domenica 25 novembre 2012

Ma che belle primarie!


Di Carlo Bertani
carlobertani.blogspot.it


La prima cosa che mi viene in mente quando penso alla parola “primarie” è “primati”, ossia scimmie un po’ evolute, ma sempre scimmioni con poco cervello.

Così, Domenica prossima (oggi, ndr) andranno in onda (è il caso d’usare questa locuzione) le tanto strombazzate primarie del PD, nelle quali il partito conterà gli equilibri interni prima della scissione: quelle del PdL non meritano nemmeno che si sprechi carta per una buffonata.



E’ un fatto che vincerà Bersani – l’apparato è pronto ed oliato solo per questa evenienza – qualora dovesse vincere Vendola l’accelerazione centrifuga verso la scissione dei pro-Monti nei confronti dei contro-Monti subirebbe un incremento imprevisto, ma non cambierebbe niente del loro futuro.

Renzi sarà rottamato: vedremo se Monti e Berlusconi offriranno di più per ritirare il rottame, oppure la città di Firenze se lo dovrà tenere a vita.

Ciò che mi fa pensare ad un’operazione di facciata e senza senso – roba da primati, appunto – è che le primarie non contano nulla: hanno un senso nel sistema elettorale statunitense, che è radicalmente diverso da quello italiano. Pensate: hanno ancora i “grandi elettori”, roba che da noi ricorda imperatori e vassalli.

E’, però, roba “ammericana" come il chewing-gum e la Coca-Cola: prendi ‘sta roba dall’America e buttala nella politica italiana. Già che c’erano, potevano fare le primarie per eleggere il Politburo del Partito: sarebbe stato veramente grandioso.

Perché non contano nulla?

Perché ogni tornata elettorale – sia essa politica oppure amministrativa o, ancora, un referendum – nel sistema legislativo italiano deve essere emanata da un’autorità neutrale (ne esistessero ancora…) come la Presidenza della Repubblica. Inoltre, i risultati vanno al vaglio delle Corti d’Appello: non sarà tanto – ricordiamo “Il portaborse” di Nanni Moretti e le a dir poco “fumose” elezioni del 2006 – ma qualcosa è.

Invece, le cosiddette primarie sono soltanto delle consultazioni interne, ma senza nessuna garanzia che il voto per quel candidato sia dato da un elettore non tanto del PD, quanto almeno dell’area di centro sinistra che vorrebbe rappresentare.

Poi, l’aggiunta dei due euro sa di “tassa occulta” per il partito: due milioni d’elettori – ha detto Bersani – quattro milioni di euro che entrano. Che ne faranno? Mah…

Quelli di Casa Pound hanno dichiarato che voteranno Bersani: per carità, liberi di votare chiunque, ma mi sembra un po’ un assurdo. Oppure un gioco politico. Chissà quanti di destra andranno a votare – dietro suggerimento del Partito – per Renzi, oppure per Vendola…insomma, scusate il termine: una cagata.

E veniamo ai programmi.

Veramente, dopo la riga sopra, potremmo lasciare un lungo spazio bianco – a mo’ d’Apollinaire e della sua “pittoscrittura” – perché si sente solo parlare di “dopo-Monti” uguale al prima, oppure di qualcuno che prenderà il posto di Monti per fare le stesse cose. O quasi.

Bersani ha rilasciato un’intervista sulla scuola (1) a Massimo Giannini ed è stato chiaro come l’acqua, nel senso di limpido, inodore ed insapore com’è il liquido più comune. Cambiare? Certo, sicuro. Cosa? Qui inizia la furbizia contadina del segretario del PD: ci sono cose che non ci piacciono…la scuola va lasciata “tranquilla” (ma cosa vuol dire!?!)…minacce no, per carità noi non minacciamo crisi di governo, pensiamo che si possa “ragionare”…

A forza di ragionamenti, siamo finiti per pagare per i giorni di malattia, per andare in pensione quasi a 70 anni, a non avere più un aumento di stipendio da anni, ad avere tagli all’organico che costringono ai salti mortali, decurtazioni ai fondi per le quali, in una scuola, spendere 100 euro è già un problema…lasciarla “tranquilla”?!? Voleva forse dire che, loro, smetteranno di tassarci e di tagliare? Beh, su questo posso quasi essere d’accordo, nel senso che c’è più poco da sciacallare.

Insomma, da tutta la filippica (vedetela in nota) non si ricava un provvedimento concreto, un fatto certo, una legge da cambiare: nulla.

Vorremmo ricordare all’arzillo segretario del PD una frase di Mao: “Il potere nasce dalla canna del fucile”. Per chi non prende nemmeno in considerazione un voto contrario, nasce dalla canna del gas.

Non soddisfatto dalla bella performance sulla scuola – con vicino un Massimo Giannini del quale lodiamo l’intelligenza, un po’ meno il servilismo di vedersi (è un bravo giornalista) relegato a pappagallo ripetente di domande già concordate – ha dissertato sulle pensioni(2).

Anche qui il solito panorama, anche se qualcosa di concreto c’è: l’idea (lo ripete 50 volte) non è quello di cambiare la riforma Fornero, bensì di migliorarla, renderla “perfettibile”. Come?

Agendo sulla flessibilità in uscita, nel senso che – se vuoi andare in pensione “giovane”, diciamo a 62 anni – ti “riduciamo” la pensione, altrimenti vai da “meno giovane”, ossia a 70. Insomma, a 62 anni 800 euro, a 70 1.400: come aveva già dichiarato all’insediamento del governo Monti(3).

Dobbiamo scaldarci e venirti a votare, dandoti 2 euro, per tutto questo? Neanche una parola sulle scandalose pensioni dei parlamentari e dei manager, sulle liquidazioni stellari, sui finanziamenti in chiaro ed occulti ai partiti: ma per chi ci prendi?

Il bello è che l’avvocato nato a Bettola – nomen omen… – non s’accorge nemmeno della trappola nella quale sta per finire oppure, se lo sa, sta tradendo tutti gli elettori della cosiddetta “sinistra” italiana. Cosa sta tramando il commensale del tavolo appresso?

La novità si chiama Montezemolo.

Il bel Lucherino – “libera e bella” per gli amici, dalla nota pubblicità dello shampoo (per il ciuffo) – è stato obbligato a “scendere in campo” quando s’è visto che un altro “bello” – Casini – non tirava fuori un ragno dal buco: nonostante tutti gli sforzi per dimostrare che “Monti è bello”, mettendogli pure insieme Fini e l’altro bello – Cicciobbello-Rutelli – non riuscivano nemmeno a mettere insieme un misero 8% per arrivare al Senato. Cavoli amari, anzi, amarissimi con Grillo intorno al 20%.

La mossa Montezemolo qualcosa frutterà: senz’altro richiamerà voti dalla corazzata in demolizione del PdL – ma quanti? Dove c’è Berlusconi di mezzo non ci si può mai fidare – e allora, allora…che dire dell’ala “cattolica” del PD?

Quanto valga oggi, prima delle elezioni, la ex Margherita è difficile dirlo ma, se si presentasse con l’appoggio incondizionato a Monti, non crediamo che andrebbe oltre un 5%, ad essere ottimisti (per loro).

Allora, si va alla contrattazione interna (le primarie, appunto) – dove, ricordiamo, basta pagare due euro e può votare anche Berlusconi in maschera – per spuntare nei posti in lista il massimo numero di collegi sicuri, in fin dei conti dei nominati.

L’obiettivo al quale puntano i vari Fioroni, Letta (nipote), Tabacci…è raggiungere almeno il 20% di nominati, facendo forza sull’altra “ala” democristiana della Bindi e di Franceschini: insomma, portare via più posti che è possibile all’ala bersaniana. Poi, quando mancheranno una manciata di voti per una maggioranza (questo è il lavoro occulto di Napolitano) di centro (Monti) che va da gruppi ex PdL (la Bertolini, ad esempio), reduci di AN, passa per il centro di Montezemolo, Casini, Fini e Rutelli e termina con Fioroni alla testa di un partito che, nella realtà dei voti, conta circa il 5% (o meno) dei voti del PD – un 2% a livello nazionale – e che si troverà, invece, una quota di parlamentari più alta.

Ci sembra impossibile che Bersani non ci sia arrivato: lo vedremo dopo l’investitura, se farà oppure no i conti all’interno. Chi resterà e chi se ne andrà prima delle elezioni? No…i democristiani sono troppo furbi per fare mosse azzardate e resteranno buoni buonini, come gatti sul cuscino fino alle elezioni.

Perché, Bersani, non li metti alla prova con un’altra proposta di legge sui matrimoni gay?

Non lo farà: ha troppo paura delle scissioni, vorrà dire che tutto il partito diverrà “montiano” e i democristiani, col loro manipolo, continueranno a controllare quello che un tempo era il grande partito della sinistra.

Tutto ciò, che in realtà segue una progressione costante da anni, ha privato il PD del suo elettorato tradizionale: a forza di “correre al centro”, hanno regalato un quinto dell’elettorato a Grillo. Si tratta di un elettorato che il PD non potrà più utilizzare per un progetto comune della sinistra (qualcuno, all’interno del PD, strizza l’occhio), giacché le posizioni sono diventate troppo distanti.

Così, dalla vittoria in tasca che aveva un anno fa, Bersani si troverà in una posizione ambigua: forte sì di un 35% (con Vendola), ma dall’altra parte i giochi sono più vari e possono, all’occorrenza, mettere insieme il diavolo e l’acqua santa. Basta sostenere Monti.

Facile no?




sabato 24 novembre 2012

Il New York Times spiattella la verità.



Di Lucio Manisco
luciomanisco.eu

La sanguinosa operazione di otto giorni coordinata da mesi con gli Stati Uniti 

“Per Israele il conflitto di Gaza è un “test” del confronto con l’Iran”. Questo il titolo dell’inchiesta pubblicata oggi dal New York Times sulle vere motivazioni che hanno indotto Benjamin Netanyahu a scatenare una pioggia di morte e di distruzione su un milione e mezzo di palestinesi (175 morti, 1.400 feriti): “Il conflitto che si è concluso, per ora, con la cessazione del fuoco tra Hamas e Israele ha avuto l’apparenza dell’ultimo episodio di una periodica prova di forza – scrivono David E. Sanger e Thom Shanker, autori dell’inchiesta – ma secondo funzionari americani e israeliani è stata evidenziata una seconda pianificazione strategica. Lo scontro è stato qualcosa di simile ad un preambolo pratico di ogni futuro confronto con l’Iran in cui hanno avuto un evidente ruolo dei razzi potenziati capaci di raggiungere Gerusalemme e nuovi sistemi antimissilistici per neutralizzarli.”

L’articolo del quotidiano newyorchese (*) stende un pietoso velo sulle finzioni propagandistiche di Gerusalemme, zelantemente condivise dai mass media occidentali, secondo cui l’ultimo eccidio di civili a Gaza sarebbe stato provocato da qualche razzo Kassan caduto sugli insediamenti ebraici nei territori occupati. “Nella realtà – si legge nell’inchiesta – il primo colpo del conflitto degli otto giorni tra Hamas e Israele a rigor di logica è stato sferrato un mese prima su Khartoum, capitale del Sudan, con un’altra misteriosa conflagrazione nella guerra di ombre contro l’Iran”. Viene così sottolineato come la denuncia sudanese secondo cui quattro caccia bombardieri israeliani avrebbero distrutto un deposito di missili a medio raggio Fajr di fabbricazione iraniana destinati ad Hamas sia stata poi convalidata da fonti ufficiose americane e di Gerusalemme. Sanger e Shanker citano poi una fonte insospettabile , Michael B. Oren, storico militare e ambasciatore di Israele a Washington: “Nella crisi missilistica cubana – ha dichiarato ieri l’altro il diplomatico a Washington – gli Stati Uniti non affrontarono Cuba, ma l’Unione Sovietica. Nell’operazione Pilastro Difensivo Israele non ha affrontato Gaza, ma l’Iran”.
Analogia impropria, si legge sul New York Times, perché allora l’Unione Sovietica stava cercando di trasferire a Cuba un arsenale nucleare, mentre a Gaza i razzi e alcuni loro componenti erano convenzionali, e per giunta imprecisi come hanno rivelato fonti israeliane.

Dall’inchiesta si desume che Israele ha deliberatamente provocato il lancio di missili a corta gittata Kassan e a media gittata Fajr sul proprio territorio per testare su un piano operativo di guerra il suo sistema antimissilistico “Cupola di Ferro” basato nei pressi delle centrali nucleari di Dimona (con circa 400 ogive atomiche e termonucleari e altrettanti vettori intercontinentali e a medio raggio) e intorno a Tel Aviv e Gerusalemme. Il sistema, composto da Patriot di nuova generazione del costo di 275 milioni di dollari, è stato fornito ad Israele dagli USA, facendo salire a circa tre miliardi e mezzo di dollari il finanziamento annuale del contribuente americano alla difesa dell’alleato mediorientale. Secondo fonti governative di Gerusalemme “Cupola di Ferro” avrebbe intercettato 350 razzi lanciati da Gaza, nessuno diretto su centri abitati, con la distruzione dell’88% dei bersagli (secondo fonti ufficiose di Washington il sistema avrebbe funzionato solo per il 30%, data anche la traiettoria imprecisa e imprevedibile dei missili di Hamas). L’inchiesta del New York Times pone in luce la stretta collaborazione tra Washington e Gerusalemme nei preparativi dell’offensiva contro Gaza e di quella a più ampio raggio prevista per i prossimi mesi contro l’Iran: vengono citate le manovre aeronavali USA-Israele dello scorso ottobre con il rifornimento in volo degli aerei con la stella di David e quelle con il concorso degli Emirati Arabi e del Regno Saudita nel Golfo Persico. 

Una finzione quindi la “energica mediazione” del Segretario di Stato Hillary Clinton per ottenere la cessazione del fuoco. Anche quella del presidente egiziano assume un significato diverso se è vero che gli obiettivi delle devastazioni e degli eccidi a Gaza sono stati temporaneamente raggiunti, che l’analisi dei risultati richiede un minimo di due settimane, che la mobilitazione di 75.000 riservisti israeliani e lo schieramento di 200 carri armati sulle frontiere meridionali non prevedevano l’invasione del territorio controllato da Hamas, ma facevano parte delle manovre militari in vista di un ben più catastrofico grande conflitto mediorientale.

Il tutto naturalmente nel diritto dello stato ebraico a difendere i suoi cittadini dall’aggressione dei terroristi della striscia di Gaza, un diritto esaltato dalla stampa e dalla televisione occidentali. Deliranti a questo proposito i titoli e gli articoli del Corriere della Sera del 22 novembre u.s.: “Gaza, stop alle incursioni e apertura dei valichi”, “La firma dell’Egitto sulla pace di Obama”, “Essere padre in un paese (n.d.r.: Israele) eternamente vulnerabile”, “…sangue e terrorismo”, “Israele è più sicuro. Hamas è a un bivio” e poi a pagina 40 più di ogni altro dissennato anche se prevedibile l’intervento di Bernard-Henry Levy che se la prende con quei pochi che criticano Israele. Il titolo: “Hamas, un drappello di eroi per i soliti indignati d’Europa”.




venerdì 23 novembre 2012

C'è il gas dietro ai missili su Gaza?


DI MAURO BOTTARELLI
ilsussidiario.net

Lo scorso venerdì ho dedicato il mio articolo (*) a quanto sta accadendo a Gaza e alle ripercussioni finanziarie che questa nuova fiammata di tensione in Medio Oriente può sottendere o innescare. Come sapete, non credo alla vulgata dell’attacco israeliano per ritorsione ai missili lanciati da Hamas: troppo in grande stile l’offensiva, troppe le coincidenze temporali, prima delle quali il nuovo mandato presidenziale a Barack Obama e l’approssimarsi delle elezioni proprio in Israele. Inoltre, anche i media più chiaramente e nettamente schierati al fianco di Israele, nelle loro corrispondenze fanno notare come i missili di Hamas siano, purtroppo, un qualcosa di oramai cristallizzato nel quotidiano.

Detto questo, il sito AsiaNews faceva notare un’altra coincidenza che potrebbe dare una spiegazione al timing dell’attacco. A metà novembre, all’Onu si terrà infatti la discussione sul riconoscimento della Palestina, che passerà da osservatore a Stato non-membro osservatore. Scriveva il Washington Post l’8 novembre scorso: «L’ascesa della Palestina a Stato osservatore non-membro dell’Onu è praticamente un risultato scontato, data la schiacciante maggioranza di membri che nell’Assemblea generale voteranno a favore, mentre solo una manciata - capitanata da Usa e Israele - è contraria. La questione è quindi: quale sarà la reazione di Israele? Il Governo israeliano si sta riunendo per discutere di potenziali misure punitive come ritorsione al miglioramento dello status, un riconoscimento internazionale di fondamentale importanza per i palestinesi. Rimane un’incognita quale potrebbe essere esattamente la mossa degli israeliani, ma con un Israele che non negozia con i palestinesi e che aumenta gli insediamenti dei coloni, rimane molto limitato il numero di opzioni che di fatto si possono concepire non come una punizione e che non facciano già parte di un’abitudine consolidata».

Appare infatti ovvio che il potenziamento dello status della Palestina darebbe più forza alle richieste di riconoscimento dello Stato stesso, composto dalla Sponda Ovest, dalla Striscia di Gaza e da Gerusalemme Est, cioè quei territori conquistati da Israele con la guerra dei 6 giorni nel 1967. Decisamente interessante come lettura.

Ne aggiungo un’altra di ipotesi, sempre legata all’integrità territoriale ma anche alla politica energetica. In perfetta contemporanea con l’offensiva su Gaza, infatti, l’Iran ha reso noto di aver dato inizio alla costruzione di una pipeline per il gas verso la Siria, altro focolaio di tensione nell’area. E proprio il gas potrebbe essere la ragione geostrategica e geofinanziaria di quanto sta accadendo.

Già, perché nel 2000 sono state scoperte enormi riserve di gas proprio sulla costa di Gaza, dopo che l’anno precedente la British Gas (60%) e l’ateniese ma di proprietà libanese Consolidated Contractors International Company (30%) siglarono con l’Autorità palestinese (10% attraverso il suo fondo di investimento) un accordo che garantiva loro i diritti di esplorazione per gas e petrolio nell’area per 25 anni. Inoltre, l’accordo prevedeva anche lo sviluppo di infrastrutture, tra cui la costruzione di un pipeline per il gas. Peccato che la licenza di esplorazione di cui godeva la British Gas coprisse l’intera area marina offshore di Gaza, contigua a molte infrastrutture offshore israeliane sempre per il gas, tanto che il 60% di tutte le riserve di gas lungo la costa Gaza-Israele sono di proprietà palestinese. Dopo la trivellazione di due pozzi nel 2000, denominati Gaza Marine-1 e Gaza Marine-2, la British Gas rese noto che le riserve stimate sarebbero di 1,4 triliardi di piedi cubici, un controvalore pari a circa 4 miliardi di dollari, ma l’estensione delle riserve palestinesi potrebbe essere maggiore.

Ora, a chi appartengono quelle riserve? Da un punto di vista legale ai palestinesi, ma la morte di Arafat, la vittoria di Hamas e la fine ingloriosa dell’Autorità palestinese hanno di fatto permesso a Israele di prenderne il controllo, tanto che la British Gas ha intavolato negoziati con il governo israeliano, bypassando completamente il governo di Hamas sulla questione. Addirittura, nel 2006 l’allora premier britannico Tony Blair in persona intervenne per bloccare il progetto di British Gas di pompare gas palestinese verso l’Egitto, su diretta richiesta di Israele (guarda caso, il governo del Cairo è stato il più duro verso Israele in questi giorni, tramutandosi poi in mediatore per raggiungere la tregua iniziata ieri). 

Da allora il governo israeliano ha più volte cercato un accordo con British Gas, sfruttando il caos ingenerato dalla vittoria elettorale di Hamas, arrivando a un vero e proprio pressing a partire dal giugno 2008, quando cominciò la programmazione dell’invasione di Gaza sostanziatasi con l’attacco nel mese di dicembre. Nulla da fare, fino a quando nel marzo di quest’anno la British Gas ha annunciato un piano per vendere una parte delle concessioni per l’esplorazione al largo di Gaza, tra cui il già citato pozzo Gaza Marine-1 per una cifra tra i 70 e gli 80 milioni di dollari. Dopo tredici anni di tira e molla, insomma, British Gas chiudeva l’avventura. 

Lo scorso 24 settembre, poi, fonti israeliane rendevano pubblico il fatto che Israele e l’Autorità palestinese avevano tenuto dei colloqui proprio riguardo lo sviluppo di un nuovo pozzo al largo di Gaza, i cui proventi sarebbero serviti a contribuire alla sostenibilità fiscale palestinese, al livello peggiore dal 1994. Un alto dirigente del ministero della Difesa dichiarò alla stampa: «Abbiamo trovato un accordo sui principi e ora, come Israele, siamo pronti a muoverci spediti verso il processo operativo». Silenzio totale sui dettagli, se non un particolare: dell’accordo farebbe parte la decisione di Israele di rilasciare 5mila nuovi permessi di lavoro sul suo territorio all’Autorità palestinese per cittadini di Gaza disoccupati, portando il numero totale a 46.450.

Non sarà che Hamas non vuole questo tipo di collaborazione tra Israele e Autorità palestinese e abbia quindi aumentato la portata degli attacchi, facendo di fatto il gioco di Tel Aviv, pronta a entrare in gioco e con l’opzione dell’attacco di terra che potrebbe garantire il controllo, anche fisico, di quelle aree così strategiche? Israele, d’altronde, si fa forte del diritto esclusivo di fornitura energetica nella Striscia di Gaza, in perenne stato di emergenza e blackout, nonostante il gas scoperto al largo di Gaza garantirebbe indipendenza ai palestinesi per 15 anni. 

Cui prodest questo continuo braccio di ferro? A Israele? O forse ad Hamas, oramai legata mani e piedi al regime iraniano che la foraggia? Una cosa è certa: non ai cittadini della Striscia o di Israele. 

P.S.: Non guardate troppo alla Grecia, fate attenzione all’Argentina. Già, perché il Paese sudamericano il prossimo dicembre potrebbe fare default un’altra volta. La Corte distrettuale di New York ha infatti dato ragione a due hedge funds che si rifiutarono di aderire alla ristrutturazione dei debiti del Paese nel 2001 e quindi Buenos Aires dovrà pagare loro 1,3 miliardi di dollari entro il 15 dicembre. Il problema è che proprio il mese prossimo l’Argentina dovrà pagare 3,4 miliardi in totale a vari detentori dei bonds ristrutturati su regolari scadenze: il primo appuntamento - di piccola entità - è previsto già per il 2 dicembre. Se però entro il 15 non verranno pagati i due hedge funds, si bloccheranno automaticamente tutti gli altri pagamenti regolari ai detentori e sarà molto probabilmente un nuovo default sovrano. Non a caso, sul mercato nelle ultime settimane i grandi players hanno fatto scorpacciate di credit default swaps argentini.

La storia si ripete, attenzione che quei piccoli “fondi locusta” che hanno comprato bonds greci denominati in diritto britannico e che non hanno aderito allo swap di marzo non possano presto fare altrettanto. Scatenando l’inferno nell’intera eurozona, visto che sarà default disordinato. Che a qualcuno questa arma di distruzione di massa possa far comodo? La troppa tranquillità sui mercati e la volatilità ai minimi di questi giorni a me fanno una paura terrificante, ve lo assicuro. 

Mauro Bottarelli
Fonte: www.ilsussidiario.net

giovedì 22 novembre 2012

Siamo in ritardo ma...






Dobbiamo cambiare il sistema di produzione, ridurre i consumi e cancellare gli sprechi, non è un’opinione, ma una condizione indispensabile per la nostra sopravvivenza. Già ad agosto, com’è noto, abbiamo raggiunto il massimo carico sopportabile dal pianeta, era il mese di agosto quando siamo arrivati all’overshoot day. Prima usciremo dalla religione della crescita e prima potremmo giungere alla prosperenza.
E’ altrettanto noto che si è sostenibili quando non si compromettono le risorse delle future generazioni, ed è altrettanto noto che, ahimé, diversi ecosistemi sono stati distrutti, specie estinte, e diverse risorse stanno raggiungendo il picco massimo.
“Sembra” che la stupidità regni il mondo. Anche i sistemi di controllo sociale sono aumentati, sono più persuasivi e più pervasivi: social media, microchip, e moneta elettronica.
Da questa catastrofe ampiamente annunciata negli anni ’70, ora ne vediamo le facce e le sfaccettature: deliri collettivi, regressioni psicologiche ed ethos infantilistico fra gli adulti, aumento dell’ignoranza di base e dell’ignoranza di ritorno, scarsa propensione alla lettura di saggi, incapacità di scegliere e valutare. Queste caratteristiche sono ampiamente diffuse nel nostro paese, mentre per fortuna in altri luoghi – sud America – aumenta il risveglio delle coscienze ed internet offre opportunità straordinarie di condivisione.

Chi ha potuto iniziare il processo di risveglio arrivando ad una massa critica sufficiente ha la straordinaria opportunità di progettare e costruire la transizione, e vivere in comunità libere, autosufficienti, realizzando la “civiltà contadina modernizzata”. Le risorse ci sono, ma bisogna pensare il cambiamento muovendosi dal basso e dall’alto. I cittadini sono la risorsa principale, e pertanto è necessario progettare comunità sostenibili partendo dai piccoli centri ove la risorsa naturale è ancora a portata di mano, mentre le città abbisognano di invertire il processo espansivo. Se una volta il cemento consumava suoli agricoli, oggi è auspicabile il contrario, l’agricoltura entra nella città per i bisogni alimentari dei cittadini attraverso orti sinergici auto gestiti. Se l’economia produceva per vendere in tutto il mondo, oggi l’economia deve produrre per il territorio locale. Inoltre, è obbligatorio avviare un progetto di recupero degli edifici esistenti, sia dal punto di visto energetico – smart grid – che dal punto di vista statico, poiché siamo giunti alla fine del ciclo vita di tanti edifici costruiti negli ’40, ’50, ’60 e ’70 e si rende necessario prevenire e ridurre il rischio sismico. I grandi complessi industriali stanno chiudendo e la nuova occupazione trova impiego nella manutenzione naturale dei suoli e dei territori, bonificando i suoli contaminati, e conservando le ricchezze naturali, artistiche e storiche. Nuova occupazione sorge da cooperative agricole energeticamente autosufficienti grazie all’economia della sussistenza.  Tutto ciò non solo è possibile, auspicabile, ma è l’unica strada necessaria per la sopravvivenza, è l’unica proposta alternativa a un sistema politico, economico palesemente immorale e dannoso all’essere umano.


Il romanzo di centro e di periferia.


di Alberto Bagnai.

I protagonisti sono due: quello maschile è un paese sviluppato, lo chiameremo “il centro”, con una forte base finanziaria e industriale; quello femminile è un paese, o un gruppo di paesi, relativamente arretrato, che chiameremo “periferia”.

Fra centro e periferia l’attrazione è subitanea e fatale (soprattutto per la periferia), ma, come in ogni trama che si rispetti, la diversità di origini pone qualche problema. Dove sarebbe altrimenti l’interesse della storia? La storia è interessante proprio perché i protagonisti sono diversi, molto diversi.

Il centro è un ragazzo moderno, spregiudicato, mentre la periferia è una ragazza all’antica, risparmiatrice, saggia, e un po’ repressa. Che pensate? No, non sessualmente repressa! Questo, al centro, non interessa. Non ricordate? Il centro è virtuoso. Lapida le adultere (dopo esserci andato a letto).

No, la periferia è, come dicono gli economisti, un po’ repressa finanziariamente, il che significa, in buona sostanza, che nella periferia lo Stato mantiene un certo grado di controllo sul circuito del risparmio e dell’investimento.

Ad esempio, pensate un po’ che idea bislacca, nella periferia si considera la politica monetaria come uno strumento a disposizione dell’azione del governo, da mantenere, sia pure in forma mediata, sotto il controllo della sovranità democratica dei cittadini. Avete capito bene: è esattamente quello che gli intellettuali della nostra sinistra definirebbero “populismo”, che è poi il termine con il quale certi sinistri intellettuali etichettano qualsiasi circostanza nella quale il popolo non fa ciò che loro hanno deciso che faccia. Che ne sa il popolo della moneta?

La periferia è repressa e populista, e da questo scaturiscono tutta una serie di vetuste pratiche: la banca centrale non è “indipendente” (che poi significa indipendente dai lavoratori, ovviamente, non dai capitalisti), e una serie di istituzioni finanziarie (banche, fondi pensione) sono sotto il diretto o indiretto controllo dello Stato; il costo del denaro quindi non è fissato ad arbitrio del mercato, ma è gestito, indirizzato, dallo Stato; e per realizzare questo obiettivo i movimenti internazionali di capitali sono sottoposti a controlli, perché altrimenti i capitali fuggirebbero in cerca di miglior remunerazione altrove; ma non solo i deflussi, anche gli afflussi di capitali sono controllati, dalla periferia repressa: l’idea moderna che le aziende (pubbliche o private) nazionali siano lì per essere messe in vendita al miglior offerente, questa idea tanto progredita, nella periferia ancora non è arrivata; e questo vale soprattutto in ambito finanziario, dove si applica alle banche estere quel principio che i paesi progrediti applicano solo ai lavoratori esteri: “Io non sono razzista, basta che ognuno stia a casa sua”; principio che fa rabbrividire quando è applicato alle persone, e anche quando non è applicato alle banche; invece, guarda un po’, la periferia è talmente repressa che perfino le istituzioni finanziarie nazionali vengono controllate dallo Stato, che impone loro vincoli di portafoglio, che poi significa che queste istituzioni sono obbligate ad acquistare una certa quota di titoli del debito pubblico; e impone anche massimali sul credito, che significa che le banche non possono prestare troppo, cioè che i privati non possono indebitarsi troppo; del resto, nemmeno lo Stato si indebita troppo, e anzi il suo debito in rapporto al Pil scende, perché i tassi di interesse sono tenuti sotto controllo, e quindi non è necessario rincorrere, aumentando la pressione fiscale e diminuendo la spesa per i servizi essenziali, l’esplosione della spesa per interessi (che poi significa redistribuire reddito dai contribuenti che contribuiscono ai detentori dei titoli del debito... che spesso non contribuiscono). 

Ecco: questa è la repressione finanziaria. Non se n’è occupato Sigmund Freud, maCarmen Reinhart (fra gli altri). Qualcuno, più cortese, la chiama “regolamentazione” dei mercati finanziari.

Vi sembra un mondo così strano, così vetusto? Be’, avete memoria corta: fino agli anni ’80 questo mondo è stato il nostro mondo, il mondo occidentale, ed è ormai chiaro che occorre che torni nuovamente a esserlo.
Comunque, quel mondo ora non è più il nostro, e quindi così non va: il centro, che è un ragazzo evoluto, non può mica presentare ai propri genitori, i mercati, una ragazza così fuori moda! E allora il centro “suggerisce” alla periferia qualche riforma, anzi, due riforme a caso, sempre quelle: l’adozione di un tasso di cambio fisso e la liberalizzazione, dei mercati finanziari, e anche, a valle, dei movimenti internazionali di capitale.

Il centro, che è un po’ un furbetto, ottiene così due vantaggi. Vantaggio numero uno: in periferia la liberalizzazione dei mercati finanziari necessariamente fa salire i tassi d’interesse. Pensate: lo Stato non può più contare su una serie di acquirenti istituzionali per i suoi titoli (non la Banca centrale, che diventa “indipendente”; non le banche e i fondi pensione, che piano piano passano in mano al settore privato), e quindi per finanziarsi deve offrire tassi d’interesse più alti.

Ma anche i tassi del settore privato vengono liberalizzati, e quindi tendenzialmente crescono. Pensate: in periferia di capitali in effetti bisogno ce n’è, visto che, come abbiamo detto, la sua base industriale è arretrata, il che necessariamente comporta che i tassi d’interesse tendano ad essere alti. Ma prima, quando la periferia era repressa, lo Stato in qualche modo controllava il costo del denaro, mantenendolo entro limiti da lui stabiliti. Certo, in questo modo il denaro costava relativamente poco, ma se l’economia si surriscaldava, perché gli imprenditori ne prendevano troppo in prestito, lo Stato interveniva, magari con strumenti di tipo quantitativo, come il massimale sugli impieghi: se, per un dato costo del denaro, il settore privato si stava indebitando troppo, finanziando in debito la propria domanda di beni, semplicemente lo Stato proibiva alle banche di prestare oltre un certo limite. Ma ora i controlli quantitativi vengono aboliti: che brutta cosa, sa di economia pianificata, mica siamo bolscevichi! Il mercato sa cosa fare, lasciamo che domanda e offerta siano guidate dal prezzo, liberalizziamo i tassi! Quindi, se si vuole evitare che venga erogato troppo credito necessariamente bisogna lasciare che il tasso di interesse cresca. Certo: in questo modo gli imprenditori locali ci pensano due volte a indebitarsi a tassi più alti (legge della domanda e dell’offerta: costa di più, compro di meno).

Ma... forse avete dimenticato un dettaglio. Eh già! Abbiamo liberalizzato anche i movimenti internazionali di capitali. E allora cosa succede? Succede che i creditori del centro, le grandi banche del sistema maturo, attirati dai tassi più alti, esportano i capitali in periferia. Capitali ne hanno, e come! Il centro ha un’industria che guadagna bene, e gli industriali non son soliti tenere i soldi sotto il materasso, sapete? Quindi le banche del centro i soldi ce li hanno, e li spostano in periferia, dove lo Stato e i privati pagano interessi più alti che nel centro, maturo, sazio e repleto di capitali.

Come fanno? In mille modi: aprono filiali delle loro banche nella periferia (ora si può); aprono finanziarie che gestiscono il risparmio o erogano credito al consumo (ora si può); magari integrano queste finanziarie nelle catene di distribuzione (supermercati, concessionarie) che nel frattempo si sono acquistate (ora si può); e poi possono sempre intervenire nei mercati borsistici e acquistare pacchetti di controllo di aziende nazionali (ora si può); e se qualche azienda nazionale che fa bei soldi fosse, malauguratamente, pubblica, non c’è problema: si comprano due o tre giornali (ora si può) e un po’ di ministri (questo si è sempre potuto), e si comincia a diffondere ventiquattro ore su ventiquattro l’idea che lo Stato è inefficiente e fonte di ogni male, e che quindi bisogna privatizzare le aziende pubbliche, partendo da quelle che funzionano, e il gioco è fatto.

Illustri economisti, dalle colonne di prestigiosi quotidiani, annuiranno compiaciuti.

Ma perché siamo partiti dalla fissazione del cambio? Ma è semplice! Perché i capitalisti del centro desiderano (legittimamente) lucrare lo spread, la differenza, fra i tassi d’interesse, senza patire rischio di cambio, cioè senza correre il rischio che la periferia svaluti, come sarebbe in fondo naturale per un paese che diventa importatore netto di capitali e quindi di merci. In fondo non c’è nulla di male: giochi innocenti, purché si sappia smettere al momento debito (cioè: al momento giusto, ma non so perché mi è venuta la parola “debito”).

E poi, pensateci un momento. Se anche i tassi d’interesse fossero uguali al centro e alla periferia, fissando il cambio, un effetto comunque lo si ottiene. Sapete quale? Ve lo dico subito: aumenta lo spread. “Come?” direte voi “Ma adottando un cambio credibile non si abbassano forse gli spread, com’è successo in Europa, dove i greci e gli spagnoli hanno potuto beneficiare di tassi tedeschi?” Aspettate un attimo: al vostro ragionamento manca un pezzo.

Se si effettua un investimento in un’altra valuta, nel rendimento complessivo bisogna anche considerare la rivalutazione o svalutazione attesa di questa valuta. Esempio pratico: prima dell’euro, il tedesco che prestava allo spagnolo doveva guardare non solo ai tassi d’interesse (più alti in Spagna), ma anche a cosa avrebbe fatto il cambio. Ti serve a poco guadagnare un punto di interesse in più prestando a Carlos anziché a Hans, se poi Carlos svaluta, poniamo, del 4%, giusto? Dice: ma noi quando parliamo di spread confrontiamo solo due tassi di interesse, mica parliamo di cambio. E certo, appunto: oggi il cambio non c’è più: è 1 euro (italiano) per 1 euro (tedesco). Per questo non parliamo di cambio, perché il cambio non c’è. Ma quando c’era se ne parlava.

Vuoi un esempio? Nel 1998, un anno prima dell’entrata in Eurolandia, il tasso d’interesse sui titoli a lungo termine era 4.8 in Spagna contro 4.6 in Germania (dati IFS, 2010), e quindi lo spread era 0.2, cioè 20 punti base. Ma siccome la peseta nel 1998 perse circa l’1.2% sul marco, lo spread effettivo, cioè corretto per la svalutazione, fu negativo: 0.2-1.2=-1.0, cioè l’investitore tedesco prestando a Carlos in fondo ci avrebbe rimesso. Meglio prestare a Hans. Nel 1999 i due tassi erano entrambi scesi, di conserva: Germania 4.7, Spagna 4.5. Lo spread quindi era 0.2, come l’anno prima. E quello corretto per la svalutazione? Ehi, amico, sveglia! Nel 1999 c’era l’euro, quindi non bisognava più correggere per la svalutazione. Capisci cosa significa? Significa che lo spread della Spagna era passato da -1.0 a 0.2, cioè era aumentato di 1.2, di 120 punti base. Con l’euro, meglio prestare a Carlos, no? Sembra poco, lo so, a me e a te che movimentiamo un conto corrente a tre zeri (se va bene): ma se tu muovessi milioni di euro, questa differenza di rendimenti diventerebbe significativa, credimi, e porteresti i tuoi soldini dove essa è positiva: nell’esempio, in Spagna.

L’arrivo di liquidità in periferia apre nuove opportunità d’investimento e di consumo, sia perché l’afflusso di denaro dall’estero, piano piano, dopo la fase iniziale, fa diminuire tassi e spread (legge della domanda e dell’offerta), sia perché la liberalizzazione dei mercati finanziari crea nuove possibilità di spesa. Nel mondo represso non si “fanno le rate” per un televisore. In quello libero sì. Gli economisti li chiamano “mercati finanziari perfetti”, quelli dove si può avere tutto subito, perché trovi sempre qualcuno che ti finanzia, ovviamente pagando un prezzo. Quindi la periferia è euforica: le sembra di toccare il cielo con un dito: titillata dai capitali del centro raggiunge vette di piacere consumistico per lei insospettate fino a pochi mesi prima. Orgasmi multipli, lubrificati dalle rate: nuova automobile, nuovo frigorifero, nuovo televisore... Per non parlare della possibilità di contrarre mutui per acquistare prime, e anche seconde case (perché spesso, nella periferia, la prima casa una famiglia ce l’ha)...

Come avrete capito, qui subentra il secondo vantaggio per il centro: drogando coi propri capitali la crescita dei redditi della periferia, il centro si assicura un mercato di sbocco per i propri beni, che i cittadini della periferia possono ora acquistare grazie agli effetti diretti e indiretti di un più facile accesso al credito.
Insomma: è la solita storia. Il centro versa da bere, la periferia, distratta (d’accordo, non sempre), beve, e accorda al centro gli estremi favori... dei suoi cittadini, che comprano, comprano, comprano, assorbendo il sovrappiù del maturo sistema industriale del centro. 

Inizia la parte triste della storia.

La periferia si gonfia.

E anche qui siete fuori strada: non è una gravidanza, ma una bolla.

Cos’è una gravidanza lo sapete, questo è decisamente un libro per adulti. Ma siete sicuri di sapere cos’è una bolla? Come la definireste? Va bene, dai, non voglio mettervi in difficoltà. In fondo, se qualcuno chiedesse a me cos’è esattamente una gravidanza, non sono sicuro che saprei rispondere in modo tecnicamente esatto. Una bolla è lo scostamento del prezzo di un’attività finanziaria dal suo valore fondamentale. Mi spiego. Il valore attuale di un’azione, in linea teorica, dipende dal valore dei dividendi futuri, da quanto reddito l’azione ti garantisce nel lungo termine. Un valore incerto, naturalmente. L’azione però può anche essere comprata e venduta liberamente, lo sapete. Ora, succede che se qualcuno si aspetta che i rendimenti futuri crescano, offrirà di più per acquistare una data azione. E se qualcuno si aspetta che qualcun altro offra di più per acquistare un’azione, cercherà di acquistarla, per venderla quando l’altro sarà disposto a pagarla di più, ma così facendo (cioè acquistandola) contribuisce a farne salire il prezzo. Si chiama “aspettativa che si autorealizza” (self-fulfilling expectation). Ora, siccome al primo che fa questo ragionamento le cose vanno, evidentemente, bene, anche un secondo, e poi un terzo, e poi un quarto, si accodano, domandando quell’azione, il cui prezzo viene spinto su da una domanda che non ha più alcuna relazione con il rendimento atteso a lungo termine (i dividendi futuri), ma solo con l’aspettativa che tutti hanno che il prezzo cresca.

Capite cosa vuol dire che il prezzo si scosta dal valore fondamentale? La matematica finanziaria ci insegna che con tassi al 5%, ha un senso pagare 20 un pezzo di carta che ogni anno ti paga un reddito di 1. Ma se per qualche motivo quel pezzo di carta lo vogliono tutti, tu magari ti trovi a pagarlo 100, e lo fai volentieri, perché pensi che dopodomani lo vendi a 150. Perbacco! Vuoi mettere il 50% in due giorni rispetto al 5% in un anno?

Ma quanto possano essere lunghe quarantotto ore lo sanno bene quelli che avevano azioni in portafoglio il 25 ottobre del 1929, aspettando la riapertura dei mercati il lunedì successivo, sì, proprio quello passato alla storia come “lunedì nero”.

E la bolla immobiliare? Semplice: tornate indietro di qualche riga, sostituite alla parola “azione” la parola “appartamento”, e alla parola “dividendo” la parola “affitto”, ed ecco la bolla immobiliare. La quale, però, una differenza ce l’ha: che gli appartamenti sono meno “liquidi” delle azioni: non basta telefonare al proprio promotore finanziario per disfarsene...

Insomma: la periferia, grazie ai capitali esteri, cresce. Crescono i consumi, crescono anche gli investimenti. Allettati dalla sua crescita, i mercati convogliano verso di essa capitali in misura sempre maggiore, tanto più che la crescita drogata dal debito privato (i capitali esteri prestati a famiglie e imprese) causa un miglioramento delle finanze pubbliche: il rapporto debito pubblico/Pil si stabilizza o scende. I grulli (o i furbi?) per i quali “l’unico debito è quello pubblico” sono così rassicurati. Quanto sembra virtuosa la periferia agli sceriffi (ingenui o conniventi?) del Fondo Monetario Internazionale! Vedi? La periferia è una brava ragazza, ha fatto quello che dicevamo noi, gli sceriffi: si è data un cambio “credibile” (infausto eufemismo), si è fatta un tantinello zoccola, cioè si è liberalizzata, e i risultati si vedono...

Libertà (finanziaria), quanti delitti si commettono in tuo nome!

L’afflusso di capitali non è più guidato dallo spread, dalla differenza fra tassi della periferia e tassi del centro. Può infatti accadere (ma non sempre accade) che questa differenza si riduca: la mobilità dei capitali, dicono i libri degli economisti, eguaglia i rendimenti da un paese all’altro (legge della domanda e dell’offerta). Non è sempre così, ma anche fosse,ormai quello che attira i capitali in periferia non è il tasso d’interesse, il rendimento a lungo termine, ma il guadagno in conto capitale, la crescita convulsa del prezzo delle attività.

Nell’economia drogata sale la febbre: l’accesso al credito facile fa salire l’inflazione, e se all’inizio ci si rivolgeva all’estero per comprare beni di lusso, col tempo i prodotti esteri diventano competitivi anche sulle fasce più basse, perché i prezzi interni sono cresciuti, quindi il deficit commerciale si approfondisce, e occorrono nuovi capitali esteri per finanziarlo. Del resto, lo abbiamo detto prima: un importatore netto di capitali è anche un importatore netto di beni.

Proprio così: drogata, la periferia è drogata di capitali esteri, e la dose deve essere sempre maggiore, per fare effetto. Non c’è crimine verso se stessa che la periferia non perpetri pur di ottenerla. Si prostituisce in ogni modo, distruggendo in pochi anni lo stile di vita e le ragionevoli aspettative di reddito dei suoi cittadini, che si vedono privati dall’oggi al domani di diritti che ritenevano acquisiti, come quelli all’assistenza e alla previdenza; smantellando il proprio sistema industriale, che tanto non le serve più, perché i capitali arrivano, quindi arriveranno sempre, e sarà sempre possibile acquistare all’estero, dove lo fanno tanto meglio, quello che non si ha più convenienza a produrre in casa; cedendo insomma il meglio di se stessa, tutta se stessa, al centro.

“Mi ami, centro?” “Certo, periferia!” “E mi amerai sempre, vero?” “Certo, sciocchina, che domande sono! A proposito, ma cosa te ne fai di quell’industria petrolifera, come si chiama... Ani, Azienda nazionale idrocarburi... Dai, dammela, su, dammi l’Ani, che in cambio avrai un afflusso di capitali che neanche te l’immagini” “Ma devo darti anche questo?” “Ormai mi hai dato tutto!” “Ma la mamma mi ha detto...” “La mamma? Ma hai visto Solone e Licurgo dalle colonne del Corriere? Vedi come ti incitano a vendere l’Ani” “Ma io ho un po’ paura...” “Ma io ti amo, periferia. Dai, dimmi di sì, e vedrai quanta liquidità inietterò nel tuo circuito...”

La sventurata rispose.

Il fatto però è che esiste una legge non so se dell’economia o proprio della natura, quella che dice che “il troppo stroppia”. In economia penso la chiamino legge dei rendimenti decrescenti. Trovare impieghi produttivi per masse enormi e crescenti di capitali non è facile, e gli afflussi di capitali (sì, proprio quelli dei quali i nostri Quisling tanto lamentano la carenza in Italia), sono, per il paese che li riceve, debiti esteri, che occorrerà rimborsare, e che però, quanto più crescono, tanto meno producono i redditi necessari a ripagarli.

Ah, non lo sapevate? Come? Proprio voi, i luogocomunisti, gli spaghetti-liberisti, gli araldi del libero mercato e dell’economia ortodossa, mi ignorate quest’altra semplice verità: non ci sono pasti gratis, no free lunch, non puoi avere qualcosa per niente. Ah, capisco, capisco... In effetti, sì, mi era sembrato di leggere qualcosa del genere nei giornali italiani. Sapete, io ormai li uso solo per incartare il pesce, e così, fra una squama di branzino e uno schizzo di nero di seppia mi era sembrato in effetti di intravvedere che esiste in Italia una sinistra genia di imbecilli che pensa che i capitali arrivino dall’estero gratis, che gli imprenditori esteri comprino azioni italiane, o comunque acquisiscano il controllo di aziende italiane, perché noi siamo simpatici, creativi, insomma, perché ci vogliono bene. E che quindi gli afflussi di capitali sono un bene: noi ne abbiamo bisogno, loro ce li danno, e la storia finisce lì. Ma pensavo di aver letto male, sapete, nella fretta, la padella sul fuoco, gli ospiti in terrazza... Invece voi mi dite che c’è veramente qualcuno che è così cretino da pensare che l’estero i capitali li regali!? E quindi che la svendita delle aziende pubbliche e private italiane a investitori esteri vada non solo non ostacolata, ma addirittura favorita!? E mi dite addirittura che glielo fanno scrivere sui giornali!?

Ma io, da domani, con quei giornali non ci incarto più nemmeno il pesce. Il nobile branzino non merita un sudario tanto abietto...

Vi spiego: chi presta, che deve farsi ridare i soldi con gli interessi, lo sa. Mica pensa di regalarli. Fosse scemo! E questo vale per tutti i tipi di prestiti, capite?

Esempio: chi acquista un’azienda in periferia non lo fa perché vuole portare in periferia lavoro e crescita (in effetti, in due casi su tre comincia col licenziare qualcuno, ci avevate fatto caso?). No: lo fa perché vuole giustamente far profitti e poi riportarli al centro (e magari, per farne di più, di profitti, passa sopra a qualche regola, ci avevate fatto caso?).Ecco, cercate di chiavarvi in capo questa semplice realtà: quello che oggi è un afflusso di capitali domani diventa un deflusso di redditi. L’afflusso di capitali dall’estero (per comprare un titolo pubblico, per finanziare l’acquisto della seconda casa o del primo televisore al plasma di un privato, per acquistare un’azienda), domani diventa un deflusso di redditi verso l’estero (interessi o profitti). Capito? Oggi entrano i soldi, sotto forma di credito (per il centro), cioè debito (per la periferia). Domani i soldi escono, sono redditi passivi in bilancia dei pagamenti, redditi che ampliano ancora di più il deficit estero della periferia, la quale, come usura insegna, a un certo punto è costretta a farsi prestare altri capitali, non più per finanziare investimenti produttivi, e nemmeno per finanziare consumi, ma semplicemente... per pagare gli interessi! E quei capitali, la periferia, all’inizio nemmeno voleva, all’inizio non ne aveva nemmeno bisogno, ricordate? Perché nel mondo “represso” il circuito del risparmio si chiudeva all’interno del paese: alla periferia bastavano i risparmi dei suoi cittadini, che ne avevano, perché siccome non tutto era stato privatizzato, e quindi i servizi essenziali non costavano somme sempre maggiori, in fondo non si stava così male, qualcosa si risparmiava. 

Ci si avvicina al triste epilogo.

Un bel giorno la periferia si sveglia, ha le nausee, vomita. Una grossa azienda va in crisi finanziaria? Le banche accusano “sofferenze” (che poi significa che capiscono che i loro debitori non ce la faranno a restituire i soldi)? Insomma, succede qualcosa, e l’amore finisce, lasciando il posto a una certa insofferenza. Il centro comincia a dubitare della capacità della periferia di rimborsare i propri debiti. Esige così il pagamento di interessi sempre più alti a copertura del rischio, lo spread, che era partito alto (vi ricordate?), e poi si era annullato, decolla di nuovo. La periferia si avvita nella spirale del debito estero, si gonfia sempre di più, e per sapere il seguito basta aprire un giornale. Non è un happy ending.



Comincia oggi il "dirupo energetico" mondiale.


FONTE: PETROLICO (BLOG)

"Chi ha la fede nel comune dio cattivo e stupido 
degli ebrei e dei musulmani e dei cristiani, 
se ne frega altamente della verità, 
è per questo che, da generazioni, la nostra unica e vera missione è 
peggiorare il mondo, sterilizzare la vita, normalizzare le diversità, 
aumentare la menzogna e stare sempre dalla parte dell'unica certezza, che è racchiusa in questa frase:
'meglio esser stato il macellaio che il vitello'." 
Un anonimo lettore italiano di un filosofo tedesco dimenticato

Da oggi smetteremo bruscamente di disporre di "abbastanza" energia pro-capite. Il dirupo di Olduvai è venuto a trovarmi al lavoro, in casa, è dentro di me e non credo mi lascerà.
Con un buco nello stomaco, aggiorno il post precedente. (vedi più sotto, "Iran, è embargo totale da 48 ore...")

Questa notte le banche francesi hanno bloccato tutti i conti correnti delle aziende che importano ed esportano da e verso l'Iran: dopo sei anni di embargo, per la prima volta si applicano TUTTE le restrizioni possibili, addiritura più in fretta e più potentemente di quanto si fece con l'Iraq di Saddam. Israele vuole sangue.

La NATO è il suo assetato cane da guardia. Le somme sui conti posti sotto sequestro non sono esigibili fino a data da destinarsi. Ieri è morto d'infarto il responsabile iraniano dell'esportazione di pistacchi biologici e solidali che ci rifornisce da anni... Voi come reagireste alla notizia che tutti i soci della cooperativa che hanno lavorato mesi e mesi nel rispetto della terra e degli altri, per inviare una parte importante dei raccolti all'estero, non saranno (forse mai) più pagati? 

Anche il nostro intermediario della cooperativa che si occupa dei datteri biologici, che vive in Francia, ha avuto il conto corrente bloccato ed è in corso la procedura di sequestro delle somme, mentre due camion di merce sono fermi alla dogana e kilogrammi di merce finirà sequestrata da qualche funzionario disonesto o forse addirittura in una discarica o un inceneritore da qualche parte in Iran. Per Giacomo Matteotti la Seconda Guerra Mondiale ebbe inizio nel 1924, per me inizia nel novembre 2012.  

Per la prima volta non mi sento più "superiore e/o lontano da quel che di male altrove accade", credo sia un altro passo verso la fine dell'Europa e dell'Italia. Io, come tanti di voi, lettori se mai ho avuto una qualsiasi anche minima importanza o privilegio o protezione dai e nei fatti del mondo in quanto europeo o italiano o immigrato in Francia, finalmente sono un inutile fragilissimo cretino sottomesso e suddito ai grafici di qualche banca e di pochi governi. Sono toccato dalla guerra in prima persona, è qualcosa di sottile che purtroppo non mostra sintomi, ne' tanto meno ha rimedii, che siano descritti nei libri di medicina o nelle nostre vecchie e calpestate costituzioni democratiche... 


Iran, è embargo totale da 48 ore... 

"Il mondo va avanti a menzogne e dittatori da millenni,  speriamo non manchino mai almeno gli stupidi che a loro credono."  Anonimo ed inutile idiota

Non ne parla nessuno, perchè quando è tutto l'impero a crollare le notizie sono davvero inutili, in quanto "vengono a fatti da un pezzo avvenuti", ma io ho l'unica prova che mi serve...

Da due giorni, per la prima volta da trent'anni a questa parte, non esce più nulla legalmente dall'Iran, nemmeno quel poco cibo in cambio di poca valuta estera (da cambiare al mercato nero, ormai quasi prevalente rispetto al corso ufficiale). Nessuno sa quanto durerà. Nel mio piccolo aspettavo datteri e pistacchi, ma il mio amico e collega iraniano (emigrato in Francia poco prima dello scoccare della guerra tra Iran ed Iraq...) quando ha riattaccato il telefono col suo intermediario in Iran aveva quasi le lacrime agli occhi. 
Passato qualche secondo, ha ripetuto due volte: "adesso gli schizzi di merda toccano anche noi, mi sa che stavolta è finita, tutto il peggio è possibile".

Prima delle ultime elezioni americane diceva che "gli americani non possono fare due guerre insieme, quella delle elezioni e quella all'Iran", e che non sarebbe successo nulla di grave. Ma le elezioni sono passate. Obama è stato rieletto portavoce ed esecutore dei programmi di "Big Data" ed il responso "Go to war!" è prossimo. Anche se sarà un evento distruttivo, sarà meno peggio che distruggersi lentamente secondo i responsi (spesso "errati a posteriori") dei calcolatori.

Il temibile fenomeno del target fixation* è conosciuto dai paracadutisti e dai piloti: in una situazione di emergenza, all'avvicinarsi di un oggetto assolutamente da schivare (albero solitario in una prateria o grande palazzo vicino ad una pista), l'errore umano più classico nell'atterrare è fissare l'attenzione e dirigere l'azione proprio verso l'oggetto da evitare. Aumentando i danni esponenzialmente ed in maniera imprevedibile.
Lo stesso errore potrebbe farlo "Big Data", che guida gran parte dei mercati, dei governi, delle miniere e dei giacimenti, delle battaglie e delle guerre, sempre con maggiore efficacia. "Big Data" sa che due cose in politica estera non debbono essere fatte, pena la distruzione di decenni o centinaia di anni di civiltà in pochissimo tempo: attaccare l'Iran ed attaccare la Cina. Quale oggetto da evitare sarà troppo a lungo fissato? 

Finora il mio caro amico iraniano ha indovinato le sorti di tutti gli utili regimi caduti nell'ultimo decennio, e con mesi di anticipo. Vedete tutti nella vostra vita di importatori di energia come son cambiate le cose dopo l'assassinio di Gheddafi.... Se cade Ahmadinejad non è detto che semplicemente cliccando su un interruttore si accendano le luci di casa vostra nei prossimi anni, anche in Europa. 



mercoledì 21 novembre 2012

Quel fenomeno di Grillo: dentro o fuori il sistema?


DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

Occorre dirlo per prima cosa, per evitare qualsiasi ambiguità o fraintendimento: Beppe Grillo non è bravo, è fenomenale. E non parliamo del comico, che può piacere o meno, ma proprio del politico. Di più, del lato strategico del politico. Essere riuscito a fare quello che ha fatto e quello che con molta probabilità riuscirà a fare, all'interno del blocco (finto) democratico e mediatico attuale che è in regime sul nostro Paese significa avere veramente qualcosa in più. 

Grillo è addirittura eccezionale nell'uso della comunicazione e nell'utilizzo dei media, in primo luogo della televisione, che riesce a piegare alle sue necessità senza frequentarla direttamente ed è bravissimo dal punto di vista organizzativo. Lui o in ogni caso lo staff che, a tale scopo, ha attorno. 

E chiariamoci subito anche dal punto di vista della querelle Casaleggio: chiunque egli sia, se dobbiamo valutare la parte strategica, organizzativa e di marketing, tutto l'eutourage di Grillo può ragionevolmente dare la paga alla più costosa macchina da guerra elettorale statunitense che si sia mai vista. E recentemente, in quelle che sono state le elezioni democratiche Usa più costose della storia di quel Paese, è cosa che deve renderci orgogliosi proprio come italiani. Provasse chiunque altro, con i mezzi economici e con il materiale umano italiano a realizzare quello che ha fatto Grillo. 

Altra premessa indispensabile: il fenomeno Grillo è oggi quanto di più entusiasmante vi possa essere nel raccontare i fatti di politica interna del nostro Paese. Come ci ha detto Massimo Fini, «oggi non parlare di Grillo, per un giornalista, non solo è un errore, ma significa proprio non saper fare il proprio mestiere». 

Detto questo, così come abbiamo fatto sin da quando è nato questo giornale - verificare in archivio, please - continuiamo a parlarne proprio perché dal punto di vista giornalistico e dei fatti di politica interna si tratta certamente di una novità assoluta pari, forse, solo a quella di Berlusconi subito dopo Tangentopoli. Se allora c'era il Cavaliere a correre per convincere gli italiani e oggi, al di là di un ennesimo fallimento totale della nostra classe politica, c'è una persona come Beppe Grillo e il suo MoVimento 5 Stelle, vorrà pur dire qualcosa. Anzi, è già più di qualcosa. È molto. 

Spezziamo una lancia a favore di Grillo anche, e lo facciamo subito, su uno dei temi di attualità, inerenti il suo movimento, che la maggior parte dei commentatori e anche purtroppo di alcuni suoi "attivisti" ha invece inteso nel senso più sbagliato possibile: la presunta poca democrazia esistente all'interno del suo nuovo partito. Ebbene, la evidente guida autoritaria del MoVimento 5 Stelle da parte di Beppe Grillo (altro che democrazia, suvvia) è quanto di meglio vi possa essere allo stadio attuale della cosa. Di più, è quanto di meglio possa sperare anche l'ultimo dei simpatizzanti di questo nuovo partito: il fatto che sia Grillo a decidere delle cose più rilevanti, lasciando alla base una ampia libertà di azione su cose di minore conto, come la gestione locale, e invece decidendo in prima persona sugli aspetti più spinosi e pericolosi di un soggetto in via di formazione come questo, è il migliore scudo che si possa sperare per chi abbia a cuore le sorti di questa nuova realtà. Che un movimento del genere, almeno nelle sue fasi iniziali, debba essere condotto con stretta osservanza gerarchica è il migliore antidoto ai mali di crescita che una cosa del genere porta sempre con sé. Ad esempio ai facili errori di inesperienza, cui va incontro chiunque, soprattutto in un mondo di squali politici e mediatici asserviti come il nostro, e ai tentativi di infiltrazione, che da che mondo è mondo sono una delle tecniche più efficaci per sabotare una cosa del genere. Gli attivisti di Grillo che gridano alla poca democrazia interna dovrebbero invece baciare la strada dove cammina il proprio leader. L'eccellenza è nelle minoranze, come è ovvio, non nelle maggioranze. E non vi può essere, se non a livello locale e in modo diretto, come pure lascia giustamente fare Grillo, una democrazia totale sulle decisioni più importanti da prendere. Altrimenti vincerebbero i numeri. E i grandi numeri sono composti da mediocrità. 
Ad ogni diktat di Grillo, ad esempio quello sulla partecipazione televisiva ai talk show, oppure quello sui requisiti minimi per potersi candidare, i grillini dovrebbero ergere un monumento sulle colline genovesi e di tutta Italia. 

Per dirla in altre parole: in questa fase, se c'è una possibilità di riuscita in una operazione come questa, ebbene essa non può prescindere dalla gestione verticistica del partito. Chi non lo capisce, appunto, fa parte di quella massa che andrebbe docilmente a farsi sbranare da chi - Presidente del Senato stesso, ovvero Schifani, in testa, che ha detto di voler cambiare la legge elettorale per evitare di far arrivare il partito di Grillo all'80% - ha tutto l'interesse (proprio) a che il tentativo fallisca. 

Endorsement per Beppe Grillo? Niente affatto. Perché detto tutto il meglio, in modo convinto, della sua esperienza, onestà intellettuale vuole che, soprattutto a questo punto, ora che il suo partito punta (giustamente) al Parlamento, ci si debba interrogare se è adatto a concorrere per la gestione centrale dello Stato. 

E qui arrivano le note dolenti. Non definitive, ma certamente allarmanti. 

Intanto, prima considerazione: Grillo ha deciso di combattere il sistema dal suo interno. Essendone un corpo estraneo, ed esterno, ha comunque deciso di infiltrarsi al suo interno per provare a cambiarne le regole, invece che puntare a testa bassa a raderlo al suolo. Al di là di come la si pensi, e in questo caso la nostra opinione è irrilevante, si tratta di una scelta. E questa, con le sue implicazioni, va valutata. 

Scegliere di battersi in questo modo infatti mette in guardia sui possibili problemi. Il primo, quello di come entrare, pare già ampiamente superato: bontà sua e dei suoi attivisti, e manifesta incapacità della classe politica attuale, Grillo sta spopolando. Ed è una marea montante. Proveranno in tutti i modi a evitare il suo ingresso in massa al Parlamento ma non ci riusciranno. Allo stato attuale della politica interna, appare che ogni mossa tra quelle messe in atto dai pachidermi di un tempo si ritorca regolarmente contro di essi. Grillo entrerà in Parlamento. 
E da lì, come si dovrebbe, il suo partito dovrà cercare nella peggiore delle ipotesi di fare opposizione strenua ai vecchi partiti, e nella migliore - sperata anche da queste parti - di indirizzare il Paese verso una nuova politica. 

La domanda da porsi, per poter avere una opinione in merito alla scelta di Grillo di combattere il sistema dall'interno invece di tentare di raderlo al suolo è la seguente: siamo, al momento, in una situazione dove ancora qualcosa si può salvare oppure no? In altre parole, per cambiare la situazione, basta ancora cercare di cambiarne le regole oppure siamo nella fase in cui andrebbe del tutto rovesciato? Perché delle due l'una: se si capisce che qui siamo alla fine di un mondo, di un modello di sviluppo e di tutti i suoi derivati (pseudo-filosofici, come il mercatismo, economici, come la finanziariazzazione, etici, come la supremazia dell'individualismo sul comunitarismo, ecologici, come la cecità del continuare a consumare sino alla fine delle risorse, e morali, come il continuo sfruttamento dei quattro quinti del territorio e soprattutto delle popolazioni del mondo a discapito di tutto il resto) allora non ci sono alternative: ciò che c'è va spazzato via con una vera rivoluzione. Armata e cruenta. Altrimenti, se si pensa di poter cambiare regola per regola, emendamento per emendamento, una impalcatura che sta crollando nel suo insieme, allora va bene la scelta fatta dal movimento di Grillo. La nostra opinione è nota ed è inutile ribadirla. 

Ma torniamo a Grillo e al suo ingresso al Parlamento, per la politica nazionale. 

La politica, anzi, il Politico - e la P maiuscola in questo caso è d'obbligo - implica l'avere in mente un obiettivo. Che a livello nazionale non può essere solo di gestione della cosa pubblica. La diciamo semplice: implica avere una visione del mondo, una volontà e quindi una capacità strategica e tattica per individuare la direzione da prendere e dunque percorrere le tappe necessarie per raggiungerla. 

Qui, il partito di Grillo, appare del tutto impreparato. Il cardine della sua nascita, crescita e attività è stato quello doppio della correttezza morale (nessun condannato in Parlamento, nessuna corruzione, buona gestione della cosa pubblica) e dello spazzare via le vecchie, logore, corrotte, nauseabonde e incapaci classi politiche precedenti. Questo è il suo piano. E non è affatto poco, anzi. Basterebbe questo per votarlo? Può darsi. A guardare intorno, infatti, non si vede (quasi) altro. Cosa diversa sarebbe se si riuscisse, una volta nella vita, a vedere messe d'accordo le ali estreme extra parlamentari, a sfondo unanime sociale, ma aspettare tale evento equivale, ormai lo si può dire, a condannarsi a non vederlo mai. Per ora invece questo offre il convento: il vecchio, e quando diciamo vecchio includiamo anche tutti i matteorenzi dell'ultima ora, beninteso, oppure il nuovo e - per ora - il diverso: Grillo. 

Ma politica di Stato è cosa differente rispetto alle battaglie sul territorio, nello specifico e nel particulare caso per caso. È cosa molto differente dalla gestione comunale, provinciale o regionale. È, appunto, affare di Stato. Di uno Stato che oggi è insito in un Continente indefinito come l'Europa - o definito solo finanziariamente da chi ne è a capo - e soprattutto in un mondo dal quale non può prescindere. A livello di Stato, di Nazione, non conta nulla decidere come gestire un semaforo comunale, conta come rapportarsi alla realtà globale nella quale si agisce, conta se accettare od ostare a pressioni che arrivano da fuori. Conta avere, appunto, una idea di nazione e di mondo, e sinteticamente rispondere alle domande ulteriori, strategiche, "superiori", relative ai temi di fondo (e fondanti) di qualunque soggetto nazionale all'interno di questo mondo. Sono domande che abbiamo posto a Beppe Grillo, indirettamente, visto che direttamente non se le lascia porre, più e più volte, proprio da questo giornale e alle quali Grillo non ha mai risposto. Sovranità, moneta, modello di sistema, rapporti con l'Europa, con la finanza e insomma non sono una novità per chi ci legge da tempo. 

Grillo non ha risposto perché forse non ne ha idea. Diciamo forse, perché in un angolino della nostra coscienza c'è invece la speranza che abbia le idee chiare su questi punti cardine, e che magari aspetti ancora per tirarle fuori. Di certo, però, non le ha il suo partito. Il MoVimento 5 Stelle - e questo Grillo lo sa benissimo, ne siamo certi - è del tutto privo di quella cultura politica e filosofica che è invece necessaria a un partito che si proponga di guidare una nazione. 

Tempo addietro Grillo aveva chiamato a sé, quanto meno come testimonianza, intellettuali di varia natura, ma tutti dotati dell'eccellenza di pensiero all'interno dei propri campi di indagine. Maurizio Pallante, Giulietto Chiesa, Massimo Fini, tra gli altri. E anche quel genio di Bergonzoni. Voleva significare la volontà di coagulare attorno al movimento, e poi farli diventare pensiero portante, la decrescita, la geopolitica verso est e non verso gli Usa, il ritorno dell'uomo al centro rispetto all'economia e il ritorno dell'arte e dell'eccellenza vissuti per quello che dovrebbero essere? Forse. All'epoca forse significava questo. Ma poi, in tal senso, non vi è stato più nulla. E per ora - sottolineiamo, con un velo di speranza, per ora - è così. Il che è terribile, perché se l'unica forza che appare davvero in grado di scardinare il vecchio e putrido esistente politico del nostro Paese va all'arrembaggio e riesce ad abbordare e a sconfiggerlo, ma arriva sul cassero senza le capacità giuste per poter governare la nave, e facile auspicare che stiamo andando incontro all'ennesima delusione. 

Diciamolo chiaramente: al MoVimento 5 Stelle manca la classe dirigente, perché mancano le idee da "dirigere", perché, in definitiva, manca il pensiero intellettuale da far diventare Politico. E sino a che non si doterà di questo, potrà sì governare bene a livello locale, e potrà probabilmente arrivare anche a governare a livello centrale. Ma senza una Politica da attuare. E gli esiti, in tal senso, sono facilmente immaginabili. 

Votare oggi per Grillo equivale dunque ad aver scelto di combattere il sistema dal suo interno. Equivale certamente alla volontà di spazzare via la vecchia politica del nostro Paese - il che è già molto, lo ribadiamo - ma riguardo ai grandi temi della nostra epoca, equivale anche a firmare a Grillo e al suo partito una fiducia in bianco. A votare un programma politico che sui temi veramente importanti non esiste. Che è tutto da scrivere. Il che si potrebbe anche accettare, beninteso, ma sarebbe necessario almeno sapere attorno a quali pensieri, a quale visione del mondo (più semplicemente: a quali testi, a quali autori, a quali intellettuali) si andrà a cercare di formularlo. Perché se ci si deve affidare alle federichesalsi che abbiamo visto in televisione e poi a indispettirsi presuntuosamente per essere state richiamate giustamente all'ordine, ebbene decidere di votarlo o no, il partito di Grillo, a livello di elezioni Politiche, non sembra neanche una domanda da porsi. 

Valerio Lo Monaco
novembre 2012

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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