domenica 2 dicembre 2012

Cosa interessa alla massa?



Ci hanno ingannato, ci hanno sfruttato, ci hanno ricattato… e ancora li lasciamo fare assecondandoli… Io mi chiedo: “Qual é il limite della nostra ignoranza?” E soprattutto “Dove ci porterà?“. Ci dicono che non ci sono soldi sufficienti per garantire il servizio sanitario quando loro stessi prendono stipendi mensili che noi ci sognamo. Eliminano il ticket e introducono la franchigia all’1%. Ci dicono che dovranno aumentare le tasse perché la Crisi avanza e subito dopo procedono con l’acquisto di cacciabombardieri F-35 Lightning 2. Eppure dopo tutto questo, c’é ancora chi ha il coraggio di pagare 2 euro per tenere in piedi il loro teatrino!   Io non ho parole…..davvero….



 di Marinella Andrizzi Sinibaldi * Link


Una cosa essenziale deve, o dovrebbe, far ragionare anche chi non è portato a tale sforzo sovrumano, come nel caso di chiunque si ostini nel voler considerare valida la possibilità di dare il proprio voto a qualcuno.
Soprattutto il considerare una questione che, sopra ogni altra, costituisce motivo inoppugnabile per mandare a quel paese tutta (senza eccezione alcuna) la classe politica al completo. Con i suoi annessi e connessi vari…..
Una questione che dovrebbe persino convincere i più ottusi e campanilisti dei votanti, poiché li riguarda a tal punto, da entrare direttamente nelle loro stesse tasche.
Chi non ricorda l’euforia di quel lontano natale del 2001? Euforia in attesa, di lì a pochi giorni, della nuova moneta. Una moneta proprio con i centesimi, come gli americani!
Ci saremmo tutti sentiti un po’ a New York. Persino un po’ bostoniani, con quel minimo di puzza sotto il naso che fa tanto chic, o … come direbbero molti senza neanche spiccicare una sola parolina d’inglese: “trendy”. Senza capire che, in tal caso, “trendy”, non ci azzecca una beata mazza!
Comunque, Natale 2001. Ultima tredicesima in lire italiane. Feste e gran cenoni. Finalmente si apriva davanti a noi un vero futuro, come promesso da Prodi.
Quell’ultima tredicesima spesa in modo pazzo, ma con estrema felicità e speranza di miglioramento.
Chi guadagnava, in quell’ultimo natale 3 milioni al mese, stava in un ventre di vacca.
Mutuo per la casa senza problemi, cambio auto quando più faceva comodo. Spese per la famiglia assicurate e anche la retta per l’università dei figli. Vacanze estive e quasi sempre anche invernali e, cosa essenziale, a fine mese restava persino qualcosa da mettere da parte. E se a lavorare erano in due, moglie e marito, anche la casa al mare e/o in montagna.
In realtà a noi, gli americani, ci facevano un sacrosanto baffo! Ma non lo sapevamo. Non ci avevano adeguatamente informato.
Per cui … come Alberto Sordi nel suo famosissimo film, volevamo essere americani. Anzi, no: “amerikani”.
E ci hanno accontentato! Li mortacci loro!
Già dalla fine del gennaio 2002, neanche quattro settimane dopo quell’ultima festeggiata tredicesima, quei benestanti da tre milioni al mese, si trovarono in busta paga 1500 euro, ma con qualsiasi costo già raddoppiato.
E fummo davvero come gli americani. Ovvero: fottuti! Convinti di essere liberi.
Per cui, al di là di ogni teoria, di ogni tesi complottistica, e alla luce di tutto ciò, come si fa a dare ancora il voto, quindi la fiducia, a chi si è fatto promotore e garante di una simile truffa e ci ha fottuti senza ombra di misericordia?
Come si fa ad essere così tanto coglioni da lasciarsi abbindolare ancora da tutte queste castronerie folli, attraverso le quali, ogni mese che passa vediamo precipitare i nostri introiti e ogni benché minima nostra speranza di futuro?
Siamo diventati tutti come tanti animali impazziti che continuano a sbattere la testa contro un muro, senza ammettere che l’uscita non è lì.
Ma, dico io: “Aprite gli occhi una volta per tutte e guardate dove sta la porta!”
Davvero è così difficile?
Certo, non si può pretendere di trovare la porta giusta, se continuiamo ad andare, come tante “pecore matte”, verso la direzione che, con il sorrisetto di chi ti fotte, ci viene indicata da chi ci ha privato di ogni possibilità di uscita reale.
Poiché così facendo, oltre che da folli, diciamocelo apertamente e senza inutili fronzoli edulcoranti, è proprio da stronzi!
Chi si ostina a voler giocare, pur perdendo regolarmente, è affetto da nota patologia mentale detta “ludica”.
Voi, quale patologia pensate di avere, continuando a votare sempre e solo per le medesime persone e per i medesimi partiti che vi fanno regolarmente perdere?

Purtroppo, come tutti i pazzi, siete convinti che i pazzi siano sempre e solo gli altri. Ed eccovi lì, a pagare persino due euro per giocare ancora una volta. L’ultima!

La crisi del mondo occidentale.


Di Marco Barbon

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi… e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente, né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto". Questo il pensiero di un monaco buddhista tibetano, il Dalai Lama. "Quando un giorno impareremo a portare i nostri figli a passeggiare in mezzo alla natura e a farli correre spensierati e liberi invece che fare lunghe code in macchina per portarli al centro commerciale la domenica, maledicendo il traffico senza accorgersi che il traffico siamo noi, per comprare cose inutili che non ci servono o che vanno a sostituire cose perfettamente funzionanti ma passate di moda, quando eviteremo di fare interminabili file per l’ultimo telefonino ultratecnologico che ci permette una super-connessione per scrivere sui social network che non ce la facciamo ad arrivare a fine mese, forse allora le cose cominceranno a cambiare. Non si risolve il problema solo cambiando i politici con cittadini che hanno una visione diversa dell’ambiente e del bene comune, questo è un primo passo ma il vero cambiamento si ottiene se cominciamo a cambiare noi. Non sarà facile, ma se vogliamo una società diversa non esiste altra strada. Dico un’ultima cosa che non avrei provato se non immerso nella natura e poi smetto di annoiarvi: l’altro giorno sono andato per campi con mio figlio di 2 anni, lui correva felice e spensierato ed io dietro di lui, per un attimo mi sono sentito piccolo anch’io pervaso da una sensazione di pace e di quiete interiore e da uno strano pensiero: “Un giorno ricorderò questo momento come uno dei più belli della mia vita”. Fra un po’ di tempo quei campi spariranno e sorgerà un bel centro polifunzionale con negozi, uffici, appartamenti di 50 mq, ma dubito che passando di nuovo da quelle parti riuscirò ad emozionarmi, mi resterà il ricordo di quell’attimo. Grazie per la vostra attenzione.".

Fonte:
http://freeskipper.blogspot.it/2012/12/la-crisi-del-mondo-occidentale.html


sabato 1 dicembre 2012

Torna la minaccia degli avvoltoi.


DI MAURO BOTTARELLI
rischiocalcalcolato.it

Tic tac, tic tac… No, non si tratta di caramelle ma del conto alla rovescia che è cominciato per l’Argentina. Fitch ha infatti tagliato il rating di lungo termine di Buenos Aires da B a CC, cinque gradini di downgrade e abbassato quello di breve termine a C da B, un solo notch dal default. A pesare, ovviamente, la sentenza del Tribunale distrettuale di Manhattan che ha obbligato l’Argentina a pagare entro il 15 dicembre un miliardo e 300 milioni di dollari dovuti agli hedge funds che non sottoscrissero la ristrutturazione del debito del 2002.

Se l’Argentina non paga, si bloccano anche i pagamenti delle scadenze dei bonds ristrutturati e si arriva al default tecnico ma se paga in pieno gli hedge funds, si faranno avanti anche gli altri detentori di debito per ottenere immediato pagamento, un esborso da 11 miliardi di dollari. 

Nella nota che ha accompagnato il downgrade, Fitch ha sottolineato anche . Per ora sia Standard&Poor’s che Moody’s, sembrano voler mantenere i loro rating sull’Argentina – entrambi cinque gradini al di sopra del default – ma la mossa di Fitch potrebbe accelerare un cambio di idea. E offrire una sponda non da poco alla sentenza newyorchese e agli hedge funds. 



TORNA LA MINACCIA DEGLI AVVOLTOI

Riemerge lo spettro del default. Per un Paese, il primo e l'unico al mondo dove il crollo del debito sovrano sotto i colpi della finanza mondiale, ha visto una risposta positiva del nuovo governo che, rinegoziando il debito, ha superato la crisi con l'intervento dello stato in economia e nel sociale. Ora un giudice di New York ha sentenziato: il 15 dicembre Buenos Aires deve pagare per intero gli speculatori che non hanno rinegoziato.

Le previsioni dicono che il 15 dicembre (*) una tempesta finanziaria si abbatterà sull'Argentina da cui ne potrebbe risultare un default tecnico del paese. Non è facile capire come sia possibile che una delle economie emergenti, con una crescita media del Prodotto interno lordo del 8% nell'ultimo decennio possa all'improvviso ricadere in fallimento. Invece il rischio esiste e il nemico si chiama fondi avvoltoio. 
La sentenza di Thomas Griesa, giudice di New York, riporta l'Argentina sotto la stretta della speculazione finanziaria.

La sovranità nel mondo globale

Il confronto è tra la legittimità dello Stato nazione e i diritti dei fondi avvoltoio che, attraverso un tribunale di New York, chiedono il pagamento di titoli scaduti. Quali titoli? Quelli di coloro che non sono entrati nel concordato fallimentare per la ristrutturazione del debito. Dopo il fallimento del 2001, l'Argentina, alla fine di un lungo processo, si è accordata con i bonisti per ristrutturare il debito, con la conseguente cessazione del fallimento. Gli argentini che avevano depositi bancari in dollari, praticamente tutti, si sono trovati pesos al posto dei dollari, quindi hanno perso 2/3 dei loro risparmi perché il cambio col dollaro da 1peso=1U$A il giorno dopo fu di 3pesos=1U$A. Sembra una misura suicida e lo è stato per il governo De la Rua, ma perché è stata presa? Senza altre possibilità, il governo aveva sequestrato i dollari dai conti correnti privati per pagare una tranche del debito estero in scadenza. 
Fu crisi politica, caduta del governo, occupazione del parlamento, attacchi alle banche, assalto ai supermercati, l'inizio di una sommossa infinita. Insieme alla disfatta economica e politica del paese, questo crollo segnò il fallimento del modello del Fondo Monetario Internazionale che aveva applaudito a più riprese il rigore nell'applicazione delle proprie ricette. 

Nel corso degli anni '90, la spirale del debito estero era salita portando gli interessi a livelli impossibili, attraendo "investitori" di azzardo e alcuni ignari del pericolo di un tasso di interesse intorno 15% annuo. L'Argentina era arrivata alla fine della cura prescritta dal Consenso di Washington: aveva privatizzato, svenduto il patrimonio dello Stato e abbassato le tariffe doganali. Dopo quattro anni in cui si susseguivano la chiusura delle fabbriche e la disoccupazione si allargava in tutto il tessuto sociale, lentamente il risparmio di generazioni si esaurì e l'economia arrivò ad un punto morto. L'Argentina era un libero mercato dove ormai non si vendeva più niente.

In queste condizioni di insolvenza ogni debito era una pretesa insostenibile. Da lì in poi il governo ha stabilito che la svalutazione di 2/3 sarebbe stata la misura della ristrutturazione del debito e a tutti i creditori gli è stata applicata la stessa misura. Il 93% di chi era in possesso di titoli argentini si è finalmente accontentato per un ridimensionamento dei loro crediti Se non si dava un minimo di respiro per tentare una ripresa economica del paese non sarebbero riusciti ad avere indietro nemmeno questo. L'accordo fu per il posticipo delle scadenze, la ristrutturazione del debito e il riconoscimento della competenza dei tribunali internazionali in caso di contenzioso. Il 7% rimanente restò con un pezzo di carta senza valore reale. È qui che arrivarono i fondi avvoltoi acquistando per poche monete i loro titoli e cominciando battaglie legali in vari tribunali del mondo. 

Il primo fallimento

L'Argentina segnò il primo fallimento sovrano dell'era neoliberista. Da allora anche uno Stato nazione può fallire, può dichiarare di non essere in grado di pagare i suoi creditori, ma anche può concordare i termini per una ristrutturazione del debito. Sono passati più di 10 anni è l'Argentina oggi si è recuperata ed è tra le prime economie emergenti. 

Da allora fino ad oggi la sua economia è cresciuta ad un tasso medio del 8% annuo. Un miracolo? No. Dal 2003 l'Argentina ha deciso di voltare pagina alle ricette del Fondo monetario internazionale e l'economia finanziaria. 

Lo Stato è ritornato ad avere un ruolo in economia, ha acquistato aziende pubbliche che erano state privatizzate e ha rivisto i contrati con le altre. I governi hanno concentrato le sue forze per la ricostruzione dell'economia reale e stabilito limiti e controlli all'economia finanziaria e agenzie internazionali di rating. Inoltre ha ristabilito la centralità delle politiche sociali con pensioni universali, assegno per figlio in età scolare, crediti, opere pubbliche, investimento in educazione e salute. Qualche settimana fa, il 14 novembre, un rapporto della Banca mondiale ha riconosciuto che tra il 2003 e il 2009 la classe media argentina si era duplicata, era passata da 23 al 46% della popolazione: da 9,3 milioni di abitanti a 18,6 milioni. Il risultato più importante della regione seguito dal Brasile e l'Uruguay. Sempre secondo la Banca mondiale, l'Argentina è il paese di America Latina che più ha ridotto il coefficiente di «Gini», cioè quello che più ha diminuito la distanza tra ricchi e poveri.
I fondi avvoltoi rappresentano i nuclei più agguerriti e potenti della speculazione globale, riguardo alla loro attività, il nome è abbastanza eloquente. Ora vogliono punire questo successo e vogliono mettere in difficoltà il processo di pagamento dei titoli argentini in scadenza di coloro che hanno concordato con lo Stato un rifinanziamento del debito.

Il giudice Thomas Griesa di New York ha sentenziato che il 15 dicembre, coloro che non hanno accettato i termini del rifinanziamento devono essere pagati per intero, la quota di capitale, più tutti gli interessi. Il giudice ha chiesto di più di quanto facevano gli stessi avvocati degli «avvoltoi». La sentenza mette in seria difficoltà il governo argentino che proprio il 15 dicembre deve onorare il debito del 93% di detentori di titoli che hanno accettato la proposta di rinegoziazione. Il giudice Griesa ha dichiarato che se l'Argentina non paga ai fondi avvoltoio il 15, bloccherà anche il pagamento dei 93% che hanno rinegoziato. Quindi l'Argentina potrebbe, di fatto, entrare in default tecnico, in quanto non pagherebbe alla scadenza quanto era stato pattuito.

Cambalache o mano invisibile

Che il mondo fosse in mano all'economia finanziaria non è una novità, ma mai uno Stato sovrano era stato portato davanti ad un tribunale di un altro paese in aperta revoca delle sue leggi. La legittimità nella giurisdizione dello stato di diritto è messa a dura prova. Lunedì scorso, 26 novembre, l'Argentina ha presentato un ricorso davanti al tribunale di New York chiedendo la revisione della sentenza e la sospensione dei termini fino a sentenza definitiva. Qualche settimana fa questi gruppi finanziari avevano sequestrato la Fragata Libertà, ancora ferma nel porto di Ghana in violazione dei patti internazionali sui beni suscettibili di embargo (vedi il manifesto 19.10.2012). 

L'avvertimento

La sentenza del giudice Griesa è anche un duro avvertimento a tutti i paesi che in un momento di crisi globale si trovano in difficoltà, molti altri rischiano di fare la stessa sorte. Adottare politiche di rigore che non accettano rimettere in discussione i termini e il monto del debito di un paese vicino al fallimento potrebbe essere, se passa questa sentenza, la politica consigliata. Del resto, sarebbe sciocco accettare la ristrutturazione del debito quando si può ottenere tutto. 

Per loro l'economia reale e la società contano poco. La follia della economia finanziaria è alla guida delle principali economie del mondo, non possiamo aspettarci nulla di buono. Tra l'altro è stato ammesso anche da loro. 

Non bisogna dimenticare che alla retrospettiva sull'andamento dell'economia mondiale, Olivier Blanchard, l'economista capo del Fmi, ha dichiarato che i mercati di fronte alle politiche di austerity e di risanamento dei conti pubblici hanno un comportamento «schizofrenico». È vero che l'andamento del mercato è altalenante, si parla quotidianamente di fluttuazioni, ma ci hanno insegnato che lasciarci guidare dal mercato sarebbe stato un atteggiamento saggio. 

Ora invece ci confermano che in realtà la nostra guida, quella cieca e invisibile è gravemente malata di schizofrenia. 

Claudio Tognonato



venerdì 30 novembre 2012

L'Uomo ha perso. Ha vinto la farfalla.


di Francesco Salistrari.

L'umanità è stata sconfitta.
Sconfitta da sé stessa e dalla propria incapacità a comprendere quanto grandioso fosse il compito al quale essa avrebbe dovuto assurgere. Un compito che la natura, Dio, l'universo, chiamatelo come vi piace, le aveva affidato: quello di proteggere il mondo, la Terra, la sua casa, sua madre. Proteggere i suoi figli. La vita.
E invece l'umanità si è sconfitta da sé.
Ed il suono di questa sconfitta si ode in ogni angolo del mondo.
Nei rantoli di sofferenza di uomini, donne e bambini che muoiono di fame, di cancro, di stenti, di lavoro, di depressione. Nei lamenti di animali sgozzati a milioni. Nel suono di ferro delle industrie inquinanti. Nel suono del cemento che cade in pezzi sotto le sferzate del tremore della Terra. Nel rumore assordante delle auto incolonnate su strade di città infestate dal bruciare di benzina. Nel boato che fa un albero quando schianta a terra, ormai senza vita, col suo grido di dolore inimitabile. Nel suono dello sciacquettìo delle onde di un mare inquinato.
L'umanità si è vinta da sé.
E la sconfitta la senti in un odore.
Nell'odore putrescente di una discarica. Nell'odore di morte di un campo di battaglia o di una città distrutta dalle bombe. Nell'odore acre del fumo di una foresta in fiamme. Nell'odore nauseabondo del petrolio che sgorga dalle viscere della terra. Nel tanfo di una casa di disperati. Nel puzzo dell'acqua di un rubinetto. Nel profumo costoso di una signora che fa shopping.
L'umanità ha perso.
Ha perso l'occasione di dare un senso alla propria esistenza. L'ha sprecata nel costruire immense fabbriche dove ammassare carne da macello. L'ha sprecata nel distruggere il senso del vivere insieme, l'uno per l'altro. L'ha buttata a mare nel pensare il denaro come regolatore della vita sociale.
L'umanità ha perso.
E la sua sconfitta è tanto più grande quanto mette a repentaglio il mondo nel suo complesso, gli altri esseri viventi, che si estinguono a ritmo mai visto, nel mettere in crisi la stessa vita umana. La sua sconfitta è la sconfitta dell'intelligenza, dell'amore, della misericordia, della dignità, della dolcezza.
L'uomo non è ciò che è perchè pensa, ma pensa per essere ciò che vorrebbe che fosse. E senza di questo, l'uomo è la negazione, ciò che recide il legame con il creato, con il senso del mondo, con il senso ultimo della vita.
L'uomo deve, necessariamente, pensare a ciò che vuol essere. E se vuole essere ciò che è stato fin'ora, allora merita la sconfitta e la morte.
Perchè è impossibile accettare che la missione dell'uomo su questa terra sia quella di vivere una vita di stenti, solo per permettere ad altri, pochi, uomini di vivere nel lusso. Non è possibile accettare che l'uomo sia venuto al mondo per morire di fame, di cibo scadente, di radiazioni da esso stesso create, in catene. La missione dell'uomo non può essere quella di distruggere il pianeta in nome di un principio economico da esso stesso creato, un principio che ha soppiantato completamente quello di Dio, della Dea Madre, ancora più antico, o del culto della Vita, di molte civiltà primordiali. Il denaro non può essere il fine dell'agire umano. Se lo è diventato può significare solo una cosa: che l'uomo è caduto nell'autoinganno. Ed autoingannarsi è degli stolti, non degli intelligenti.
Lavorare, usare la propria creatività, plasmare la realtà, inventare, sognare, interpretare il mondo, scoprire, immaginare, non possono essere ridotti al freddo calcolo alchemico di un sudicio pezzo di carta.
Sudicio di sofferenza.
Sporco di sangue.
Contrassegno di tormenti e lamenti.
Assassino di passioni umane.
L'uomo è nato per altro. E' nato per venerare il mondo, prendersene cura, renderlo più bello, accudirlo, sorreggere i suoi abitanti, rendere loro grazie per ciò che sono e rappresentano.
Il mondo è una poesia che non è stata ancora scritta. E' una melodia non ancora composta. Una preghiera non ancora invocata. E' un quadro non ancora dipinto. E' un giardino ancora da coltivare. Un capolavoro di immane bellezza.
Ed il sommo cantore dello splendore di questo spicchio di universo avrebbe dovuto essere l'uomo. Che è nato ed ha acquisito l'intelligenza essenzialmente per questo, non per altro.
La Vita è unica. Indistinta. Microscopiche molecole di DNA che evolvono nel tempo.
La Vita è il Tempo.
E l'uomo avrebbe dovuto esserne il poeta più eccelso.
Come fa con i suoi colori il Pappagallo Ara o il Pesce Mandarino.
Come fa con il suo canto l'Usignolo all'imbrunire o il Verzellino al mattino.
Come fa con il suo volo leggiadro e spensierato la farfalla.
L'uomo avrebbe dovuto imparare a parlare con la voce del mare, con quella del vento, con la parola delle fronde degli alberi, con il sussurro del silenzio.
Lo ha fatto solo a sprazzi. Incantando per sempre con la sua grandezza. E quanti grandi uomini sono stati dimenticati. O ne viene solo celebrato l'immenso valore delle opere, dimenticando o ignorandone il più delle volte il messaggio.
Ma non bisogna dipingere un capolavoro per essere artista, o comporre un verso d'amore capace di commuovere per dirsi poeta. Basta una zappa e curare la terra, vederne crescere i frutti. Basta immaginare qualcosa che vada a vantaggio di tutti. Basta regalare un sorriso a chi in quel momento non ce l'ha.
E ognuno di noi può esser poeta, cantore, genio, artista.
Quando doniamo una carezza. Quando abbracciamo qualcuno. Quando regaliamo dolcezza.
Siamo tutti mirabili artisti nel condividere ciò che abbiamo, con gli altri.
Guardandoti intorno, però, scopri miseria, sofferenza, guerra, distruzione, angheria, individualismo, menefreghismo, cinismo, paura, rassegnazione, arrivismo, avarizia, avidità, morte.
Scopri la morte dell'uomo nel suo sguardo assetato di potere. Nel suo disprezzo. Nella sua indifferenza.
Scopri la morte, proprio laddove avrebbe dovuto esserci vita.
In fondo all'anima. Nei recessi di un tempio ormai distrutto.


mercoledì 28 novembre 2012

L'ONU vuole il controllo di Internet.



La prossima settimana sarà decisiva per il futuro di Internet. Le Nazioni Unite hanno reclamato il potere di controllo centralizzato delle rete globale di comunicazione attraverso il proprio ente di riferimento (ITU) sollevando un vespaio di proteste e di mozioni a sfavore da parte di membri del parlamento europeo. Si è mosso persino un gigante del web come Google, perchè le sue tasche potrebbero essere colpite duramente: parte della proposta è infatti quella di tassare il traffico internet spiccando parte degli introiti verso le compagnie telefoniche. A serio rischio anche la libertà della rete, se dovesse essere riconosciuto il diritto di censura sul web ai governi nazionali che l’hanno richiesto. Lòthlaurin
L’appuntamento è a Dubai, dal 3 al 14 dicembre. Alla World Conference on International Telecommunications 2012 (WCIT 2012) si deciderà il destino della Rete. O per lo meno si affronteranno alcuni dei temi che da mesi agitano l’universo del web e che hanno per oggetto le regole alla base della grande rete telematica. Ad agitare i lavori è arrivata in queste ore una mozione a firma di alcuni parlamentari europei per opporsi al trasferimento all’ITU, l’International Telecommunications Union(l’organismo per le telecomunicazioni dell’ONU), dei poteri di controllo di Internet, al momento esercitati dall’ICAAN.
La petizione proposta all’Assemblea della UE, che ricalca nella sostanza l’opposizione alle possibili risoluzioni dell’ITU eretta da Google, chiede agli Stati membri di rifiutare le modifiche ai regolamenti ed è finalizzata ad evitare che vengano meno la libera circolazione delle informazioni in Rete e le relazioni d’affari, nonché il funzionamento e la gestione di Internet.
Ufficialmente, le proposte che verranno presentate al vaglio del consiglio e del segretario generale dell’ITU, sono ancora top secret. Qualche documento, a quanto riporta il sito wcitleaks.org, è stato però svelato in anticipo e fra questi ce n’è uno (datato 13 novembre) che vedrebbe la Russia, paradossalmente, avanzare la richiesta di maggiore democrazia per il controllo della Rete. Più precisamente: «Gli Stati membri dovrebbero avere gli stessi diritti per gestire Internet, anche in relazione alla ripartizione, assegnazione, numerazione e denominazione degli indirizzi e all’identificazione delle risorse, nonché per il supporto allo sviluppo dell’infrastruttura di base di Internet». Messaggio che ha per destinatari, di fatto, il Ministero del Commercio USA e il governo di Washington, rei di avere eccessivo peso nella giurisdizione delle regole del web.
Altro argomento centrale della WCIT 2012 è quello della ventilata tassazione degli operatori “Over the Top”, e cioè i colossi dei contenuti digitali che viaggiano sulle reti mobili come Google, Facebook o Apple. Il tema è oggetto di contenzioso da tempo, con il carrier Telco a batter cassa (Telecom Italia e Deutsche Telekom i paladini di questa linea in Europa) nei confronti dei content provider per ottenere una parte degli introiti generati dal traffico dati (per il download e l’upload di video, apps e altro) che viaggia sulle loro infrastrutture. Oltre alla questione economica, a Dubai si dovrà discutere di quella relativa allacensura dei contenuti online, che alcuni Stati pare vogliano richiedere come diritto.
Alcuni esperti ipotizzano in tal senso, nella peggiore delle ipotesi, il pericolo di una separazione della Rete, eventualità molto peggiorativa rispetto alle attuali restrizioni all’accesso di alcuni siti in Paesi (la Cina per esempio) dove vige uno stretto controllo del web da parte delle autorità governative. Per questo Google è scesa in campo con Take Action, campagna online il cui intento è quello di sensibilizzare la community Internet mondiale sull’eventuale aggiornamento delle regole che riguardano il web e in particolare quelle che interessano gli Over the Top. Lo slogan coniato per l’occasione da Mountain View è il seguente: “Un mondo libero e aperto dipende da un web libero e aperto”.



letto e condiviso da: www.stampalibera.com

Decrescita si, ma del capitale!



di Marino Badiale e Fabrizio Tringali
Megachip.


Il blog “goofynomics”, curato da Alberto Bagnai, ha pubblicato di recente un post di critica alla decrescita. Si tratta di una critica interessante perché è condotta con spirito e garbo, e soprattutto perché rappresenta una piccola antologia delle obiezioni che solitamente vengono portate alla decrescita.
Ci sembra perciò utile provare a rispondere: può essere questa un’occasione per chiarire in una volta sola vari punti relativi alla nozione di decrescita.
Possiamo distinguere le obiezioni di Bagnai in due gruppi: in un primo gruppo mettiamo gli argomenti che sono sì obiezioni, ma non alla decrescita. In un secondo gruppo mettiamo le effettive obiezioni alla decrescita.
Esaminiamo le obiezioni del primo gruppo.
In primo luogo, Bagnai critica in maniera sferzante coloro che pensano che l’attuale crisi economica sia l’occasione per riscoprire costumi di vita più austeri, per superare o ridurre il consumismo, per tornare a rapporti umani più veri. Le critiche di Bagnai colgono perfettamente nel segno, e colpiscono una retorica dolciastra che si percepisce nei media, e che cerca di indorare la pillola dell’attacco inaudito ai diritti e ai redditi dei ceti popolari compiuto in Italia dall’attuale governo di tecnocrati chiamati a realizzare i diktat dell’Unione Europea.
Bagnai ha ragione, ma le sue critiche non toccano la decrescita. Un teorico della decrescita comeSerge Latouche ha sempre affermato, con tutta la chiarezza possibile, che, se si rimane nell’attuale società, costruita intorno alla necessità dell’aumento del PIL, la mancanza di crescita è una catastrofe. Infatti, se tutto ciò che serve alla vita si può ottenere solo in cambio di denaro, non aver denaro (o averne meno) significa avviarsi verso la miseria. Questa semplice verità significa che la crisi, da sola, non produrrà nessun rivolgimento morale anticonsumistico: produrrà solo disperazione, e, per reazione, moti politici dagli esiti imprevedibili.
La proposta della decrescita, se pensata seriamente, non è la proposta di un po’ più di austerità o di un po’ meno consumismo. Non ha nulla di moralistico. È una proposta di fuoriuscita dalla società della crescita. Si tratta di liberare la società dalla necessità di aumentare continuamente la sfera della produzione di merci, cioè di beni destinati ad essere scambiati sul mercato, necessità indotta dalla logica dell’accumulazione capitalistica. Siamo costretti a crescere perché il fine della produzione è l’accumulazione di profitti, non la soddisfazione di bisogni.
“Decrescita” non vuol dire dover necessariamente diminuire continuamente la produzione. Si tratta invece di produrre al fine di vivere meglio, non di accumulare capitale. La decrescita vuole abbattere il dogma dell’obbligo della crescita, senza sostituirlo col dogma opposto della “necessità” della diminuzione continua del PIL.
Poiché la crescita è necessaria al capitalismo, che senza di essa non può sopravvivere, “decrescita” significa fuoriuscita dal capitalismo. È insomma una proposta rivoluzionaria. E ha bisogno di una teoria politica che sia all’altezza di tale proposta. C’è chi deplora il consumismo, ma non si rende conto di come esso sia funzionale alle esigenze del capitalismo, né percepisce che la diminuzione “forzata” dei consumi indotta dalla crisi e dalle scelte politiche drammaticamente recessive in atto non è fonte di liberazione, ma è un terribile (e voluto) atto di violenza perpetrato prevalentemente ai danni della fascia più debole di popolazione. Ebbene, chi la pensa così ha poco a che fare col pensiero della decrescita.
La seconda obiezione di Bagnai riguarda il progresso tecnologico. Bagnai afferma che esso è necessario per pensare una società meno distruttiva nei confronti dell’ambiente. Anche qui, la sua obiezione è corretta ma non riguarda la decrescita, i cui teorici hanno sempre dichiarato la necessità di tecnologie opportune. Si tratta semmai di discutere quali tecnologie sviluppare (e quindi, anche, quali non sviluppare), quali filoni di ricerca scientifica incrementare, e così via: ma queste sono le normali discussioni di politica scientifica di un paese democratico, che si svolgono nell’attuale società della crescita e si svolgeranno anche in una futura società diversa.
Passiamo infine a quella che ci sembra rappresenti l’unica effettiva obiezione alla decrescitasvolta da Bagnai. Egli nota che una politica di decrescita avrebbe l’effetto di generare risparmio. E si chiede come la gente potrebbe utilizzare il denaro risparmiato grazie, per fare solo un esempio, a politiche di miglioramento del rendimento energetico della abitazioni.
Se lo spende, non c’è nessuna decrescita ma solo uno spostamento nei consumi.
Se lo risparmia, il denaro non può che essere investito nella produzione materiale (e quindi in ulteriore crescita) oppure nella finanza, con l’effetto di crescita (pessima) delle bolle speculative.
È tutto giusto.
Tuttavia la risposta a questa obiezione è semplice: il risparmio generato dalle politiche di decrescita non deve tradursi in aumento del denaro a disposizione del pubblico, ma indiminuzione dell’orario di lavoro, cioè in aumento del tempo libero.
La società della decrescita presuppone una organizzazione sociale che consenta di lavorare meno e recuperare tempo. Tempo da dedicare ai rapporti umani, alle relazioni comunitarie, a produzione e scambio di beni non in forma di merci.
In generale gli aumenti di capacità produttiva dovrebbero essere “investiti” soprattutto in diminuzione del tempo di lavoro, favorendo quindi, fra l’altro, la piena occupazione.
Naturalmente, il fatto che una politica di tipo decrescista si traduca in aumento del tempo libero non è automatico. Nei paesi occidentali da molto tempo gli aumenti di produttività non si traducono in diminuzione dell’orario di lavoro ma piuttosto in aumento dei profitti (e, quando va bene, delle retribuzioni), in diminuzione dei prezzi, in aumento della competitività.
Anche per questo motivo hanno torto coloro che pensano alla decrescita in termini di diminuzione parallela di Stato e Mercato. Per realizzare politiche decresciste efficaci e vantaggiose per i ceti medi e popolari, è necessaria una politica economica coerente coordinata dallo Stato. Ma questa è un’altra discussione.

martedì 27 novembre 2012

Come distruggere il futuro di un paese.



Fonte: The Economic Collapse 20 Novembre 2012
Traduzione: Anna Moffa per 
ilupidieinstein.blogspot.it


Se avete una fattoria o una piccola impresa, vorreste trasmetterla ai vostri figli quando morirete? Beh, a meno che il Congresso non faccia qualcosa, diventerà molto, molto più difficile a partire dal prossimo anno. In questo momento, c’è esenzione fiscale sul patrimonio fino a  5 milioni di dollari e qualsiasi cosa li superi viene tassato al 35 per cento. Ma il 1° gennaio, l’esenzione scenderà a 1 milione di dollari e l’aliquota salirà al 55 per cento.
Molti liberali sono entusiasti di questo, perché credono che il governo manderà a fondo persone ricche come Warren Buffett e Bill Gates. Ma la verità è che un sacco di aziende agricole, allevamenti e  piccole imprese saranno assolutamente devastate da questa modifica della legge fiscale. Oggi, ci sono molti agricoltori e allevatori che non hanno molto denaro, ma risiedono su pezzi di terra che valgono milioni di dollari. Secondo l’American Farm Bureau, circa il 97 per cento di tutte le aziende agricole e allevamenti degli Stati Uniti sarà soggetto alla tassa di proprietà, se l’esenzione sarà ridotta solo ad un milione di dollari. Ciò significa che i figli di questi agricoltori e allevatori si troveranno di fronte ad una scelta molto crudele quando sarà il momento di ereditare queste aziende agricole e allevamenti.
In entrambi i casi dovranno sborsare abbastanza soldi per pagare al governo circa la metà di quello che l’azienda o ranch vale, oppure vendere la fattoria o ranch che magari appartiene alla loro famiglia da generazioni. Inutile dire che, la maggior parte delle famiglie agricole non ha tutti quei soldi contanti. La maggior parte di loro li guadagnano a mala pena di anno in anno. Quindi questa modifica della legge fiscale accelererà notevolmente la morte della fattoria di famiglia in America. Anche questo devasterà molte piccole imprese a conduzione familiare. Molte piccole imprese non guadagnano molti soldi, ma hanno fabbricati, terreni o beni per un valore di milioni di dollari. I figli che avrebbero voluto continuare la tradizione di famiglia saranno costretti a vendere a causa del pesante disegno di legge fiscale di Zio Sam. Si tratta di una crudeltà insidiosa, che mostra quanto sia diventato corrotto il nostro sistema.
Il desiderio di lasciare la ricchezza che avete guadagnato lavorando così duramente per tutta la vita per metterla da parte per i vostri figli è qualcosa che è comune a quasi tutte le società umane. Vogliamo sapere che le generazioni future se ne prenderanno cura.
E’ semplicemente immorale che  il governo federale si precipiti a tassare aziende agricole, allevamenti e piccole imprese, che erano destinate ad essere tramandate dai genitori ai figli, con una tassa del 55 per cento.
Un sacco di persone che stanno per essere colpite da questa modifica non sono assolutamente “ricche”. Un recente rapporto di Fox News ha esaminato ciò che significa questo cambiamento nella legge per il rancher Kevin Kester e la sua famiglia …
Il rancher Kevin Kester lavora dall’alba al tramonto, guida  un pick-up che ha 12 anni e guadagna meno di un tipico burocrate di Washington DC, ma il governo federale lo considera abbastanza ricco da pagare la tassa di proprietà – conosciuta anche come “imposta di successione”.
Kester ha detto a Fox News che non ha dubbi sul fatto che, quando morirà,  il suo ranch dovrà essere venduto, solo per pagare le tasse …
“Non c’è alcuna possibilità, economicamente, che i miei figli possano pagare ciò che l’IRS esigerà da loro nove mesi dopo la morte e mantenere questo ranch intatto per la loro generazione e le generazioni future”, ha detto Kester, del Bear Valley Ranch in California centrale.
Due decenni fa, Kester ha pagato all’IRS 2 milioni di dollari quando ha ereditato un ranch di 22.000 acri da suo nonno. A gennaio, il carico fiscale sui suoi figli sarà più di 13 milioni di dollari.
Leggere queste cose dovrebbe farvi arrabbiare. Ogni anno, migliaia e migliaia di aziende agricole, allevamenti e piccole imprese vengono sacrificate al mostro fiscale federale.
E’ quasi come se il governo federale non volesse che le attività che generano reddito rimangano nelle mani dei “piccoli”.
Che dovremmo fare?
Non è che tutti gli agricoltori e allevatori possono andare  verso le grandi città e trovare un buon lavoro. Come ho scritto ieri, i nostri politici se ne stanno senza far niente mentre milioni dei nostri buoni posti di lavoro vengono  spediti fuori dal paese.
La fredda e dura verità è che il nostro sistema non funziona più per l’Americano medio. Sembra che quelli che si precipitano giù dal letto ogni mattina, lavorano sodo e non si lamentano mai, peschino sempre la pagliuzza più corta.
Le persone che sono la spina dorsale d’America sono quelle sulle quali il governo si accanisce sempre più duramente.
Purtroppo, siamo arrivati al punto in cui il governo è alla ricerca di maggiori  “entrate” da qualunque parte possibile perché ha disperatamente bisogno di altri soldi. Le finanze pubbliche degli Stati Uniti sono un disastro completo e totale e stiamo affogando nel più grande oceano di debito che il mondo abbia mai visto.
Ci sono più di 16 miliardi di dollari di debito e ci sono più di 100 milioni di americani che sono iscritti ad almeno un programma di assistenza sociale.
Un giorno bisognerà pagare per tutto questo.
Gli americani della classe media vengono già penalizzati con decine di imposte diverse ogni anno, e possiamo essere certi che i nostri politici continueranno a inventare modi per ottenere ancora più “entrate” da noi.
E, naturalmente, i nostri politici non fermeranno mai la loro spesa selvaggia. Nonostante tutti i negoziati che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi due anni, i nostri problemi di spesa continuano a crescere. Ad esempio, il deficit del bilancio federale per il mese di ottobre è stato di 120 miliardi dollari, più del 20 per cento superiore al deficit del bilancio federale di ottobre 2011.
Allora, qual’è la soluzione?
Beh, il segretario al Tesoro Timothy Geithner ora dice che vuole eliminare il tetto del debito del tutto. Dice che non dovremmo avere alcun limite e che il governo federale dovrebbe semplicemente essere in grado di indebitarsi quanto vuole.
Alla fine, tutto questo debito ci schiaccerà completamente. Abbiamo letteralmente distrutto il futuro dell’America, ma la maggior parte del paese sembra ancora all’oscuro di tutto questo. I ciechi guidano i ciechi, e siamo diretti verso il disastro completo e assoluto.
Un giorno, quando la gente guarderà indietro a questo periodo della storia americana,cosa pensate che dirà di noi?


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