venerdì 12 aprile 2013

Verso la "Nuova Europa".





di Norberto Fragiacomo.

Nel suo ultimo articolo, pubblicato su questo blog qualche giorno fa, Riccardo Achilli si confronta con il famigerato “piano B”, cioè con l’ipotesi di un’uscita del Paese dall’euro. (Un piano B per il dopo Euro di Riccardo Achilli) Si tratta di un’analisi particolareggiata ed esauriente, con qualche passaggio un po’ ostico per chi non abbia grande familiarità con la macroeconomia; ma le conclusioni sono chiare e – direi – lapidarie.

Scrive Achilli: “l’architettura dell’euro corre seri rischi di disintegrazione nei prossimi sei mesi” (e questo indipendentemente dalla volontà dei “Paesi finanziariamente più fragili, come il nostro”); “ciò che andrebbe evitato a tutti i costi è un processo di fuoriuscita individuale, Paese per Paese”, per non fornire vittime sacrificali alla speculazione finanziaria; l’uscita andrebbe piuttosto concordata fra i Pigs mediterranei, che dovrebbero adottare un euro del sud, collegato alla moneta “nordica”, mettere in comune i debiti pubblici (da rimborsare con prestiti forzosi a carico di cittadini e banche), creare una Banca centrale euro mediterranea sotto il controllo dei governi, al fine di scoraggiare la speculazione, e preservare “il principio della libertà di scambio delle merci e fattori produttivi con l’area dell’euro del Nord”. Una fuoriuscita patteggiata, dunque, tra le economie più forti (Germania ecc.) e quelle in maggiori difficoltà (Spagna, Grecia, Italia…).

In linea di massima, penso che il ragionamento sia condivisibile: non nutro dubbi, ad esempio, sul fatto che uno Stato che si chiamasse fuori unilateralmente sarebbe immediatamente stritolato dai “mercati”, cioè dal pugno di banche d’affari, fondi d’investimento e multinazionali di seconda generazione che dettano le politiche occidentali. Un fronte del sud – cui aggiungerei Slovenia e Cipro – avrebbe maggiori possibilità di galleggiare in mezzo alla tempesta, e potrebbe trattare con i tedeschi quasi da pari a pari avendo, come estrema carta da giocare, lo smembramento dell’Unione Europea, che a Berlino certo non conviene: in sostanza, potrebbe imporre ai nordici una sorta di “armistizio”, o di “pace armata”.
Sarebbe risolutiva questa mossa? Temo di no, pur giudicandola utile nel breve periodo. Mi spiego, partendo da una convinzione maturata in questi anni: la guerra non dichiarata tra economie del nord e del sud Europa è solo un episodio, una fase del più vasto conflitto scatenato dai potentati economici occidentali contro il Sistema Europa, caratterizzato da welfare diffuso e intervento pubblico nell’economia. A questo attacco generale gli Stati hanno reagito in ordine sparso, cercando ognuno di mettersi al riparo: per ammansire la speculazione internazionale si è provveduto a criminalizzare alcuni Paesi – i più deboli e malfamati – che sono stati consegnati alla riprovazione popolare e alla “giustizia” dei mercati. Ciascuna delle vittime ha una colpa specifica (la Grecia i bilanci taroccati, l’Italia l’elevato debito pubblico, la Spagna la bolla immobiliare ecc.), ma la punizione è una sola: privatizzazione a morte, immiserimento della classe lavoratrice, cancellazione dei diritti conquistati in decenni. Nell’immediato, soggetti asseritamente “virtuosi” come la Germania, l’Olanda ecc. paiono al sicuro, ed anzi traggono profitto dalla crisi; ma se l’obiettivo è americanizzare l’Europa, tutti gli Stati (rectius: tutte le classi subordinate) dovranno andare incontro, prima o poi, al medesimo destino: non è un caso che la Francia del “socialista” Hollande stia scricchiolando, e persino al di là delle Alpi si notano le prime avvisaglie di un’inversione di tendenza. Si parla molto di un “capitalismo tedesco” opposto a quello italiano ecc. – tuttavia, il capitalismo egemone è sovranazionale, non rispetta alcuna bandiera e, semmai, gravita attorno a Washington. “C’è sempre qualcuno più puro che ti epura”, affermava Nenni: la frase, riferita alla sinistra (non solo italiana), mi sembra applicabile, oggi, all’economia globalizzata, dominata da mercanti che si autoproclamano “puri”, perché interpreti dell’ideologia imperante.
Un armistizio con la Germania, quindi, non risolverebbe i problemi, anche se concederebbe un po’ di respiro a popolazioni allo stremo.
Il dramma è che persino questo obiettivo minimo appare fuori portata. Guardiamo alla realtà: secondo tutti i sondaggi, la cancelliera Merkel vincerà con ampio margine le elezioni politiche autunnali. L’SPD, cui tanti affidano le loro preci, è nettamente distanziata, nelle intenzioni di voto, ma soprattutto non costituisce un’alternativa: il candidato premier, Steinbrück, non è più “di sinistra” di Frau Angela, come lei raccomanda austerità ed è pronto a difendere gli interessi tedeschi contro chiunque e a qualsiasi costo. Come nel 1914, i partiti (pseudo)socialisti del continente sono pronti a votare i rispettivi “crediti di guerra”; a differenza di allora, non fingono nemmeno di voler sostituire un nuovo modo di produzione a quello capitalista.
Nell’Europa mediterranea lo scollamento tra popoli e governi è addirittura clamoroso: oceaniche manifestazioni di piazza, che in altri tempi avrebbero costretto alle dimissioni non uno, ma dieci esecutivi, sono bellamente ignorate; in Spagna, il governo clerico-franchista di Mariano Rajoy scatena la polizia contro i manifestanti, in Grecia si truccano le elezioni, in Italia Napolitano fa quello che gli pare, indifferente ai dettami di una Costituzione che la stessa Consulta non tutela più. Prenderebbero in considerazione l’idea, costoro, di minacciare l’uscita dall’euro e disubbidire ai loro padroni, cioè ai mercati? La risposta è un no secco.
A quali forze ci si potrebbe dunque rivolgere? La domanda è fondamentale, la risposta assai difficile, perché le condizioni variano da Paese a Paese. La situazione più promettente sembra quella greca: Syriza, formazione composita ma nettamente orientata a sinistra, mostra la volontà di sfidare troika e mercati, e viene data dai sondaggi tra il 25 e il 30%. Attenzione, però: a giugno dello scorso anno il movimento pareva lanciato verso il trionfo elettorale, ma le pesanti intromissioni europee – tradottesi in vere e proprie intimidazioni ai cittadini greci – ribaltarono il probabile esito della consultazione, consegnando il successo a Nuova Democrazia (per ironia della sorte, lo stesso partito che aveva causato il buco di bilancio “responsabile” della tragedia ellenica). Non è la prima volta che gli esportatori di democrazia si ingeriscono nelle questioni interne di un Paese, influenzando (=coartando) la volontà popolare: come ci ricorda William Blum, nel suo libro “Rapporti dall’Impero”, vicende simili si sono già svolte nel 2002 in Slovacchia, Nicaragua e Bolivia, nel 2004 in Salvador. In tutti questi casi, candidati strafavoriti, ma invisi agli USA perché progressisti, sono stati impallinati da una propaganda martellante, con l’intervento diretto – e decisivo – di ambasciatori ed organizzazioni americane. Non è facile vincere contro bari di professione, che controllano l’economia, l’opinione pubblica e sono, per di più, armati fino ai denti.
In Spagna Izquierda Unida acquista consensi (15% ca.), ma è ancora lontana dai partiti maggiori; sindaci e gente comune fanno del loro meglio per opporsi alle malefatte di Rajoy, che però governa con piglio dittatoriale. Il Paese è candidato a esplodere o precipitare nel caos prima della prossima tornata elettorale. Anche nel vicino Portogallo le dimostrazioni si susseguono, ma a sparigliare le carte potrebbe essere la decisione della Corte Costituzionale, che ha cancellato la finanziaria lacrime e sangue scritta dal governo di destra. La Slovenia è in subbuglio, ma gli insorti oscillano tra sterili insulti alla casta e critiche al sistema capitalista in nome della democrazia diretta e del socialismo. 
L’Italia fa storia a sé: le politiche di febbraio hanno decretato la sparizione della sinistra, il cui spazio è occupato dal M5S di Beppe Grillo che, dopo aver preso i voti, è tornato ad inveire contro la “vecchia politica”, chiudendo nel cassetto le perplessità sull’euro. Tra l’altro, la benevolenza mostrata dall’ambasciatore americano nei confronti dei grillini dovrebbe instillare qualche sospetto nell’animo di chi ha sostenuto il MoVimento attribuendogli tratti rivoluzionari.

In breve: spazi per un accordo tra i Paesi in crisi attualmente non se ne vedono, visti l’asservimento dei governanti alle forze della globalizzazione liberista e l’eterogeneità di opposizioni più o meno inermi (di cui non fanno parte partiti liberalcapitalisti come PSOE, Pasok e PD).
Che fare allora? Secondo chi scrive esiste un’unica strada, erta, stretta e disagevole.

E’ indispensabile che i frammentati movimenti di sinistra del meridione trovino un accordo fra loro, e si costituiscano in partito sovranazionale. Non un’alleanza sulla carta (abbiamo già il PSE, e non serve a nulla), ma un’entità effettivamente unitaria, che elegga un segretario unico e un direttivo in cui tutti i Paesi siano rappresentati. Candidature, proposte programmatiche ecc. andrebbero decise insieme, così come simbolo e nome: un’idea potrebbe essere “Nuova Europa”. Questo partito non dovrebbe ovviamente appiattirsi su una prospettiva elettoralistica: suo obiettivo primario sarebbe quello di organizzare le masse, aumentando il loro livello di consapevolezza, la capacità di azione/reazione e l’attitudine a difendersi dalle aggressioni governative [1]. In un momento in cui tutte le regole vengono calpestate e il potere mostra il suo vero volto è la piazza, non il parlamento borghese, il luogo della democrazia.
Un efficace coordinamento delle proteste e dei moti arrecherebbe grossi danni ai regimi, gettando il seme di una solidarietà internazionale che, in un secondo momento, potrebbe diffondersi nei Paesi più settentrionali.
Un’Europa unita e rivoluzionata (dal basso) può far fronte agli assalti del capitalismo globale: solo mutando radicalmente modello di sviluppo è possibile uscire da una crisi destinata altrimenti a placarsi solo quando i popoli del continente saranno ridotti in schiavitù.
La speranza di arrivare alla salvezza sacrificando agli squali i compagni più malandati è un’illusione miope e moralmente inaccettabile: toccherà usare tutte le energie in nostro possesso per convincere dell’esigenza di reagire compattamente gli strati più avvertiti della popolazione, senza riporre alcuna fiducia in governanti corrotti e antidemocratici.





[1] Si veda l’esempio sudamericano: il contro-golpe popolare seguito alla destituzione di Hugo Chavez (2002) ha dato nuova linfa alle forze progressiste del continente che, malgrado l’invadente ostilità statunitense, si sono affermate quasi ovunque nelle successive elezioni.



giovedì 11 aprile 2013

Eurogendfor, cos’è la gendarmeria europea?


di Mario Grigoletti.

Il potere dell’Unione Europea non si manifesta solo sulla nostra politica finanziaria ma ora anche su un aspetto importante del nostro convivere civile. Importante ma clamorosamente sottaciuto, ma che noi riteniamo fondamentale affrontare ai fini di Capire il quadro complessivo dell’attuale situazione europea.
L’argomento è poco conosciuto, trattato esclusivamente da pochi siti web e completamente marginalizzato, se non proprio ignorato, dai media mainstream nazionali. Parliamo dell’Eurogendfor. Cos’è l’Eurogendfor? Perché è importante Capire di cosa si tratta?

Innanzi tutto, potremmo sostenere con ferma certezza che l’Eurogendfor è la prova provata di quanto la stragrande maggioranza dei cittadini italiani siano completamente all’oscuro del contenuto dei trattati e degli accordi comunitari. L’Eurogendfor viene istituita il 18 ottobre del  2007 a Velsen, in Olanda, con un omonimo Trattato firmato da Italia, Francia, Spagna, Paesi Bassi e Portogallo; a cui in un secondo tempo si è aggiunta la Romania nel 2008. L’arma è formata da agenti provenienti dalle polizie militari dei paesi firmatari, nel caso dell’Italia il corpo dei Carabinieri e ha la sua base operativa sul territorio del nostro Paese, precisamente presso la Caserma “Generale Chinotto” di Vicenza.
Sul sito istituzionale si legge che viene: “costituita per Trattato con lo scopo di rafforzare le capacità di gestione delle crisi internazionali e contribuire alla Politica di Difesa e Sicurezza Comune (PSDC). Eurogendfor può essere considerata come uno strumento integrato finalizzato a condurre missioni di polizia in diversi teatri, inclusi quelli destabilizzati, a supporto dell’Unione Europea (EU), l’Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO), le Nazioni Unite (UN), l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europea (OSCE) o eventuali coalizioni ad hoc.”
Stemma EurogendforFino ad ora questa forza di polizia europea è stata utilizzata prevalentemente in missioni all’estero, come nel 2007 in Bosnia- Herzegovina, nel 2009 in Afghanistan sotto la guida della NATO e nel 2010 ad Haiti in supporto alle Nazioni Unite. Sempre sul sito istituzionale si legge che i compiti principali dell’Eurogendfor riguardano la sostituzione delle forze di polizia locali o il loro rafforzamento nelle situazioni di crisi d’ordine pubblico e impiego in operazioni umanitarie. Quello che potremmo definire il “lato oscuro” di quest’istituzione europea, nascosto dietro la facciata delle missioni umanitarie e del motto: “Lex Paciferat”, è molto preoccupante. Gli agenti dell’arma, che può agire naturalmente sul territorio dei Paesi comunitari, rispondono esclusivamente al Cimin, il Comitato Interministeriale composto dai Ministri degli Esteri e della Difesa dei paesi firmatari. L’EGF nelle sue missioni ha compiti quasi illimitati: supervisioni, arresti, indagini penali, attività d’intelligence, controllo delle frontiere, formazione di personale, pubblica sorveglianza, protezione di beni e persone; ma, in cima alla lista della mansioni, come sottolineato anche sul sito istituzionale, troviamo le “missioni di ordine pubblico”.
Non pochi intravedono un sottile richiamo in questi scopi principali alla UEO e in particolare alla questione sorta con la dichiarazione Petersberg del giugno 1992, quando il Comitato Interministeriale, riunito appunto a Petersberg (Bonn), approva una Dichiarazione che individuava una serie di compiti, precedentemente attribuiti alla stessa UEO, da assegnare all’Unione Europea; le cosiddette “missioni Petersberg”: missioni umanitarie o di evacuazione, missioni intese al mantenimento della pace, nonché le missioni costituite da forze di combattimento per la gestione di crisi, ivi comprese operazioni di ripristino della pace, o meglio note come Peacekeeping.
Non è azzardato immaginare come questa forza potrà in futuro essere utilizzata anche in caso di forti scontri di piazza o in caso di rivolta popolare contro il governo in carica, o contro la stessa UE presumiamo. Nei giorni più accesi degli scontri avvenuti ad Atene, nell’ottobre del 2011, molti blog d’informazione greci e anche una radio hanno dato notizia dell’approdo di un contingente dell’Eurogenfor sull’isola di Igoumenitsa. Questa notizia, naturalmente segnalata come falsa e priva di fondamento dal governo greco, è stata ripresa e ritenuta affidabile anche dal documentarista della BBC, David Malone, sul suo blog“Che differenza c’è esattamente tra Eurogendfor e qualsiasi altra forza mercenaria? Il governo Greco potrebbe ‘invitare’ qualsiasi esercito privato. Non importa come inquadrare Eurogendfor ,la realtà è che il popolo Greco non ha votato a favore di questo trattato e di certo non gli è stato chiesto se è d’accordo che delle forze straniere quasi militari possano operare in Grecia. Se questa storia si rivela essere vera, allora significa che il governo Greco, come tutti i governi nel corso della storia che hanno perso ogni legittimità con la loro stessa gente, cerca il sostegno militare di forze esterne con cui reprimere il proprio popolo. Una volta vista in questo modo, alla fine entra in gioco la parola tirannia. E questa parola ha conseguenze estremamente gravi.”
Leggendo il trattato che istituisce la gendarmeria, i timori espressi da molti prendono consistenza. Secondo l’art. 21 i locali, edifici, archivi, atti, file informatici, registrazioni e filmati di proprietà dell’arma sono da ritenersi inviolabili; l’art.22 garantisce un’immunità da provvedimenti esecutivi dell’autorità giudiziaria dei singoli stati nazionali, estesa alle proprietà ed ai capitali del corpo di gendarmeria, mentre l’art.23 dispone che le comunicazioni non possano essere intercettabili, l’art.28 chiarisce come i Paesi firmatari, rinunciano a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni, l’indennizzo non verrà richiesto neanche in caso di ferimento o decesso del personale di Eurogendfor. Infine, ma forse di maggior importanza, l’articolo 29 enuncia: “I membri del personale di Eurogendfor non potranno subire alcun procedimento relativo all’esecuzione di una sentenza emanata nei loro confronti nello Stato ospitante o nello Stato ricevente per un caso collegato all’adempimento del loro servizio”.
Il Parlamento italiano ha ratificato il Trattato il 14 maggio 2010. La Camera dei deputati lo ha approvato con voto unanime: presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442. Di lì a poco, anche Palazzo Madama si è adoperato per far passare il trattato che in poco tempo riceve il via libera dell’aula. Il 12 giugno 2010 il Trattato di Velsen entra in vigore nel nostro Paese, all’oscuro dei cittadini, senza alcun dibattito o discussione al riguardo e con il benestare di tutta la nostra classe politica, senza alcuna differenza di partito.

La Germania deve andare fuori dall'Euro.

fonte originale: Spiegel.de

La Germania fuori dall'Euro per salvare il resto dell'unione monetaria: lo speculatore Soros ha perfettamente ragione. Nella situazione attuale la Germania costringe gli altri paesi ad adottare il suo modello economico. Nel lungo periodo non puo' funzionare.

Nel suo ultimo anno da primo ministro, Margaret Thatcher era giunta alla conclusione che per la Gran Bretagna una relazione troppo stretta con la Germania appena riunificata era fuori discussione. L'allora ministro dell'industria Nicholas Ridley nel 1990, in un'intervista imprudente allo "Spectator", aveva dichiarato quello che la Thatcher pensava - ma non aveva mai detto. L'unione monetaria è un progetto tedesco che ha come obiettivo l'egemonia in Europa. Ridley a causa di cio' dovette andarsene. Thatcher lo segui' poco dopo.

All'epoca ero giornalista al "Times" di Londra e ricordo la mia indignazione per il commento anti-tedesco di Ridley. Col senno di poi devo ammettere: e' andata proprio come Ridley aveva previsto. La Germania nel frattempo è diventata la potenza centrale in Europa. Thatcher e Ridley da una prospettiva puramente di potere potere politico arrivarono alla conclusione: non saremo mai felici nel ruolo dei junior-partner all'interno di una unione monetaria. E oggi la pensano allo stesso modo anche italiani, spagnoli e francesi. E' necessario rinunciare alla sovranità e di fatto è possibile sopravvivere solo se si diventa come la Germania. Per gli inglesi era un'idea insopportabile.

Il finanziere americano George Soros con un attacco speculativo dalle dimensioni mai viste fino ad allora, nel 1992 fece affondare l'aggancio della sterlina al Marco tedesco. E ora vede un nuovo pericolo di frammentazione in Europa. Martedi in un'intervista allo Spiegel Online ha detto: o la Germania accetta gli Euro-bond oppure deve uscire dall'Euro.

Soros basa la sua analisi su di una semplice intuizione: l'Euro rischia la disintegrazione a causa dell'indebitamento privato, che ora nei paesi del sud sta transitando sui bilanci pubblici. Per Soros la crisi non potrà essere risolta senza l'unione bancaria e senza gli Euro-bond.

Cio' che non è sostenibile prima o poi dovrà finire

Tuttavia Soros sa che la messa in comune del debito, sia in Germania che nel resto della parte Nord dell'Eurozona non puo' essere accettata. E cosi' la disintegrazione della zona Euro è solo una questione di tempo. Ma sono i legami e le decisioni politiche che potrebbero far durare ancora a lungo questa situazione. Ma cio' che non è sostenibile, prima o poi finirà. Questa regola naturale è valida anche in Europa.

Soros propone una sua riflessione: sarebbe molto meglio se fosse la Germania a lasciare l'Euro, invece della Spagna o dell'Italia. Perché se fossero gli stati del sud a uscire dalla moneta unica ci troveremmo in una situazione caotica. Il debito sarebbe ripagato in Euro o in moneta nazionale? Ci sarebbe un assalto alle banche? Ci sarebbero disordini politici?

Se fosse la Germania ad andarsene tutti questi problemi non si porrebbero. Naturalmente il nuovo D-Mark si apprezzerebbe con forza. Ma ad una rivalutazione effettiva si sarebbe comunque arrivati in un modo o nell'altro.

E anche i patrimoni tornerebbe a rivalutarsi. Secondo uno studio sui patrimoni netti delle famiglie europee pubblicato questa settimana dalla BCE, i tedeschi sono fra i piu' poveri in Europa. Apparentemente cio' è dovuto al basso tasso di case di proprietà in Germania, il piu' basso nella zona Euro. La casa di proprietà molto spesso è la voce piu' significativa del patrimonio familiare. Ma questo non spiega tutto. Anche gli squilibri hanno un ruolo importante. La Spagna  nella zona Euro ha vissuto una forte inflazione. In Germania l'Euro è rimasto sostanzialmente stabile.

La Germania sembra piu' povera di quanto non sia in realtà 

Chi come il sottoscritto negli ultimi anni ha viaggiato molto fra la Germania, la Francia, l'Italia e il Belgio puo' solo confermare che l'Euro in Germania ha un potere d'acquisto molto piu' elevato che in Spagna. Entrambi i paesi hanno la stessa moneta nominale, ma non reale. La Germania non è affatto povera. Ma l'Euro crea cosi' tante distorsioni che la Germania sembra piu' povera di quanto non sia in realtà. 

Si puo' fare il necessario aggiustamento all'interno dell'unione monetaria, ma questo richiede una centralizzazione totale dell'intera politica economica. Gli Euro-bond sarebbero solo l'inizio. Per fare questo non vedo alcuna realistica opportunità politica. Se rifiutiamo questa strada, allora dovremmo essere onesti e dire: basta con l'unione monetaria.

Accolgo con favore la fondazione del nuovo partito anti-Euro "Alternative fuer Deutschland". Non ne condivido le posizioni. Ma almeno sono coerenti. Mentre quelle della CDU e della FDP - pro euro, ma contro gli Euro-bond - sono intrinsecamente contraddittorie. Sull'Euro ci sono due posizioni logicamente coerenti. L'AfD ne rappresenta una. Dell'altra la maggior parte dei partiti hanno una grande paura.

Margaret Thatcher sull'Europa almeno era coerente. Ha avuto fiuto sia sugli sviluppi economici che su quelli del potere politico all'interno della zona Euro. Per questa ragione merita il mio rispetto. 


mercoledì 10 aprile 2013

Fukushima, dati preoccupanti dal Giappone.


Nuovi dati rilasciati dal Ministero della Sanità giapponese, dimostrano ancora una volta che il disastro nucleare diFukushima, verificatosi a seguito del violento terremoto dell’11 Marzo 2011, è tutt’altro che finito. 

Stando a quanto afferma Fukushima-Diary.com, nonostante un completo oscuramento dei media sull’attuale situazione, i livelli di cesio-137 e cesio-134 trovati nei crackers di riso e nei mandarini prodotti nella prefettura di Shizuoka a 362 chilometri dalla centrale, sono abbastanza alti da permettere il superamento delle soglie consentite nei residenti nel corso di pochi mesi, o addirittura settimane. 

Dai dati emerge che i livelli potenzialmente letali di radiazioni stanno ancora interessando i grandi centri abitati di tutto il Giappone, compresi quelli più distanti da Fukushima. In media un adulto non dovrebbe essere esposto ad oltre 50 millisievert (mSv) di radiazione per anno, al fine di evitare gravi conseguenze per la salute. Per i bambini la soglia massima è di gran lunga inferiore, probabilmente non più alta di 10 mSv. Valori che gli abitanti delle aree più limitrofe superano nel corso di poche settimane.

Ma il cibo, ovviamente, non è l’unica fonte di radiazioni per l’uomo: i livelli, sempre secondo Fukushima-Diary.com, continuano ad aumentare anche nei laghi e nei fiumi a nord di Tokyo, rivelando misure quasi triplicate dalle ultime rilevazioni. Secondo la stessa fonte, le autorità competenti coprirebbero la gravità della situazione, attribuendo eventuali decessi ad altre cause. 


Livelli così elevati di radiazioni nel corpo umano possono comportare malattie cardiache e cancro, tanto per citare quelle più letali. 

Nel frattempo, un recente rapporto Rasmussen, ha scoperto che più di un terzo di tutti gli americani credono che le radiazioni provenienti dalla centrale di Fukushima abbiano causato un danno significativo negli Stati Uniti. 
Questo è probabilmente dovuto al fatto che alti livelli radioattivi sono stati osservati nel suolo, nell’acqua, e anche nel cibo del nuovo continente.


L'11 Marzo a Fukushima



letto e condiviso da: La Crepa nel Muro.


martedì 9 aprile 2013

Corporate Europe: Troika 'con benefits'.


Su segnalazione dell'amico Pierluigi, un articolo da Corporate Europe Observatory che ci  illustra il prossimo pacco per le democrazie incaprettate dell'eurozona. 




Un'offerta che non si può rifiutare 

(traduzione di Alex, l'asso nella manica)
La scorsa settimana, mentre tutti gli occhi erano puntati sulla crisi di Cipro, due comunicati della Commissione europea sono passati inosservati.   Comunicati con cui si intenderebbe estendere  il potere della commissione sulle economie degli stati membri. La proposta si riferisce ad  accordi vincolanti tra la Commissione e gli Stati membri a proposito delle riforme strutturali neoliberiste, che comporterebbero misure quali ulteriori privatizzazioni, riduzione del tenore  di vita e dei salari. 

Particolarmente significativa è la proposta sulle riforme strutturali, avanzata in prima battuta l'anno scorso dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy. In sintesi, la Commissione richiederebbe agli Stati membri dell'eurozona di  firmare accordi bilaterali – sotto forma del  cosiddetto "Strumento per la Convergenza e la Competitività" – su una serie di riforme strutturali. Come contropartita lo Stato membro verrebbe ricompensato con incentivi finanziari. 

Questo tipo di riforme strutturali sono una parte cruciale del programma neoliberista. Benché la proposta della Commissione non sia ancora chiara in tutti i dettagli, ciò che viene esplicitato chiaramente sono le aree di intervento coinvolte da quelle che,  in modo vago, sono definite come  'riforme strutturali': "in particolare  misure  che riguardino la competitività, che promuovano  la stabilità finanziaria e che migliorino  il funzionamento del lavoro, del mercato dei beni e dei servizi ". (1) 

La realtà è che questo tipo di riforme saranno tutt'altro che blande, come si può ben vedere nei paesi europei - dalla Grecia al Portogallo – assoggettati ai diktat della Troika e alla pressione dei mercati finanziari: esse consisteranno  nell'abolizione della contrattazione collettiva, nello smantellamento delle garanzie sul lavoro, nella privatizzazione di servizi pubblici come l'acqua o in ulteriori diminuzioni dei salari del settore pubblico. La logica alla  base delle riforme è semplice: tanto l’indebolimento delle garanzie sul  lavoro quanto  la privatizzazione dei servizi pubblici  aumenteranno la quota parte del profitto privato e indirizzeranno  l'Europa verso una crescita trainata dalle esportazioni. E’ a questa idea  cui si fa riferimento quando si sente la frase  "aumentare la competitività Europea". Ed in effetti, per raggiungere tale obiettivo, le élites economiche e politiche Europee stanno attualmente aggressivamente spingendo in direzione dell'abbassamento dei salari e del tenore  di vita e dell'apertura di mercati esteri per “esportare” se stessi fuori dalla crisi. 

Questo non solo è in linea con gli interessi delle Corporate aziendali, ma anche con l'ordine del giorno del governo tedesco. Nel gennaio 2013 Angela Merkel al World Economic Forum ha richiesto un “patto per la competitività”.  Nel discorso di Davos,  la Merkel ha esplicitato chiaramente il perché questo tipo di accordi vincolanti si rendano necessari: "L'esperienza  politica dimostra  che per ottenere delle riforme strutturali è necessario mettere   sotto pressione [il sistema N.d.t.]" (2)   Insomma pare che, secondo i neoliberisti,  solo in tempi di crisi, si manifesterebbe  il bisogno  di ricercare soluzioni al di là del controllo di quella che essi chiamano la quotidianità politica (N.d.t. il celebre  mantra Montiano “Al riparo del processo elettorale”), o di quello  che noi comuni mortali chiamiamo  democrazia parlamentare.  Angela Merkel si riferisce alla  'best practice' (N.d.t. caso esemplare) che ci proviene dalla Germania stessa,  in cui l’alto tasso di disoccupazione sperimentato  nei primi anni del secolo  ha spianato la via  alle riforme Hartz del mercato del lavoro, uno  dei principali motivi per cui i salari tedeschi non sono successivamente aumentati in linea con quelli degli altri paesi europei negli ultimi dieci anni e che sono alla base del successo tedesco di tipo mercantilista (N.d.t. basato sulle esportazioni).
   
La Commissione intende accompagnare   questo  suo tipico approccio – di  forzare la mano   agli Stati membri in merito agli   accordi di  politica economica – con degli incentivi finanziari.  La Commissione propone agli Stati membri degli accordi su una serie di riforme strutturali in cambio  di assistenza finanziaria,  ancora non ben definita,   ed ottenibile  entro un certo lasso di tempo.L'assistenza finanziaria - che in ogni caso è probabile risulterà  piuttosto limitata – potrà  essere sospesa  o addirittura oggetto di richieste di rimborso qualora gli Stati membri non dovessero riuscire a raggiungere gli obiettivi concordati. Questo mix di forzature e aiuti   finanziari - il bastone e la carota - (N.d.t. aridaiie con la carota...) si spiega se interpretata   come una   concessione[N.d.t. di facciata] alle rivendicazioni dei  così detti progressisti ‘Eurofavorevoli’ ed alle loro richieste  di “più Europa” da perseguirsi  tramite l’instaurazione nell’Eurozona di capacità finanziarie comuni. 

Non è ancora ben  chiaro quanto “volontari” saranno questi accordi. Al momento gli accordi  sono stati progettati  per quei  paesi attualmente non soggetti all’  'amorevole durezza' della Troika od ai piani di azioni correttive previsti dalla   procedura per gli squilibri macroeconomici. E' molto probabile che la Commissione troverà un modo per forzare la mano o addirittura costringere  gli Stati membri a stipulare gli accordi.  A tal proposito molto istruttivo risulta il seguente eufemismo  (N.d.t. Eufemismo per “intimidazione mafiosa” presumo)  "L’impiego dello strumento di convergenza e competitività dovrebbe venire sollecitato ad uno stato Membro tramite un “invito” ad utilizzarlo". Probabilmente proprio quel tipo di 'invito' che sarebbe molto imprudente rifiutare. 

In soldoni,  questi contratti minano ulteriormente il processo decisionale democratico. Sebbene si ipotizzi che  i parlamenti nazionali abbiano voce in capitolo nella fase di discussione degli accordi,  una volta che  lo Stato interessato ha raggiunto l'accordo, una qualsiasi successiva deviazione dal percorso concordato, per esempio, a seguito dell’istaurarsi di una  nuova maggioranza parlamentare, può comportare la perdita o addirittura la richiesta di rimborso  del contributo finanziario.  Inoltre la scelta del  tipo di riforme strutturali su cui i parlamenti possono esprimere volontà di 'accordo' non sarà comunque di loro pertinenza. Dalle raccomandazioni della Commissione specifiche per singolo paese che stanno alla base degli accordi, ci si rende conto della loro matrice neoliberista. La partecipazione dei parlamenti nazionali è richiesta quindi più per  dare una parvenza di legittimità al processo che non per intraprendere un qualsivoglia vero  processo democratico.   

Finora nessuna decisione è stata presa,  ma questi 'accordi' saranno un importante oggetto  di discussione  in occasione del vertice UE di giugno. Dopo il Six Pack e il Fiscal Compact che hanno imposto dei limiti molto stringenti al  processo decisionale democratico a riguardo dei  bilanci nazionali, anche quest’ultimo si configura come un altro tentativo di limitare direttamente e influenzare le politiche economiche a livello europeo e, in particolare, di rafforzare ulteriormente la Commissione europea, già di per sé una  delle istituzioni con la minor legittimazione  democratica esistenti  in Europa. 

Note:
(1). Towards a Deep and Genuine Economic and Monetary Union; The introduction of a Convergence and Competitiveness Instrument, Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio,   20 marzo 2013, COM (2013) 165 definitivo, pag. 5.

(2). Rede von Bundeskanzlerin Merkel beim Jahrestreffen 2013 des World Economic Forum di Davos, 24. Januar 2013.

Grecia: ogni mese tagliano la luce a trentamila famiglie.


DI TYLER DURDEN

Da quando il governo greco ha promulgato la simpatica legge per cui le tasse sulla proprietà vengono incassate dai fornitori di energia elettrica di questo paese ormai assediato, un incredibile numero di famiglie ( 30.000) ogni mese, si sono viste staccare l’energia elettrica. Il quotidiano grecoEkathimerini scrive che circa 700.000 clienti ormai hanno dovuto chiedere di dilazionare il pagamento dei loro debiti ed hanno concordato dei piani di rientro, ma a questo punto è accaduto qualcosa di incredibile. 

Benché lo Stato abbia espressamente vietato di “staccare i servizi” se il cliente non ha ancora pagato le tasse sulla proprietà, i computer che stampano le bollette non sono in grado di distinguere se il pagamento ricevuto è per l'elettricità o per le tasse di proprietà. A quanto pare la cosa è veramente complicata perché si tratta di incassare e versare arretrati sia sull’elettricità che sulle tasse, ma la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente perché le tariffe elettriche sono aumentate di nuovo e i redditi delle famiglie sono diminuiti di nuovo. 

Si legge su Ekathimerini 

Ogni giorno in Grecia si tagliano circa mille linee elettriche perché i clienti dell’Azienda dell’Elettricità Pubblica sono sempre più in difficoltà e non riescono a pagare le bollette in tempo, mentre i crediti accumulati dalla gigantesca azienda elettrica nazionale ammontavano a oltre 1,3 miliardi di euro alla fine del 2012. Questo non è solo a causa della crisi economica che ha aggredito i redditi delle famiglie, ma anche per l'imposta speciale sugli immobili che si addebita sulla bolletta elettrica. 

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L’Azienda dell’Elettricità Pubblica ha dichiarato che entro la fine dello scorso anno erano arrivati a 700.000 i clienti che avevano rinegoziato nuovi piani di pagamento dei debiti arretrati, mentre erano solo 400.000 alla fine del 2011. 

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Comunque c’ è un problema vero per l'incasso dell’imposta speciale di proprietà. Mentre il Consiglio di Stato ha espressamente vietato di staccare la corrente dalle case se i clienti hanno pagato l'elettricità, ma non hanno ancora pagato la tassa di proprietà, come prevede la legge, il software della Azienda Elettrica non è in grado di distinguere tra il pagamento della tassa di proprietà e quello per l'energia elettrica. Di conseguenza, la società non può sapere che cosa hanno pagato i consumatori, se hanno pagato la luce o se hanno pagato solo parte della tassa di proprietà - a meno che non abbiano già pagato tutto. 

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L’Azienda Elettrica dice che questo problema può essere superato dai contribuenti andando a reclamare negli uffici fiscali, dove si può richiedere che il pagamento per l’imposta sulla proprietà sia addebitato separatamente dal fisco, ma questa richiesta prevede il pagamento di una cauzione di €. 50. In questo modo, ogni ritardo di pagamento sarà un affare tra il cliente e l'ufficio delle imposte, e l’Azienda Elettrica Nazionale non c’entrerà più niente. 

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Traduzione per www.ComeDonChisciotte.org a cura di BOSQUE PRIMARIO

lunedì 8 aprile 2013

Eurozona, la minaccia slovena.


Di Carlo Musilli

Non solo Cipro, non solo Pigs. Alla bomba europea è collegata almeno un’altra miccia, la Slovenia. Quella che una volta era considerata la "Svizzera di Jugoslavia" potrebbe diventare presto il sesto Paese dell'Eurozona (dopo Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro) a chiedere aiuti internazionali. Anche se per le agenzie di rating i conti di Lubiana sono ancora da serie A (Standard & Poor's le assegna una A, Fitch A- e Moody's Baa2), in molti a Bruxelles e dintorni prevedono la necessità di un piano di salvataggio entro fine 2013.

Martedì scorso la Banca centrale slovena ha tagliato con il machete le stime sul Pil di quest'anno, passate da -0,7 a -1,9%. Intanto la disoccupazione è schizzata al 13,6%, il deficit 2012 è arrivato oltre il 6% e nel 2013 si manterrà probabilmente oltre il 4%. La ripresa dovrebbe iniziare lentamente nel 2014 (Pil +0,5%), per poi accelerare nel 2015 (+1,4%). Ma non è detto, e forse non sarà sufficiente. Il governatore Mirko Kranjec ha avvertito che "molto dipenderà da quanto farà lo Stato quest'anno e il prossimo ", perché "i rischi sono alti".


Quali rischi? Facile, le banche. In Slovenia gli istituti di credito sono per la maggior parte controllati dallo Stato e pesano per circa il 130% del Pil. L'anno scorso hanno perso per strada in tutto 606 milioni di euro, 67 in più del 2011. Tanto per cambiare, una fetta significativa dell'emorragia finanziaria è legata al mattone. Le banche hanno dispensato mutui e prestiti con eccessiva allegria, poi i prezzi delle case si sono impennati e molti debitori sono risultati insolventi.

Il tutto mentre il Paese deve ancora riprendersi dalla recente crisi di governo. Pochi giorni fa si è insediato il nuovo esecutivo di centrosinistra, guidato Alenka Bratusek, che ha sostituito la squadra del conservatore Janez Jansa, politico di lungo corso ritenuto “affidabile” dalla cancelliera Angela Merkel, ma sconfitto senza appello dalla crisi.


Per far fronte alle difficoltà, Jansa si era attenuto al copione europeo dell'austerity, fatto di tagli alla spesa e fantomatici pareggi di bilancio. Alla solita ricetta, però, gli sloveni hanno aggiunto due ingredienti: una bad bank per assorbire le perdite bancarie e una holding per privatizzare parte del patrimonio pubblico (misure su cui i sindacati avevano chiesto un referendum, poi bocciato dalla Corte costituzionale).

Le proteste popolari e un'esplicita accusa di corruzione hanno segnato la fine di Jansa, che nell'abbandonare la nave non è apparso troppo rammaricato. Ora tocca a Bratusek, che però non sembra in grado di modificare nella sostanza la rotta impostata dal suo predecessore: holding e bad bank fanno parte anche del suo programma, insieme alla riforma delle pensioni e del lavoro. Altri interventi possibili sono l’aumento dell’Iva, la riduzione del salario dei dipendenti pubblici e il taglio di circa il 10% del loro organico.


La matassa è davvero ingarbugliata, eppure fino a qualche anno fa non sembrava affatto. Dopo l'indipendenza dalla Jugoslavia - raggiunta nel 1991 -, fra il 1992 e il 2008 il Pil della Slovenia è cresciuto all'invidiabile media annua del 5,5%. La sbornia da economia di mercato si è rivelata però difficile da smaltire e l'ondata di privatizzazioni a rotta di collo ha prodotto una crescita troppo violenta per essere sana.

Ma la vera svolta è stata quella europea. Nel 2004 la Slovenia è entrata nell'Ue e all'inizio del 2007 ha adottato ufficialmente la moneta unica. Un tempismo disgraziato, visto che meno di due anni dopo è iniziato il domino delle crisi, dalla Atene fino a Nicosia. La tempesta ha inevitabilmente oscurato anche i cieli sloveni e le aziende privatizzate hanno iniziato ad aumentare il proprio indebitamento con le banche. Ad oggi, gli istituti di credito devono fare i conti con sofferenze (ovvero crediti impossibili da riscuotere) pari al 18% del Pil.

Di qui un dubbio amletico: l'ingresso nella grande famiglia di Bruxelles ha evitato guai peggiori all'economia slovena o le ha dato il colpo di grazia? Mettiamo a confronto qualche dato "prima e dopo", come si fa nelle pubblicità delle diete: il Pil è passato dalla crescita alla contrazione; il tasso di disoccupazione è aumentato di oltre il 3%; il debito pubblico è salito dal 35,7 % al 49,5% del Pil; i tassi d'interesse sui titolo di Stato decennali sono saliti dal 5,5 al 6,9%. E' migliorato invece il commercio, con il saldo tra esportazioni e importazioni salito dai -300 milioni del 2006 ai -200 del 2012.

"Non saremo costretti al bailout - ha detto ancora il governatore Kranjec -, i sistemi bancari della Slovenia e di Cipro non sono comparabili e rappresentano proporzioni totalmente diverse dei rispettivi Pil. Le nostre difficoltà sono state causate da una politica creditizia eccessivamente espansiva nel periodo dal 2004 al 2008, ma non c’è nulla che non siamo in grado di risolvere autonomamente". Intanto, però, "stiamo ancora aspettando che venga presentato il programma del governo e speriamo che aiuti a stabilizzare la situazione". Lo spera anche il nostro Paese, visto che l'esposizione delle banche italiane in terra slovena è di oltre sette miliardi e mezzo. Altro che Cipro.



sabato 6 aprile 2013

La crisi dell'Eurozona e la fine dell'Euro in quattro passi.

di Piero Valerio.


Mentre in Italia il peggiore presidente della storia della nostra Repubblica, Giorgio Napolitano, sta facendo i salti mortali per mantenere lo status quo e preservare la fallimentare classe dirigente eurista, fuori dai palazzi il processo di frantumazione dell’area euro procede a grandi passi. Il recente caso di Cipro ha fatto finalmente emergere a livello mondiale tutti i difetti di costruzione dell’unione monetaria più disastrata del pianeta ed ormai sarà impossibile per la tecnocrazia agire soltanto con la mistificazione e la propaganda mediatica per coprire e nascondere le magagne. In particolare il collasso di Cipro ha evidenziato due aspetti su cui si fondava il tentativo disperato dei menestrelli di regime di cambiare la realtà dei fatti: la crisi dell’eurozona non è una crisi di debito pubblico ma privato (bancario nella fattispecie, visto che in Europa i rapporti di debito-credito, risparmio-investimento sono intermediati principalmente dalle banche) e la liberalizzazione selvaggia e deregolamentata della circolazione dei capitali alla lunga crea insostenibili squilibri fra i paesi coinvolti. Adesso, soltanto i cialtroni patentati o gli analisti finanziari da bar dello sport potranno sostenere sfacciatamente in pubblico il contrario, senza essere zittiti con una sola parola: Cipro.


Ad ogni modo, chiunque voglia informarsi e capire cosa sta accadendo oggi in Europa e in Italia non può di certo affidarsi alla stampa e televisione nostrana, che si tiene ancora ben alla larga dalla tentazione di spiegare onestamente e criticamente agli italiani gli eventi che si succedono dentro e fuori i nostri confini, prefigurando dei possibili scenari futuri. A parte i blog e i siti di controinformazione, in Italia il regime di Repubblica, Corriere, Stampa, Santoro, Floris, Gabanelli (e derivati) fa ancora la voce grossa e la sordina messa da anni alla verità dei fatti funziona abbastanza bene, senza troppi affanni. Per fare ordine e capire qualcosa, bisogna armarsi di santa pazienza e rovistare fra la stampa estera, che ha sicuramente una visione molto più obiettiva e lucida degli eventi. A titolo di esempio, vi propongo questo articolo dell’analista Matthew O’Brien pubblicato sul giornale on line statunitense The Atlantic, che in modo semplice ed immediato chiarisce i quattro motivi principali per cui l’unione monetaria europea finirà per frantumarsi. Sperando magari che un giorno anche sui nostri giornali, piegati supinamente alle direttive e agli interessi delle grandicorporation e banche che detengono la loro proprietà, si possano rintracciare simili descrizioni.


All'inizio, come sappiamo, la crisi dell’eurozona era stata frettolosamente etichettata come una semplice "crisi del debito sovrano greco". Nel giro di pochi mesi fu abbastanza chiaro a tutti (tranne agli europei e agli italiani in particolare) che anche Irlanda e Portogallo, per motivi molto diversi da quelli greci, erano crollate. Poi venne il momento della capitolazione per Spagna e Italia, che finirono nel mirino dei mercati una per eccesso di debito privato e l’altra per l’enorme debito pubblico pluridecennale, che prima dell’ingresso nell’area euro non aveva mai destato particolari patemi né agli investitori né agli stessi debitori istituzionali sovrani. Oggi è arrivato il momento di CiproMalta e Slovenia di entrare nel tritacarne dei piani di salvataggio e delle rigide misure di austerità da applicare per meritarsi la solidarietà e la cooperazione poco disinteressata dei presunti alleati europei. Domani toccherà forse all’Estonia, mentre la Francia vacilla e la Germania stenta a far digerire all’opinione pubblica tedesca l’opportunità di rimanere alla guida di questo pastrocchio istituzionale per ricavarne vantaggi commerciali e finanziari. Vantaggi che come sappiamo favoriscono principalmente banche e grandi imprese focalizzati sulle esportazioni, facendo gravare tutto il peso degli squilibri e degli aggiustamenti su cittadini e lavoratori tedeschi.


A colpi di diktat imposti dall’alto e accordi sovranazionali che hanno avuto percorsi di ratifica a dir poco accidentati e controversi (vedi Fiscal Compact, six pack, MES, two pack), la crisi dell'euro sta entrando ufficialmente nel suo quinto anno consecutivo senza che all’orizzonte si veda qualche spiraglio di luce e di speranza per uscirne fuori. Anzi, questa continua cessione di sovranità nazionale e lo squilibrio crescentefra i beneficiari e le vittime dell’euro, hanno addensato ancora più nubi e incertezze sull’evoluzione del prossimo futuro. Tuttavia, da quando nell’estate scorsa il governatore della BCE Mario Draghi ha pronunciato le fatidiche parole: “whatever it takes” (“faremo qualunque cosa per salvare l’euro”), sia i mercati che i cittadini più avveduti hanno compreso che la tecnocrazia oligarchica europea non avrebbe mai mollato la presa tanto facilmente e abbandonato a cuor leggero il suo ambizioso progetto di annientamento della democrazia e delle costituzioni repubblicane nazionali. A costo di usare le maniere forti, l’esercito, la repressione violenta tipica dei regimi dittatoriali se necessario. Dopo più di trent’anni di propaganda, manovre di palazzo, pazienti privazioni di diritti e iniezioni di stupidità collettiva, gli oligarchi sono ora disposti a giocarsi il tutto per tutto, abbandonando le usuali maschere dei filantropi pacifisti e indossando quelle più consone dei plutocrati guerrafondai e imperialisti. E facendo i debiti scongiuri, non mi stupirei se da ora in avanti anche in Europa possano cominciare pure le scomparse sospette e le esecuzioni sommarie dei contestatori del regime, come accadeva nell’Argentina di Videla o nel Cile di Pinochet.


Ma veniamo adesso ai fatti. Come sappiamo nell’eurozona non esiste ancora uno straccio di unione bancaria e fiscale che possa rendere minimamente sostenibile l’attuale struttura politica-istituzionale-finanziaria e attenuare i contraccolpi e gli squilibri macroeconomici. E cosa ancora peggiore, nessuno dei tecnocrati o dei politici nazionali (soprattutto tedeschi, mentre i francesi appaiano più possibilisti e gli italiani non si pronunciano e si accodano) sembra intenzionato a percorrere la strada della definitiva unione fiscale e politica (governo unico centrale democraticamente eletto, unione di trasferimento, armonizzazione del mercato del lavoro e dei sistemi pensionistici, banca centrale prestatore di ultima istanza per i governi e gli istituti creditizi privati etc), che snaturerebbe drasticamente le finalità totalitarie e assolutistiche del progetto originario. O tutto o niente, o in Europa si riesce a ripristinare la restaurazione monarchica e reazionaria del Congresso di Vienna del 1815 oppure si va tutti a fondo fra le barricate e i fumi dei moti rivoluzionari popolari. Questa, in estrema sintesi, sembra essere la scommessa fatta dai tecnocrati. E ormai, con Cipro in assetto di sommossa e la Slovenia in procinto di saltare, gli occhi sono tutti puntati su ciò che avverrà nei prossimi mesi in Italia e Francia, dove per ovvie ragioni di dimensioni e di scala di grandezza le conseguenze dellefallimentari politiche di austerità potrebbero scatenare ondate di protesta difficilmente contenibili. Se poi i movimenti euroscettici di Germania, Francia e Italia cominciassero a dialogare e a coordinare le istanze di cambiamento dell’intero continente, ricevendo sempre maggiori consensi nelle successive tornate elettorali, ecco che l’unione monetaria più stupida del mondo avrebbe i giorni contati. E i quattro motivi macroeconomici e finanziari che rendono l’attuale unione monetaria una vera e propria bomba ad orologeria pronta a scoppiare in qualsiasi momento sono sempre gli stessi e possono essere riassunti come segue.   



1. Politica monetaria restrittiva


Come sappiamo la zona euro non è quello che gli economisti chiamano un’“area    valutaria ottimale”. In altre parole, fin dall’inizio la creazione di un’unione monetaria in Europa era stata liquidata come una pessima ideadai maggiori esperti della materia, perché mancavano quei presupposti fondamentali che rendono il progetto fattibile e conveniente per tutti (ampia mobilità dei fattori produttivi, convergenza dei differenziali di inflazione, omologazione culturale, sociale, politica etc). In pratica i sistemi economici dei suoi diversi paesi membri sono troppo diversi per avere una gestione centralizzata della politica monetaria, aggravata da un mancato coordinamento della politica fiscale. La BCE imposta una politica monetaria unica per tutti i 17 paesi, trascurando ciò che intanto avviene al loro interno e le esigenze delle singole economie. Non solo. La decisione della BCE di mantenere un tasso di interesse basso di tipo “inflazionistico” (almeno secondo labizzarra versione dei monetaristi, ma sappiamo già che oggi come oggi qualunque operazione della banca centrale ha pochi effetti sull’inflazione) non ha alcun riscontro pratico nella realtà perché è saltato completamente il meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Gli investitori basano principalmente il rischio paese sullo spread dei titoli di stato (alto nella periferia e basso al centro) infischiandosene di quello che viene deciso a Francoforte. Ciò comporta alti tassi di interesse nella periferia e bassi tassi nel centro (a vantaggio delle aziende tedesche, olandesi, austriache, finlandesi che possono finanziarsi con capitali a buon mercato), scaricando questo iniziale gap di competitività unicamente sullepolitiche salariali (visto l’impossibilità di utilizzare gli aggiustamenti spontanei del tasso di cambio).


Nonostante le politiche recessive degli ultimi anni, i salari nei paesi del sud Europa sono però ancora troppo elevati rispetto a quelli del nord Europa, e la BCE non può e non vuole fare nulla per alleggerire questo divario. Esistono infatti due modi principali per risolvere questo gap di competitività salariale intra-euro. O i salari del nord Europa aumentano più velocemente del normale mentre i salari meridionali rimangono piatti, o i salari settentrionali crescono normalmente mentre cadono i salari del sud Europa. La differenza tra questi due approcci è collegata alla volontà principalmente politica di avere o non avere un po’ di inflazione nel nord (primo caso) o continuare nell’attuale scelta verso la depressione nel sud (secondo caso), trainata dalla politica monetaria restrittiva della BCE. Ora, chiunque può comprendere da solo che il fatto di prediligere uno o l’altro approccio cambia radicalmente gli effetti sociali ed economici della scelta fatta. La propensione verso la svalutazione interna dei salari nel sud Europa (con conseguente deflazione dei prezzi) rende in generale più difficile per cittadini ed imprese ripagare i debiti contratti in passato, innescando un circolo vizioso che finisce per coinvolgere ad uno ad uno i singoli sistemi bancari nazionali. E la BCE non sembra intenzionata a cambiare nel prossimo futuro il suo mandato per favorire una maggiore inflazione nei paesi del nord Europa, a causa dell’ostruzionismo dei tedeschi che proprio sulla bassa inflazione interna hanno costruito il loro principale vantaggio competitivo nei confronti del resto dell’eurozona.



2. Politica fiscale recessiva


Da qualunque parti la si voglia guardare, l’austerità è stata un completo disastro. La fissazione per i bassi deficit pubblici, ottenuti con tagli alla spesa e aumenti di tasse, ha in realtà aumentato gli oneri del debito nell’Europa meridionale, perché tale impostazione rigorista ha ridotto la crescita più di quanto è riuscita a contenere i costi di indebitamento. E anche qui non servivano mica degli scienziati o dei geni per capire che se il denominatore di una frazione (il PIL) diminuisce più rapidamente del numeratore (il debito pubblico), alla fine l’intero rapporto è destinato a crescere. E ora anche il nord Europa sta iniziando a soffrire dello stesso male, perché la recessione del sud si sta ovviamente riflettendo su una minore crescita nel nord. La Francia, nonostante continui ad agevolarsi di una deroga per il suo alto deficit pubblico (4,8% contro il 2,9% dell’Italia) dovrà riportarsi al di sotto della famigerata soglia del 3% entro il 2014 (stesso discorso per la Spagna e ilPortogallo). l'Olanda ha da tempo aperto un contenzioso con la Commissione Europea sulla necessità di attuare ancora tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse ed è sull’orlo di una bolla immobiliare bancaria di proporzioni ciclopiche. Il Belgio ha accusato la Germania di dumping sociale, a causa della sua  ostinata politica di bassi salari e la concorrenza sleale basata sulla bassa inflazione che penalizza gli altri paesi membri dell’eurozona. La Germania stessa dovrà attuare al più presto un'ulteriore stretta fiscale per finanziare i piani di salvataggio e rientrare nell'altra fantomatica soglia del 60% del debito pubblico. In altre parole, l'euro è diventato un patto di suicidio di massa per austerità compulsiva più che uno strumento di benessere e pacificazione sociale.



3. Riduzione del commercio e delle esportazioni


Ad esclusione della Germania, più della metà di tutti gli scambi commerciali dei paesi dell’eurozona sono interni all’eurozona stessa. Tuttavia questa sciagurata politica fiscale e monetaria sta spingendo l’Europa meridionale verso la depressione e quella settentrionale verso la recessione, rendendo sempre più difficile per le aziende e i cittadini l’acquisto di merci e servizi provenienti da altri paesi della zona euro. Ciò peggiora enormemente le possibilità di ripresa e di  recupero per i paesi dell'Europa meridionale, che in queste condizioni di inerzia fiscale e monetaria hanno urgente bisogno di esportare per tirarsi fuori dai guai. Come si può vedere nel grafico riportato sotto elaborato da Eurostat, il commercio nella zona intra-euro ristagna da almeno due anni dopo il rimbalzo seguito alla profonda crisi del 2009. Gli anelli deboli della catena stanno insomma trascinando tutti gli altri giù, ma solo perché questi ultimi si rifiutano di aiutare e cooperare con i primi.






4. Interdipendenza finanziaria eccessiva


Nell’eurozona i problemi finanziari di un paese possono diventare rapidamente i problemi di un altro, perché le banche sia dell’uno che dell’altro posseggono gran parte del debito pubblico e privato incrociato. Soprattutto quando le banche sono più grandi dell’economia stessa del paese in questione. Questa è la lezione che abbiamo imparato da Cipro, le cui banche avevano investito troppo in titoli greci fino al 2010 e nel 2011 sono state messe in ginocchio dalle operazioni di ristrutturazione del debito greco compiute dalla trojka UE, BCE, FMI. In un interessante grafico interattivo pubblicato sul Financial Times si può vedere come il debito complessivo (pubblico e privato) di un paese venga ripartito fra le banche di un altro paese. Solo a titolo di esempio, nella figura riportata sotto si può vedere come una qualsiasi operazione di ristrutturazione del debito pubblico e privato dell’Italia metterebbe tremendamente nei guai le banche francesi (esposizione totale di €334 miliardi), che con ogni probabilità necessiterebbero poco dopo di un piano di salvataggio.




L'euro, come abbiamo più volte detto, riproduce pedissequamente il regime monetario gold standard, senza la necessità di detenere oro fisico: per avere un surplus di moneta all’interno dei propri confini nazionali, un sistema paese deve aumentare il saldo netto delle sue esportazioni o indebitarsi. Esattamente ciò che avveniva appunto più di 70 anni fa quando vigeva ancora il regime gold standard. In un tale sistema i paesi rinunciano alla loro capacità di combattere le recessioni interne per aderire ad un regime di cambi fissi e di apertura incontrollata dei flussi di capitale. Ma rinunciare alla capacità di combattere le recessioni significa anche accettare il fatto che quando queste arrivano si trasformino lentamente ma inesorabilmente in depressioni. Soprattutto se la ricerca di una soluzione viene cercata esclusivamente mettendo pressione al ribasso sui salari e addossando tutto il peso degli aggiustamenti sulle spalle dei lavoratori: ovvero il metodo socialmente più doloroso e politicamente più distruttivo che esiste in economia.


Ma il regime gold standard aveva un difetto di progettazione ancora più grande rispetto alla creazione stessa di depressioni. Riusciva a perpetuare nel tempo le depressioni, senza arrivare mai ad una soluzione definitiva. Sotto le regole del gioco infatti, i paesi che erano a corto di oro dovevano alzare i tassi di interesse per ricevere maggiori prestiti dai paesi che avevano abbondanza di riserve auree, cosa che tendeva a spingere in basso i salari e ad aumentare le esportazioni. Più esportazioni equivaleva ad accumulare più oro e quindi i tassi di interesse potevano essere di nuovo abbassati dando impulso agli investimenti e all’occupazione. Il gioco in apparenza poteva funzionare, ma c'era un'asimmetria di fondo che lo rendeva impraticabile ed insostenibile. I paesi avevano bisogno di oro per creare denaro,  ma i paesi che avevano l’oro potevano anche non avere bisogno di creare denaro. Durante la Grande Depressione degli anni trenta, gli Stati Uniti e laFrancia avevano incamerato la maggior parte dell'oro del mondo, ma solo una piccola frazione di quest’oro fu trasformata in denaro a causa della paura inesistente e ingiustificata dell'inflazione. I paesi che avevano bisogno di oro erano quindi costretti a spingere ancora di più verso il basso i salari per rendere più competitive le loro esportazioni, dato che c’era una domanda insufficiente a livello globale in conseguenza delle politiche fiscali e monetarie restrittive degli Stati Uniti e della Francia. Invece di essere risolta la depressione veniva alimentata, contorcendosi su se stessa.


L'euro soffre di una simile asimmetria. I paesi debitori del sud Europa continuano a tagliare i loro salari e i deficit, ma i paesi creditori del Nord non intendono e non sono costretti da nessun meccanismo di regolamentazione interna ad aumentare i salari e i deficit. Ovvero invece di tendere a migliorarla stanno peggiorando la crisi. In altre parole, il nord Europa non sta facendo abbastanza per compensare la distruzione di domanda che sta avvenendo nell'Europa meridionale. Anzi, il nord sta contribuendo ad affossare il sud, rischiando prima o dopo di precipitare anch’esso in una crisi prolungata. Questa lenta agonia sta trasformando infatti i prestiti che in altre condizioni sarebbero stati tranquillamente rimborsabili in perdite, perdite che a loro volta forzano un rapido crollo e i successivi piani di salvataggi, che più che aiutare concretamente i paesi e le banche del sud servono a ripagare i creditori del nord. Ribadiamo però che questo processo deflagrante non è solo un problema per la periferia, ma alla lunga trascinerà nel gorgo anche il centro. Come gli Stati Uniti e la Francia hanno scoperto negli anni trenta, non è generalmente una buona idea forzare i vostri debitori verso il fallimento. A suo tempo questa strategia miope ed autolesionista ha creato solo una depressione senza fine, che è stata risolta poi con l’abbandono definitivo del regime gold standard a partire dal 1931. E non è un caso che i paesi che uscirono per primi dal gold standard (Inghilterra e Stati Uniti), furono anche quelli a riprendersi prima e meglio dalla Grande Depressione.


La storia quindi si sta ripetendo in maniera incredibilmente uguale oggi con l’euro. L’Europa ha deciso di crocifiggersi su su una croce di euro, così come nel secolo scorso il mondo si era testardamente inchiodato su una croce d’oro (il regime monetario gold standard). Il blocco settentrionale dell'euro potrebbe consentire alla BCE di attuare una politica monetaria espansiva e contemporaneamente cominciare a spendere di più e ad aumentare i salari dei suoi lavoratori. Oppure lasciare che il processo continui ad andare alla deriva. In questo momento i tecnocrati euroidioti sembrano intenzionati a fare lo stretto indispensabile per evitare che tutto cada a pezzi rovinosamente, allontanando di giorno in giorno il momento del crollo definitivo, e poco altro. Ciò è dovuto in parte all’ossessione per l’inflazione (alimentata mediaticamente dai grandi detentori di capitali e dai rentiers, che vogliono mantenere inalterato nel tempo il potere di acquisto dei loro immensi patrimoni) e in parte ad una precisa strategia. Infatti, attraverso la depressione in corso il nord vuole cercare di esercitare una forte pressione sul blocco del sud, affinché vengano attuate riforme strutturali e impopolari del mercato del lavoro. In questo modo il nord non solo potrà razzolare risorse, capitali, patrimoni dal sud, ma avere anche un serbatoio praticamente illimitato di manodopera a buon mercato.

Tuttavia, non concedendo alcuna speranza di ripresa al sud, è molto probabile che un po’ la politica (a proposito, consiglio di ascoltare attentamente questo video della deputata del Movimento 5 Stelle Laura Castelli per capire il motivo per cui hanno preso e continueranno a prendere tanti voti in Italia: sono gli unici che, anche se a spizzichi e bocconi e in modo spesso confusionario, parlano apertamente e pubblicamente dei problemi veri che stiamo affrontando) e un po’ le sommesse popolari riusciranno ad impedire al nord, e in particolare alla Germania, di portare a termine il suo criminogeno piano di macelleria sociale. Di Cina purtroppo ne abbiamo già una nel mondo. E, con tutto il rispetto, prima di farsi espropriare completamente dei propri diritti democratici, sono quasi certo che gli europei venderanno cara la pelle. Perché per fortuna la storia si ripete non solo per quanto riguarda i periodi di declino reazionario e morale, ma anche in quelli dirinascita popolare e culturale


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