venerdì 22 febbraio 2013

La Spagna ad un passo dall'implosione delle istituzioni del modello democratico attuale.


DI GIUSEPPE SANDRO MELA

rischiocalcolato.it

«I diversi ricatti che pesano sui politici e le istituzioni minacciano di provocare una paralisi del sistema politico e un’implosione delle istituzioni, che potrebbe portare alla fine del modello democratico attuale.»

«Malefatte che hanno trasformato la Spagna in un’immensa cloaca inondata dalla corruzione».
«La fogna in cui si è trasformato lo stato spagnolo conta più astri di una costellazione»
Sono anni che andiamo ripetendo queste affermazioni, invero con audience ben scarsa. Fa quindi una certa quale impressione leggerle su organi a vasta diffusione.
Due concetti dovrebbero essere valutati con la massima attenzione.


1. «Implosione delle istituzioni»
L’ostinarsi nel non voler vedere, considerare e rimediare una lunga serie di problemi porta inevitabilmente alla loro putrefazione. Esattamente quello che é successo per l’Unione Sovietica: nel disperato tentativo di mantenere in vita un sistema marcio i russi arrivarono al crollo, all’implosione. Repentina ed inaspettata solo per gli sprovvidi accecati dai paraocchi delle ideologie.
Quando un corpo di regole non rappresenta più la realtà e presenta evidenti contraddizioni dovrebbe essere abbandonato, ed in tutta fretta. Le teorie economiche e politiche non dovrebbero essere vissute come dogmi di fede. Non sono verità eterne.
2. «Fine del modello democratico attuale».
É inutile nascondersi dietro ad un dito oppure voler a tutti costi ridursi alla favoletta del Il Re é nudo.
Ciò che sta crollando in Europa é l’impianto strutturale voluto dal così detto “illuminismo“, con tutte le sue susseguenti variazioni sul tema. Non son solo le teorie comuniste, socialiste, socialdemocratiche e keynesiane ad essere entrate in avanzata fase putrefattiva. Non è solo la nefasta teoria che legittimizza l’intervento dello stato nei processi economici e nella vita dei cittadini, privandoli di fatto della libertà e, quindi, anche della libertà economica.
É il cuore dell’illuminismo a morire.
Il suffragio universale é incompatibile con la sanità di bilancio, e senza bilanci almeno in pareggio nessun modello di organizzazione statale può sussistere nel tempo. I conti devono tornare e non si può generare ricchezza dal nulla.
Conclusioni.
Non ci si faccia illusioni. Nemmeno la più impercettibilmente piccola.
Ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria.
La strenua resistenza opposta dallo statalismo alla realtà che avanza implacabile porta inevitabilmente ad un immane disastro: la società della miseria. Questa é l’ultima carognata perpetrata dagli statalisti a danno dell’intera enclave europea.
Non ci si faccia illusione alcuna: ma proprio nessuna.




LO STATO TRABALLA 



Il discorso annuale del premier sullo stato del paese del 20 febbraio arriva in un momento di profonda crisi economica, sociale e istituzionale. Il sistema politico spagnolo è a un passo dall’implosione. 

Anche se non esiste alcun legame tra loro, i diversi ricatti che pesano sui politici e le istituzioni minacciano di provocare una paralisi del sistema politico e un’implosione delle istituzioni, che potrebbe portare alla fine del modello democratico attuale.

Dal re in giù, ormai è difficile incontrare una personalità dello stato che non sia coinvolta in qualche tipo di ricatto. Non c’è partito politico di peso esente da questo rischio. Diego Torres continua a manovrare la macchina del ricatto contro il suo ex socio e genero del re Iñaki Urdangarin, e nel frattempo ha coinvolto l’infanta Cristina e ha attaccato sempre più duramente la Casa reale. Nella sua ultima apparizione, Torres ha parlato addirittura di interventi diretti di Juan Carlos, di un’amica intima del monarca e persino del principe Felipe.
Nelle fila del governo le cose non vanno meglio. Mariano Rajoy, nelle doppia veste di presidente del Pp e primo ministro, non ha ancora fornito spiegazioni adeguate sul perché Luís Bárcenas abbia continuato a lavorare per il partito per più di due anni dopo essersi dimesso da senatore ed essere stato coinvolto nella vicenda Gürtel [caso di corruzione che ha coinvolto alti funzionari del Partito popolare e imprenditori favoriti nella concessione di appalti pubblici]. Nessuno sa spiegare come mai sia stato concesso un simile privilegio a un uomo che ha portato 22 milioni di euro in Svizzera ed è stato il responsabile delle finanze del partito per più di vent’anni.

Come in un romanzo a puntate del XIX secolo, ogni giorno gli spagnoli vanno in edicola o navigano su internet per conoscere l’evoluzione delle malefatte che hanno trasformato la Spagna in un’immensa cloaca inondata dalla corruzione. L’argomento domina le conversazioni nei supermercati, nei bar e nelle fabbriche, ed è penetrato così a fondo che l’indignazione monta incontrollata. 
In Catalogna la stabilità politica è minacciata dalla [notizia che le agenzie investigative spiavano] (3410291) gli affari e la vita privata dei vertici politici. È evidente che lo scopo della sorveglianza, di cui ancora si cercano i responsabili, fosse proprio il ricatto. Alcuni dei politici più coinvolti nel processo indipendentista potrebbero essere accusati formalmente di corruzione nelle prossime settimane.

La fogna in cui si è trasformato lo stato spagnolo conta più astri di una costellazione. L’indignazione, intanto, aumenta di giorno in giorno e ribolle sui social network. I movimenti civici degli indignados cominciano a ottenere le prime vittorie sul parlamento e sulle decisioni dei partiti al potere.

Se questa storia andrà avanti, se [l’infanta Cristina sarà chiamata a deporre] nei processi per corruzione contro il duca di Palma e se gli alti funzionari del Pp (incluso il presidente del governo) saranno convocati da un giudice, la stabilità dell’esecutivo potrebbe andare definitivamente in pezzi. 

Nel frattempo la serie inarrestabile di ricatti non suscita alcuna reazione. Bárcenas manipola le sue agende e i suoi documenti con destrezza, ed è riuscito a evitare che Rajoy avviasse alcuna azione giudiziaria contro di lui o si azzardasse nemmeno a pronunciare il suo nome. 

Accettare il ricatto non fa che mantenere o aggravare una debolezza. Se le richieste dell’estorsore sono eccessive, è meglio farla finita subito.

La stanchezza del re.
 A questo panorama desolante bisogna aggiungere la crisi sistemica della Confederazione delle industrie spagnole (Ceoe). L’ex presidente [Gerardo Díaz Ferrán] è in galera per gravi atti di corruzione. Il suo successore [Joan Rossell] si comporta come un piromane, mettendo in dubbio i dati ufficiali dello stato sulla disoccupazione e insultando centinaia di migliaia di lavoratori del settore pubblico. Il vicepresidente [Arturo Fernández] dovrà dimettersi con l’avanzare del processo in cui è accusato di reati contro la previdenza sociale e il fisco per aver pagato in nero i suoi dipendenti.A proposito di malattie, i continui acciacchi del re di Spagna, la sua età avanzata e gli obblighi imprescindibili della sua agenda sono un ulteriore elemento di difficoltà per una istituzione ereditaria che non è abbastanza solida da impedire una successione complessa e delicata.Le cariche sono ormai piazzate nella struttura dello stato. Se esploderanno dall’interno, sarà molto difficile tenere in piedi i pilastri portanti. Ma il rischio di destabilizzazione non può e non deve impedire che si conosca la verità. Questa volta i cittadini non sono disposti a perdonare o a dimenticare.


Versione originale:
Carlos Carnicero

Versione italiana:
Traduzione a cura Andrea Sparacino

giovedì 21 febbraio 2013

Un salario minimo per legge a tutela del lavoro.


La caduta dei salari aggrava la recessione e produce povertà. È il momento di introdurre un salario minimo per legge e correggere le leggi su lavoro e sindacato. E di sostenere le imprese che vogliono investire
Nel discorso sulla stato dell’Unione del 12 febbraio, Barack Obama ha esortato il Congresso a portare avanti riforme che presuppongono la presenza di uno stato fortemente interventista in economia. Ha lanciato una serie di proposte, fra cui l’aumento del salario minimo, investimenti per la ricerca e per l’innovazione nel settore industriale, incremento delle spese per l’istruzione, opere pubbliche, incentivi alla produzione di energia eolica e solare. Il discorso di Obama dovrebbe offrire elementi di riflessione in questa campagna elettorale in cui i temi della disoccupazione, della crisi, dell’impoverimento crescente dei lavoratori dovrebbero essere i temi centrali, ma purtroppo sono spesso tenuti in disparte. Sia chiaro che questi temi non sono disgiunti, ma sono indissolubilmente collegati. La tanto sbandierata austerità, che sarebbe necessaria per rientrare dal debito pubblico, non ha migliorato i conti pubblici, ma ha creato disoccupazione e povertà e sta distruggendo il sistema produttivo, i servizi pubblici, il welfare.
Vent’anni fa, col Protocollo siglato da governo e parti sociali del 1993, la moderazione salariale è stata invocata come un’esigenza per far ripartire l’economia. La stagnazione dei salari si è accompagnata dalla fine degli anni ’90 a interventi in direzione di una maggiore flessibilità, che hanno subìto un’accelerazione con l’inizio di questo secolo. Gli effetti congiunti di moderazione salariale e precarietà del lavoro sono stati un freno alla domanda interna, hanno limitato il processo di crescita e frenato quegli stimoli all’innovazione e alla ricerca di soluzioni tecniche volte ad aumentare produttività e competitività. Negli anni ’90 i profitti sono cresciuti, ma non gli investimenti: molti imprenditori hanno approfittato della situazione favorevole per portare capitali all’estero e fare investimenti finanziari. La legge Biagi ha fatto ulteriori regali alle imprese che hanno potuto beneficiare di un basso costo del lavoro e conservare i margini di profitto senza innovare per migliorare la produttività.
Si è arrivati così agli anni della crisi, in cui assistiamo a un crescente impoverimento dei lavoratori e a un aumento della disoccupazione e della precarietà. Anche le imprese che per anni hanno goduto di profitti crescenti ora sono in difficoltà, molte hanno chiuso, altre sono vicine alla chiusura e reclamano a gran voce sgravi fiscali.
È giunto il momento di cambiare rotta. La questione salariale è un problema centrale che, come si è visto, è stato accantonato da troppo tempo e ha ampiamente contribuito al declino dell’Italia. La strada per risolvere la questione salariale è irta di difficoltà. Molte imprese sono in crisi e non sembrano in grado di pagare salari più elevati. I sindacati sono deboli e divisi e raramente, al momento dei rinnovi contrattuali, riescono a ottenere aumenti salariali in grado di coprire l’incremento del costo della vita. Di conseguenza i salari reali continuano a calare e l’economia si avvita in un circolo vizioso.
Si impone quindi la necessità di un minimo salariale imposto per legge. Si dovrebbe prevedere inizialmente un minimo salariale tale da permettere anche ai lavoratori meno qualificati standard di vita dignitosi. Si dovrebbe poi procedere a graduali incrementi fino a raggiungere nel giro di alcuni anni il livello di quello francese, che attualmente è pari a 9,43 € lordi all’ora, 1.430 € al mese. Un salario minimo dignitoso è importante non solo per evitare il fenomeno ormai sempre più diffuso dei working poors, ma anche per rivitalizzare la domanda e stimolare l’innovazione. Tale misura dovrebbe essere affiancata da una nuova legge sul lavoro che riduca il numero dei contratti atipici, li renda più costosi e, soprattutto, ne limiti l’utilizzo ai casi di provata necessità.
Per troppo tempo sono state tenute in vita imprese che non sono in grado di pagare salari dignitosi e che cercano di competere con i paesi emergenti con lo sfruttamento del lavoro, con i bassi salari, con la precarietà. Produzione obsolete, non competitive devono essere abbandonate. Ma ci sono anche imprese, e sono molte, che hanno limitato gli investimenti e non hanno fatto innovazioni, perché si sono adagiate sulla possibilità di mantenere buoni margini di profitto grazie ai bassi salari e si sono trovate in difficoltà con l’arrivo della crisi. Per queste imprese è opportuno prevedere forme di sostegno, quali sgravi fiscali e crediti agevolati, che consentano di attuare i processi di ristrutturazione necessari per far fronte alle mutate condizioni economiche e all’aumento dei costi conseguenti all’introduzione di un minimo salariale. Si deve operare in modo selettivo per premiare solo le imprese virtuose e, parimenti, è fondamentale che lo Stato paghi prontamente le imprese fornitrici. Alcune misure, come quella degli sgravi fiscali per le imprese che investono e che fanno ricerca, e la proposta di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini di pagare i fornitori con titoli di Stato, sono state recepite e rilanciate dai partiti di centro-sinistra in questa campagna elettorale.
Parimenti, è opportuno incentivare i processi di integrazione orizzontale e verticale, in particolare per le imprese di piccola dimensione. Un problema particolarmente serio in Italia che si intreccia con quello dei bassi salari è quello della dimensione di impresa. Il tessuto produttivo italiano è caratterizzato da una miriade di imprese di piccolissime dimensioni, che non sono in grado di affrontare spese di ricerca e che tendono a pagare salari più bassi della media, approfittando anche delle difficoltà del sindacato a essere presente nelle piccole imprese. Vanno incoraggiati dunque i processi di integrazione per sostenere la crescita dimensionale delle imprese e favorire così l’innovazione, permettere lo sfruttamento di economie di scala e consentire alle imprese di pagare salari più elevati.
Si può obiettare che gli aumenti salariali sono una misura necessaria ma questo non è il momento, che la fase di recessione non lo consente, perché ci sono imprese che non sono in grado di pagare salari dignitosi e si avrebbe un ulteriore aumento della disoccupazione o del lavoro nero. In realtà, la crisi offre più che mai opportunità di cambiamento, anzi il cambiamento è l’unica possibilità per uscire dalla crisi. E un aumento dei salari in fase recessiva potrebbe costituire uno stimolo forte alla ripresa, mentre la piaga del lavoro nero va combattuta con ogni mezzo.
Rimane aperto il problema di come assorbire i lavoratori espulsi dalle imprese che non sono in grado di reggere gli aumenti salariali. Come suggerisce Luciano Gallino nell’intervista a sbilanciamoci.info (www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/La-disoccupazione-crea-disoccupazione.-Intervista-a-Luciano-Gallino-16889), lo Stato dovrebbe farsi carico dei disoccupati attraverso l’istituzione di un’agenzia per il lavoro che si occupi di creare nuova occupazione là dove serve. Molte sono le esigenze da soddisfare, dalla cura del territorio, alla cultura, ai servizi di welfare; è urgente un intervento dello Stato per produrre beni e servizi pubblici. Resta l’annoso problema del finanziamento. Come emerge nelle proposte di Gallino, così come nella controfinanziaria di Sbilanciamoci (www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/2013-ecco-la-vera-agenda-15684), si possono reperire fondi tagliando sulle spese non necessarie, come quelle militari, affrontando seriamente il problema dell’evasione, introducendo una patrimoniale.


La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.sbilanciamoci.info.http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Un-salario-minimo-per-legge-a-tutela-del-lavoro-16938

Elezioni: non sciupiamo l'occasione.


METTIAMOLI IN MINORANZA!


di Giorgio Cremaschi*

«Facciamo sì che tutte le principali componenti della classe politica che ha governato negli ultimi venti anni siano punite dal voto e che raccolgano meno del 50% del consenso nel corpo elettorale. E facciamo sì che dalla loro messa in minoranza nel paese parta la riscossa della nostra democrazia costituzionale».


Si apprende che i fondi e le agenzie della speculazione finanziaria internazionale stanno sondando l’Italia per sapere che fare dopo il voto, se far salire lo spread, o lucrare sulla fuga di capitali, o altro ancora.

Questo perché, anche se la campagna elettorale ha fatto finta di dimenticarsene, il nostro paese fa sempre parte della schiera dei paesi debitori del sud Europa, precipitati in una depressione senza fine per colpa delle politiche di austerità e rigore.

Paesi tra i quali spicca ancora la Grecia, nella quale nulla è migliorato e che si prepara ad un nuovo sciopero generale contro il massacro sociale in corso senza interruzione da tre anni. Massacro che è stato voluto e amministrato da governi che hanno deciso di obbedire ai diktat di quegli stessi signori che ora stanno testando il nostro voto.

La terzomondizzazione della Grecia, secondo la brutale definizione di alcuni economisti, è una infamia che pesa su tutte quelle classi dirigenti di destra e sinistra che in Europa l’hanno voluta o accettata. È una macchia che colpisce tutta la retorica europeista, è il segno di una caduta generale della nostra democrazia, sottoposta al potere delle banche e della finanza internazionale.

Sappiamo benissimo per quale voto e quale governo vota questo potere. Esso vuole un governo Bersani Monti che continui la politica delle "riforme" , magari come ci chiede la OCSE rendendo ancora più facili i licenziamenti. Cioè proseguendo nella strada che ci sta sempre più avvicinando alle condizioni sociali della Grecia.

Berlusconi è fuori gioco per questi signori perché travolto dalle incapacità personali, dagli scandali, dal conflitto di interessi. Il rischio che torni al governo è pressoché nullo, basta parlare con le persone normali che faticano tutti i giorni per capirlo.

Ma un governo Bersani Monti, coperto a sinistra dal contributo di Vendola e sostenuto dalla concertazione con CGIL CISL e UIL , sarà forse rassicurante per per i " mercati", ma per noi?

Secondo un appello sottoscritto, tra gli altri, da Rodota’, Eco, Zagrebelsky, a questo punto la sola cosa utile da fare sarebbe quella di votare il centrosinistra, per dare forza e credibilità all’unico progressismo realisticamente praticabile di fronte al potere dello spread. Con tutto il rispetto per gli insigni firmatari dell’appello, non ci siamo proprio e almeno per tre ragioni di fondo.

La prima è che nel programma Italia Bene Comune c’ è scritto a chiare lettere che tutti gli impegni assunti in Italia e in Europa si mantengono. Quindi il fiscal compact, il pareggio di bilancio costituzionalizzato, il vincolo usuraio del debito non si toccano, e con essi non si tocca il vero cuore dell’agenda Monti, da cui prendono linfa tutte le politiche di austerità e rigore.

In secondo luogo è difficile dimenticare che Bersani Monti e Berlusconi han governato assieme decidendo terribili controriforme sulle pensioni sull’articolo 18 e hanno impostato una politica di tagli sociali chiamata spending review, i cui danni hanno appena iniziato a manifestarsi.

Tutta la campagna elettorale si è svolta attorno alla Imu, ma nessuno di questi tre ha minimamente accennato a voler cancellare le controriforme sociali approvate.

Infine bisogna sempre ricordare che questo confronto elettorale avviene sulla base di una vergognosa legge truffa, che Bersani e Berlusconi in primo luogo, Monti in seconda battuta, si sono ben guardati dal modificare per evidenti interessi di bottega. Sulla base di essa il probabile vincitore, stando ai sondaggi il centro sinistra, dovrebbe ottenere il 55% dei seggi alla camera con meno del 35% dei voti validi. Che a loro volta corrisponderebbero a meno del 20% di tutto il corpo elettorale.

No, non c’è nessuna stabilità e neppure credibilità democratica in un risultato come questo, che stravolge il senso profondo della nostra democrazia costituzionale, che non è quella degli Stati Uniti. Ed è uno stravolgimento del principio della rappresentanza che non viene sanato se, invece che la destra berlusconiana, questa volta dovesse vincere il centrosinistra.

Aggiungo che i tre schieramenti che hanno sostenuto il governo Monti, approvato il fiscal compact e la riforma costituzionale del pareggio di bilancio senza neppure sognarsi di chiedere con un referendum il consenso ai cittadini, sono meno della metà di tutto il corpo elettorale.

Non si sanano i guasti profondi della nostra democrazia affidandone il risanamento al solito centrosinistra che in questi venti anni berlusconiani ha governato per quasi la metà del tempo.

Ci vuole una rottura democratica profonda, che restituisca al popolo il potere vero di contare e decidere, sottraendo questo potere ai decisori occulti che ancora una volta si preparano ad imporre, come in Grecia, i loro interessi con il ricatto dello spread.

Facciamo sì che tutte le principali componenti della classe politica che ha governato negli ultimi venti anni siano punite dal voto e che raccolgano meno del 50% del consenso nel corpo elettorale. E facciamo sì che dalla loro messa in minoranza nel paese parta la riscossa della nostra democrazia costituzionale.

È ora che i padroni dello spread siano messi di fronte ad un paese reale che che decide di accettare la loro sfida alla democrazia.

20 Febbraio 2013

* Comitato NO Debito - Ex Segretario Nazionale Fiom/Cgil 


Candidata centrosinistra si ritira: "Faranno accordo con Monti, non votatemi"


di Alessia Forgione

Candidata con il centro sinistra (Psi), nonché esponente locale del suo partito (Guidonia e Tivoli), Marta Baldassarini si ribella alla decisione presa ai vertici del suo schieramento a livello nazionale, ovverosia: allearsi con Mario Monti in caso di mancanza dei voti per garantire il nuovo governo.
E il “sì” a Monti sarebbe stato ribadito proprio da un big del Psi, nei giorni scorsi al Tg5, Bobo Craxi, candidato senatore di spicco per tutta la lista.
Proprio a lui la Baldassarini avrebbe chiesto di «chiarire» in pubblico – più precisamente nell’incontro aperto alla cittadinanza svoltosi domenica scorsa a Guidonia – la linea politica nazionale, ribadendo che chi si è candidato poco più di due settimane fa’ in una lista che a detta della stessa candidata «deve stare a fianco al popolo, ai lavoratori e a tutti gli strati più deboli» non potrebbe spiegare «in nessun modo, davvero» una strategia elettorale di appoggio a fazioni «notoriamente al servizio delle lobby finanziarie e dei poteri forti». Ma non sarebbe stata confortante la risposta del leader socialista, che avrebbe sottolineato in maniera secca la “necessità” di appoggiare il cosiddetto ‘centrino’ in caso di mancanza di “numeri”  all’indomani del voto, lasciando probabilmente intendere uno sforzo condiviso nel suo stesso partito di sostenere una linea Bersani, già declamata dallo stesso leader Pd in questi giorni e ampiamente discussa sulle cronache nazionali.
Sconcertata e indignata, preferisce, sostiene lei, «rinunciare, piuttosto che fare da testimonial a una scelta assurda» e aggiunge «purtroppo non posso ritirarmi però posso protestare dicendo di non votarmi perché a questo punto non lo trovo assolutamente giusto».
E ancora «fosse anche un’eventualità remota – quella di una possibile alleanza con i “tassatori del popolo” – dico “no” a gran voce.  Questa scelta non risponde affatto al mio modo ‘onesto’ di fare politica; io non faccio promesse e non porto i miei elettori a cena, io sono una casalinga e prima ancora sono una cittadina e voglio rappresentare la voce del popolo, delle mamme di famiglia, dei lavoratori, dei disabili. Voglio continuare a fare politica, ricominciando dalla mia città, e spero che anche  le spaccature interne al mio partito su Guidonia e Tivoli, trovino una risoluzione al più presto . Senza contare che ho una reputazione, sono rispettata e alla mia faccia ci tengo quindi non ammetto che venga associata a quella di chi ha rovinato la vita a tanta gente; io voglio continuare a camminare a testa alta ed è per questo che preferisco rinunciare piuttosto che farmi convincere». 

L'Ue nel 2013: in bancarotta economica, si trasforma in una dittatura politica.


Di Karl Müller 



Ecco le cifre ufficiali alla fine del 2008: il disavanzo totale di tutti gli Stati dell’UE ha raggiunto 7.800 miliardi; alla fine del 2009, 8.900 miliardi; alla fine del 2010, 9.600 miliardi e alla fine del 2011, 10.300 di euro. Ciò corrisponde ad una percentuale del prodotto interno lordo (PIL) totale di tutti gli Stati membri dell’UE nel 2008 di 62,5%, nel 2009 di 74,8%, nel 2010 dell’80,0% e nel 2011 dell’82,5%. Per i 17 Stati della zona euro, i numeri sono ancora peggiori. (Ad esempio: il rapporto tra debito pubblico – cioè, la percentuale del debito pubblico in rapporto al PIL – della Svizzera si attesta a fine 2011 al 52%, mentre un anno prima, era ancora il 55% e nel 2012 ha continuato a scendere fino al 51%).

Solo il tempo ci dirà chi dovrà pagare queste somme colossali e come potrà farlo. I cosiddetti piani di salvataggio (“aiuti alla Grecia,” EFSF, MES, finanziamenti mirati, acquisti di obbligazioni da parte della BCE, ecc.) hanno lo scopo di far credere ai cittadini degli Stati membri dell’UE che si può risolvere il problema del debito attraverso una ridistribuzione tra gli Stati “ricchi” e gli “stati poveri” nell’UE. Ma se guardiamo più da vicino, tutti questi piani di salvataggio non portano esattamente ad una ridistribuzione tra Stati, ma una redistribuzione tra tutti gli Stati a spese dei contribuenti e a beneficio di un gruppo selezionato del grande capitale.
La speranza che alcuni paesi, tra cui in primo luogo la Germania, sarebbero i soli in grado di farsi carico di tutto ciò, è pura illusione. Nell’UE, il 20% di tutto il debito pubblico è della sola Germania, nel 2011 c’erano 2,1 miliardi di euro che la Repubblica federale, dei Länder e dei comuni dovevano a ogni donatore. La verità è che in Germania, i capitali in mani private raggiungono quasi il doppio. E se si trattasse realmente e onestamente di un nuovo inizio, potrebbe anche essere possibile ammortizzare il debito, con l’aiuto dei cittadini, dove è ragionevole e giusto. Infatti, i cittadini sono sempre pronti a contribuire al bene comune. Ma al giorno d’oggi, tutti sanno che queste azioni di redistribuzione programmate, non sono per il bene comune. Non è accettabile dare più soldi a coloro che ne hanno già in abbondanza.
Questo è probabilmente il motivo per cui né l’UE né le élites attualmente al potere negli stati della UE, fanno affidamento sulla libertà e la ragione – perché sanno che l’uomo che ragiona liberamente vede in modo chiaro il doppio gioco – ma sulla menzogna e la coercizione. Ci raccontano la favola dell’”armonizzazione”, “razionalizzazione”, e “centralizzazione” indispensabili all’interno dell’UE. Tutto questo dovrebbe essere essenziale nel mondo globalizzato del XXI secolo, in cui gli stati nazionali sovrani, per la molteplicità delle proprie risorse, non sarebbero solo superati, ma disturbano semplicemente la soluzione dei problemi dell’umanità. Questo è in sostanza ciò che Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, ha affermato il 10 gennaio a Dublino. E chiede ai cittadini di:
  • - rinunciare ad una pensione pubblica che corrisponde alla dignità umana – per un inaridimento delle finanze pubbliche degli enti locali,
  • - rinunciare ad un giusto salario e ad una partecipazione nella creazione di valore – per un’ideologia di “competizione economica tra i siti”,
  • - rinunciare alla libertà secondo la dignità umana, al diritto e alla democrazia – attraverso un’Unione Europea che si attribuisce sempre più competenze e di cui anche la Corte Suprema tedesca Costituzionale ha sentenziato che c’era, ovviamente, un “deficit democratico”.
Il principio secondo cui gli Stati membri dell’UE sono i “padroni dei trattati” è ancora valido. Gli  Stati membri dell’UE possono sempre modificare i trattati europei, potrebbero anche sciogliere l’Unione, se volessero, e rimandare a casa i funzionari di tutte le istituzioni europee e tutti i commissari. La dittatura dell’UE, può ancora essere evitata, secondo le norme di legge vigenti.
Ma ora si sta cercando di cambiare anche questo. Il 5 dicembre 2012, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha presentato un documento, Towards a genuine economic and monetary Union (“Verso una vera Unione economica e monetaria”), secondo cui – a suo piacimento – gli elementi costitutivi della sovranità nazionale devono essere smantellati. Questa è la legge del bilancio che rimane soprattutto nei diritti di sovranità dei Parlamenti ancora parzialmente funzionanti.
“L’UE vuole utilizzare l’attuale crisi per riformare il parlamentarismo europeo. E’ possibile che i parlamenti nazionali che sevono gli Stati, per l’Unione europea, siano piuttosto fastidiosi. Per questo motivo la Commissione europea vuole che in futuro tutte le decisioni importanti di bilancio non sono prese dagli Stati, ma dal Parlamento europeo. Questo è ciò che il Deutsche Nachrichten Wirtschafts ha scritto il 7 dicembre 2012. E si legge ancora: “In futuro, l’UE dovrebbe avere voce in capitolo quando si tratta di bilanci nazionali. In particolare, van Rompuy avrebbe deciso quali sono gli Stati che devono attuare le riforme. La Commissione europea prevede pertanto che ciascuno Stato deve firmare un accordo vincolante con il quale accetta determinati requisiti. Ma Van Rompuy non vorrà smontare completamente i parlamenti nazionali da solo: essi dovranno accettare il loro scioglimento firmando formalmente un accordo di auto-liquidazione. In questo senso, le cerimonie degli yes-men del MES possono essere considerate come un primo test eseguito con successo. Qui, il Bundestag tedesco si è già qualificato per far parte della nuova Lega europea politico-democratica”.
Proprio come il Reichstag tedesco con la legge sulla piena potenza nel marzo 1933. All’epoca, il parlamento tedesco, il Reichstag, ha autorizzato il governo di Hitler ad emanare leggi senza l’approvazione del Reichstag, e così facendo, ha distrutto la separazione dei poteri. Poi tutto è successo molto rapidamente: in sei anni, il nuovo stato centralizzato di Berlino ha portato il mondo in guerra.  In primo luogo, l’unificazione del paese, che si è svolta da cima a fondo: i parlamenti dei Länder sono stati eliminati, i Länder governati centralmente dai prefetti del Reich, i comuni con sindaci senza consiglio comunale. Poi la rottura continua con le disposizioni del trattato di Versailles. Poi il piano segreto quadriennale che doveva preparare alla guerra l’economia tedesca.  La prova generale in Spagna, l’attacco aereo su Guernica. Monaco di Baviera nel 1938. Le conseguenze sono note. Sequenze che avrebbero potuto essere evitate, in punti diversi, ovviamente, anche dall’estero. Ma certamente dall’interno: è stato confermata ancora una volta in modo spaventoso ciò che i parlamentari avevano previsto al memorabile dibattito bavarese del 1871. Le grandi formazioni di Stati centralizzati che calpestano un’ organizzazione di stati federalisti, cercarono di sottomettere l’intera Europa dopo aver asservito i loro connazionali. Poi il mondo.
Il mondo ha imparato qualcosa? Nessuno fiata al giorno d’oggi, quando l’Unione europea si vanta di ripristinare l’economia attraverso il riarmo? E quando il mostro di Bruxelles pratica dal 2010 il metodo, proposto da Jean Monnet, di approfittare di una crisi per continuare a diminuire la sovranità degli Stati nazionali e di compiere nuovi passi verso una dittatura dell’UE?
Ma i leader dell’UE non vogliono solo imporre ai cittadini e agli Stati membri dell’UE ciò che devono fate o non fare. Ciò è dimostrato dalle attuali reazioni dell’UE verso i piani del nuovo governo giapponese per la ricostruzione, con l’aiuto di una spesa pubblica più alta, delle martoriate infrastrutture rilanciando così l’economia del paese, indebolita da anni. Il ministro delle finanze tedesco ha risposto con uno scatto rabbioso e condannato i piani del paese asiatico. “La razza tedesca guarirà il mondo“, dicevano in Germania, quando il paese era governato dal Kaiser che voleva estendere il suo impero. Oggigiorno, nessun paese accetterà che l’Unione Europea cerchi di dettare abusivamente al mondo, la via da seguire in materia politica, economica e culturale. Ed è un bene.
“Per me, è molto chiaro: in Europa, siamo andati troppo oltre. Siamo in un vicolo cieco, non è possibile continuare così. In un vicolo cieco, c’è una sola via d’uscita:. tornare indietro”     Vaclav Klaus in “Neue Zürcher Zeitung”  del 24/01/13    
“Io non cerco la maggioranza negli Stati membri o nelle strutture dell’UE. Questo è un modo di pensare sbagliato. No, io cerco la maggioranza in Europa. Non dico questo in modo pretenzioso, ma nel senso che in politica, la maggior parte della popolazione deve essere valorizzata. In realtà oggi c’è già una maggioranza in Europa, ma le persone fanno fatica a organizzarsi. Ripeto: una maggioranza a Bruxelles non è lo stesso di una maggioranza della popolazione”.     Vaclav Klaus in “Neue Zürcher Zeitung”  del 24/01/13
Karl Müller è un editore e giornalista del giornale on-line Zeit-Fragen
Traduzione di Alba Canelli

mercoledì 20 febbraio 2013

"Arrendetevi! Siete circondati dal popolo italiano! Uscite con le mani alzate..." Ovvero "Alice nel paese delle meraviglie".


DI GIOVANNI ZIBORDI

cobraf.com

L'entusiasmo intorno a Beppe Grillo cresce ogni giorno, guardando dei video da Milano e Monza bisogna dire che Casaleggio e Grillo sono dei geni della comunicazione. Sono stati capaci di toccare i tasti emotivi giusti, hanno creato aspettative e speranze parlando di cose più belle e più giuste e allo stesso tempo unificato e dato energia al movimento sparando su un nemico comune di tutti gli italiani (la classe politica.."Arrendetevi! Siete circondati dal popolo italiano. Uscite con le mani alzate...) (1). E' un messaggio geniale, che funziona perchè taglia attraverso le solite sinistra e destra, coalizza tutti contro un odiato nemico comune, ma parla anche di un futuro in cui c'è del latte e miele (...votate per voi stessi...)

Nella foto: comizio di Beppe Grillo in piazza Duomo a Milano (20.02.2013)

Elemento cruciale di questo messaggio è evitare qualunque presa di posizione precisa sui problemi economici, il principale dei quali è che l'Italia si è impegnata con tutti in Europa e con i "mercati" ad AVANZI DI BILANCIO DEL 5% DEL PIL (prima degli interessi). In italiano questo significa che lo stato spende 700 miliardi e ne incassa di tasse 780 miliardi ogni anno per cui sottrae 80 miliardi al settore privato (salvo restituirne circa 35 miliardi tramite gli interessi alle famiglie italiane detentrici di BTP, quelle che hanno più soldi). L'Italia si è impegnata a incassare, come stato, 780 miliardi di tasse e spenderne (prima degli interessi) 700 miliardi per gli anni a venire.... 

Dire "L'ITALIA SI E' IMPEGNATA" significa che gli altri governi europei hanno dei trattati firmati e il fatto stesso di appartenere all'Europa per imporlo a noi. E significa che "i Mercati" (finanziari) sono in agguato, pronti a vendere 100 o 200 miliardi di BTP facendoli crollare da 100 a 70 se l'Italia "viene meno agli impegni". E questo salasso permanente di circa (80-35=) 45 miliardi l'anno si somma ad una contrazione del credito che al momento è di circa 50 miliardi (2) l'anno per le imprese e di circa 30 miliardi l'anno per le famiglie (mutui). Totale: 45+50+40= ... circa 130 miliardi l'anno che mancano al settore privato.

Grillo urla dal palco che cacciando via i partiti e con i referendum propositivi senza quorum in cui tutti noi decidiamo risolveremo questi problemi. Essendo "fuori" da tutto non ha un programma che viene esaminato come ad esempio i report economici che si accumulano ora sull'Italia esaminano i programmi dei partiti (PDL-Lega, Monti-UDC, PD-Sel o Giannino). E li trovano campati per aria come numeri ("Tagli alle tasse, dai partiti un miraggio da 180 miliardi") (3), pieni di promesse elettorali che contrastano con "gli impresi presi dall'Italia" in Europa.

Gli italiani sono finiti in una trappola finanziaria che soffoca la loro economia e reagiscono entusiasmandosi per chi promette Alice nel Paese delle Meraviglie (dal punto di vista economico). E non ha il problema di giustificare delle credenziali economiche come Oscar Giannino perchè semplicemente non ne ha, nessuno intorno a lui ne ha e se ne sbatte. 

Cioè i partiti promettono ora sotto elezioni miliardi che non sanno come trovare, per la precisione che non possono trovare in nessun modo nel contesto dell'Euro, dell'Eurozona e dei "Mercati". E gli italiani come reagiscono ? Rivolgendosi a chi (se guardi al freddo lato economico) promette loro di fatto dieci volte tanto...

________________________________________________________-

....Tra le prime incombenze che il nuovo governo si troverà ad affrontare .... La contrazione del Pil viaggia attorno all'1%, contro lo 0,2% indicato dalla Nota di aggiornamento del «Def» di settembre. Per lo scorso anno, il dato certificato dall'Istat è di una caduta del prodotto del 2,2 per cento....il debito pubblico raggiungerà quest'anno il picco del 126,1%.... L'impegno sottoscritto dal governo Berlusconi e confermato dal governo Monti al pareggio di bilancio in termini strutturali non è in discussione. In linea con la lettera inviata la scorsa settimana dal commissario agli affari economici, Olli Rehn, si potranno concordare tempi di rientro meno stringenti, ma non per questo saremo esentati dal conseguire avanzi primari del 4-5% del Pil, condizione indispensabile per ridurre gradualmente il debito....
... le tre maxi-manovre, le prime due (luglio e agosto 2011) varate dal governo Berlusconi, la terza, dicembre (il decreto salva-Italia) dal governo Monti. Tre manovre per un valore complessivo a regime di 81,3 miliardi, pari al 4,9% del Pil, concentrate per oltre due terzi su aumenti delle entrate. Nonostante questo ingente sforzo di consolidamento fiscale, non si potrà deviare dal percorso di rigore nei conti pubblici, per effetto dell'ingente debito e delle perduranti incertezze sul fronte dello spread. ....il nuovo governo dovrà reperire risorse sia per finanziare nuove spese per gli ammortizzatori in deroga e le missioni internazionali (finanziate solo fino a settembre), e trovare 4 miliardi a regime per evitare l'aumento dell'Iva. In tutto, almeno 7 miliardi.

.... Se attuata in toto, la manovra sull'Imu indicata da Berlusconi per la prima casa (restituzione di quanto versato nel 2012 e abolizione nel 2013) comporterebbe un immediato minor gettito di 7,8 miliardi, che evidentemente andrebbe coperto subito con altrettanti tagli alla spesa. Il ricorso ad altre forme di copertura, come l'aumento dell'accisa sui tabacchi e sull'alcol (se pur legittima e "mirata") si trasformerebbe in un'altra forma di prelievo. L'azzeramento in 5 anni dell'Irap comporterà il reperimento di ulteriori 34-35 miliardi a regime e la manovra sull'Irpef (due aliquote del 23% fino a 43 mila euro e del 33%) altri 22 miliardi dal 2014.

Gli interventi di riduzione della pressione fiscale indicati dalla Lista civica che fa capo a Mario Monti, relativamente a Imu, Irap e Irpef, comporterebbero 29,5 miliardi di minori imposte. Per il 2013, si potrebbero reperire 2,5 miliardi per aumentare da 200 a 400 euro la detrazione Imu sulla prima casa e raddoppiare la detrazione per i figli a carico, ammesso che - come indicato dal dossier - si riesca a contenere la spesa corrente primaria per 3 miliardi. La partita più complessa si annuncia dal 2014 (e dunque da mettere in campo alla fine del 2013) con interventi sulla totale indeducibilità del costo del lavoro dalla base imponibile dell'Irap, e sull'Irpef a valere sui redditi medio bassi, sia con riduzione delle aliquote che con l'aumento delle detrazioni....

vedi anche "Sogni a confronto" (4)

GZ
Fonte: www.cobraf.com
20.02.2013

4) http://phastidio.net/2013/02/18/sogni-a-confronto/

sabato 16 febbraio 2013

L'Europa della vergogna: nascosta la crisi umanitaria greca.


L’Europa tace. Non vuole assolutamente riconoscere la crisi umanitaria greca causata dalle ricette che ha imposto ad Atene, come ad altri Paesi e perciò fa di tutto perché su questa storica vergogna cali il silenzio: i media in gran parte in mano a quei gruppi di interessi che hanno creato questa situazione si adeguano e danno versione ambigue ed edulcorate della situazione. In Italia dove si vede chiaramente il risultato dell’applicazione delle medesime ricette imposte ad Atene, proprio non se ne parla, forse per non turbare la campagna elettorale a colpi bugie e cagnetti di Scelta civica, un nome che grida vendetta già in sé. Anzi l’esecutore europeo per l’Italia, Monti, accusa Grillo di trascinare l’Italia verso la Grecia e fa finta di non vedere i guai che ha causato, compreso il calo ufficiale del Pil: un -2,7% nel 2012.
Per fortuna alcune voci ci sono. Prima fra tutte un lungo articolo del Guardian che riassume con realismo e con dati alla mano la situazione. Ho tradotto qui di seguito l’articolo che non abbisogna di ulteriori commenti se non i sonori ceffoni che andrebbero dati agli stolti burocrati europei e ai loro sottocoda italiani. quelli diretti e quelli indiretti. (L’articolo in originale è qui)


“Nelle società europee si presume che le crisi umanitarie possano avvenire solo in seguito di calamità naturali, epidemie, guerre o conflitti sociali. Perciò pensiamo che una simile crisi non possa verificarsi in un Paese europeo e men che meno in uno che fa parte dell’ Unione.
E tuttavia oggi un notevole numero di esperti ritiene che la Grecia sia attualmente al centro di una crisi umanitaria. Il capo di Médecins du Monde, Nikitas Kanakis, la ONG più grande e più importante che opera in Grecia, fu tra i primi a dichiararlo apertamente. La zona del porto di Perama, vicino ad Atene, in particolare, è nel bel mezzo di una catastrofe umanitaria. La Società Medica di Atene, la più grande organizzazione professionale del suo genere, ha anche inviato una lettera formale alle Nazioni Unite per chiedere un intervento.
Ma ci sono ragioni politiche per le quali di questa crisi umanitaria non si parla: riconoscendo la gravità della situazione, il governo greco e l’UE dovrebbero ammettere che la situazione attuale è stata determinata dalla cosiddetta economica “salvataggio” della Grecia. Così le autorità hanno scelto di tacere.
E ‘ vero che non esiste un accordo generale su ciò che costituisce una crisi umanitaria. Ma la definizione utilizzata da chi ha esperienza nel settore è pratico e semplice: una crisi umanitaria è di solito caratterizzata da crescente povertà, da accresciute disuguaglianze nell’istruzione e nella  protezione sociale e la mancanza di accesso ai servizi di assistenza. Indicatori particolarmente importanti sono la perdita di accesso ai servizi sanitari di base, visite mediche, ricoveri e farmaci. In altre parole: non è possibile non vedere una crisi umanitaria.Non si sarebbe potuto immaginare che una simile crisi avrebbe potuto prodursi in Grecia: secondo l’ indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite nel 2008 il Paese era classificato al 18 ° nel mondo. Nessuno avrebbe potuto pensare a un cambiamento così drammatico.
Era falsa sicurezza offerta da parte delle istituzioni e dei meccanismi dell’UE. Gli Stati membri erano tenuti a pagare per questa sicurezza immaginaria, rispettando esigenti criteri economici e politici. Il paradosso è che anche l’Unione europea, il garante della presunta la sicurezza e della prosperità degli Stati membri, ha modi ben definiti di misurare la povertà, sia assoluta e relativa: proprio questi dimostrano che una crisi umanitaria in Grecia esiste.
Sulla base dei criteri e dei dati dell’Unione europea, la Grecia è un paese in condizioni di povertà grave. Nel 2011, il 31,4% della popolazione, ovvero 3,4 milioni di persone, viveva con un reddito inferiore al 60% del reddito mediano nazionale disponibile . Allo stesso tempo, il 27,3% della popolazione, ovvero 1,3 milioni di persone, era a rischio di povertà. Non ci sono dati ancora per il 2012, anche se le cose sono certamente peggiorate
Utilizzando ulteriori indicatori UE, si vede che una grande percentuale di famiglie greche vive attualmente in condizioni di “deprivazione materiale”. Un po ‘più del 11% in realtà vive in stato di “deprivazione materiale estremo”: il che significa senza riscaldamento sufficiente, elettricità, l’uso di un auto o di un telefono. Significa anche avere una dieta povera, priva di carne o pesce su base settimanale, così come l’incapacità totale o parziale di far fronte alle spese di emergenza o di pagamenti per l’affitto e le bollette.
L’inefficacia dei programmi europei per il reinserimento dei disoccupati nel mercato del lavoro e la mancanza di programmi nazionali di protezione sociale hanno spinto la Grecia ancora più in basso. Il tasso di disoccupazione degli adulti pari al 26,8% nell’ottobre del 2012 . Questo livello, anche se enorme rispetto al recente passato, continua però a non fornire un quadro realistico.
Manca, ad esempio, la disoccupazione derivante dal fallimento di migliaia di piccole imprese. Ai disoccupati vanno aggiunti i lavoratori poveri, vale a dire, i lavoratori con bassi salari tali da non poter soddisfare le esigenze di base. Il 13% della forza lavoro rappresenta la più alta percentuale di lavoratori poveri nella zona euro.
Ci sono tre indicatori più che evidenziano la crisi umanitaria. In primo luogo, il numero di persone senza fissa dimora salito a livelli senza precedenti per un paese europeo: stime non ufficiali dicono che si tratti di  40.000 persone. In secondo luogo, la percentuale di greci beneficiari di servizi medici forniti da Ong è del 60% in alcuni centri urbani. Questo sarebbe stato impensabile anche tre anni fa, dal momento che tali servizi sono stati normalmente conferiti agli immigrati, non ai greci.
In terzo luogo, c’è stata una crescita esplosiva nelle mense per i poveri e la distribuzione alimentare generale. I livelli non sono ufficialmente registrati, ma la Chiesa ortodossa distribuisce circa 250.000 razioni giornaliere, mentre ci sono un numero imprecisato di razioni distribuite dalle autorità comunali e dalle ONG. Per un recente ordine del governo queste distribuzioni comunali saranno ampliate ulteriormente a causa della crescente incidenza di svenimenti bambini a scuola per malnutrizione Ci saranno anche pasti leggeri forniti ai giovani studenti.
Le prove della povertà, della disuguaglianza e dell’incapacità di accedere ai servizi primari conferma le dichiarazioni sempre più disperati da parte di osservatori  che operano in prima linea: il paese è diventato un campo di azione umanitaria e dovrebbero essere trattato come tale. E ‘una vergogna per il governo greco e l’Unione europea chiudere gli occhi di fronte a questo. La comunità umanitaria internazionale deve rispondere con urgenza”.


L'Euro del rigore farà crollare l'Europa in rivolta.


«Sono terribilmente preoccupato per l’euro, che è potenzialmente in grado di distruggere l’Unione Europea». 

Problema: la politica di rigore – per mantenere una moneta non svalutabile e non sovrana – comporta sofferenze sociali che, alla lunga, potrebbero scatenare una rivolta contro Bruxelles. Parola del super-investitore finanziario George Soros, intervistato dalla televisione olandese nel programma “Nieuwsuur”. 

«C’è un rischio reale che la soluzione al problema finanziario crei un problema politico realmente profondo», sostiene Soros, preoccupato che la Germania non capisca il pericolo di una «depressione di lunga durata», a cui l’austerity condanna il Sud Europa. 

«Può durare più di un decennio, in realtà potrebbe diventare permanente: fino a quando la sofferenza diventerà così grande che alla fine ci potrà essere una ribellione, un rifiuto dell’Unione Europea, che poi porterebbe alla distruzione dell’Unione stessa. Un prezzo terribilmente pesante per preservare l’euro».

In teoria, sempre secondo Soros, la moneta della Bce «potrebbe durare molto tempo, come l’Unione Sovietica, un assetto istituzionale molto negativo che è durato per 70 anni», ma alla fine proprio l’euro «sarà destinato a far crollare l’Unione Europea: il tempo che ci vorrà, e può richiedere generazioni, sarà tempo perso in termini di libertà politica e di prosperità economica». 

Risultato: «Una terribile tragedia per l’Ue, e sta accadendo alla società aperta più sviluppata del mondo». I “consigli” di Soros, commenta Giulietto Chiesa su “Megachip”, arrivano un po’ in ritardo: gli stessi dirigenti europei «hanno già capito di avere tirato troppo la corda e di stare aprendo la via ad un vasto sommovimento sociale». 

In realtà, per Chiesa, la correzione di rotta è già in atto, ma si tratta solo di tattica: «Non vuol dire che la classe dirigente, cioè l’alta finanza, abbia cambiato idea: soltanto, non sono stupidi. Frenano, per il momento. Riprenderanno quando le masse avranno metabolizzato la prima stangata. E nella pausa caffè si getteranno sulle privatizzazioni, comprando tutto il comprabile, con il denaro virtuale di cui dispongono, nell’Europa dei Piigs e in quella dell’Est».

Per ora, aggiunge Chiesa, si vedono due segnali: il debito greco è stato di fatto “abbuonato”, e l’Irlanda ha avuto la “cartolarizzazione” del suo debito, dilazionato in trent’anni. «E persino la sentenza europea che dà ragione all’Islanda è un segno nella stessa direzione». 

La Bce di Draghi? «Ha ripreso le redini, ed è perfino riuscita a respingere l’attacco americano, con la repentina svalutazione del dollaro: cosa che minacciava tutta l’Europa, ma in particolare i tedeschi». 

Ora l’euro è ritornato attorno a quota 1,33 sul dollaro. Il “Quantitative Easing” americano continua, ma a quanto pare l’Europa ha deciso di farvi fronte. «Di tutto il giudizio di Soros – conclude Chiesa – la cosa che mi pare più illuminante è che non fa alcun cenno alla situazione del dollaro e dell’economia americana. 
Silenzio rivelatore del suo disegno: dire che l’euro può crollare tra settant’anni è una vera scemenza, è come dire che è eterno». 

Come ormai molti pensano, l’anomalia mondiale della moneta europea (non-sovrana, ma affidata al monopolio delle banche) è passata quasi inosservata in tempi di crescita, ma non può sopravvivere alla crisi, aggravata dalle misure “suicide” di austerity e dalla perdita di uno strumento flessibile come la moneta sovrana, vitale per le economie nazionali.




Followers