella vecchia democrazia di Roma era stato sostituito dal servo dello Stato e del sovrano, avendo perso tutto insieme alla voglia di vivere. Era diventato il mendicante dei potenti. E i mendicanti non esercitano né rivendicano diritti, semplicemente sopravvivono grazie alla magnanimità del potente e del potere. Ecco perché le popolazioni che nella storia sono state ridotte allo stato di mendicante, non sono mai state in grado di niente di meglio che venire alle mani, saccheggiare in stragi reciproche e servire i tiranni.
Con la società imperiale romana nel declino più assoluto, senza forze sociali disponibili che potessero dare vita alla società stessa attraverso un rovesciamento del regime in bancarotta, non era rimasto altro che le incursioni di orde barbariche. Scrisse giustamente Engels: "Ciò che di vivo e di vivificante che i tedeschi hanno dato al mondo romano era barbaro. E' vero che solo i barbari possono ridare vita ad un mondo che giace tra le braccia di una civiltà morta".
Molti anni dopo, un altro socialista tedesco, Paul Lensch, tanto di sinistra quanto i dirigenti di SYRIZA oggi (NdT: 2° partito in Grecia, sinistra ufficiale) non ebbe problemi, citando Engels, a sostenere la partecipazione alla guerra mondiale causata dal Kaiser tedesco, dicendo: "Ci chiamano barbari! Molto bene! I nostri antenati erano ancora barbari quando hanno reso un grande servizio all'umanità, frantumando l'impero romano a pezzi e aprendo la strada allo sviluppo storico che sembrava trovarsi in una situazione di stallo, uno sbocco di grande significato storico per tutto il mondo. E cosa è stato ciò che ha permesso alla razza tedesca di svolgere la sua missione nella storia del mondo? Cosa li ha resi capaci di infondere nuova vita in Europa? E' stato quello che ha proclamato Friedrich Engels, esclusivamente la loro brutalità!"
Queste cose furono scritte nel mezzo della prima guerra mondiale, con la brutalità al suo apice. E le scriveva uno di sinistra, un socialdemocratico, fedele - almeno a suo dire - allievo di Marx ed Engels. Esprimeva la problematica dominante della direzione del Partito Socialdemocratico Tedesco del tempo, che concepiva la guerra mondiale come una battaglia per l'affermarsi della civiltà globale. E sceglievano di prendere posizione a favore di chi sembrava ai loro occhi come il meno brutale per l'affermarsi della civiltà globale.
Ma durante la guerra, con la barbarie dei belligeranti a superare tutti i limiti da entrambi i lati della trincea, la storia è cambiata. La Germania ora era la parte lesa mentre allo stesso tempo diventava il vettore della rivoluzione mondiale, quella cioè che combatte contro l'impero globale dominante inglese. Per cui anche la barbarie da parte dei tedeschi venne dispensata. La cosa strana è che da un punto di vista avevano ragione. I tedeschi hanno potuto, nei momenti più cruciali della storia del mondo, ricattare gli sviluppi globali con il quasi esclusivo uso della loro più sfacciata barbarie. Questo non è stato fatto con i nazisti tedeschi? Questo non viene fatto oggi?
L'Unione Europea e in particolare la zona euro, come si trasforma in una Federazione Europea in condizioni di una crisi senza precedenti, vive giorni simili a quelli dell'ultima Roma. Il tremendo declino che copre tutto come cenere, uccide tutto ciò che è vivo nelle società sviluppate degli Stati membri. Il problema non è semplicemente le politiche implementate, ma l'atmosfera soffocante, dove tutto è deciso da qualche parte lontana, inaccessibile, con i popoli a perdere anche la voglia di vivere. Se non sono già convertiti, certamente si trasformano in subordinati, in miseri sudditi, capaci solo di chiedere l'elemosina.
L'assolutismo come si è stabilito in Europa può confrontarsi storicamente solo con la decadenza di Roma. I popoli europei perdono lentamente la loro identità, le loro radici e la loro storia per divenire misere ombre dei loro lontani se stessi, uniformi cliché di consumatori e cittadini del mercato, capaci solo di sopravvivere in un mondo virtuale che viene creato quasi esclusivamente da società di marketing e sinistre autorità sovranazionali.
L'abiura della nazione, l'alto tradimento, il collaborazionismo che una volta i popoli, le nazioni e gli stati consideravano come dei peccati estremi, oggi vengono considerati come pratica comune, che non scandalizza più di tanto, né a destra né a sinistra. Si tratta del prodotto necessario per la catalisi dello Stato nazionale e l'imposizione di un supposto "internazionalismo", che in pratica e come ideologia coincide con la prevalenza di frontiere aperte, mercati aperti e società aperte alla promiscuità dei capitali a livello globale. Tutto ora ha il suo valore di scambio nei mercati dei capitali nel mondo, anche l'onore personale e la dignità. Non ci sono diritti e quindi non ci sono rivendicazioni. Non c'è bisogno di lotte. C'è solo la legge del pugno e del potere. In un mondo in cui non sono riconosciuti i diritti delle persone, non è riconosciuto il diritto all'autodeterminazione e alla sovranità democratica, allora non ha senso neanche il tradimento. Ciò che i collaborazionisti presentano oggi come un atteggiamento responsabile, la sinistra apparentemente rivoluzionaria giustifica con il familiare "è il capitalismo, stupido!" Ma la verità è molto più semplice. E lasceremo che la racconti un maitre della politica e dell'ideologia che oggi rapisce destra e sinistra. Adolf Hitler:
ΤΟ ΧΩΝΙ
Dalla storia si sa che l'antico Impero Romano, cioè una specie di Unione Europea dell'epoca, mentre trasformava i suoi sudditi in schiavi smidollati della classe dirigente più spietata e parassitaria che il mondo avesse conosciuto fino ad allora, la società iniziava nel suo complesso a disintegrarsi e a declinare in misura fino ad allora senza precedenti. L'abilità personale, il coraggio, l'amore per la libertà e l'istinto democratico del popolo che considerava tutti gli affari di stato come propri e che aveva fatto grande la Roma antica erano scomparsi del tutto. Al loro posto c'era un parassitismo senza precedenti e la morale sociale della folla, che riusciva a sopravvivere grazie a opere di carità nel mezzo di guerre civili tra le fazioni dei governanti della Roma imperiale.
Non era la frusta che soggiogava gli innumerevoli schiavi, gli ancora più numerosi plebei e una miriade di proletari. Non era il carnefice che li costringeva a vivere una vita servile sotto i piedi dei signori. Non c'era bisogno di frustate. Dove non c'è coraggio e amore per la libertà i tiranni non hanno bisogno della frusta, né del carnefice. Il posto della frusta lo presero le insopportabili tasse e il debito usurario. Per sfuggire al peso insopportabile delle tasse, molti piccoli agricoltori preferivano vendersi come schiavi, in quanto questi ultimi non pagavano tasse e la libertà dall'esattore era più dolce come motivazione rispetto a quella della libertà personale.
Nel primo periodo della Repubblica Romana, la servitù per debiti (nexum) era accettata. Il mutuatario poneva se stesso o un membro della sua famiglia, come una garanzia nel caso in cui non potesse pagare il debito. Ma l'usura e il maltrattamento dei debitori era inaccettabile. Il maltrattamento di un debitore da parte del creditore possessore del nexum era stato il motivo della sua abrogazione con la legge Lex Poetelia Papiria nel 326 a.C., secondo Tito Livio. Tuttavia, man mano che l'usura si trasformò in una delle attività d'arricchimento preferite dei governanti dell'antica Roma, i tribunali emettevano delle sentenze che trasformavano i debitori che non potevano pagare i loro debiti in schiavi del creditore.
Da subito il peso del debito cominciò a cadere pesante sugli strati plebei dell'antica Roma. Quando nel 133 a.C. i fratelli Gracchi e i loro seguaci cercarono di "tagliare" i debiti dei plebei, la classe dirigente che controllava il Senato rispose con la violenza, uccidendo, mutilando e bruciando i loro nemici in una aperta guerra civile. L'ultimo tentativo organizzato per farla finita con la morsa del debito per i plebei fu la cosiddetta cospirazione di Catilina nel 63-62 a.C. Chiunque avesse avuto il coraggio solo di parlare di cancellazione dei debiti faceva una brutta fine, mentre alle reazioni delle masse seguivano sempre stragi e guerre. Lo storico romano Tacito (56-120 d.C.) scrisse nei suoi Annali (libro IV, 16): "La maledizione dell'usura era in effetti vecchia come Roma e costituiva sempre la ragione più comune per la rivolta e la discordia ..."
Nel quinto secolo l'economia di Roma era crollata. Sollevazioni frequenti e guerre civili, così come gli innumerevoli affamati che si accumulavano nelle città, costringevano molti a fuggire verso la campagna. Quando il numero degli schiavi che non pagavano le imposte statali imperiali proliferò in modo che le casse dello Stato non erano più in grado di raccogliere ciò che era necessario per finanziare lusso, parassitismo e guerre della cricca imperiale, venne messo a punto un nuovo sistema di schiavitù. Prima fu vietato vendere se stessi come schiavi e così si moltiplicarono i debitori. Così il debitore legato per forza ormai al creditore, era molto spesso costretto a lavorare un pezzo di terra cedutogli (dal prestatore - Signore) affinché ripagasse il debito.
Così lo schiavo diventò un servo della gleba che ora poteva essere tassato, mentre l'opera sua e quella della sua famiglia così come il prodotto della terra appartenevano al Signore. Fino al pagamento del debito. Ma, siccome il signore controllava il debito, il servo, era certo, non avrebbe mai potuto ripagarlo. Né lui, né i suoi figli, né i figli dei suoi figli. Con questo sistema della servitù del debito del peone come anche si chiama, entrò nella scena storica il feudalesimo.
Il piccolo proprietario terriero e artigiano di un tempo, che dominava la scena nella vecchia democrazia di Roma era stato sostituito dal servo dello Stato e del sovrano, avendo perso tutto insieme alla voglia di vivere. Era diventato il mendicante dei potenti. E i mendicanti non esercitano né rivendicano diritti, semplicemente sopravvivono grazie alla magnanimità del potente e del potere. Ecco perché le popolazioni che nella storia sono state ridotte allo stato di mendicante, non sono mai state in grado di niente di meglio che venire alle mani, saccheggiare in stragi reciproche e servire i tiranni.
Con la società imperiale romana nel declino più assoluto, senza forze sociali disponibili che potessero dare vita alla società stessa attraverso un rovesciamento del regime in bancarotta, non era rimasto altro che le incursioni di orde barbariche. Scrisse giustamente Engels: "Ciò che di vivo e di vivificante che i tedeschi hanno dato al mondo romano era barbaro. E' vero che solo i barbari possono ridare vita ad un mondo che giace tra le braccia di una civiltà morta".
Molti anni dopo, un altro socialista tedesco, Paul Lensch, tanto di sinistra quanto i dirigenti di SYRIZA oggi (NdT: 2° partito in Grecia, sinistra ufficiale) non ebbe problemi, citando Engels, a sostenere la partecipazione alla guerra mondiale causata dal Kaiser tedesco, dicendo: "Ci chiamano barbari! Molto bene! I nostri antenati erano ancora barbari quando hanno reso un grande servizio all'umanità, frantumando l'impero romano a pezzi e aprendo la strada allo sviluppo storico che sembrava trovarsi in una situazione di stallo, uno sbocco di grande significato storico per tutto il mondo. E cosa è stato ciò che ha permesso alla razza tedesca di svolgere la sua missione nella storia del mondo? Cosa li ha resi capaci di infondere nuova vita in Europa? E' stato quello che ha proclamato Friedrich Engels, esclusivamente la loro brutalità!"
Queste cose furono scritte nel mezzo della prima guerra mondiale, con la brutalità al suo apice. E le scriveva uno di sinistra, un socialdemocratico, fedele - almeno a suo dire - allievo di Marx ed Engels. Esprimeva la problematica dominante della direzione del Partito Socialdemocratico Tedesco del tempo, che concepiva la guerra mondiale come una battaglia per l'affermarsi della civiltà globale. E sceglievano di prendere posizione a favore di chi sembrava ai loro occhi come il meno brutale per l'affermarsi della civiltà globale.
Ma durante la guerra, con la barbarie dei belligeranti a superare tutti i limiti da entrambi i lati della trincea, la storia è cambiata. La Germania ora era la parte lesa mentre allo stesso tempo diventava il vettore della rivoluzione mondiale, quella cioè che combatte contro l'impero globale dominante inglese. Per cui anche la barbarie da parte dei tedeschi venne dispensata. La cosa strana è che da un punto di vista avevano ragione. I tedeschi hanno potuto, nei momenti più cruciali della storia del mondo, ricattare gli sviluppi globali con il quasi esclusivo uso della loro più sfacciata barbarie. Questo non è stato fatto con i nazisti tedeschi? Questo non viene fatto oggi?
L'Unione Europea e in particolare la zona euro, come si trasforma in una Federazione Europea in condizioni di una crisi senza precedenti, vive giorni simili a quelli dell'ultima Roma. Il tremendo declino che copre tutto come cenere, uccide tutto ciò che è vivo nelle società sviluppate degli Stati membri. Il problema non è semplicemente le politiche implementate, ma l'atmosfera soffocante, dove tutto è deciso da qualche parte lontana, inaccessibile, con i popoli a perdere anche la voglia di vivere. Se non sono già convertiti, certamente si trasformano in subordinati, in miseri sudditi, capaci solo di chiedere l'elemosina.
L'assolutismo come si è stabilito in Europa può confrontarsi storicamente solo con la decadenza di Roma. I popoli europei perdono lentamente la loro identità, le loro radici e la loro storia per divenire misere ombre dei loro lontani se stessi, uniformi cliché di consumatori e cittadini del mercato, capaci solo di sopravvivere in un mondo virtuale che viene creato quasi esclusivamente da società di marketing e sinistre autorità sovranazionali.
L'abiura della nazione, l'alto tradimento, il collaborazionismo che una volta i popoli, le nazioni e gli stati consideravano come dei peccati estremi, oggi vengono considerati come pratica comune, che non scandalizza più di tanto, né a destra né a sinistra. Si tratta del prodotto necessario per la catalisi dello Stato nazionale e l'imposizione di un supposto "internazionalismo", che in pratica e come ideologia coincide con la prevalenza di frontiere aperte, mercati aperti e società aperte alla promiscuità dei capitali a livello globale. Tutto ora ha il suo valore di scambio nei mercati dei capitali nel mondo, anche l'onore personale e la dignità. Non ci sono diritti e quindi non ci sono rivendicazioni. Non c'è bisogno di lotte. C'è solo la legge del pugno e del potere. In un mondo in cui non sono riconosciuti i diritti delle persone, non è riconosciuto il diritto all'autodeterminazione e alla sovranità democratica, allora non ha senso neanche il tradimento. Ciò che i collaborazionisti presentano oggi come un atteggiamento responsabile, la sinistra apparentemente rivoluzionaria giustifica con il familiare "è il capitalismo, stupido!" Ma la verità è molto più semplice. E lasceremo che la racconti un maitre della politica e dell'ideologia che oggi rapisce destra e sinistra. Adolf Hitler:
"La storia ha dimostrato che le nazioni che hanno deposto le armi senza essere state assolutamente costrette, preferiscono in seguito accettare le peggiori umiliazioni e fare le concessioni più umilianti che cercare di cambiare la loro fortuna con un nuovo ricorso alla violenza. Questo umanamente è spiegabile. Un vincitore prudente, quando possibile, non vorrà far valere i suoi diritti sui vinti tranne che a rate. Può allora essere sicuro che una nazione che ha perso la sua forza di carattere, e tale è ogni nazione che si sottomette volontariamente, non troverà alcuna ragione sufficiente in ciascuna di queste oppressioni dettagliate per ricorrere alle armi ancora una volta. Così, più i ricatti vengono accettati con piacere, meno sembrerà legittimo agli occhi del popolo il tentativo di difendersi da una nuova, apparentemente isolata, oppressione anche se abbastanza costantemente ricorrente. Specialmente quando, dopo tutta una serie di tali azioni, più e più disgrazie ha sofferto in silenzio e con tolleranza senza reagire. La caduta di Cartagine è l'immagine orribile di un lento, auto-avverarsi dell'esecuzione di una nazione. Di conseguenza, Clausewitz, nel suo lavoro 'Drei Bekenntnissen' (Tre confessioni), a sua volta, contraddistingue per sempre questo pensiero nel suo modo incomparabile quando dice: "La macchia di una vile sottomissione non sarà mai cancellata". Questa goccia di veleno nel sangue di una nazione passa nell'eternità e sarà paralizzante e indebolirà la volontà delle generazioni future. Che, rispetto ad esso, "anche la scomparsa della libertà dopo una gara sanguinosa e onorevole assicura la rinascita di una nazione ed è il seme della vita da cui un nuovo albero un giorno si guadagnerà rapidamente radici." Naturalmente, una nazione disonorata, che ha perso la sua forza di carattere, non si cura di questo tipo di insegnamento. Dato che chi lo coltiva è certo che non potrà affondare così in basso, mentre crolla chi lo dimentica o non vuole più sapere di esso. Quindi, non bisogna aspettarsi che i rappresentanti di una sottomissione pusillanime sapranno improvvisamente pentirsi con l'intento, e sulla base dei dati e l'esperienza umana, di agire in modo diverso da come si erano comportati fino a oggi. Al contrario, queste stesse persone manterranno tale insegnamento in lontananza fino a che o la nazione sarà assuefatta per sempre al giogo della schiavitù, oppure fino a che nuove forze si evidenzieranno in superficie per afferrare il potere dalle mani dei dominatori di questa famigerata corruzione. Nel primo caso, questi capi riescono a non sentirsi affatto a disagio, dal momento che non di rado viene assegnato loro dai vincitori l'ufficio di amministrazione degli schiavi, che poi questi tipi spregevoli gestiscono sulla propria nazione con una durezza molto più spietata di qualsiasi bestia aliena che il nemico stesso avrebbe messo nel paese sconfitto".Quanto si differenzia nel merito la problematica di Giuliano Amato, ex presidente del Consiglio italiano e Vice Presidente della Costituente Europea, in una sua intervista a La Stampa (13 luglio 2000), dove faceva delle rivelazioni circa il carattere della UE:
"In Europa si ha la necessità di agire con i "come se"- come se fosse cosa di poco conto ciò che si sta cercando per ottenere molto, come se gli stati rimangano sovrani per convincerli a rinunciare alla loro sovranità. La Commissione di Bruxelles, ad esempio, dovrebbe agire come se fosse uno strumento tecnico, per essere in grado di funzionare come un governo. E così via, per mascherare e nascondere ... La sovranità perduta a livello nazionale non va a qualche nuova entità. Viene consegnata a delle entità senza volto: la NATO, le Nazioni Unite e alla fine l'Unione Europea, che è in prima linea in un mondo che cambia, che mira a un futuro con dei prìncipi senza dominio. La nuova entità è senza volto e quelli che hanno le redini in mano, non si possono vedere, né sono eletti ... I federalisti credono ancora che rimuovendo dai loro stati-nazione la sovranità, essa si trasferirà ad un livello superiore. Questo è il loro errore. La verità è che il trasferimento della sovranità la farà evaporare, scomparire. Nel loro ambito non ci saranno più individuali e identificabili sovranità. Al loro posto sarà una moltitudine di autorità a diversi livelli di collegialità, ognuna delle quali sarà a capo di diversi interessi organizzati di persone: livelli che includono campi non specificati di autorità, che condividono il potere con altre autorità".
Oggi, il debito e le selvagge politiche di adattamento sono i metodi di
base, al posto della frusta, della carota e della guerra aperta, con i
quali si tenta di imporre ai popoli questa logica di obbedienza
volontaria. Se no, come si passerà dall'era dei movimenti popolari,
operai e sociali che avevano come punto di partenza la difesa dei loro
diritti, diritti che hanno sempre avuto cittadinanza e patria, in una
situazione di popolazioni senza volto servi dei mercati? Se no, come
sarebbe stato possibile per chiunque comune mortale accettare un governo
come quello odierno, variante tipica dei governi imposti in tutta l'UE,
composto da soggetti nei confronti dei quali lo psicopatico killer con
la sega elettrica sembra una caricatura? (NdT: Se si parla del “governo”
greco non è un'esagerazione).
"Saremmo come l'Egitto, se avessimo dichiarato bancarotta e fossimo finiti fuori dall'euro, come sostenevano alcuni," ha detto Stournaras (NdT: Ministro dell’Economia), dopo i negoziati con la troika Mercoledì sera. Vale a dire che saremmo come il popolo egiziano in agitazione e vigilanza che pretende i suoi diritti e il suo paese, senza accettare chiunque gli scarichi sulle spalle le potenze straniere e l'oligarchia locale.
Sì signor Stournaras. Saremmo come l'Egitto, se avessimo dichiarato bancarotta e fossimo finiti fuori dall'euro. Saremmo un popolo fiero che non avrebbe paura di difendere il suo paese da forze straniere e dai loro tirapiedi locali. E di nuovo sì, signor Stournaras, hai visto quello di cui è capace un popolo che possiede del giudizio e che rispetta se stesso quando viene tradito da piccoli commercianti di politica che gli hanno strappato il consenso per governare salvo poi tradire le promesse? Non c'è voluto molto da parte del popolo per abbattere la potente Fratellanza Musulmana e allineare anche il Presidente Americano con la volontà del popolo.
E queste persone, signor Stournaras, sono riuscite a cancellare i debiti di Mubarak perché è così che hanno voluto. Spera signor Stournaras che non si svegli il Greco, almeno per il tempo che la tua miserabile esistenza tormenterà i vivi intorno a te, perché quello avete fatto tu e i tuoi amici a questo paese, non alle pulci nel vostro seno. E siccome con l'apatia e l’indifferenza che vi distingue sembra non abbiate senso del pericolo in agguato, vi proporrei di continuare con le dichiarazioni provocatorie. Ognuna di queste aggiunge un'altra frase alle tue esequie.
"Saremmo come l'Egitto, se avessimo dichiarato bancarotta e fossimo finiti fuori dall'euro, come sostenevano alcuni," ha detto Stournaras (NdT: Ministro dell’Economia), dopo i negoziati con la troika Mercoledì sera. Vale a dire che saremmo come il popolo egiziano in agitazione e vigilanza che pretende i suoi diritti e il suo paese, senza accettare chiunque gli scarichi sulle spalle le potenze straniere e l'oligarchia locale.
Sì signor Stournaras. Saremmo come l'Egitto, se avessimo dichiarato bancarotta e fossimo finiti fuori dall'euro. Saremmo un popolo fiero che non avrebbe paura di difendere il suo paese da forze straniere e dai loro tirapiedi locali. E di nuovo sì, signor Stournaras, hai visto quello di cui è capace un popolo che possiede del giudizio e che rispetta se stesso quando viene tradito da piccoli commercianti di politica che gli hanno strappato il consenso per governare salvo poi tradire le promesse? Non c'è voluto molto da parte del popolo per abbattere la potente Fratellanza Musulmana e allineare anche il Presidente Americano con la volontà del popolo.
E queste persone, signor Stournaras, sono riuscite a cancellare i debiti di Mubarak perché è così che hanno voluto. Spera signor Stournaras che non si svegli il Greco, almeno per il tempo che la tua miserabile esistenza tormenterà i vivi intorno a te, perché quello avete fatto tu e i tuoi amici a questo paese, non alle pulci nel vostro seno. E siccome con l'apatia e l’indifferenza che vi distingue sembra non abbiate senso del pericolo in agguato, vi proporrei di continuare con le dichiarazioni provocatorie. Ognuna di queste aggiunge un'altra frase alle tue esequie.
Dimitris Kazakis, economista e segretario del EPAM (ΕΠΑΜ, Fronte Popolare Unitario).
Fonte: http://dimitriskazakis.blogspot.gr/2013/07/h.html
Tradotto per www.comedonchisciotte.org a cura di Georgios
giovedì 18 luglio 2013
La verità nascosta: colpo di stato in America.
DI PAUL CRAIG ROBERTS
globalresearch.ca
“Gli americani hanno subito un colpo di stato, anche se esitano ad ammetterlo. Il regime di Washington manca di legittimità costituzionale e giuridica. Gli americani sono attualmente governati da usurpatori secondo i quali l’esecutivo è al di sopra della legge e che la Costituzione americana è né più né meno che carta straccia.”
Un governo non costituzionale è un governo illegittimo. I giuramenti di fedeltà comprendono la difesa della Costituzione “contro ogni nemico, straniero e interno”. Come vollero ben sottolineare i Padri Fondatori, il principale nemico è il governo stesso. Al potere non piacciono vincoli e restrizioni e fa di tutto, sempre, per liberarsi da questi “lacci”.
Alla base del regime di Washington c’è usurpazione di potere. Il Regime Obama, come quello passato Bush/Cheney, non è legittimo. Gli Americani sono governati da un potere che comanda non in forza del diritto e della Costituzione, ma con le menzogne e la forza bruta. Quelli che oggi sono al potere considerano la Costituzione solo una “catena che gli tiene le mani legate”.
Rispetto all’attuale regime americano, erano più legittimati: il regime dell’apartheid in Sudafrica, il regime dell’apartheid israeliano nei territori Palestinesi, il regime Talebano e persino i regimi di Muhammar Gaddafi e Saddam Hussein.
L’unica difesa costituzionale che i regimi Bush/Obama hanno lasciato è il Secondo Emendamento, un emendamento perfettamente inutile che prevede la differenza di armamenti tra Washington e il cittadino comune. Nessun cittadino con un fucile in mano può proteggere se stesso e la sua famiglia da uno dei 2,700 blindati del Dipartimento della Difesa Nazionale, o da un drone, o da una pattuglia SWAT con uniformi antiproiettile.
Come i servi della gleba nei secoli più oscuri della storia, i cittadini americani possono essere prelevati, dietro ordine di un funzionario sconosciuto dell’esecutivo, e sbattuto in prigione, sottoposto a tortura, senza prove accusatorie presentate davanti a un regolare tribunale e senza alcuna informazione alla famiglia di dove sia e perché si trovi lì. O possono ritrovarsi inspiegabilmente in una lista di persone a cui sono impediti viaggi in aereo.
Ogni comunicazione di ogni americano, escluse le conversazioni dal vivo in ambienti senza cimici, è intercettata e registrata dalla National Security “Stasi” Agency, che può mettere insieme parole e frasi e produrre un “terrorista interno”.
Se sbattere in prigione un cittadino americano risulta troppo faticoso, il cittadino può sempre essere fatto saltare in aria con un missile sparato da un drone. Senza nessuna spiegazione. Per il tiranno Obama quel cittadino era solo un nome su una lista.
Il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che sta esercitando queste prerogative proibite dalla Costituzione, e che il suo regime le ha usate per perseguitare e uccidere cittadini americani. La sua rivendicazione di essere al di sopra della legge e della Costituzione è di pubblico dominio. Eppure, non c’è stata ancora alcuna richiesta d’impeachment. Il Congresso si è messo a tappetino. I servi obbediscono ai comandi.
Le persone che hanno contribuito a trasformare un presidente democraticamente eletto in un Cesare comprendono John Yoo, ricompensato per il suo tradimento con la nomina a professore di giurisprudenza all’Università della California, Berkeley(Scuola di Legge di Boalt), il compagno di tradimento di Yoo, Jay Scott Bybee, ricompensato per il suo tradimento con la nomina a giudice federale nella Corte d’Appello del Nono Distretto Giudiziario. Quindi, ora abbiamo un professore di legge che insegna e un giudice federale che sentenzia che l’esecutivo e’ al di sopra della legge.
Il colpo di stato dell’esecutivo in America ha avuto successo. Il punto è: quanto durerà? Oggi l’esecutivo è fatto di bugiardi, criminali e traditori. Tutto il male del mondo pare concentrarsi in Washington.
La risposta di Washington alle prove fornite da Edward Snowden che Washington, contravvenendo a tutte le leggi nazionali e internazionali, stia spiando il mondo intero, ha dimostrato a ogni paese che il principio di vendetta, per il regime americano, è al di sopra della legge e dei diritti umani.
Dietro preciso ordine degli USA, gli stati-fantoccio dell’Europa hanno negato il permesso di volo all’aereo di linea che trasportava il presidente della Bolivia, Morales, costringendolo ad atterrare in Austria e a subire una perquisizione.
Washington ha pensato a bordo di quell’aereo poteva esserci Edward Snowden. E catturare Snowden, per Washington, era più importante del rispetto delle leggi internazionali e delle immunità diplomatiche.
Quanto ci vorrà ancora prima che Washington ordini al suo “pupazzo” inglese di mandare una pattuglia SWAT a prelevare Julian Assange dall’ambasciata ecuadoregna a Londra e consegnarlo alla CIA per sottoporlo a una bella seduta di “waterboarding”? (tortura dell'acqua, è una forma di tortura consistente nell'immobilizzare un individuo in modo che i piedi si trovino più in alto della testa, e versargli acqua sulla faccia). Il 12 Luglio Snowden si è incontrato ha incontrato all’aeroporto di Mosca con organizzazioni per i diritti umani da tutto il mondo. Ha affermato che i poteri illegali esercitati da Washington gli impediscono di andare nei tre paesi latino-americani che gli hanno offerto asilo. Snowden, quindi, ha accettato le condizioni poste dal Presidente russo Putin e ha chiesto asilo alla Russia.
Gli americani spensierati o troppo giovani forse non sanno cosa significhi questo: in tutta la mia vita professionale ho sempre saputo che erano i Russi a perseguitare i ribelli, mentre era l’America quella che offriva asilo politico. Oggi invece è Washington che perseguita e la Russia che protegge…
L’opinione pubblica americana, questa volta, non ha creduto alla balla del governo che ‘Snowden è un traditore’. I sondaggi di opinione indicano chiaramente che la maggioranza degli americani vede in Snowden uno che finalmente ha vuotato il sacco. Non sono gli Stati Uniti a essere danneggiati dalle sue rivelazioni. Sono invece quegli elementi criminali all’interno del governo che hanno sferrato un colpo alla democrazia e alla Costituzione ad aver danneggiato il popolo americano. Non e’ il popolo che chiede lo scalpo di Snowden, ma quei criminali che si sono impossessati illegalmente del potere.
Il Regime Obama, come quello Bush/Cheney, non è legittimo. Gli Americani sono governati da un potere che comanda non in forza del diritto e della Costituzione, ma con le menzogne e la forza bruta.
Nel regime tirannico di Obama, non è solo Snowden a essere bersaglio di sterminio, ma ogni Americano sincero che vive nel paese. Il capo della Sicurezza Nazionale, Janet Boss, ricompensata per la sua fedeltà alla tirannia con la nomina a Cancelliere del sistema universitario della California, ha affermato che la Sicurezza Nazionale ha spostato la sua attenzione dai terroristi musulmani agli “estremisti interni”, un termine piuttosto elastico che può comprendere in qualsiasi momento anche persone corrette, come Bradley Manning e Edward Snowden, persone che mettono in imbarazzo il governo rivelando i suoi crimini. I criminali che hanno preso il potere a Washington non potranno durare a lungo, a meno che non sia totalmente rimosso il concetto di “verità” o anche solo rinominato “tradimento.”.
Se gli Americani acconsentono o tollerano questo colpo di stato, allora si preparino a sprofondare ben presto nel pozzo della tirannia.
globalresearch.ca
“Gli americani hanno subito un colpo di stato, anche se esitano ad ammetterlo. Il regime di Washington manca di legittimità costituzionale e giuridica. Gli americani sono attualmente governati da usurpatori secondo i quali l’esecutivo è al di sopra della legge e che la Costituzione americana è né più né meno che carta straccia.”
Un governo non costituzionale è un governo illegittimo. I giuramenti di fedeltà comprendono la difesa della Costituzione “contro ogni nemico, straniero e interno”. Come vollero ben sottolineare i Padri Fondatori, il principale nemico è il governo stesso. Al potere non piacciono vincoli e restrizioni e fa di tutto, sempre, per liberarsi da questi “lacci”.
Alla base del regime di Washington c’è usurpazione di potere. Il Regime Obama, come quello passato Bush/Cheney, non è legittimo. Gli Americani sono governati da un potere che comanda non in forza del diritto e della Costituzione, ma con le menzogne e la forza bruta. Quelli che oggi sono al potere considerano la Costituzione solo una “catena che gli tiene le mani legate”.
Rispetto all’attuale regime americano, erano più legittimati: il regime dell’apartheid in Sudafrica, il regime dell’apartheid israeliano nei territori Palestinesi, il regime Talebano e persino i regimi di Muhammar Gaddafi e Saddam Hussein.
L’unica difesa costituzionale che i regimi Bush/Obama hanno lasciato è il Secondo Emendamento, un emendamento perfettamente inutile che prevede la differenza di armamenti tra Washington e il cittadino comune. Nessun cittadino con un fucile in mano può proteggere se stesso e la sua famiglia da uno dei 2,700 blindati del Dipartimento della Difesa Nazionale, o da un drone, o da una pattuglia SWAT con uniformi antiproiettile.
Come i servi della gleba nei secoli più oscuri della storia, i cittadini americani possono essere prelevati, dietro ordine di un funzionario sconosciuto dell’esecutivo, e sbattuto in prigione, sottoposto a tortura, senza prove accusatorie presentate davanti a un regolare tribunale e senza alcuna informazione alla famiglia di dove sia e perché si trovi lì. O possono ritrovarsi inspiegabilmente in una lista di persone a cui sono impediti viaggi in aereo.
Ogni comunicazione di ogni americano, escluse le conversazioni dal vivo in ambienti senza cimici, è intercettata e registrata dalla National Security “Stasi” Agency, che può mettere insieme parole e frasi e produrre un “terrorista interno”.
Se sbattere in prigione un cittadino americano risulta troppo faticoso, il cittadino può sempre essere fatto saltare in aria con un missile sparato da un drone. Senza nessuna spiegazione. Per il tiranno Obama quel cittadino era solo un nome su una lista.
Il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che sta esercitando queste prerogative proibite dalla Costituzione, e che il suo regime le ha usate per perseguitare e uccidere cittadini americani. La sua rivendicazione di essere al di sopra della legge e della Costituzione è di pubblico dominio. Eppure, non c’è stata ancora alcuna richiesta d’impeachment. Il Congresso si è messo a tappetino. I servi obbediscono ai comandi.
Le persone che hanno contribuito a trasformare un presidente democraticamente eletto in un Cesare comprendono John Yoo, ricompensato per il suo tradimento con la nomina a professore di giurisprudenza all’Università della California, Berkeley(Scuola di Legge di Boalt), il compagno di tradimento di Yoo, Jay Scott Bybee, ricompensato per il suo tradimento con la nomina a giudice federale nella Corte d’Appello del Nono Distretto Giudiziario. Quindi, ora abbiamo un professore di legge che insegna e un giudice federale che sentenzia che l’esecutivo e’ al di sopra della legge.
Il colpo di stato dell’esecutivo in America ha avuto successo. Il punto è: quanto durerà? Oggi l’esecutivo è fatto di bugiardi, criminali e traditori. Tutto il male del mondo pare concentrarsi in Washington.
La risposta di Washington alle prove fornite da Edward Snowden che Washington, contravvenendo a tutte le leggi nazionali e internazionali, stia spiando il mondo intero, ha dimostrato a ogni paese che il principio di vendetta, per il regime americano, è al di sopra della legge e dei diritti umani.
Dietro preciso ordine degli USA, gli stati-fantoccio dell’Europa hanno negato il permesso di volo all’aereo di linea che trasportava il presidente della Bolivia, Morales, costringendolo ad atterrare in Austria e a subire una perquisizione.
Washington ha pensato a bordo di quell’aereo poteva esserci Edward Snowden. E catturare Snowden, per Washington, era più importante del rispetto delle leggi internazionali e delle immunità diplomatiche.
Quanto ci vorrà ancora prima che Washington ordini al suo “pupazzo” inglese di mandare una pattuglia SWAT a prelevare Julian Assange dall’ambasciata ecuadoregna a Londra e consegnarlo alla CIA per sottoporlo a una bella seduta di “waterboarding”? (tortura dell'acqua, è una forma di tortura consistente nell'immobilizzare un individuo in modo che i piedi si trovino più in alto della testa, e versargli acqua sulla faccia). Il 12 Luglio Snowden si è incontrato ha incontrato all’aeroporto di Mosca con organizzazioni per i diritti umani da tutto il mondo. Ha affermato che i poteri illegali esercitati da Washington gli impediscono di andare nei tre paesi latino-americani che gli hanno offerto asilo. Snowden, quindi, ha accettato le condizioni poste dal Presidente russo Putin e ha chiesto asilo alla Russia.
Gli americani spensierati o troppo giovani forse non sanno cosa significhi questo: in tutta la mia vita professionale ho sempre saputo che erano i Russi a perseguitare i ribelli, mentre era l’America quella che offriva asilo politico. Oggi invece è Washington che perseguita e la Russia che protegge…
L’opinione pubblica americana, questa volta, non ha creduto alla balla del governo che ‘Snowden è un traditore’. I sondaggi di opinione indicano chiaramente che la maggioranza degli americani vede in Snowden uno che finalmente ha vuotato il sacco. Non sono gli Stati Uniti a essere danneggiati dalle sue rivelazioni. Sono invece quegli elementi criminali all’interno del governo che hanno sferrato un colpo alla democrazia e alla Costituzione ad aver danneggiato il popolo americano. Non e’ il popolo che chiede lo scalpo di Snowden, ma quei criminali che si sono impossessati illegalmente del potere.
Il Regime Obama, come quello Bush/Cheney, non è legittimo. Gli Americani sono governati da un potere che comanda non in forza del diritto e della Costituzione, ma con le menzogne e la forza bruta.
Nel regime tirannico di Obama, non è solo Snowden a essere bersaglio di sterminio, ma ogni Americano sincero che vive nel paese. Il capo della Sicurezza Nazionale, Janet Boss, ricompensata per la sua fedeltà alla tirannia con la nomina a Cancelliere del sistema universitario della California, ha affermato che la Sicurezza Nazionale ha spostato la sua attenzione dai terroristi musulmani agli “estremisti interni”, un termine piuttosto elastico che può comprendere in qualsiasi momento anche persone corrette, come Bradley Manning e Edward Snowden, persone che mettono in imbarazzo il governo rivelando i suoi crimini. I criminali che hanno preso il potere a Washington non potranno durare a lungo, a meno che non sia totalmente rimosso il concetto di “verità” o anche solo rinominato “tradimento.”.
Se gli Americani acconsentono o tollerano questo colpo di stato, allora si preparino a sprofondare ben presto nel pozzo della tirannia.
Paul Craig Roberts, ex Assistente del Ministro del Tesoro degli Stati Uniti e Editore Associato del Wall Street Journal; ha tenuto diverse lezioni universitarie. Scrive regolarmente per Global Research
Fonte: http://www.globalresearch.ca/the-unspoken-truth-coup-detat-in-america/5342691
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura DI SKONCERTATA63
L'inferno è dietro l'angolo. Benvenuti.
Quando ci sveglieremo potrebbe essere tardi: saremo prigionieri di
un incubo. All’inizio sembrerà un’operazione militare come tante altre,
un semplice raid aereo punitivo sulla Siria e
sull'Iran ribelle. Sarà invece l’inizio della Terza Guerra Mondiale.
Non ci credete?
Meglio dare un’occhiata, allora, all’ultimo sconvolgente studio
prodotto dall’istituto canadese “Global Research” diretto da Michel
Chossudovsky, professore emerito di economia all’università di
Ottawa, autore di saggi come “La globalizzazione della povertà e il
nuovo ordine mondiale”. L’umanità è a un bivio pericoloso, avverte
Choussudovsky: dall’atomica di Hiroshima, mai s’era visto un
simile dispiegamento mondiale di armi pronte all’uso.
Uno scenario da fine del mondo: prima mossa, l’Iran. Poi, le reazioni a catena e i veri
obiettivi: fermare laCina neutralizzando la Russia. Il capitalismo
imperiale, in crisi, pensa di non avere più altri mezzi per garantirsi l’accesso privilegiato alle risorse vitali: acqua, petrolio e gas naturale.
Se fallisse la
politica non resterebbe che la guerra, il conflitto totale su scala
mondiale. E anche se nessuno se n’è accorto, avvertono gli osservatori
canadesi, l’opzione militare è «in stato di avanzata
preparazione». Sistemi di armi hi-tech, tra cui testate nucleari,
sono già completamente schierati: gli “obiettivi” sono pressoché
accerchiati. «Questa avventura militare», spiega Choussudovsky,
«è sul tavolo da disegno del Pentagono» addirittura dal 1990. «Prima
l’Iraq, poi l’Iran», stando a un documento del comando
centrale Usa del 1995.
L’escalation è già parte dell’agenda militare: mentre l’Iran è il prossimo obiettivo,
insieme con Siria e Libano, il nuovo dispiegamento militare strategico minaccia anche Corea del Nord, Cina e Russia.
Segnali inequivocabili: a giugno,
l’Egitto ha autorizzato il transito di navi da guerra israeliane e
statunitensi nel canale di Suez (evidente “segnale” rivolto a Teheran),
mentre l’Arabia Saudita ha concesso a Israele il diritto di sorvolo e, nel
Mar della Cina,
le manovre congiunte con la Corea
del Sud hanno irritato Pechino. «Gli Stati Uniti ed i loro alleati
stanno “battendo i tamburi di guerra” – scrive Choussudovsky – al
culmine di una depressione economica in tutto il mondo», per
non parlare della più grave catastrofe ambientale nella storia, il
collasso della piattaforma Bp nel Golfo del Messico.
Media completamente accecati, depistati quando non disinformatori:
«La “crisi reale” che minaccia l’umanità, secondo i media e i governi,
non è la guerra ma il riscaldamento globale».
Il vero pericolo non viene percepito: «Nessuno sembra temere una
guerra nucleare sponsorizzata dall’America. La guerra contro l’Iran è
presentata all’opinione
pubblica come un problema tra gli altri», da vivere con
l’indifferenza alla quale ormai si è abituati. Del resto, «la macchina
di uccisione globale è sostenuta anche da un culto insito di
morte e distruzione che pervade i film di Hollywood, per non parlare
delle serie Tv di guerra e criminalità in prime time sulle reti televisive». Culto di
morte
«approvato
dalla Cia e dal Pentagono, che supportano anche finanziariamente le
produzioni di Hollywood come strumento di propaganda di guerra».
Se l’Iran dovesse
essere oggetto di un
attacco aereo “preventivo” da parte delle forze alleate, l’intera
regione – dal Mediterraneo orientale alla frontiera occidentale della Cina con l’Afghanistan e il Pakistan
– si infiammerebbe, conducendoci potenzialmente in uno scenario da Terza Guerra Mondiale,
sostiene
Choussudovsky. Il conflitto si estenderebbe subito a Libano e Siria
ed è «altamente improbabile» che gli eventuali bombardamenti sull’Iran sarebbero
circoscritti agli
impianti nucleari: pressoché scontato, invece, «un attacco aereo su
infrastrutture militari e civili, sistemi di trasporto, fabbriche,
edifici pubblici».
Perché proprio l’Iran? Presto detto: col suo 10% di
riserve mondiali di petrolio e gas,
il paese degli ayatollah si colloca
al terzo posto dopo l’Arabia Saudita (25%) e l’Iraq (11%) per la
dimensione delle sue scorte. In confronto, gli Stati Uniti possiedono
meno del 2,8% delle riserve di petrolio a livello mondiale. Mentre
le scorte petrolifere Usa non
raggiungono i 20 miliardi di
barili, la vasta regione che va dal Medio Oriente all’Asia centrale
dispone di riserve enormi, più di 30 volte quelle degli Stati Uniti,
pari ad oltre il 60% della riserva totale del mondo.
«Colpire l’Iran – sottolinea Choussudovsky –
significa non solo recuperare il controllo anglo-americano sull’economia di
petrolio egas iraniani, compresi i percorsi
delle condutture, ma anche contestare la presenza e l’influenza della Cina e della Russia nella regione».
Il previsto attacco contro Teheran fa parte di una coordinata “road
map” militare globale. E’ la cosiddetta “guerra lunga” del Pentagono: un
conflitto senza frontiere guidato dal profitto, un
progetto di dominazione mondiale, una sequenza di operazioni
militari. I pianificatori militari della Nato, aggiunge Choussudovsky,
hanno previsto vari scenari di escalation militare, con relative implicazioni geopolitiche: mentre Iran, Siria e Libano sono gli
obiettivi immediati, Cina, Russia e
Corea del Nord, per non
parlare di Venezuela e Cuba, sono anch’esse oggetto di minacce da
parte degli Stati Uniti. Obiettivo strategico nella corsa alle risorse:
sconfiggere il gigantesco competitor cinese e annullare
la capacità militare della difesa russa.
Uno sguardo all’attualità recente non fa che moltiplicare timori e
sospetti: le manovre navali al largo della Corea del Nord, la
distribuzione di missili Patriot in Polonia, il centro di allarme
missilissico anti-Russia installato nella Repubblica
Ceca, dispiegamenti navali in Bulgaria, Romania e Mar Nero sempre in chiave anti-Mosca così come il dispiegamento di truppe Usa e Nato in Georgia e il formidabile
dispiegamento navale nel Golfo Persico, compresi sottomarini israeliani pronti a colpire l’Iran.
Contemporaneamente,
sono ormai «aree in corso di militarizzazione» il Mediterraneo
orientale, l’intero Mar Nero, la regione andina del Sudamerica, i
Caraibi e l’America centrale, dove le minacce sono dirette
contro Cuba e Venezuela.
Una escalation silenziosa e costante, protetta dalla formula
dell’aiuto militare: trasferimenti di armi su larga scala, di
proporzioni inaudite come l’affare da 5 miliardi di dollari con l’India,
che mira a rafforzare gli indiani in funzione anti-cinese. Stessa
tecnica in Medio Oriente, in vista del possibile attacco all’Iran:
gli Stati Uniti, spiega il “Global
Research Institute”, stanno armando gli Stati del Golfo (Bahrain,
Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti) con missili intercettori a terra,
missili Patriot ad avanzata funzionalità, sistemi
speciali per la difesa ad alta quota e missili intercettori
Standard-3 sul mare, installati su navi da guerra già ora dispiegate nel
Golfo Persico.
«Un disegno militare globale attentamente coordinato e controllato
dal Pentagono», rileva Choussudovsky, che coinvolge le forze armate
unite di più di 40 paesi. «Questo dispiegamento militare
globale multinazionale è di gran lunga la più grande esibizione di
sistemi avanzati di armi nella storia del mondo». La struttura di
comando unificato, suddivisa in comandi combattenti
geografici, si basa su una strategia di militarizzazione a livello
globale. L’esercito degli Stati Uniti ha basi in 63 paesi. Nuovissime
basi militari sono state costruite dopo l’11 settembre
2001, in sette paesi. In totale, ci sono 255.065 unità di personale
militare statunitense distribuite nel mondo.
Una geografia militare, quella del Pentagono, che rivela il vero
obiettivo finale dell’opzione bellica del terzo millennio: la conquista
del mondo. «Ad eccezione di Hiroshima e Nagasaki, la
seconda guerra mondiale è stata caratterizzata dall’uso di armi
convenzionali», mentre ora la pianificazione di una guerra globale «si
basa sulla militarizzazione dello spazio». Se fosse avviata
una guerra contro l’Iran,
aggiunge Choussudovsky, non
verrebbero impiegate solo armi nucleari, ma sarebbe utilizzata
«anche l’intera gamma di nuovi sistemi di armi avanzate, tra cui armi
elettrometriche e tecniche di modificazione dell’ambiente», le
famose “armi
climatiche”
per il cambiamento forzato del clima: secondo alcuni analisti, il
sistema Haarp installato in Alaska sarebbe in grado di provocare a
distanza cataclismi come siccità, terremoti e
inondazioni.
Il pericolo, avverte Choussudovsky, è tanto più reale se si
considera l’assoluta indifferenza dei mezzi di informazione: «In coro, i
media occidentali hanno bollato l’Iran come
una minaccia alla
sicurezza globale in vista del suo programma di presunte armi
nucleari (inesistente). Riecheggiando dichiarazioni ufficiali, i media
ora chiedono l’attuazione di bombardamenti punitivi nei
confronti dell’Iran in modo da salvaguardare la
sicurezza di Israele». Anziché constatare che l’unica,
vera minaccia alla pace nel mondo proviene dall’asse che collega Stati Uniti, Nato e Israele,
secondo Choussudovsky si
preferisce «instillare tacitamente», nell’inconscio popolare, «la
nozione che la minaccia iraniana è reale e che la Repubblica islamica
dovrebbe essere “conquistata”».
La costruzione del consenso di massa, aggiunge lo studioso canadese,
ricorda i metodi della famigerata Inquisizione spagnola: si esige
«l’accettazione dell’idea che la guerra è un impegno
umanitario». E così, anche se è a tutti noto che sono Washington e
Tel Aviv a mettere in pericolo la pace nel mondo, «in un ambiente
inquisitorio la realtà viene capovolta: i guerrafondai sono
impegnati per la pace, le vittime sono presentate come i
protagonisti della guerra». Una mistificazione che ha successo, ora che
negli Usa il
movimento pacifista si è
indebolito: con l’ascesa di Obama, gli americani contro la guerra si
concentrano su Afghanistan e Iraq, trascurando «le guerre che sono in
preparazione, già sul tavolo del Pentagono».
Niente è ancora deciso, ma tutto è pronto: al momento opportuno, se
prevarrà l’opzione bellica, il più colossale dispiegamento di armi
iper-tecnologiche della storia dell’umanità potrebbe far
saltare in aria mezzo pianeta. «Questa guerra è pura follia»,
protesta il professor Choussudovsky, concludendo il suo report con un
appello drammatico: «Ci rivolgiamo alle persone su tutta la
terra, in America, Europa, Israele, Turchia e in tutto il mondo
perchè si ribellino contro questo progetto militare, contro i loro governi che sono a favore di un’azione militare contro l’Iran e contro i
mass
media che
servono a camuffare le conseguenze devastanti di una guerra contro l’Iran».
Se la guerra è un crimine, l’assassino in questo caso ha un movente
formidabile: il denaro. «L’agenda militare – spiega il direttore del
“Global Research Insitute – supporta un profitto guidato
da un distruttivo sistema economico globale che impoverisce ampi
settori della popolazione mondiale». Doppia follia, dunque, visto che
la Terza Guerra Mondiale sarebbe
una
catastrofe «terminale». Albert Einstein aveva intuito i pericoli
dell’ecatombe nucleare e dell’estinzione della vita sulla terra: «Non so
con quali armi sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale –
disse – ma
la Quarta sarà combattuta con clave e pietre». Oggi, purtroppo, gli
arsenenali dell’ipotetico terzo conflitto mondiale cominciamo
a conoscerli.
Secondo Choussudovsky, i colpevoli sono tantissimi: media,
intellettuali, scienziati e politici che, in coro, «offuscano la verità
indicibile», quella di Einstein: la guerra nucleare distrugge
l’umanità e il processo graduale di distruzione è già cominciato.
«Quando la menzogna diventa verità non c’è più modo di tornare
indietro», insiste Choussudovsky: «Quando la guerra viene accolta
come un impegno umanitario, la giustizia e l’intero sistema
giuridico
internazionale sono stravolti: il pacifismo e il movimento
anti-guerra vengono criminalizzati. Essere contro la guerra diventa un
atto criminale».
Guardiamola in faccia, la guerra: sanziona l’abbattimento
indiscriminato di uomini, donne e bambini, distrugge le famiglie e le
persone, annienta l’impegno delle persone verso gli altri esseri
umani, impedisce alle persone di essere vicine a chi soffre. La
grande menzogna, dice Choussudovsky, sostiene la guerra e lo stato di
polizia come l’unica linea di approccio, distrugge nazioni e
solidarietà internazionali. «Rompere la menzogna significa rompere
un progetto criminale di distruzione globale, in cui la ricerca del
profitto è la forza prevalente. Questo profitto guidato
dall’agenda militare distrugge i valori umani e trasforma le persone
in zombie inconscienti».
E allora quello che dobbiamo fare è «invertire la marea, sfidare i
criminali di guerra in alte cariche e i potenti gruppi di pressione
corporativi che li supportano, rompere l’Inquisizione
americana, minare la crociata militareUsa-Nato-Israele,
chiudere le fabbriche di armi e
basi militari, riportare a casa le truppe: i membri delle forze
armate dovrebbero disobbedire agli ordini e rifiutarsi di partecipare ad
una guerra criminale». Esagerazioni? No, purtroppo.
Perché, insiste lo studioso canadese, il conto alla rovescia è già
cominciato: siamo circondati. Il potere che vuole la guerra è
fortissimo, racconta ogni giorno il contrario della verità,
pretende per sé le risorse vitali del mondo. Ed è armato fino ai
denti.
fonte: Informare Overblog
mercoledì 17 luglio 2013
Cairo: chi riempie il vuoto di potere.
di Manlio Dinucci.
La parola comincia con «c» ma non si può dire: così nei corridoi
washingtoniani si descrive la posizione della Casa bianca di fronte al
colpo di stato in Egitto.
Essa condanna genericamente le violenze,
dicendosi preoccupata per il «vuoto di potere» e sorpresa dagli eventi.
Funzionari del Pentagono assicurano, però, che il segretario alla difesa
Chuck Hagel è sempre stato in «stretto contatto» con quello egiziano,
il generale Abdel Fattah al-Sisi. Uomo di fiducia del Pentagono,
perfezionatosi allo US Army War College di Carlisle (accademia militare
della Pennsylvania), già capo dei servizi segreti militari, principale
interlocutore di Israele, nominato meno di un anno fa dal presidente
Morsi capo di stato maggiore e ministro della difesa.
Cinque mesi fa,
l’11 febbraio, era stato convocato dal generale James Mattis, capo del
Comando Centrale Usa, nella cui area rientra l’Egitto poiché svolge una
«influenza stabilizzante in Medio Oriente», soprattutto nei confronti di
Gaza. All’ordine del giorno (presente l’ambasciatrice al Cairo Anne
Patterson), la «cooperazione militare Usa-Egitto» nel quadro della «instabilità politica» al Cairo. Contemporaneamente
Washington aveva annunciato la fornitura di altri 20 caccia F-16 e 200
carrarmati pesanti M1A1 (fabbricati su licenza in Egitto).
Grazie a un
finanziamento militare di 1,5 miliardi di dollari che gli Usa forniscono
annualmente dal 1979 (secondo solo a quello dato a Israele), le forze
armate egiziane posseggono la quarta flotta mondiale di F-16 (240) e la
settima di carrarmati (4.000).
All’uso di queste e altre armi (tra cui
quelle antisommossa made in Usa) vengono addestrate dal Pentagono, che
ogni due anni invia in Egitto 25mila militari per l’esercitazione
«Bright Star». Così è stata creata la principale leva dell’influenza Usa
in Egitto: una casta militare che nelle alte gerarchie ha anche un
ramificato potere economico.
Quella che ha sostenuto per oltre
trent’anni il regime di Mubarak al servizio degli Usa, che ha assicurato
la «ordinata e pacifica transizione» voluta da Obama quando la
sollevazione popolare ha rovesciato Mubarak; che ha favorito l’ascesa
alla presidenza di Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, per
neutralizzare le forze laiche protagoniste della sollevazione; che ha
deposto Mohamed Morsi quando la sua gestione ha provocato la
sollevazione delle opposizioni laiche e dei giovani ribelli della
Tamarrod.
L’altra leva dell’influenza Usa in Egitto è quella economica.
Da quando Mubarak attuò le misure di privatizzazione e
deregolamentazione volute da Washington e spalancò le porte alle
multinazionali, l’Egitto, pur essendo grosso esportatore di petrolio e
gas naturale e di prodotti finiti, ha accumulato un debito estero di
oltre 35 miliardi di dollari. E, per pagare gli interessi di un
miliardo di dollari annui, dipende dai «prestiti» di Usa, Fmi e
monarchie del Golfo. Un cappio al collo della maggioranza degli 85
milioni di egiziani, circa la metà dei quali vive in condizioni di
povertà.
Da qui le spinte profonde alla ribellione e alla lotta per
una reale democrazia politica ed economica. Che le gerarchie militari
sono riuscite finora a imbrigliare presentandosi, di volta in volta,
come garanti della volontà popolare. Restano così le reali detentrici di
quel potere funzionale agli interessi statunitensi e occidentali.
La
sollevazione diventerà vera rivoluzione solo quando le forze popolari,
sia laiche che religiose, riusciranno a recidere questo legame
neocoloniale, aprendo all’Egitto un futuro di indipendenza e progresso
sociale.
fonte: GlobalResearch
martedì 16 luglio 2013
Quello che i "Marxisti" non dicono.
di Marino Badiale.
1. La migliore proposta politica possibile
Uno degli aspetti più sorprendenti delle discussioni sull'euro è il ritardo o la reticenza nell'assumere la proposta politica dell'uscita da euro e UE da parte del variegato mondo della sinistra radicale, dei marxisti e dei comunisti. Su tratta di un tema sul quale io credo valga la pena di spendere qualche pensiero. Si potrebbe obiettare che occuparsi di un tale mondo, stante la sua residualità e ininfluenza, non serve davvero a nulla. Nonostante la verità di questa osservazione, ritengo lo stesso che le riflessioni che seguono possano essere utili. E' evidente infatti che in Italia e in Occidente stenta moltissimo a coagularsi un movimento di opposizione e contestazione nei confronti della deriva distruttiva e barbarica dell'attuale “capitalismo assoluto”. D'altra parte l'esperienza prova che un tale movimento, che sappia dar vita ad autentiche forze politiche di opposizione, è condizione necessaria per poter contrastare la barbarie incipiente. Ma visto che da anni o decenni ci sono stati, in Italia e probabilmente un po' dappertutto, i più vari tentativi in questo senso, e tutti sono falliti, è probabile che occorra una riflessione non banale sulla natura di questi fallimenti, per sperare di costruire qualcosa che possa sottrarsi a questo destino.
Un esempio eclatante di un tale fallimento è proprio quello del variegato mondo della sinistra radicale, comunista, marxista, che pure aveva ed ha il vantaggio di una tradizione culturale di grande spessore. Se da questo mondo continuano infatti ad arrivare analisi teoriche generali interessanti e utili, manca completamente la capacità di elaborare una proposta politica sensata. E manca perfino la capacità di riconoscere una proposta politica sensata (come quella dell'uscita da euro e UE) quando ci si imbatte in essa. Nel caso appunto dell'uscita da euro e UE, si tratta di una situazione paradossale, perché, per i motivi che cercheremo adesso di spiegare, essa è realmente la migliore proposta politica che un anticapitalista possa assumere nella situazione attuale.
Prima di provare ad argomentare quest'ultima affermazione, sono necessarie due precisazioni.
In primo luogo, parlando del mondo della sinistra radicale che non prende una posizione chiara di uscita dall'euro non si intende negare, ovviamente, l'esistenza di qualche realtà che invece ha preso una posizione di questo tipo: fra questi, a mia conoscenza, ci sono i Comunisti-Sinistra Popolare di Marco Rizzo, il Campo Antimperialista, il Movimento Popolare di Liberazione, la Rete dei Comunisti (che fa riferimento alla rivista Contropiano), il gruppo che gestisce il sito Marx XXI. Possono ovviamente esserci altre realtà. Il punto è che quelle che ho elencate sono in sostanza eccezioni, almeno fino ad ora, mentre la maggioranza del mondo della sinistra radicale non sembra aver compreso quello che ho affermato sopra, il fatto cioè che la proposta politica di uscita da euro e UE è la migliore proposta politica che possa essere fatta, oggi in Italia, dal punto di vista di un anticapitalismo radicale.
In secondo luogo, l'affermazione che ho appena fatto, e che nel seguito argomenterò, necessita di una premessa, cioè del fatto che non è possibile oggi in Italia (e in generale nei paesi avanzati) un progetto politico di rivoluzione, presa del potere e abbattimento del capitalismo da parte di un proletariato rivoluzionario. Se fra i miei lettori c'è qualcuno che non condivide questa premessa, e crede quindi che una rivoluzione comunista sia oggi una concreta possibilità storica, lo prego di interrompere la lettura a questo punto: si tratta di una persona che ha una cosa molto importante da fare, appunto concretizzare la possibilità di una rivoluzione comunista, e non sarebbe giusto che perdesse tempo a leggere un articolo che non gli fornirà nessun aiuto per questo importante compito. Vada a fare la rivoluzione, si abbia i nostri migliori auguri, e quando ci sarà riuscito ci faccia sapere.
Veniamo ora a quanto sopra affermato a proposito di una concreta politica anticapitalistica. Quali dovrebbero essere le caratteristiche di una seria proposta politica di questo tipo, nella situazione attuale?
Come sappiamo tutti (tutti quelli che sono rimasti a leggere questo articolo, dopo che se ne sono andati coloro che credono all'attualità della rivoluzione), non solo non c'è oggi una concreta possibilità rivoluzionaria, ma siamo di fronte, da decenni, ad una massiccia offensiva dei ceti dirigenti del capitalismo mondiale, diretta alla distruzione di tutti i diritti conquistati in precedenza dai ceti subalterni. La classi popolari sono passate, in questi decenni, da una sconfitta all'altra. Non mi dilungo sulla forza e pervasività delle ideologie che sostengono l'attuale capitalismo (l'azienda come modello sociale universale, il consumismo, la competizione), sullo sbandamento, sulla confusione e sulle divisioni delle forze di alternativa, perché sono cose note a tutti. In queste condizioni, è chiaro che le uniche politiche che si possono tentare, con qualche speranza di efficacia, sono politiche di difesa e di limitati contrattacchi, che permettano, in caso di successo, di radunare e rinfrancare le forze di opposizione, mostrando concretamente che, nella guerra che ci hanno scatenato contro, è possibile almeno qualche parziale vittoria.
Se si vuole una concreta proposta politica anticapitalista, essa dovrebbe per prima cosa tentare di contrastare i progetti dei ceti dominanti su qualche punto qualificato: non porsi l'obiettivo della rivoluzione, ma quello del contrasto di qualcuno degli aspetti della situazione attuale, voluti dai ceti dominanti per meglio piegare la società alle esigenze del capitalismo assoluto. Questo è il primo punto qualificante di una politica di radicalità anticapitalistica. D'altra parte, per avere qualche speranza di successo, una politica anticapitalistica deve collegarsi alla difesa degli interessi dei ceti subalterni. Occorre cioè non solo contrastare i disegni dei ceti dominanti, ma farlo su questioni nelle quali siano seriamente coinvolti gli interessi e i livelli di vita dei ceti popolari, in modo da poter affermare con verità che la vittoria nella battaglia intrapresa può aprire concrete possibilità di miglioramento della vita. Infine, poiché il proletariato in quanto tale è oggi incapace di iniziativa politica e del tutto privo di autonomia ideologica, è chiaro che una tale lotta non potrà farla il proletariato da solo ma avrà bisogno dell'alleanza con altre classi popolari. La battaglia cioè potrà essere vinta solo se sarà una “battaglia di popolo” molto più che una “battaglia proletaria”. Riassumendo, una concreta proposta politica anticapitalistica oggi deve attaccare qualche aspetto importante della costruzione sociale dei ceti dominanti, mostrando che in tal modo si possono difendere gli interessi dei ceti popolari in senso lato (proletari e non).
Sembra del tutto evidente, a chi scrive, che la proposta di uscita da euro e UE è, rispetto a questi requisiti, la migliore possibile, nella situazione data.
In primo luogo, si tratta infatti di una proposta che contesta alcuni degli strumenti che i ceti dominanti si sono dati, negli ultimi decenni, per svolgere il loro attacco, la loro lotta di classe: appunto euro e UE. Sul fatto che euro e UE rappresentino proprio questo rimando al libro scritto con Tringali [1] e, per quanto riguarda l'euro, al libro di Bagnai [2]. Poiché la strategia dei ceti dominanti, in questa fase, mette al centro proprio euro e UE, è chiaro che una proposta politica di attacco a queste realtà è qualcosa che mette in questione aspetti importanti della realtà istituzionale costruita dai ceti dominanti per la guerra di classe che da decenni vanno svolgendo.
In secondo luogo, si tratta di una proposta che permette di impostare una politica di difesa degli interessi dei ceti subalterni. Non mi posso dilungare qui sulle motivazioni di queste affermazioni, e rimando quindi ai due libri citati e ai tanti siti in rete che si occupano di tali questioni [3]. E' comunque ormai sempre più evidente che la minaccia della catastrofe economica che si avrebbe al crollo dell'euro e i conseguenti vincoli europei sono gli strumenti con cui, nei paesi PIGS, viene efficacemente perseguita la distruzione di diritti e redditi dei ceti subalterni, ed è altresì evidente che dentro all'euro e ai suoi vincoli è impossibile un reale mutamento delle politiche economiche di tali paesi. Se si vuole dunque tentare un qualsiasi tipo di politica economica favorevole ai ceti subalterni, l'uscita dall'euro appare condizione necessaria e preliminare. Insisto su questo punto: come abbiamo scritto con Tringali nel libro citato, è certo che l'uscita da euro e UE rappresenta una condizione necessaria, preliminare ma non sufficiente per la difesa dei ceti popolari. Su questo ritornerò nel seguito, discutendo alcuni interventi di Emiliano Brancaccio. Il punto è che la necessità di cui s'è detto è rigida: se si vuole colpire qualche altro punto del fronte di attacco dei ceti dominanti, per esempio le politiche di austerità o il Fiscal Compact, si arriva comunque al tema dell'euro, sia perché esse vengono giustificate appunto con la necessità di restare nell'euro, sia perché, se si rimane nell'euro, è quasi impossibile rifiutare le politiche di austerità, perché nell'euro si è persa ogni sovranità e ogni possibilità di scegliere la propria politica economica. La proposta politica di uscita dall'euro permette così di unificare le varie proteste che le attuali politiche di austerità stanno facendo crescere, dando ad esse un obiettivo che trascende le singole proteste, e pemette ad esse, se acquisito dai vari gruppi in lotta, un importante salto di qualità e di coscienza.
In terzo luogo, la proposta di uscita dall'euro viene incontro agli interessi di strati popolari più ampi del lavoro dipendente: artigiani, piccoli imprenditori, piccoli commercianti, giovani professionisti senza prospettive, e così via, che subiscono anch'essi in prima persona il tracollo economico del paese conseguente alle politiche di austerità imposte dalla permanenza nell'euro. Questo fa sì che potenzialmente si tratti di una proposta di grande forza, di una battaglia che può effettivamente essere vinta. E dovrebbe essere chiaro come una vittoria in una simile battaglia cambierebbe notevolmente la situazione politica, rinfrancando e irrobustendo le forze degli oppositori allo “stato di cose esistente”. Una battaglia vinta, anche se non è la battaglia finale, ha sempre un effetto positivo sui ceti subalterni, specie nella realtà attuale nella quale tali ceti sono da decenni sottoposti al bombardamento ideologico secondo il quale non vi è alternativa e ogni resistenza ai poteri dominanti è illusoria.
2. Una discussione con Brancaccio
Sono queste le ragioni per le quali sostengo che la parole d'ordine dell'uscita dall'euro dovrebbe essere fatta propria senza esitazione dagli ambienti della sinistra radicale (marxista e comunista o più genericamente anticapitalista). Questa tesi può essere ulteriormente approfondita prendendo in esame alcuni interventi recenti di Emiliano Brancaccio (qui e qui), per mostrare come, a partire da essi, che pure non assumono in maniera esplicita la posizione dell'uscita dall'euro, si possano capire ancora più chiaramente le ragioni a favore di tale uscita.
In questi interventi, Brancaccio discute le possibili conseguenze dell'uscita dall'euro. Egli argomenta, sia sul piano teorico sia su quello dell'evidenza empirica relativa ad episodi passati di sganciamento di un paese da un regime di cambi fissi, che le conseguenze sui salari possono essere diverse. La conseguenza che ne sembra trarre l'autore è che, piuttosto che schierarsi per la permanenza o l'uscita dall'euro, occorrerebbe pensare a una serie di misure che possano, in caso di deflagrazione dell'eurozona, proteggere i ceti subalterni da ricadute negative. In sostanza, dice Brancaccio, l'uscita dall'euro può essere gestita in modo più favorevole ai ceti subalterni o in modo ad essi sfavorevole, cioè “da sinistra” o “da destra”, per usare le espressioni di Brancaccio.
Pur non credendo più all'utilità delle categorie di “destra” e “sinistra”, non posso che concordare con ciò che dice Brancaccio. Mi pare si possano fare due osservazioni, per sviluppare quanto fin qui detto. La prima è che sembrerebbe possibile sostenere che, per quanto “brutta” possa essere l'uscita dall'euro, la permanenza sia ancora più brutta. Cioè che, se anche l'uscita dall'euro fosse gestita in modo negativo per i ceti popolari, i costi dell'uscita, per tali ceti, potrebbero comunque essere minori rispetto ai costi della permanenza. Questo lo si intuisce anche dai dati che riporta Brancaccio: se davvero la deflazione salariale necessaria per salvare l'euro è dell'ordine del 30% rispetto all'attuale livello salariale, se davvero in Grecia si è avuto un crollo dei salari reali di diciotto punti e un crollo del salario minimo del 44%, allora viene da pensare che perfino l'uscita “da destra” dall'euro sia meno disastrosa, rispetto a simili esiti, per i ceti subalterni. Insomma, per usare il linguaggio di Brancaccio, se si può essere d'accordo sul fatto che è possibile uscire dall'euro “da destra” oppure “da sinistra”, occorre però aggiungere che la cosa più “di destra” di tutte è appunto rimanerci, nell'euro.
Ma l'osservazione più importante è però un'altra. Infatti, è mia opinione che i due articoli di Brancaccio sopra citati mostrino, con grande chiarezza, e forse al di là delle intenzioni dell'autore, l'enorme vantaggio politico per i ceti subalterni, dell'uscita dall'euro. Infatti, cosa fa in sostanza Brancaccio in questi articoli? Egli esamina le conseguenze, sulle diverse classi sociali, di diverse possibili scelte di politica economica, e suggerisce che la sinistra si mobiliti a favore delle scelte di politica economica più favorevoli ai ceti subalterni. Una cosa normalissima, si dirà. Certo, una cosa normalissima, che da decenni in questo paese è impossibile fare. In Italia da decenni non è più possibile una autentica discussione di politica economica, perché non è più possibile decidere alcunché sull'economia: da decenni in Italia i dati fondamentali delle politiche economiche sono decisi altrove. La politica economica è obbligata dai vincoli europei, prima dalla necessità di entrare “in Europa”, poi di entrare nell'euro, poi di rimanerci. Con l'adesione ai vincoli europei e poi all'euro il nostro Paese ha rinunciato ad avere una propria politica economica, all'interno della quale si possano fare delle scelte che, inevitabilmente, favoriranno alcuni e non altri. Ecco dunque l'inestimabile vantaggio dell'uscita dall'euro: quello di riprendere in mano la possibilità della democrazia, della decisione collettiva. Nello scrivere gli articoli citati, Brancaccio è portato a discutere di possibili scelte diverse di politica economica non per motivi ideologici, perché lui è di sinistra o marxista o quant'altro, ma per motivi strettamente logici: infatti uscire dall'euro significa riprendere in mano alcuni strumenti della politica economica nazionale, e nel momento in cui li riprendi in mano, è ovvio che devi porti il problema di cosa farne. Insomma, il fatto stesso che Brancaccio, nello scrivere gli articoli citati, sia portato inevitabilmente a discutere di scelte diverse di politica economica, ci fa capire con tutta la chiarezza necessaria cosa significa l'adesione ai vincoli europei e all'euro: significa appunto la perdita della possibilità di scegliere e quindi lo svuotamento della politica e della democrazia. E simmetricamente ci fa capire cosa potremmo ritrovare, uscendo da euro e UE: appunto la possibilità di scegliere, di decidere e quindi anche di combattere. In una parola, la politica. Ecco dunque la vera natura di euro e UE: si tratta di una espropriazione della politica e della democrazia.
Torniamo allora al discorso iniziale. Avevamo detto che la proposta politica di uscita da euro e UE è la migliore proposta politica possibile, nelle condizioni date. L'esame delle tesi di Brancaccio ci fa intuire che essa è addirittura l'unica proposta politica possibile, perché è l'unica proposta che riapra lo spazio alla politica. Qualsiasi altra proposta politica, se non prevede l'uscita da euro e UE, accetta il fatto che le fondamentali politiche economiche del paese siano decise altrove, non dagli elettori, dal Parlamento e dal Governo di questo paese. E allora si tratta evidentemente di proposte prive di qualsiasi serietà, qualunque sia il radicalismo del quale si ammantano.
3. Obiezioni non convincenti
Speriamo adesso che la tesi che abbiamo esposto all'inizio sia più chiara. Ma se quanto abbiamo fin qui sostenuto è ragionevole, si ripropone la domanda iniziale: perché la sinistra radicale, di ispirazione marxista e comunista, non assume con forza e decisione la parola d'ordine dell'uscita dall'euro? Perché anzi non l'ha sostenuta per prima?
Si tratta di una domanda rispetto alla quale non ho risposte sicure. Ne accennerò solo alla fine di questo scritto, perché dobbiamo prima vedere se nella posizione maggioritaria della sinistra radicale ci siano delle ragioni valide. Potrebbero infatti esserci delle validissime ragioni contrarie all'uscita dall'euro, che fin qui non abbiamo preso in considerazione, a contrastare le ragioni favorevoli che ho sopra esposto, per cui la posizione della maggioranza della sinistra radicale sarebbe il ponderato risultato di un bilanciamento fra ragioni opposte. Ora, non posso naturalmente conoscere tutte le possibili obiezioni elaborate negli ambiti della sinistra radicale. Ne conosco però un certo numero, grazie al fatto che da circa un paio d'anni sostengo in varie occasioni le tesi che ho fin qui esposto. Cercherò di discutere nel seguito alcune di queste obiezioni, senza indicare luoghi precisi, perché non si tratta di polemizzare con specifiche persone o gruppi ma di criticare uno “spirito” diffuso negli ambienti di cui stiamo discutendo.
1.Un primo gruppo di obiezioni consiste in sostanza nel dire che con l'uscita dell'euro non si cambiano radicalmente le condizioni attuali. Naturalmente, dato che i nostri critici sono in genere persone intelligenti, le obiezioni non vengono formulate in questo modo. Ma nella sostanza a questo si riducono. Si può dire che con l'uscita dall'euro la struttura attuale del capitalismo finanziario rimarrebbe immutata, oppure far notare che l'uscita dall'euro non toccherebbe l'attuale disposizione dei poteri nazionali e internazionali, per cui l'uscita eventuale verrebbe gestita ovviamente in modo opposto agli interessi dei ceti subalterni, e non toccherebbe neppure la struttura del capitalismo internazionale, con la sua gerarchia di imperialismi in competizione.
Si può iniziare a replicare a queste obiezioni con una domanda: ma se invece si resta nell'euro, questo ci permetterebbe di incidere sull'attuale situazione del capitalismo finanziario, sulla struttura gerarchica degli imperialismi o sul potere dei ceti dominanti nazionali? Quello che intendo dire è che, se si deve discutere la validità della proposta politica di uscita dall'euro, le conseguenze dell'uscita devono essere confrontate con le conseguenze della permanenza nell'euro, e le obiezioni che vengono formulate contro la proposta dell'uscita devono venire “testate” andando a vedere cosa presumibilmente accadrebbe se invece nell'euro ci si rimane. Ora, è evidente che dal punto di vista delle obiezioni qui esaminate, non cambia assolutamente nulla a restare o a uscire dall'euro: esse quindi non sono obiezioni all'uscita dall'euro.
In realtà, sono obiezioni a qualsiasi politica che sia oggi concretamente proponibile. Esse infatti non tengono conto della realtà di cui abbiamo parlato all'inizio. Siamo in una situazione di profonda sconfitta, che dura da decenni. Stiamo cercando una proposta politica che possa permettere di difendere i ceti popolari e di ottenere qualche limitata vittoria. E' chiaro, è banalmente ovvio, che in queste condizioni non si può pensare di cambiare la struttura del capitalismo internazionale, e neppure di abbattere dall'oggi al domani i ceti dominanti nazionali e internazionali. Non c'è nessuna proposta politica concreta che possa oggi cambiare radicalmente questi dati di fatto. In sostanza, come abbiamo detto sopra le obiezioni che abbiamo esaminato, riducendole all'osso, si riducono a dire che con la nostra proposta non si cambia radicalmente la situazione globale. Alla fin delle fini, l'obiezione è che con l'uscita dall'euro non si abbatte il capitalismo. Ma abbiamo già detto sopra cosa pensiamo di questa obiezione.
Analogo discorso si può fare per obiezioni più semplici e dirette, che in sostanza vogliono dire la stessa cosa: come quella secondo la quale lira ed euro sono in ogni caso strumenti del capitalismo, oppure, come ci è stato detto in un dibattito pubblico, essendo l'euro un semplice strumento del potere capitalistico, se si abbatte l'euro, allora il potere capitalistico si creerà un altro strumento, e quindi non serve combattere l'euro. Che è come dire che i soldati dell'Armata Rossa non dovevano colpire i panzer tedeschi, perché erano solo strumenti del nazismo e distrutto uno il nazismo ne avrebbe fabbricati altri, e che i vietnamiti non dovevano abbattere i B52 che li stavano bombardando, per gli stessi motivi. Non c'è bisogno, credo, di aggiungere nulla a quanto già detto per criticare questa posizione.
2. Un secondo gruppo di obiezioni riguarda il fatto che l'uscita dall'euro potrebbe non rappresentare una autentica difesa dei ceti popolari. Essa potrebbe avere effetti negativi proprio sui livelli di vita dei ceti che si vogliono difendere. Possiamo essere brevi su questo punto perché lo abbiamo già trattato discutendo gli articoli di Brancaccio. Ribadiamo il punto: l'uscita dall'euro è condizione necessaria per riprendere in mano la politica economica e quindi per poter fare politiche economiche favorevoli ai ceti subalterni. A questo possiamo aggiungere ancora la seguente osservazione. E' vero che di fronte all'uscita dall'euro i meccanismi impersonali del capitalismo potrebbero provocare controreazioni negative, e i poteri dominanti nazionali e internazionali potrebbero reagire colpendo il nostro paese in maniera da far pagare ai ceti subalterni il prezzo di una simile scelta. Il punto è, come al solito, che questo vale per qualsiasi proposta politica concreta che si possa fare nella situazione attuale. Nessuna proposta politica concreta può ragionevolmente pensare di abbattere il capitalismo e i suoi gruppi dominanti, nel breve e medio periodo, e quindi qualsiasi cosa si faccia si sarà sempre esposti ai contraccolpi “impersonali” del meccanismo capitalistico e a calcolate ritorsioni da parte dei ceti dominanti. Vogliamo raddoppiare gli stipendi dei lavoratori? Vogliamo investire nella scuola e nell'assistenza sanitaria? Vogliamo bloccare i movimenti dei capitali? Ognuna di queste proposte, e anche tutte assieme, e anche qualsiasi altra cosa si possa proporre che non sia l'abbattimento del capitalismo, lascia in piedi la logica capitalistica con i suoi vincoli, e lascia ai poteri dominanti la possibilità di ritorsioni: cosicché c'è sempre la possibilità che vengano annullati i vantaggi per i ceti subalterni che si potevano sperare da esse.
Altre obiezioni le abbiamo discusse nel libro con Tringali, sopra citato, e quindi non riprenderò le nostre argomentazioni ma mi limiterò ad enunciarle (mettendo fra parentesi, in pillole, le nostre risposte): abbiamo bisogno di stare nell'UE per non perdere peso geopolitico (è invece proprio restandoci che stiamo perdendo sia peso economico sia peso politico), la tesi dell'uscita dall'euro è venuta originariamente dalle destre (vero o falso che sia, la cosa non ha ovviamente nessuna importanza), con la proposta di uscita dall'euro si vuole tornare alle svalutazioni competitive (quando invece la proposta serve a difendere il nostro paese dalla svalutazione competitiva che ha operato la Germania grazie all'euro), non bisogna uscire da euro/UE ma bisogna cambiarli (impossibile in mancanza di un soggetto sociale alternativo capace di azione a livello europeo).
4. Conclusioni
Le obiezioni alla proposta di uscita dall'euro, che circolano negli ambienti della sinistra radicale, ci sembrano in generale poco convincenti. Almeno quelle a noi note.
Eccoci allora tornati al problema iniziale: perché la proposta dell'uscita dall'euro non può essere accettata? E proprio da coloro che dovrebbero esserne i sostenitori più convinti? Perché i marxisti non dicono “usciamo dall'euro”? Come ho detto sopra, non ho risposte precise. Credo si tratti del manifestarsi di alcuni difetti di fondo del mondo della sinistra marxista e comunista, difetti che sono all'origine della sua attuale irrilevanza. Da una parte vi sono quei piccoli partitini che hanno come unica prospettiva politica quella dell'allenza col centrosinistra, e quindi non possono semplicemente accettare l'uscita dall'euro come una possibile proposta politica. Dall'altra vi è l'infinitesimale mondo della sinistra ancora più a sinistra (bordighisti, trotskisti e così via), per la quale il discorso è diverso rispetto ai precedenti, ed è probabilmente legato ad una radicale incapacità di fare politica, e quindi anche solo di pensare a qualcosa che possa assomigliare ad una proposta politica concreta, reale, capace di incidere sul serio nella realtà.
E' mia convinzione che una qualsiasi forza di autentica alternativa debba avere presenti questi limiti della sinistra radicale, marxista e comunista, per poterli superare e non ripeterne gli errori. Cominciando appunto a dire, finalmente “fuori dall'euro, fuori dall'UE”.
Uno degli aspetti più sorprendenti delle discussioni sull'euro è il ritardo o la reticenza nell'assumere la proposta politica dell'uscita da euro e UE da parte del variegato mondo della sinistra radicale, dei marxisti e dei comunisti. Su tratta di un tema sul quale io credo valga la pena di spendere qualche pensiero. Si potrebbe obiettare che occuparsi di un tale mondo, stante la sua residualità e ininfluenza, non serve davvero a nulla. Nonostante la verità di questa osservazione, ritengo lo stesso che le riflessioni che seguono possano essere utili. E' evidente infatti che in Italia e in Occidente stenta moltissimo a coagularsi un movimento di opposizione e contestazione nei confronti della deriva distruttiva e barbarica dell'attuale “capitalismo assoluto”. D'altra parte l'esperienza prova che un tale movimento, che sappia dar vita ad autentiche forze politiche di opposizione, è condizione necessaria per poter contrastare la barbarie incipiente. Ma visto che da anni o decenni ci sono stati, in Italia e probabilmente un po' dappertutto, i più vari tentativi in questo senso, e tutti sono falliti, è probabile che occorra una riflessione non banale sulla natura di questi fallimenti, per sperare di costruire qualcosa che possa sottrarsi a questo destino.
Un esempio eclatante di un tale fallimento è proprio quello del variegato mondo della sinistra radicale, comunista, marxista, che pure aveva ed ha il vantaggio di una tradizione culturale di grande spessore. Se da questo mondo continuano infatti ad arrivare analisi teoriche generali interessanti e utili, manca completamente la capacità di elaborare una proposta politica sensata. E manca perfino la capacità di riconoscere una proposta politica sensata (come quella dell'uscita da euro e UE) quando ci si imbatte in essa. Nel caso appunto dell'uscita da euro e UE, si tratta di una situazione paradossale, perché, per i motivi che cercheremo adesso di spiegare, essa è realmente la migliore proposta politica che un anticapitalista possa assumere nella situazione attuale.
Prima di provare ad argomentare quest'ultima affermazione, sono necessarie due precisazioni.
In primo luogo, parlando del mondo della sinistra radicale che non prende una posizione chiara di uscita dall'euro non si intende negare, ovviamente, l'esistenza di qualche realtà che invece ha preso una posizione di questo tipo: fra questi, a mia conoscenza, ci sono i Comunisti-Sinistra Popolare di Marco Rizzo, il Campo Antimperialista, il Movimento Popolare di Liberazione, la Rete dei Comunisti (che fa riferimento alla rivista Contropiano), il gruppo che gestisce il sito Marx XXI. Possono ovviamente esserci altre realtà. Il punto è che quelle che ho elencate sono in sostanza eccezioni, almeno fino ad ora, mentre la maggioranza del mondo della sinistra radicale non sembra aver compreso quello che ho affermato sopra, il fatto cioè che la proposta politica di uscita da euro e UE è la migliore proposta politica che possa essere fatta, oggi in Italia, dal punto di vista di un anticapitalismo radicale.
In secondo luogo, l'affermazione che ho appena fatto, e che nel seguito argomenterò, necessita di una premessa, cioè del fatto che non è possibile oggi in Italia (e in generale nei paesi avanzati) un progetto politico di rivoluzione, presa del potere e abbattimento del capitalismo da parte di un proletariato rivoluzionario. Se fra i miei lettori c'è qualcuno che non condivide questa premessa, e crede quindi che una rivoluzione comunista sia oggi una concreta possibilità storica, lo prego di interrompere la lettura a questo punto: si tratta di una persona che ha una cosa molto importante da fare, appunto concretizzare la possibilità di una rivoluzione comunista, e non sarebbe giusto che perdesse tempo a leggere un articolo che non gli fornirà nessun aiuto per questo importante compito. Vada a fare la rivoluzione, si abbia i nostri migliori auguri, e quando ci sarà riuscito ci faccia sapere.
Veniamo ora a quanto sopra affermato a proposito di una concreta politica anticapitalistica. Quali dovrebbero essere le caratteristiche di una seria proposta politica di questo tipo, nella situazione attuale?
Come sappiamo tutti (tutti quelli che sono rimasti a leggere questo articolo, dopo che se ne sono andati coloro che credono all'attualità della rivoluzione), non solo non c'è oggi una concreta possibilità rivoluzionaria, ma siamo di fronte, da decenni, ad una massiccia offensiva dei ceti dirigenti del capitalismo mondiale, diretta alla distruzione di tutti i diritti conquistati in precedenza dai ceti subalterni. La classi popolari sono passate, in questi decenni, da una sconfitta all'altra. Non mi dilungo sulla forza e pervasività delle ideologie che sostengono l'attuale capitalismo (l'azienda come modello sociale universale, il consumismo, la competizione), sullo sbandamento, sulla confusione e sulle divisioni delle forze di alternativa, perché sono cose note a tutti. In queste condizioni, è chiaro che le uniche politiche che si possono tentare, con qualche speranza di efficacia, sono politiche di difesa e di limitati contrattacchi, che permettano, in caso di successo, di radunare e rinfrancare le forze di opposizione, mostrando concretamente che, nella guerra che ci hanno scatenato contro, è possibile almeno qualche parziale vittoria.
Se si vuole una concreta proposta politica anticapitalista, essa dovrebbe per prima cosa tentare di contrastare i progetti dei ceti dominanti su qualche punto qualificato: non porsi l'obiettivo della rivoluzione, ma quello del contrasto di qualcuno degli aspetti della situazione attuale, voluti dai ceti dominanti per meglio piegare la società alle esigenze del capitalismo assoluto. Questo è il primo punto qualificante di una politica di radicalità anticapitalistica. D'altra parte, per avere qualche speranza di successo, una politica anticapitalistica deve collegarsi alla difesa degli interessi dei ceti subalterni. Occorre cioè non solo contrastare i disegni dei ceti dominanti, ma farlo su questioni nelle quali siano seriamente coinvolti gli interessi e i livelli di vita dei ceti popolari, in modo da poter affermare con verità che la vittoria nella battaglia intrapresa può aprire concrete possibilità di miglioramento della vita. Infine, poiché il proletariato in quanto tale è oggi incapace di iniziativa politica e del tutto privo di autonomia ideologica, è chiaro che una tale lotta non potrà farla il proletariato da solo ma avrà bisogno dell'alleanza con altre classi popolari. La battaglia cioè potrà essere vinta solo se sarà una “battaglia di popolo” molto più che una “battaglia proletaria”. Riassumendo, una concreta proposta politica anticapitalistica oggi deve attaccare qualche aspetto importante della costruzione sociale dei ceti dominanti, mostrando che in tal modo si possono difendere gli interessi dei ceti popolari in senso lato (proletari e non).
Sembra del tutto evidente, a chi scrive, che la proposta di uscita da euro e UE è, rispetto a questi requisiti, la migliore possibile, nella situazione data.
In primo luogo, si tratta infatti di una proposta che contesta alcuni degli strumenti che i ceti dominanti si sono dati, negli ultimi decenni, per svolgere il loro attacco, la loro lotta di classe: appunto euro e UE. Sul fatto che euro e UE rappresentino proprio questo rimando al libro scritto con Tringali [1] e, per quanto riguarda l'euro, al libro di Bagnai [2]. Poiché la strategia dei ceti dominanti, in questa fase, mette al centro proprio euro e UE, è chiaro che una proposta politica di attacco a queste realtà è qualcosa che mette in questione aspetti importanti della realtà istituzionale costruita dai ceti dominanti per la guerra di classe che da decenni vanno svolgendo.
In secondo luogo, si tratta di una proposta che permette di impostare una politica di difesa degli interessi dei ceti subalterni. Non mi posso dilungare qui sulle motivazioni di queste affermazioni, e rimando quindi ai due libri citati e ai tanti siti in rete che si occupano di tali questioni [3]. E' comunque ormai sempre più evidente che la minaccia della catastrofe economica che si avrebbe al crollo dell'euro e i conseguenti vincoli europei sono gli strumenti con cui, nei paesi PIGS, viene efficacemente perseguita la distruzione di diritti e redditi dei ceti subalterni, ed è altresì evidente che dentro all'euro e ai suoi vincoli è impossibile un reale mutamento delle politiche economiche di tali paesi. Se si vuole dunque tentare un qualsiasi tipo di politica economica favorevole ai ceti subalterni, l'uscita dall'euro appare condizione necessaria e preliminare. Insisto su questo punto: come abbiamo scritto con Tringali nel libro citato, è certo che l'uscita da euro e UE rappresenta una condizione necessaria, preliminare ma non sufficiente per la difesa dei ceti popolari. Su questo ritornerò nel seguito, discutendo alcuni interventi di Emiliano Brancaccio. Il punto è che la necessità di cui s'è detto è rigida: se si vuole colpire qualche altro punto del fronte di attacco dei ceti dominanti, per esempio le politiche di austerità o il Fiscal Compact, si arriva comunque al tema dell'euro, sia perché esse vengono giustificate appunto con la necessità di restare nell'euro, sia perché, se si rimane nell'euro, è quasi impossibile rifiutare le politiche di austerità, perché nell'euro si è persa ogni sovranità e ogni possibilità di scegliere la propria politica economica. La proposta politica di uscita dall'euro permette così di unificare le varie proteste che le attuali politiche di austerità stanno facendo crescere, dando ad esse un obiettivo che trascende le singole proteste, e pemette ad esse, se acquisito dai vari gruppi in lotta, un importante salto di qualità e di coscienza.
In terzo luogo, la proposta di uscita dall'euro viene incontro agli interessi di strati popolari più ampi del lavoro dipendente: artigiani, piccoli imprenditori, piccoli commercianti, giovani professionisti senza prospettive, e così via, che subiscono anch'essi in prima persona il tracollo economico del paese conseguente alle politiche di austerità imposte dalla permanenza nell'euro. Questo fa sì che potenzialmente si tratti di una proposta di grande forza, di una battaglia che può effettivamente essere vinta. E dovrebbe essere chiaro come una vittoria in una simile battaglia cambierebbe notevolmente la situazione politica, rinfrancando e irrobustendo le forze degli oppositori allo “stato di cose esistente”. Una battaglia vinta, anche se non è la battaglia finale, ha sempre un effetto positivo sui ceti subalterni, specie nella realtà attuale nella quale tali ceti sono da decenni sottoposti al bombardamento ideologico secondo il quale non vi è alternativa e ogni resistenza ai poteri dominanti è illusoria.
2. Una discussione con Brancaccio
Sono queste le ragioni per le quali sostengo che la parole d'ordine dell'uscita dall'euro dovrebbe essere fatta propria senza esitazione dagli ambienti della sinistra radicale (marxista e comunista o più genericamente anticapitalista). Questa tesi può essere ulteriormente approfondita prendendo in esame alcuni interventi recenti di Emiliano Brancaccio (qui e qui), per mostrare come, a partire da essi, che pure non assumono in maniera esplicita la posizione dell'uscita dall'euro, si possano capire ancora più chiaramente le ragioni a favore di tale uscita.
In questi interventi, Brancaccio discute le possibili conseguenze dell'uscita dall'euro. Egli argomenta, sia sul piano teorico sia su quello dell'evidenza empirica relativa ad episodi passati di sganciamento di un paese da un regime di cambi fissi, che le conseguenze sui salari possono essere diverse. La conseguenza che ne sembra trarre l'autore è che, piuttosto che schierarsi per la permanenza o l'uscita dall'euro, occorrerebbe pensare a una serie di misure che possano, in caso di deflagrazione dell'eurozona, proteggere i ceti subalterni da ricadute negative. In sostanza, dice Brancaccio, l'uscita dall'euro può essere gestita in modo più favorevole ai ceti subalterni o in modo ad essi sfavorevole, cioè “da sinistra” o “da destra”, per usare le espressioni di Brancaccio.
Pur non credendo più all'utilità delle categorie di “destra” e “sinistra”, non posso che concordare con ciò che dice Brancaccio. Mi pare si possano fare due osservazioni, per sviluppare quanto fin qui detto. La prima è che sembrerebbe possibile sostenere che, per quanto “brutta” possa essere l'uscita dall'euro, la permanenza sia ancora più brutta. Cioè che, se anche l'uscita dall'euro fosse gestita in modo negativo per i ceti popolari, i costi dell'uscita, per tali ceti, potrebbero comunque essere minori rispetto ai costi della permanenza. Questo lo si intuisce anche dai dati che riporta Brancaccio: se davvero la deflazione salariale necessaria per salvare l'euro è dell'ordine del 30% rispetto all'attuale livello salariale, se davvero in Grecia si è avuto un crollo dei salari reali di diciotto punti e un crollo del salario minimo del 44%, allora viene da pensare che perfino l'uscita “da destra” dall'euro sia meno disastrosa, rispetto a simili esiti, per i ceti subalterni. Insomma, per usare il linguaggio di Brancaccio, se si può essere d'accordo sul fatto che è possibile uscire dall'euro “da destra” oppure “da sinistra”, occorre però aggiungere che la cosa più “di destra” di tutte è appunto rimanerci, nell'euro.
Ma l'osservazione più importante è però un'altra. Infatti, è mia opinione che i due articoli di Brancaccio sopra citati mostrino, con grande chiarezza, e forse al di là delle intenzioni dell'autore, l'enorme vantaggio politico per i ceti subalterni, dell'uscita dall'euro. Infatti, cosa fa in sostanza Brancaccio in questi articoli? Egli esamina le conseguenze, sulle diverse classi sociali, di diverse possibili scelte di politica economica, e suggerisce che la sinistra si mobiliti a favore delle scelte di politica economica più favorevoli ai ceti subalterni. Una cosa normalissima, si dirà. Certo, una cosa normalissima, che da decenni in questo paese è impossibile fare. In Italia da decenni non è più possibile una autentica discussione di politica economica, perché non è più possibile decidere alcunché sull'economia: da decenni in Italia i dati fondamentali delle politiche economiche sono decisi altrove. La politica economica è obbligata dai vincoli europei, prima dalla necessità di entrare “in Europa”, poi di entrare nell'euro, poi di rimanerci. Con l'adesione ai vincoli europei e poi all'euro il nostro Paese ha rinunciato ad avere una propria politica economica, all'interno della quale si possano fare delle scelte che, inevitabilmente, favoriranno alcuni e non altri. Ecco dunque l'inestimabile vantaggio dell'uscita dall'euro: quello di riprendere in mano la possibilità della democrazia, della decisione collettiva. Nello scrivere gli articoli citati, Brancaccio è portato a discutere di possibili scelte diverse di politica economica non per motivi ideologici, perché lui è di sinistra o marxista o quant'altro, ma per motivi strettamente logici: infatti uscire dall'euro significa riprendere in mano alcuni strumenti della politica economica nazionale, e nel momento in cui li riprendi in mano, è ovvio che devi porti il problema di cosa farne. Insomma, il fatto stesso che Brancaccio, nello scrivere gli articoli citati, sia portato inevitabilmente a discutere di scelte diverse di politica economica, ci fa capire con tutta la chiarezza necessaria cosa significa l'adesione ai vincoli europei e all'euro: significa appunto la perdita della possibilità di scegliere e quindi lo svuotamento della politica e della democrazia. E simmetricamente ci fa capire cosa potremmo ritrovare, uscendo da euro e UE: appunto la possibilità di scegliere, di decidere e quindi anche di combattere. In una parola, la politica. Ecco dunque la vera natura di euro e UE: si tratta di una espropriazione della politica e della democrazia.
Torniamo allora al discorso iniziale. Avevamo detto che la proposta politica di uscita da euro e UE è la migliore proposta politica possibile, nelle condizioni date. L'esame delle tesi di Brancaccio ci fa intuire che essa è addirittura l'unica proposta politica possibile, perché è l'unica proposta che riapra lo spazio alla politica. Qualsiasi altra proposta politica, se non prevede l'uscita da euro e UE, accetta il fatto che le fondamentali politiche economiche del paese siano decise altrove, non dagli elettori, dal Parlamento e dal Governo di questo paese. E allora si tratta evidentemente di proposte prive di qualsiasi serietà, qualunque sia il radicalismo del quale si ammantano.
3. Obiezioni non convincenti
Speriamo adesso che la tesi che abbiamo esposto all'inizio sia più chiara. Ma se quanto abbiamo fin qui sostenuto è ragionevole, si ripropone la domanda iniziale: perché la sinistra radicale, di ispirazione marxista e comunista, non assume con forza e decisione la parola d'ordine dell'uscita dall'euro? Perché anzi non l'ha sostenuta per prima?
Si tratta di una domanda rispetto alla quale non ho risposte sicure. Ne accennerò solo alla fine di questo scritto, perché dobbiamo prima vedere se nella posizione maggioritaria della sinistra radicale ci siano delle ragioni valide. Potrebbero infatti esserci delle validissime ragioni contrarie all'uscita dall'euro, che fin qui non abbiamo preso in considerazione, a contrastare le ragioni favorevoli che ho sopra esposto, per cui la posizione della maggioranza della sinistra radicale sarebbe il ponderato risultato di un bilanciamento fra ragioni opposte. Ora, non posso naturalmente conoscere tutte le possibili obiezioni elaborate negli ambiti della sinistra radicale. Ne conosco però un certo numero, grazie al fatto che da circa un paio d'anni sostengo in varie occasioni le tesi che ho fin qui esposto. Cercherò di discutere nel seguito alcune di queste obiezioni, senza indicare luoghi precisi, perché non si tratta di polemizzare con specifiche persone o gruppi ma di criticare uno “spirito” diffuso negli ambienti di cui stiamo discutendo.
1.Un primo gruppo di obiezioni consiste in sostanza nel dire che con l'uscita dell'euro non si cambiano radicalmente le condizioni attuali. Naturalmente, dato che i nostri critici sono in genere persone intelligenti, le obiezioni non vengono formulate in questo modo. Ma nella sostanza a questo si riducono. Si può dire che con l'uscita dall'euro la struttura attuale del capitalismo finanziario rimarrebbe immutata, oppure far notare che l'uscita dall'euro non toccherebbe l'attuale disposizione dei poteri nazionali e internazionali, per cui l'uscita eventuale verrebbe gestita ovviamente in modo opposto agli interessi dei ceti subalterni, e non toccherebbe neppure la struttura del capitalismo internazionale, con la sua gerarchia di imperialismi in competizione.
Si può iniziare a replicare a queste obiezioni con una domanda: ma se invece si resta nell'euro, questo ci permetterebbe di incidere sull'attuale situazione del capitalismo finanziario, sulla struttura gerarchica degli imperialismi o sul potere dei ceti dominanti nazionali? Quello che intendo dire è che, se si deve discutere la validità della proposta politica di uscita dall'euro, le conseguenze dell'uscita devono essere confrontate con le conseguenze della permanenza nell'euro, e le obiezioni che vengono formulate contro la proposta dell'uscita devono venire “testate” andando a vedere cosa presumibilmente accadrebbe se invece nell'euro ci si rimane. Ora, è evidente che dal punto di vista delle obiezioni qui esaminate, non cambia assolutamente nulla a restare o a uscire dall'euro: esse quindi non sono obiezioni all'uscita dall'euro.
In realtà, sono obiezioni a qualsiasi politica che sia oggi concretamente proponibile. Esse infatti non tengono conto della realtà di cui abbiamo parlato all'inizio. Siamo in una situazione di profonda sconfitta, che dura da decenni. Stiamo cercando una proposta politica che possa permettere di difendere i ceti popolari e di ottenere qualche limitata vittoria. E' chiaro, è banalmente ovvio, che in queste condizioni non si può pensare di cambiare la struttura del capitalismo internazionale, e neppure di abbattere dall'oggi al domani i ceti dominanti nazionali e internazionali. Non c'è nessuna proposta politica concreta che possa oggi cambiare radicalmente questi dati di fatto. In sostanza, come abbiamo detto sopra le obiezioni che abbiamo esaminato, riducendole all'osso, si riducono a dire che con la nostra proposta non si cambia radicalmente la situazione globale. Alla fin delle fini, l'obiezione è che con l'uscita dall'euro non si abbatte il capitalismo. Ma abbiamo già detto sopra cosa pensiamo di questa obiezione.
Analogo discorso si può fare per obiezioni più semplici e dirette, che in sostanza vogliono dire la stessa cosa: come quella secondo la quale lira ed euro sono in ogni caso strumenti del capitalismo, oppure, come ci è stato detto in un dibattito pubblico, essendo l'euro un semplice strumento del potere capitalistico, se si abbatte l'euro, allora il potere capitalistico si creerà un altro strumento, e quindi non serve combattere l'euro. Che è come dire che i soldati dell'Armata Rossa non dovevano colpire i panzer tedeschi, perché erano solo strumenti del nazismo e distrutto uno il nazismo ne avrebbe fabbricati altri, e che i vietnamiti non dovevano abbattere i B52 che li stavano bombardando, per gli stessi motivi. Non c'è bisogno, credo, di aggiungere nulla a quanto già detto per criticare questa posizione.
2. Un secondo gruppo di obiezioni riguarda il fatto che l'uscita dall'euro potrebbe non rappresentare una autentica difesa dei ceti popolari. Essa potrebbe avere effetti negativi proprio sui livelli di vita dei ceti che si vogliono difendere. Possiamo essere brevi su questo punto perché lo abbiamo già trattato discutendo gli articoli di Brancaccio. Ribadiamo il punto: l'uscita dall'euro è condizione necessaria per riprendere in mano la politica economica e quindi per poter fare politiche economiche favorevoli ai ceti subalterni. A questo possiamo aggiungere ancora la seguente osservazione. E' vero che di fronte all'uscita dall'euro i meccanismi impersonali del capitalismo potrebbero provocare controreazioni negative, e i poteri dominanti nazionali e internazionali potrebbero reagire colpendo il nostro paese in maniera da far pagare ai ceti subalterni il prezzo di una simile scelta. Il punto è, come al solito, che questo vale per qualsiasi proposta politica concreta che si possa fare nella situazione attuale. Nessuna proposta politica concreta può ragionevolmente pensare di abbattere il capitalismo e i suoi gruppi dominanti, nel breve e medio periodo, e quindi qualsiasi cosa si faccia si sarà sempre esposti ai contraccolpi “impersonali” del meccanismo capitalistico e a calcolate ritorsioni da parte dei ceti dominanti. Vogliamo raddoppiare gli stipendi dei lavoratori? Vogliamo investire nella scuola e nell'assistenza sanitaria? Vogliamo bloccare i movimenti dei capitali? Ognuna di queste proposte, e anche tutte assieme, e anche qualsiasi altra cosa si possa proporre che non sia l'abbattimento del capitalismo, lascia in piedi la logica capitalistica con i suoi vincoli, e lascia ai poteri dominanti la possibilità di ritorsioni: cosicché c'è sempre la possibilità che vengano annullati i vantaggi per i ceti subalterni che si potevano sperare da esse.
Altre obiezioni le abbiamo discusse nel libro con Tringali, sopra citato, e quindi non riprenderò le nostre argomentazioni ma mi limiterò ad enunciarle (mettendo fra parentesi, in pillole, le nostre risposte): abbiamo bisogno di stare nell'UE per non perdere peso geopolitico (è invece proprio restandoci che stiamo perdendo sia peso economico sia peso politico), la tesi dell'uscita dall'euro è venuta originariamente dalle destre (vero o falso che sia, la cosa non ha ovviamente nessuna importanza), con la proposta di uscita dall'euro si vuole tornare alle svalutazioni competitive (quando invece la proposta serve a difendere il nostro paese dalla svalutazione competitiva che ha operato la Germania grazie all'euro), non bisogna uscire da euro/UE ma bisogna cambiarli (impossibile in mancanza di un soggetto sociale alternativo capace di azione a livello europeo).
4. Conclusioni
Le obiezioni alla proposta di uscita dall'euro, che circolano negli ambienti della sinistra radicale, ci sembrano in generale poco convincenti. Almeno quelle a noi note.
Eccoci allora tornati al problema iniziale: perché la proposta dell'uscita dall'euro non può essere accettata? E proprio da coloro che dovrebbero esserne i sostenitori più convinti? Perché i marxisti non dicono “usciamo dall'euro”? Come ho detto sopra, non ho risposte precise. Credo si tratti del manifestarsi di alcuni difetti di fondo del mondo della sinistra marxista e comunista, difetti che sono all'origine della sua attuale irrilevanza. Da una parte vi sono quei piccoli partitini che hanno come unica prospettiva politica quella dell'allenza col centrosinistra, e quindi non possono semplicemente accettare l'uscita dall'euro come una possibile proposta politica. Dall'altra vi è l'infinitesimale mondo della sinistra ancora più a sinistra (bordighisti, trotskisti e così via), per la quale il discorso è diverso rispetto ai precedenti, ed è probabilmente legato ad una radicale incapacità di fare politica, e quindi anche solo di pensare a qualcosa che possa assomigliare ad una proposta politica concreta, reale, capace di incidere sul serio nella realtà.
E' mia convinzione che una qualsiasi forza di autentica alternativa debba avere presenti questi limiti della sinistra radicale, marxista e comunista, per poterli superare e non ripeterne gli errori. Cominciando appunto a dire, finalmente “fuori dall'euro, fuori dall'UE”.
Letto e condiviso da Sollevazione
Note
[1] M.Badiale, F.Tringali, La trappola dell'euro, Asterios 2012.
[2] A.Bagnai, Il tramonto dell'euro, Imprimatur 2012.
[3] Fra i quali http://goofynomics.blogspot.it/, http://tempesta-perfetta.blogspot.it/, http://vocidallestero.blogspot.it/, http://www.appelloalpopolo.it/, oltre ai siti marxisti citati sopra.
Note
[1] M.Badiale, F.Tringali, La trappola dell'euro, Asterios 2012.
[2] A.Bagnai, Il tramonto dell'euro, Imprimatur 2012.
[3] Fra i quali http://goofynomics.blogspot.it/, http://tempesta-perfetta.blogspot.it/, http://vocidallestero.blogspot.it/, http://www.appelloalpopolo.it/, oltre ai siti marxisti citati sopra.
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