martedì 14 maggio 2013

La fine dell'Euro.




La dichiarazione di Oskar Lafontaine del 30 aprile scorso è un evento storico [1] . E' la prima volta che un ex attore di primo piano nella creazione dell'euro ammette che è stato un errore. Questa dichiarazione segna un cambiamento nella posizione dell'élite europea di cui Oskar Lafontaine fa parte. Preannuncia che ormai altre affermazioni dello stesso tipo si moltiplicheranno nei prossimi mesi.





 

Le ragioni del cambiamento

Questa dichiarazione è particolarmente interessante per quel che riguarda i motivi della sua conversione ad un'uscita dall'euro. Ricordiamo che Oskar Lafontaine, come presidente del SPD, è stato uno dei più ferventi sostenitori della moneta unica negli anni '90. Ha anche detto esplicitamente di aver creduto in un sistema di unificazione dei salari su scala europea, ma che questo meccanismo è stato svuotato del suo contenuto per l'azione di diversi governi. La posizione di Oskar Lafontaine non è quindi una posizione di rifiuto della moneta unica per principio. Ma egli osserva che nella configurazione attuale dei rapporti di forza in Germania, non vi è alcuna possibilità di un'inversione dell'attuale politica di dumping salariale.Da questo punto di vista, conviene citare esattamente il testo:

"La situazione economica sta peggiorando di mese in mese, e la disoccupazione ha raggiunto un livello che mette sempre più in crisi le stesse istituzioni democratiche.
I tedeschi non hanno ancora capito che gli europei del sud, tra cui la Francia, presto o tardi saranno costretti dall'impoverimento economico a contrattaccare l'egemonia tedesca. Essi sono particolarmente sotto pressione per il dumping salariale della Germania in violazione dei trattati europei sin dall'inizio dell'unione monetaria. Merkel si sveglierà dal suo sonno del giusto quando i paesi che soffrono il dumping salariale tedesco si metteranno d'accordo per imporre un cambiamento nella politica di gestione della crisi a scapito delle esportazioni tedesche ".

Questo passaggio è particolarmente istruttivo perché mostra come la politica attuale, la cui origine sta in quella che Lafontaine chiama l'"Egemonia tedesca", porterà a dividere l'Europa in due e riunirà contro la Germania i paesi dell'Europa meridionale e la Francia. La preoccupazione di Lafontaine è dunque quella di evitare un conflitto di questo tipo che realmente rovinerebbe la costruzione europea. E' quindi proprio per salvare l'Europa che egli considera la fine dell'euro, una posizione io avevo difeso in un documento del luglio 2012 che era stato inviato al Presidente della Repubblica [2] . Anche in questo lavoro veniva considerata la possibilità di forti aumenti salariali e di una fiammata inflazionistica in Germania. Ma si dimostrava come questi meccanismi non avessero in realtà alcuna possibilità di verificarsi e se ne deduceva la necessità di una forte svalutazione.

La conversione di Oskar Lafontaine alla dissoluzione della moneta unica non è poi così sorprendente. Oskar Lafontaine crede nell'Europa, ma, lui, non vive nel mondo incantato di cui si compiacciono i socialisti di tutte le tendenze, compreso il Front de Gauche, l'equivalente francese di Die Linke, il partito a sinistra della SPD di cui Lafontaine è stato uno dei fondatori. E' per senso di realismo che Lafontaine arriva alla soluzione di uno scioglimento dell'eurozona.


Come procedere a uno scioglimento della zona euro

Egli parte dalla constatazione che le svalutazioni interne (le politichedeflazionistiche come si sarebbe detto negli anni '30) da sole non saranno in grado di cambiare la situazione. Esse dovrebbero essere accompagnate da un aumento volontario di TUTTI i salari tedeschi di almeno il 20%, il che è impossibile oggi, a causa dello stato dei rapporti di forza in Germania. Egli precisa poi come concepisce questa dissoluzione della zona euro e, in particolare, considera la necessità di un controllo dei capitali (e senza dubbio inizialmente un controllo dei cambi) per realizzare questa politica. Qui è sorprendente constatare come un politico possa concordare con le posizioni espresse dagli economisti accademici e come concepisca, ancora una volta in modo molto realistico, un meccanismo di cui l'Europa ha già dato  esempio con la crisi di Cipro. Ancora una volta, vale la pena citare Oskar Lafontaine per esteso:

"Se i riaggiustamenti reali verso l'alto o verso il basso non sono possibili, diventa necessario abbandonare la moneta unica e tornare a un sistema che rende possibili le svalutazioni e rivalutazioni, come è avvenuto con il predecessore della moneta unica, il sistema monetario europeo (SME). Si tratta fondamentalmente di rendere di nuovo possibili delle svalutazioni e rivalutazioni attraverso un sistema di cambi controllati dall'Unione europea. A tal fine, un rigoroso controllo dei capitali sarebbe la prima misura inevitabile, per tenere sotto controllo i flussi dei capitali. Dopo tutto, l'Europa ha già attuato questa misura a Cipro."

Tutto questo è preso in considerazione senza drammi, ben lontano dalle previsioni catastrofiche a cui si abbandonano i politici francesi, compreso Mélenchon, che avrebbe fatto meglio a ispirarsi alle riflessioni del suo amico Lafontaine piuttosto che a condividere in pieno AttaliAncora, il testo di Lafontaine fa eco in maniera singolare alle proposte contenute nel nostro documento di lavoro del luglio 2012, quando  menziona la necessità di garantire un sostegno ai paesi del Sud Europa per consentire loro di avere successo nelle loro svalutazioni [3]. È esattamente lo stesso percorso da seguire. Su questo punto, posso solo ripetere qui quello che ho scritto nel luglio 2012:

Gli ultimi negoziati europei hanno avuto il merito di far prendere coscienza degli enormi ostacoli sulla strada di una possibile sopravvivenza della moneta unica.Le istituzioni dell'UE potrebbero, tuttavia, svolgere un ruolo significativo nell'attuazione dello scioglimento della zona euro. E' importante che questo scioglimento sia presentato come un elemento della politica europea, concertato e combinato, e non come un ritorno al "ciascuno per sè". La popolazione francese potrebbe essere preparata all'idea di uno sciglimento della zona euro valorizzando l'alternativa tra una recessione prolungata o una depressione, e una regolazione molto più rapida attraverso una svalutazione con significative prospettive di crescita nel medio termine. Tuttavia, tale soluzione comporterebbe:

• (A) Una decisione collettiva, dopo un vertice UE. Sembra quasi impossibile poter tenere segreta questa decisione per più di 24 ore. Potrebbe essere presa un Sabato o una notte tra Sabato e Domenica. E' quindi importante che il governo abbia già preparato un piano su come agire in questo caso.

• (B) La trasformazione del MES in parte in fondi distabilizzazione bancaria e in parte in un "Fondo monetario europeoil cui compito sarebbe quello di risolvere le crisi di bilancia dei pagamenti nei paesi europei (che era il compito originale del FMI) che potrebberoo sorgere in seguito, e la trasformazione della BCE in un organismo di controllo sulle regole comuni e le nuove parità annunciate da parte degli Stati e approvate dal Consiglio europeo (ECOFIN). Queste parità dovrebbero essere riviste annualmente per tener conto dei diversi andamenti di inflazione strutturale e dei guadagni di produttività.La BCE potrebbe anche amministrare l'Unione banca per l'adozione di norme prudenziali comuni in particolare per i servizi bancari alla clientela.

• (C) Il sistema monetario europeo sarebbe ripristinato provvisoriamente per garantire delle fluttuazioni comuni dei tassi di cambio. Sarebbe tuttavia diverso dallo SME, in quanto sarebbe accompagnato da misure di controllo dei flussi di capitali per evitare attacchi speculativi. E' possibile che uno o più paesi rifiutino queste condizioni, e il nuovo SME potrebbe iniziare a funzionare su un gruppo più ristretto di paesi rispetto all'Euro attuale. Tuttavia, i benefici in termini di stabilità del ricostituito SME dovrebbero essere sufficienti per attirare gradualmente più valute."

Confrontiamo il testo di Lafontaine:

"Durante un periodo di transizione, sarà necessario aiutare i paesi le cui valute soffriranno di sicuro una svalutazione per sostenere il cambio, anche per mezzo di un intervento da parte della Banca Centrale Europea, al fine di evitare un collasso."

Questa dichiarazione costituisce un evento politico importantissimo nella crisi dell'euro. Essa preannuncia ulteriori conversioni. La proliferazione dei partiti e dei politici che prendono posizione in Europa per una "fine dell'Euro", è oggi un fatto importante. E' chiaro, da questo punto di vista, che come il movimento si intensificherà nei prossimi mesi, i primi a fare il grande passo beneficeranno di una qualche credibilità presso l'opinione pubblica e i loro elettori.


TESTO di Oskar Lafontaine

Oskar Lafontaine : Abbiamo bisogno di un nuovo sistema monetario europeo

La politica europea di Angela Merkel è sempre più sotto pressione. Il presidente della Commissione europea Manuel Barroso, ma anche il primo ministro italiano Enrico Letta, hanno criticato la sua politica di austerità che domina l'Europa e che conduce al disastro. I leader europei sanno che le cose non possono continuare così. La situazione economica sta peggiorando di mese in mese, e la disoccupazione ha raggiunto un livello che mette sempre più in crisi le istituzioni democratiche.

I tedeschi non hanno ancora capito che gli europei del sud, tra cui la Francia, presto o tardi saranno costretti dall'impoverimento economico a contrattaccare all'egemonia tedesca. Essi sono particolarmente sotto pressione per il dumping salariale della Germania in violazione dei trattati europei sin dall'inizio dell'unione monetaria. Merkel si sveglierà dal suo sonno del giusto quando i paesi che soffrono il dumping salariale tedesco si metteranno d'accordo per imporre un cambiamento nella politica di gestione della crisi a scapito delle esportazioni tedesche

Una moneta unica avrebbe potuto essere sostenibile se i partecipanti avessero concordato una politica salariale coordinata e orientata verso la produttività. Negli anni '90 pensavo che un tale coordinamento sarebbe stato possibile ed ero d'accordo con la creazione dell'euro. Ma i governi hanno eluso le istituzioni create per questo coordinamento, in particolare il dialogo macroeconomico. Le speranze secondo cui la creazione dell'euro avrebbe portato a un comportamento economico razionale da parte di tutti sono state vane. Oggi il sistema è fuori controllo. Come Hans-Werner Sinn ha scritto di recente in Handelsblatt,paesi come la Grecia, il Portogallo e la Spagna devono tagliare i costi di circa il 20-30% rispetto alla media dell'Unione europea per raggiungere un livello approssimativamente equilibrato di competitività e la Germania dovrebbe aumentare il livello salariale di circa il 20%.

Abbandonare la moneta unica

Tuttavia, gli ultimi anni hanno dimostrato che una tale politica non ha alcuna possibilità di essere attuata. Un aumento dei salari, necessario nel caso della Germania, non è possibile con le organizzazioni dei datori di lavoro e il blocco dei partiti neoliberisti, formato da CDU / CSU, SPD, i liberali e i Verdi, che non fanno che seguirli. Una diminuzione dei salari, che significa una perdita di reddito nell'Europa meridionale, e anche in Francia, dal 20 al 30%, porterà al disastro, come vediamo già in Spagna, Grecia e Portogallo.

Se i riaggiustamenti reali verso l'alto o verso il basso non sono possibili, diventa necessario abbandonare la moneta unica e tornare a un sistema che rende possibili le svalutazioni e rivalutazioni, come è avvenuto con il predecessore della moneta unica, il sistema monetario europeo (SME). Si tratta fondamentalmente di rendere di nuovo possibili delle svalutazioni e rivalutazioni attraverso un sistema di cambi controllati dall'Unione europea. A tal fine, un rigoroso controllo dei capitali sarebbe la prima misura inevitabile, per tenere sotto controllo i flussi dei capitali. Dopo tutto, l'Europa ha già attuato questa misura a Cipro."

Durante un periodo di transizione, sarà necessario aiutare i paesi le cui valute soffriranno di sicuro una svalutazione a sostenere il cambio, anche per mezzo di un intervento da parte della Banca Centrale Europea, al fine di evitare un collasso.
  
Una condizione per il funzionamento di un sistema monetario europeo sarebbe di riformare il settore finanziario con una rigorosa regolamentazione, ispirandosi alle casse di risparmio pubbliche. Gli speculatori devono scomparire.

Il passaggio a un sistema di svalutazioni e rivalutazioni controllate sarebbe graduale. Si sarebbe già potuto cominciare con la Grecia e Cipro. L'esperienza del "Serpente monetario europeo" e dello SME avrebbero dovuto essere prese in considerazione.


[2] J. Sapir, « La dissolution de la zone Euro : une solution raisonnable pour éviter la catastrophe », Document de Travail, CEMI-EHESS, juillet 2012.
[3] Idem. A questo stadionon ho nessuna informazione su  una possibile traduzione in tedesco di questo testo e  non posso che constatare les impressionanti convergenze di vedute tra la dichiarazione di Lafontaine et il documento di lavoro.

lunedì 13 maggio 2013

Alla ricerca della liquidità perduta.


di Marco Della Luna.

Il sistema-paese soffre di arretratezza tecnologica e infrastrutturale, di inefficienza e dispendiosità della macchina amministrativa, di lentezza e corruzione di quella giudiziaria, di costi elevati di una politica e di una burocrazia ampiamente parassitarie, per non parlare dell’influenza istituzionale della criminalità organizzata e, ovviamente, della insostenibile pressione fiscale. Il male di fondo, che toglie i mezzi anche per affrontare gli altri mali, e da cui direttamente dipendono insolvenze, fallimenti, licenziamenti, crollo di spranza, investimenti e consumi, è però un altro, ossia la carenza di mezzi monetari, il costo eccessivo (rispetto ai paesi competitori) del denaro, le difficoltà ad ottenere credito.

Una carenza crescente, sempre crescente, che, attraverso la deflazione, rende sempre più oneroso, difficile o impossibile, il pagamento degli interessi e dei debiti. E delle imposte. E dei contributi. Non dimenticate che la Corte dei Conti ha rilevato che molti enti pubblici sono morosi di parecchi miliardi di versamenti contributivi all’Inpdap-Inps. Corre voce, forse gonfiata, che questa mina esploderà presto. 

Immaginiamo una pozza in cui l’acqua stia calando lentamente progressivamente. I pesci rossi, gialli e verdi boccheggiano. Perché cala l’acqua nella pozza? In parte evapora, in parte defluisce seguendo rigagnoli, in parte – la parte maggiore – si raccoglie in una cavità nascosta sotto il fondo dello stagno. 

I pesci non hanno più lo strumento della creazione di liquido e non possono usarlo per compensare l’acqua che se ne va. Hanno ancora lo strumento fiscale, con cui possono distribuire l’acqua diversamente tra pesci rossi, gialli, verdi – ossia, tra settore pubblico e privato, tra nord e sud – ma non possono trattenerla né rabboccarla. Anzi, le misure fiscali tendono a far aumentare la fuga dei liquidi e scoraggiano gli investimenti stranieri. La gente comune non ha ben chiaro che i soldi che lo Stato prende con imposte e con la lotta all’evasione sono soldi che semplicemente si spostano all’interno della pozza, ma non aumentano la quantità di liquidi disponibile, quindi non alzano il livello dell’acqua nella pozza, ma semmai accelerano il suo deflusso.

L’acqua che evapora sono quei capitali – miliardi di Euro – che si spostano all’estero e vengono investiti in modi tali da sottrarsi al fisco nazionale (vedi scandalo Offshore-Leaks: 32.000 miliardi di dollari scoperti sinora, ovviamente in ambito globale). L’acqua che defluisce nei rigagnoli sono i liquidi che vanno all’estero come pagamenti di interessi e capitali (disavanzo commerciale), come rimesse degli immigrati (pensiamo particolarmente ai cinesi), come trasferimenti netti a favore di UE, MES, etc. 

Su queste perdite di liquidi si può intervenire, ma solo marginalmente e non certo risolutivamente, anche perché per attrarre liquidità dall’estero mediante saldi attivi della bilancia commerciale, turismo e investimenti, dovremmo svalutare rispetto ai partners, ma questa opzione è preclusa dall’Euro, dalla cessone del controllo sui cambi. Il calo del livello dell’acqua continuerà inevitabilmente e mortalmente. Possiamo ritardare il calo, guadagnare qualche mese, ma non fermarlo, non cambiare l’esito, e l’esito è che i pesci moriranno uno dopo l’altro, sempre più velocemente. Lo stanno già facendo.

Diversamente dai pesci della pozza USA e della pozza del Sol Levante, noi non possiamo creare acqua per ristabilire il livello vitale, poiché anche questo potere l’abbiamo trasferito alla BCE, la quale, per statuto, non può fare interventi di questo tipo, che invece fanno la Fed con Obama e la BoJ con Shinzo Abe. La BCE e altri istituti internazionali ed esteri intervengono abbassando i tassi e dando denaro fresco alle banche e al settore finanziario, però questa liquidità non arriva, sostanzialmente alla pozza, ai pesci, all’economia reale – rimane dei circuiti finanziari, in impieghi che non pagano tasse nel Paese, perché le banche usano quei soldi non per prestiti all’economia reale, ma per chiudere buchi di bilancio (contenzioso sommerso) e per investimenti speculativi, più redditizi e sicuri in un’epoca di depressione con outlook sfavorevole. Anche i tassi rimangono alti e handicappanti nella competizione internazionale. 

In conclusione, le possibilità di intervento sono scarse, marginali e nessuna è idonea a risanare la situazione e a rilanciare l’economia. Il dibattito attuale è quindi improduttivo.

Rimane l’acqua nascosta nella caverna sotto il fondo dello stagno. E la falla attraverso cui quell’acqua è finita nella caverna. E’ una falla causata da principi contabili errati, cioè non corrispondenti alla realtà economica, in materia monetaria e creditizia. Il concetto è estremamente semplice – così semplice, da risultare sfuggente, ma è oggettivo e verificabile. Si tratta di riuscire a riflettere sull’ovvio. Se si chiude la falla, migliorano drasticamente i bilanci delle banche commerciali, sia come conto economico, sia come stato patrimoniale; inoltre la erogazione dei crediti diventa molto più leggera patrimonialmente. Do per scontato che tutti sia noto che il sistema bancario opera attraverso un moltiplicatore, che gli consente di prestare un multiplo della raccolta – le banche non sono soltanto intermediari del credito, non si limitano a prestare la raccolta applicando una forbice sui tassi, ma creano liquidità – ecco perché il credit crunch è anche un liquidity crunch.

La falla consiste nel mancato rilevamento contabile, in conto di ricavo della banca, di una realtà economica oggettiva e fondamentale, ossia dell’acquisizione di potere d’acquisto (valore) da parte dei mezzi monetari – denaro primario e denaro creditizio, come assegni circolari, bonifici, lettere di credito, saldi attivi di conti correnti. I mezzi monetari non hanno un valore intrinseco non essendo fatti di metalli pregiati, né sono convertibili in metalli pregiati. Il loro valore, cioè il potere d’acquisto, non è prodotto dalla banca, ovviamente, la quale non produce beni reali; esso deriva dalla loro accettazione da parte del mercato, dal fatto che il mercato è disponibile a dare beni o servizi reali in cambio di essi, sebbene essi non siano beni reali. Essi quindi, nel momento in cui la banca li emette sotto forma di erogazione di credito o di acquisto diretto di titoli finanziari, assorbono o ricevonodall’esterno il valore, il potere di acquisto, e cessano di essere meri pezzi di carta o impulsi elettronici per divenire moneta. La banca preleva dal mercato, dalla generalità dei soggetti, un potere d’acquisto che essa non crea, e lo presta a un soggetto determinato, percependo da questo soggetto un interesse. 

Orbene, questa trasformazione, questa acquisizione di valore, è un fatto economico reale, esattamente un ricavo della banca che emette la moneta primaria o quella creditizia. Un ricavo che, con i principi contabili vigenti, non viene contabilizzato. Conseguentemente abbiamo che la banca, quando eroga 100, dovrebbe, nel conto economico, registrare, a scalare: 

ricavo da acquisizione di potere d’acquisto: + 100

costo da erogazione di potere d’acquisto: – 100

ricavo da acquisizione di credito: + 100

SALDO OPERAZIONE: + 100

Sotto gli attuali principi contabili, la prima registrazione non avviene, quindi il ricavo di 100 “sparisce” nella caverna sotterranea, non viene tassato, non si traduce in attivo patrimoniale, in possibilità di credito. Le sorti di questi ricavi non contabilizzati dovrebbero essere indagati. Probabilmente prendono la via di paradisi fiscali, dove riaffiorano, carsicamente, e sono impiegabili in operazioni speculative o in vantaggiosi investimenti reali.

Con questo concludo, ritenendo di aver perlomeno indicato in linee generali dove bisogna metter mano, se non si vuole sprofondare domani o fra una settimana nel buco nero dell’indebitamento. E di aver anche dimostrato la sostanziale impotenza, o il valore meramente dilatorio, delle altre opzioni sul tavolo.

Un’ultima osservazione: nel mondo l’aggregato del debito soggetto a interesse è di almeno 2 milioni di miliardi di Dollari, e l’aggregato degli interessi da pagare sicuramente supera i 100.000 miliardi, mentre il prodotto lordo globale arriva a 74.000 miliardi. Il servizio del debito esistente viene quindi pagato contraendo nuovo debito. Il mondo è un grande schema Ponzi, e non vedo altre vie che la riforma contabile suddetta, per prevenire che lo schema Ponzi scoppi in un global meltdown. 


Fonte:http://marcodellaluna.info/sito/2013/05/12/alla-ricerca-della-liquidita-perduta/Mm

La lezione islandese.


di Francesco Salistrari.

Nella primavera del 2011 in Islanda si assiste ad un fatto nuovo nella politica europea.

Sotto la pressione dei movimenti sociali di protesta contro la crisi finanziaria, i partiti che governavano il paese fin dal 1927, vengono battuti alle elezioni da una coalizione di socialdemocratici e verdi con un programma di emergenza che trova il consenso di massa nella popolazione stremata. Con la vittoria della coalizione socialdemocratica accade immediatamente qualcosa di incredibile: vengono nazionalizzate le banche, vengono messi sotto accusa e processati i banchieri responsabili della crisi, l’ex primo ministro viene portato in tribunale, il governo e i cittadini si rifiutano di pagare il debito estero dovuto alla speculazione bancaria.

Una rivoluzione copernicana rispetto alle reazioni e alle politiche di tutti gli altri governi europei di fronte alla crisi.

Inoltre una grande partecipazione popolare, attraverso internet, porta alla stesura di una nuova Costituzione che il parlamento avrebbe dovuto approvare.

Ma non accade.

E così, alle ultime elezioni, il Partito per l’Indipendenza e il Partito Progressista sono tornati al potere, con socialdemocratici e verdi che sono sprofondati.

Cosa è successo?

Nonostante gli slanci iniziali, la coalizione socialdemocratica non ha mantenuto le promesse fatte e l’elettorato l’ha punita. La nuova costituzione non è stata approvata, ma soprattutto nulla è stato fatto per risolvere il problema del peso dei mutui sulle famiglie (cavallo di battaglia della coalizione nella campagna elettorale del 2011) legati all’inflazione e vincolati alla valuta straniera e che gli islandesi chiedevano a gran voce che venissero quantomeno sganciati da questi meccanismi. Inoltre il governo di sinistra non ha tenuto conto dei due referendum con cui gli islandesi avevano respinto l’idea di pagare i creditori della banca Icesave. Oltre a questo il governo socialdemocratico si è anche andato a impantanare in un prestito di 1,5 mld di euro con il Fondo Monetario Internazione che in cambio ha chiesto un severo programma di tagli.

Ed è così che sono tornati al potere i vecchi partiti con un programma fatto di promesse e di risoluzioni dei problemi che ancora il paese soffre, a cominciare proprio dalla questione dei mutui delle famiglie (che pesano per il 109% del pil) che il governo socialdemocratico non aveva risolto.

Cosa ci insegna l’esempio islandese? Almeno due cose.

1. Quando la Sinistra dialoga con la società civile, con i movimenti sociali e fa proprie le sue richieste, diventando il vettore attraverso cui queste proposte entrano nelle istituzioni, diventando proposta politica concreta, vince e vince a man bassa.

2. Quando divenuta forza di governo e snaturando il mandato elettorale che ha avuto, ritorna a rispettare gli interessi dominanti nazionali e internazionali, la Sinistra perde e perde di brutto.

E’ una lezione abbastanza chiara.

Se la Sinistra ha intenzione di utilizzare il malcontento popolare per la crisi, solo a fini elettorali e di consenso, non ha capito nulla né delle richieste, né delle aspettative sociali, ma soprattutto niente della crisi che attraversa l’Europa, l’Euro e il capitalismo in generale. Se continua a pensare che governare un paese, significa legittimare e difendere lo status quo, senza prendersi la responsabilità del cambiamento, non solo non ha capito qual è oggi la risposta da dare alla gente, ma soprattutto ha completamente smarrito la sua funzione storica.

Smarrito, ma non esaurito. Perchè è evidente la necessità di un fronte sociale e politico che punti al cambiamento. Al rivolgimento dello stato esistente delle cose, come si diceva un tempo.

La lezione della sinistra islandese, non è un episodio isolato, ma è la consuetudine politica di tutta la sinistra europea. Una sinistra incapace a diventare fautrice del cambiamento necessario, schiacciata sulle posizioni dominanti nella concezione di società e di economia, “la cui priorità non sembra essere la” vera e reale “ rappresentanza della volontà popolare, ma un’apparenza di istituzionalità che tranquillizzi i mercati” (M.Castells).

In Italia, la fotografia di questa acefalia politica della sinistra europea, è naturalmente rappresentata dal PD (e da chi continua a voler a tutti i costi trovare un accordo elettorale e politico con questo partito).  Ed il governo Letta, è l’espressione di questa deriva che perdura da decenni e che, si dica quel che si voglia, è la principale responsabile dello sfacelo nel quale ci troviamo.

La società, l’economia, i partiti, la democrazia (i suoi metodi, le sue funzionalità, le istituzioni), hanno oggi urgente necessità di un profondo e radicale ripensamento.

Ed in questo senso è necessario e improcrastinabile un ripensamento della Sinistra in quanto orizzonte culturale e politico. “Ma la partita non si gioca, e tanto meno si riapre, a tavolino tra gruppi dirigenti. Non serve la sommatoria di frammenti o di parti di ceto dirigente politico teso all’autoconservazione, ma una nuova esperienza politica aperta e larga, capace di sollecitare processi più ampi, di aggregare intelligenze, risorse culturali per un’elaborazione inedita”*.

Cambiare non si può, si deve.


domenica 12 maggio 2013

Salviamo l'Italia dalla catastrofe.


di Francesco Salistrari.

E’ davvero triste osservare lo scenario politico italiano.

Triste soprattutto per chi in questo momento così difficile del paese ha assoluto bisogno di risposte politiche.

Se non fosse così tragica la situazione, a guardare i politici e i loro partiti/movimenti di casa nostra, verrebbe quasi da ridere.

C’è chi si “chiude” in abbazia (ma lo facessero a tempo indeterminato però), chi litiga per gli scontrini, chi urla contro i giudici, chi si barcamena sull’orlo della scissione.

Un panorama desolante.

Proprio in un momento in cui il paese avrebbe bisogno di misure d’emergenza, proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di un governo capace non solo di battere i pugni in Europa, ma PRETENDERE un cambio di rotta delle politiche di Bruxelles/Berlino, proprio adesso che il paese avrebbe assoluta necessità degli investimenti pubblici (soli) capaci di far ripartire la crescita, invece cosa succede? Succede che il governo in carica(tura) è la fotocopia di quello precedente ed è appoggiato dalle stesse forze che negli anni scorsi hanno condannato l’Italia a alla situazione attuale con l’approvazione (tra gli altri scempi) di MES e Fiscal Compact, due strumenti assolutamente deleteri in una situazione come quella in cui versa il paese in questo momento.

Abbiamo una classe politica completamente ingessata e asservita a volontà politiche che non sono italiane e chi dovrebbe rappresentare l’alternativa nel frattempo “litiga” sull’inutile, si divide, propone quasi nulla, organizza la società alla resistenza neanche a parlarne.

Il vuoto politico, illusoriamente riempito dall’affermazione del Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni, è enorme. Enorme quanto i problemi che il paese deve affrontare e risolvere, pena la sua completa deriva.

“L’ossessione europea per l’austerità ci ha imposto una politica recessiva concentrata nel tempo, il crollo della domanda interna ha messo in ginocchio le imprese […] innescando un vero e proprio” processo di “deindustrializzazione, non lento come nel decennio precedente, ma catastrofico, da cui potrebbe essere quasi impossibile risollevarsi” (G.P. Caselli, G.Pastorello)*.

Quindi proprio nel momento in cui occorrerebbe una classe politica capace di pretendere dall’Europa un netto e radicale cambio di rotta, minacciando l’uscita del paese dell’euro (cosa che succederà per forza di cose nel medio periodo e con conseguenze tragiche in quanto non negoziato e gestito), invece ci troviamo dinnanzi alla completa subordinazione del paese non solo a interessi ma anche a politiche non italiane.

Il vuoto politico caratterizzato dalla completa assenza di una Sinistra degna di questo nome (o in quanto tale), va dunque riempito e al più presto. Ed in questo il Movimento 5 Stelle DEVE svolgere il suo ruolo.

La società va mobilitata, organizzata, spinta a partecipare nella creazione di un cantiere di idee, proposte e progettualità politiche che tracci una linea coerente per il paese. In questo enorme vuoto politico DEVE nascere e inserirsi una vera leadership politica capace di far pesare in tutti i modi possibili e democratici la propria forza sociale, costringendo questo governo non solo a togliersi dai piedi, ma che si proponga alla guida del paese per attuare un piano immediato d’emergenza per salvare la nazione ed il tessuto sociale stesso dalla catastrofe.

Questo tentativo non solo è auspicabile, ma assolutamente necessario e non c’è un minuto da perdere. Tutte le componenti sociali devono attivarsi e dialogare una con l’altra. Tutti i movimenti e i partiti d’alternativa, compresa l’ala sinistra del PD (in rotta con quella centro destrorsa), devono trovare immediatamente uno spazio entro il quale discutere e creare la massa critica sociale necessaria a dare una spallata al governo, alle pretese europee, alla Germania (e ai paesi forti), alle destre e al berlusconismo.

E’ venuto il momento di far non solo fronte comune, ma far emergere dalla società stessa una nuova Sinistra, che sappia ritrovare i suoi riferimenti culturali, che si faccia proposta politica REALE d’alternativa e di cambiamento, radicale non negli slogan ma nell’azione quotidiana.

Si apre una stagione difficile e la sfida è immensa.

Bisogna tentare proprio per questo.



*G.P. Caselli è professore Associato di Economia Politica all’Università di Modena e Reggio Emilia; G.Pastorello è Economista dell’Università di Trieste. Il brano è tratto dal numero di Maggio di “Limes” nell’articolo “Come uscire dalla trappola della flessibilità”.

sabato 11 maggio 2013

L'Europa è rimasta senza lavoro.




di Dominique Berns.

Le nude cifre.

In Europa la disoccupazione continua ad aumentare. Il 25 aprile l’Istituto Nazionale di Statistica spagnolo ha annunciato di aver registrato a fine marzo 6,2 milioni di disoccupati, cioè quasi 240 mila in più rispetto al trimestre precedente. Questo significa che oggi il 27,16 % della popolazione attiva spagnolo è disoccupato.

In Francia il numero di chi cerca lavoro a marzo ha raggiunto il massimo storico, con 3.224.600 persone iscritte alle liste di disoccupazione, ben oltre il precedente record del 1997.

Secondo le ultime cifre disponibili pubblicate da Eurostat, l’ufficio Europeo di statistica, a febbraio erano disoccupati 26,3 milioni di europei, di 19,1 milioni nell’eurozona: il tasso di disoccupazione cera 10,9 nell’Unione e del 12 % nella zona euro.

Tuttavia, tra il cuore dell’eurozona e la periferia ci sono differenze considerevoli: i disoccupati sono il 5,4% della popolazione totale in Germania e l’8,1% in Belgio, ma il 14,2% in Irlanda e il 26,3% in Grecia. Queste cifre, però, sottovalutano le reali dimensioni della mancanza di lavoro e i danni sociali che l’accompagnano. In realtà dei dati sulla questione ci sono, ma se ne parla poco: si tratta dell’inchiesta sulla forza lavoro di cui Eurostat ha appena pubblicato i risultati per il 2012.

Lavoratori scoraggiati.

Non avere un lavoro, cercarne attivamente uno e, in caso, essere immediatamente disponibile ad accettarlo. Se non si soddisfano queste tre condizioni non si è considerati disoccupati.

Esistono, tuttavia, persone che vorrebbero lavorare, che sono disponibili, ma che non cercano lavoro o – per essere più precisi – hanno smesso di cercarlo. Per diversi motivi: perché ritengono di non avere alcuna possibilità di vedersi offrire un lavoro a causa dell’età, delle loro competenze o, più in generale, per colpa della difficile situazione economica. Questi “lavoratori scoraggiati” sarebbero sicuramente attivi se i posti di lavoro fossero più numerosi. Quanti sono? In Europa sono 8,8 milioni. Un numero consistente.

Poi ci sono quelli che vorrebbero lavorare, ma che non sono subito disponibili quando viene fuori la possibilità di un impiego, sia per motivi familiari sia perché si trovano nel periodo che intercorre tra due contratti precari. Queste persone, che in Europa sono 2,3 milioni, non rimarrebbero di certo inattive se la congiuntura fosse migliore e se le offerte di lavoro fossero più numerose. Insieme ai “lavoratori scoraggiati” rappresentano una “potenziale forza lavoro supplementare”, spiega Eurostat.

Part-time senza scelta.

Molti lavoratori part-time non sono soddisfatti della loro situazione e vorrebbero lavorare di più. Ma non possono. In Europa il part-time imposto e non scelto riguarda un lavoratore a orario ridotto su cinque. In Belgio uno su sette.

La percentuale di lavoratori part-time disponibile a lavorare di più è in aumento dall’inizio della crisi economica: è passata dal 18,5% del 2008 al 21,4% del 2012. Anche se non possono essere formalmente considerati disoccupati, questi lavoratori (e le loro famiglie) soffrono per la mancanza di lavoro. Nel 2012 Eurostat ne ha contati 9,2 milioni nell’Unione Europea. Questi tre gruppi formano quello che l’istituto statistico ha opportunamente definito un “alone” intorno alla disoccupazione. Tenerne conto permette di ottenere “un’immagine più articolata e più chiara” del fenomeno della sottoccupazione.

La realtà della sottoccupazione.

Al numero dei disoccupati bisogna dunque aggiungere quello dei “part-time forzati” e la “potenziale forza lavoro supplementare” di cui fanno parte i “lavoratori scoraggiati”.

Il risultato è che a soffrire per la mancanza di lavoro sono 45,4 milioni di europei, il 19% della popolazione attiva: quasi il doppio rispetto al tasso di disoccupazione ufficiale. E’ un dato così grave che non viene reso pubblico, e nemmeno calcolato, da Eurostat.

Questa cifra non ha indubbiamente la precisione del tasso di disoccupazione. E comunque l’aggiunta al numero dei disoccupati ufficiali di altre categorie di lavoratori precari e in difficoltà deve essere fatta e interpretata con prudenza. Tuttavia la sottoccupazione così stimata rende un’immagine piuttosto fedele della realtà. Per questo motivo negli Stati Uniti, il Bureau of Labour Statistics pubblica ogni mese un indicatore simile, lo U-6 (dove la U sta per unemployement, disoccupazione). Secondo questo dato, a marzo la sottoccupazione interessava il 13,8% della popolazione attiva statunitense.

Neanche il cuore dell’Unione Europea sfugge a questo problema. Calcolare il tasso di disoccupazione per paese serve a far luce sui diversi aspetti del mondo del lavoro. Analizzando la sottoccupazione in Germania, la situazione del paese appare molto meno positiva di quello che si potrebbe credere: tra i tedeschi, infatti, il lavoro part-time subito occupa una larga fetta del mercato del lavoro. Lo stesso discorso vale per la Gran Bretagna, un altro paese dove il mercato del lavoro è molto flessibile. Nei Paesi Bassi, invece, l’esistenza di un numero relativamente consistente di “lavoratori scoraggiati” permette di ridurre il tasso di disoccupazione ufficiale.

Come spesso succede, il Belgio condivide le caratteristiche dei suoi vicini tedesco e olandese: qui il 15% dei lavoratori part-time vorrebbero lavorare di più. Va ricordato che in Belgio i lavori part-time sono un quarto del totale.

Oltre il rigore.

Ma è soprattutto alla periferia d’Europa, e in particolare al Sud, che la situazione è più drammatica. In Irlanda, il paese che la Commissione Europea si ostina a considerare un modello di successo dei programmi di austerità, la sottoccupazione riguarda il 23% della popolazione attiva. E la percentuale sarebbe ancora più alta senza l’emigrazione: nel 2012 hanno lasciato il paese 34 mila persone, la cifra più alta degli ultimi vent’anni.

In Italia c’è una percentuale molto rilevante di “lavoratori scoraggiati”, un fenomeno che probabilmente ha un carattere strutturale, visto che tra l’introduzione dell’euro e la crisi del 2008 l’Italia ha avuto uno dei più bassi tassi di crescita dell’eurozona. 

Per quanto riguarda la Grecia e la Spagna le cifre sono ancora più preoccupanti. Con dei livelli di sottoccupazione e di disoccupazione così elevati è in pericolo la tenuta stessa del tessuto sociale. Inoltre, va sottolineato che nel 2012 la popolazione spagnola si è ridotta a causa di un consistente flusso migratorio.

La situazione migliorerà nel prossimo futuro? Assolutamente no.
Considerato che nel 2013 l’economia europea sarà ancora in stagnazione e che l’eurozona registrerà un secondo anno di recessione, la sottoccupazione continuerà a crescere. E se anche ci sarà la timida ripresa promessa per il 2014, non sarà certo in grado di invertire la tendenza. Viene da chiedersi se non sia il momento di mettere in discussione la strategia del rigore quasi assoluto adottata fin’ora.

Fonte:Le Soir, Belgio.

venerdì 10 maggio 2013

La situazione in Grecia è pre-rivoluzionaria.




DI VALERIO EVANGELISTI

carmillaonline.com


Questo libro è importantissimo. Parla di una possibile rivoluzione in divenire, proprio quando le classi subalterne di un paese – la Grecia, nello specifico – sembrano alle corde e prossime al collasso. Ecco che, come in un film della serie Rocky, si rialzano dal tappeto barcollanti e, lucide malgrado tutto, radunano le forze rimanenti per una riscossa. Le troveranno? Non è detto, ma non è nemmeno detto che soccombano. Devono comunque aspettarsi una violenza smisurata. L’aggressore odia senza freni un nemico che, ferito, non si arrende.

Ciò accade in Grecia, in Portogallo, in Spagna, in Inghilterra e un po’ ovunque, nel continente europeo.


Il sistema sempre meno elettivo va preservato, mentre adotta misure capaci di estendere il precariato a fette ogni volta più ampie di lavoratori – operai ma non solo: anche studenti senza avvenire, marginali, intermittenti, disoccupati. Se non seguono la disciplina che vuole la loro frammentazione, fino a trascinarli sul mercato quali soggetti singoli, incapaci di rivendicazioni collettive, esistono le forze dell’ordine incaricate di riportarli nei ranghi a manganellate. Certe dell’impunità in Grecia come in Italia, anche quando feriscono, torturano (vedi da noi Diaz 2001) o persino uccidono (Giuliani, Rasman, Bianzino, Aldrovandi, Mastrogiovanni e decine di altri).

E’ un paradigma inaugurato negli anni Settanta, e che oggi celebra in Grecia il suo trionfo. Ha radici ideologiche. E’ del tutto sterile interrogarsi sul modo migliore per uscire dalla crisi, sull’utilità o meno dell’euro (la moneta più fasulla al mondo). Le scelte stanno a monte, e non riguardano l’economia e basta, ma piuttosto i rapporti di forze tra le classi. L’ideologia corrente, fatta propria dall’Unione Europea attraverso una pletora di accordi, costituzioni, trattati, mira alla pura e semplice scomposizione del proletariato, al fine di massimizzare, a beneficio delle classi egemoni, un profitto eroso dalla caduta del suo saggio.
Le origini di questa weltanschauung stanno nel thatcherismo, nel reaganismo; e prima ancora nel premio Nobel a Milton Friedman, meritevole per avere dato vita a una teoria economica priva di basi solide, e tuttavia efficace per la sua portata ideologica. Subito amplificata nell’ideologia e ulteriormente indebolita nella sostanza scientifica dagli imitatori servili di Friedman, i cosiddetti supply siders (economisti dalla parte dell’offerta). Terreno di prova furono Cile e Polonia. Non è un caso se per tanto tempo abbiamo trovato cileni e polacchi a vendere fazzolettini di carta ai semafori.
Ma cosa parlo a fare? Sono eventi sotto gli occhi di chiunque li voglia vedere. [...] Il dominio incontrastato del capitalismo è pura violenza, anche quando finge di essere il contrario. Lo Stato è, come è noto, “monopolio assoluto della forza”. Giunge il momento in cui ogni livello sopportabile è superato, in cui l’acqua che ribolle esce dalla pentola. Un intellettuale non asservito può prevederlo e, se ha un tantino di coraggio, dirlo ad alta voce. Il “che fare” però spetta alle classi subalterne.
Abbiamo visto, dopo decenni, movimenti anticapitalistici di massa: “indignados”, “occupy”, presenti in vari continenti. Abbiamo visto riemergere dal nulla una sinistra che si credeva perduta, articolata in mille esperienze di base. Basta tutto ciò? No, per niente. I rapporti di forza permangono intatti. Poco importa che ad assediare i palazzi del potere siano decine di migliaia di persone. Non cambia nulla, le decisioni utili all’atto pratico sono prese nelle sedi deputate. Nazionali e sovranazionali. E’ bello e liberatore fare casino in piazza. Seguiranno l’inevitabile stanchezza, le divisioni, la rassegnazione. L’insorgenza tardo-giacobina ai tempi del Direttorio. Ne nacque il socialismo, ma con una gestazione lentissima.
E’ un destino di sconfitta segnato? Penso di no. Io ho potuto seguire abbastanza da vicino solo una rivoluzione, quella del Nicaragua sandinista. Anni Ottanta, dopo un’insurrezione vittoriosa esplosa nel 1979.
Non è certo un esempio da seguire, specie alla luce di ciò che è il Nicaragua oggi. Tuttavia qualche indicazione di massima è ancora possibile trarne.
Marx, ne Le guerre civili in Francia, rimproverò alla Comune di Parigi di non avere nazionalizzato la banca centrale del paese. Invece, un secolo dopo, il Nicaragua lo farà, senza rinunciare per questo a un modello di democrazia rappresentativa (unito ad altri di democrazia diretta). Perché cito il Nicaragua, paese insignificante? Per avere apprezzato i criteri di fondo di un’esperienza socialista di breve durata (appena un decennio) a suo modo unica.
Quali criteri?
Dopo la vittoria della rivoluzione, guidata dal FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale):
- Nazionalizzare i settori strategici: finanza, comunicazioni, trasporti a livello nazionale e locale, assistenza, grande produzione, grande distribuzione, scuola e istruzione pubblica. L’accentramento capitalistico facilita l’operazione, fattibile “con un clic”, o quasi.
- In secondo luogo, creare economia mista e facilitare gestioni cooperative dove la nazionalizzazione non sarebbe stata conveniente, ma la “socializzazione” sì: commercio al dettaglio su larga scala, informazione, cultura, campo agricolo, commercio interno.
- In terzo luogo, libertà “di mercato” a tutto quel che è piccolo e nasce dal basso. Puntare sulle esperienze comunali e territoriali.
Il progetto non fu portato a termine, perché gli Stati Uniti scatenarono contro il Nicaragua sandinista una guerra civile artificiale, da loro finanziata. Una guerra ferocissima, che spossò il paese e ne disastrò il bilancio, fino ad allontanare dal potere i sandinisti, sconfitti in democratiche elezioni. In questi anni di nuovo alla guida, ma cambiati nelle persone e nei presupposti.
Prima della vittoria della rivoluzione:
- Imporre ovunque, dalle fabbriche alle scuole ai campi, organi democratici di gestione e controllo, per qualche verso simili ai soviet, nell’accezione originaria;
- Creare, su questa base, “zone liberate”, autonome e autogestite. In cui è l’assemblea che si fa carico delle principali funzioni statali e gestionali.
- Assumere la padronanza collettiva dei mezzi di produzione.
Post-vittoria, sotto il profilo politico:
- Mantenere il sistema democratico, rendendolo, però, effettivamente democratico. Con elezioni in cui chiunque possa affermarsi a parità di mezzi con i competitori, senza posizioni egemoniche dovute a capitali, controllo delle comunicazioni, capacità di influenzare l’opinione pubblica. Garantire libertà di stampa, però intervenendo quando se ne abusi. Facilitare la cooperazione. Creare organi di decisione dal basso (i Comitati di Difesa Sandinisti). Affiancare all’esercito, modellato sugli anni di guerriglia, milizie territoriali. Smantellare le istituzioni totali, dai manicomi (la cui riforma nicaraguense vide partecipe la figlia di Franco Basaglia) alle carceri, che si provò a trasformare in zone aperte di riabilitazione attraverso il lavoro (non obbligato) del detenuto a favore della società.
Tutto ciò non fu un successo, se non localmente, eppure qualcosa lo insegnò. E’ nel corso della lotta che si forgia la società a venire. Il Nicaragua combattente, nel conquistare terreno, dava forma al Nicaragua pacificato. I CDS esistevano prima della vittoria, le milizie anche. Troviamo linee simili anche in altri quadranti del mondo. L’IRA (parlo della Provisional IRA, non delle imitazioni) seppe trasformare i centri nordirlandesi in cui era impiantata in comunità autogestite. Ne godono tuttora i frutti – sebbene la vittoria vera sia lontana – il partito Sinn Fein e i sindacati.
Potrei portare tantissimi altri esempi. Però l’esempio principe e più attuale è in questo libro: la Grecia. Paese colpito più di ogni altro, in Europa, disprezzato, diffamato, portato a esempio negativo [...]. E invece no. Il proletariato greco – lo si vedrà in questo libro prezioso – trova in se stesso la forza di rialzarsi, di farsi centrale anche verso i ceti medi impoveriti, di ricostruire ambiti propri di ricomposizione sociale, di produzione e di vita.
Diceva Lenin che la situazione è prerivoluzionaria quando chi sta in alto non può più comandare come prima, chi sta in basso non obbedisce più come prima e chi sta al centro tende verso il basso.
In Grecia la situazione è prerivoluzionaria. A quando l’Italia?



Fonte: http://www.carmillaonline.com/2013/05/09/rocky-in-attica/

[Introduzione al libro di Fulvio Massarelli La forza di piazza Syntagma, ed. Agenzia X, 2013, pp. 122, € 11,00. Ne ho espunto alcune parti relative al quadro politico italiano, attuali quando scrissi il testo, ma ora non più.] 

mercoledì 8 maggio 2013

Un benessere immaginario.

di Kostas Lapavitsas

Le conclusioni di un recente studio della BCE sulla ricchezza delle famiglie hanno irritato l'opinione pubblica tedesca. Nel 2010 il patrimonio netto delle famiglie tedesche era in  media di 195 mila euro. Negli stati meridionali del continente, invece, è risultato sorprendentemente elevato: 291 mila in Spagna, 275 mila in Italia, 153 mila in Portogallo. E poi 148 mila in Grecia e - non ci crederete - 671 mila a Cipro.

Sembrerebbe quasi che alla Germania  sia stato chiesto di aiutare dei paesi che sono più ricchi di lei. "La menzogna della povertà" ha titolato Der Spiegel in copertina. I tedeschi hanno ragione ad essere arrabbiati? La risposta è si. Ma il problema è posto male. Il motivo per cui gli europei del Sud sembrano più ricchi dei tedeschi è semplice: posseggono una casa.

I sistemi con cui i pesi europei affrontano il problema abitativo sono molto diversi perchè riflettono storie, scelte politiche e abitudini differenti. I tedeschi e gli austriaci tendono a vivere in appartamenti in affitto. Tra gli spagnoli, gli italiani, i greci e i ciprioti c'è invece un'alta percentuale di proprietari di case. Con l'aumento dell'inflazione degli ultimi 15 anni - e la speculazione edilizia soprattutto in Spagna e a Cipro - il valore delle case è aumentato, facendo sembrare gli europei del Sud più ricchi.

Ma le famiglie del Sud Europa hanno anche debiti, che vanno sottratti al loro patrimonio. Che differenza c'è tra il Nord e il Sud sotto questo aspetto? A giudicare dal rapporto tra le entrate e le uscite delle famiglie, sembra che i tedeschi se la passino peggio dei meridionali, una cosa piuttosto naturale dato che questi ultimi hanno case sopravvalutate e di conseguenza sembrano più ricchi. Ma se si va ad indagare meglio, si capisce che le cose non stanno proprio così.

Le famiglie tedesche sono indebitate per il 37% del loro reddito, mentre quelle spagnole per il 114%, le italiane per il 50%, le portoghesi per il 134%, le greche per il 47% e le cipriote per il 157%. Quindi, a conti fatti, la periferia dell'Europa non è poi così ricca.

Il basso patrimonio medio della Germania non significa che i meridionali stiano approfittando dei tedeschi, ma riflette il fallimento dell'Unione monetaria. Da quindici anni i governi tedeschi rispettano una severa politica di controllo dei salari, riuscendo a tenere l'inflazione al di sotto di quella degli altri paesi dell'Unione Europea, anzi, perfino al di sotto degli obiettivi fissati dalla BCE. In questo modo, Berlino ha potuto anche tenere basso il prezzo delle esportazioni, garantendo un enorme vantaggio alle sue industrie su quelle degli altri paesi dell'Unione.

Le imprese delle altre nazioni europee non sono riuscite a competere con quelle tedesche e la Germania è arrivata a dominare i mercati dell'eurozona. Ma nell'economia interna le cose sono andate diversamente. Dato lo scarso aumento dei salari, la domanda è stata debole, il reddito è cresciuto lentamente e la disuguaglianza è molto aumentata. La maggior parte dei tedeschi oggi fa attenzione ai centesimi e - come sappiamo - non ha accumulato grandi ricchezze. L'unico vantaggio è stato un tasso di disoccupazione relativamente basso grazie alle esportazioni.

Queste stesse esportazioni, hanno però danneggiato gli altri paesi dell'Unione. Quelli più periferici non hanno retto la concorrenza e hanno accumulato un enorme debito pubblico e privato. Per un po' di tempo l'indebitamento ha mascherato la loro debolezza, incoraggiando l'aumento dei consumi e, in alcuni casi, provocando una bolla immobiliare. Ma poi è arrivata la crisi globale e il fallimento della periferia europea è apparso evidente. Gli europei del Sud si sono ritrovati in possesso di case sopravvalutate e pieni di debiti che non riescono a pagare.

La strategia adottata dalla Germania per risolvere questo pasticcio ha peggiorato le cose. Per tornare a fare concorrenza ai tedeschi, i paesi del Sud sono stati costretti a tagliare i salari ed ad adottare misure di austerità. Inevitabilmente, il risultato è stato una profonda recessione e un aumento della disoccupazione. I paesi meridionali che sembravano più ricchi oggi sono in recessione, il reddito diminuisce e il valore delle case cala. La loro ricchezza sta evaporando, ma i debiti rimangono e sono sempre più difficili da onorare. Se la Germania li costringerà a impegnare una parte della loro presunta ricchezza per pagare i costi della crisi - per esempio con un prelievo sui loro conti bancari, com'è successo a Cipro - il risultato sarà un'accelerazione del disastro economico.

Gli elettori tedeschi hanno ragione a essere scontenti di come stanno andando le cose nell'eurozona, ma dovrebbero prendersela con il vero colpevole: cioè la politica di Berlino, che punta a tenere bassi i salari, reprimere la domanda interna e aumentare le esportazioni. E' questa la causa della riduzione dei redditi, e perfino della povertà in Germania. Se i tedeschi vogliono risolvere il problema, non devono prendersela con i ricchi immaginari del Sud ma chiedere salari più alti e pretendere che sia incoraggiata la domanda interna e siano ridotte le esportazioni. E' questa la battaglia che vale la pena di combattere.



fonte: The Guardian.


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